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giovedì 25 aprile 2024

QUANDO CI SARÀ LA VERA LIBERAZIONE DAL FASCISMO?

  Marcello Veneziani

 Sarà davvero una festa, il 25 aprile, quando avverrà sul serio la Liberazione dal fascismo. Definitiva, irreversibile, generale. A ottant’anni meno uno dalla sua fine, sogno una cosa che ci è stata finora negata: la cessazione di questa gogna permanente, di questo discrimine perenne e manicheo, di questa divisione ideologica dell’umanità in giudicanti e giudicati che ci portiamo addosso da quattro ventenni, con un accanimento via via crescente con gli anni, anziché decrescente, come sarebbe naturale con la morte dei protagonisti, l’allontanarsi nel tempo e lo stingersi delle passioni.

Fino all’assurdo dei finalisti dello Strega che leggono tutti insieme lo squallido monologo antifascista di Scurati contro il governo Meloni, come se fossero un soviet o un Intellettuale collettivo con un solo cervello (bacato). Così usato, l’antifascismo diventa un codice immorale e incivile che antepone all’intelligenza, al valore, al talento una sorta di rito preventivo e discriminatorio di affiliazione, a cui è obbligatorio uniformarsi. Altrimenti sei fuori.
Il fascismo non è più nella storia e nella realtà da ottant’anni e nessuna forza politica in campo ne rivendica l’eredità; chi ne stabilisce allora la persistenza, chi attribuisce e certifica la definizione di fascista?

Lo decide a suo insindacabile giudizio una commissione politico-mediatica-intellettuale permanente, auto-nominatasi per autoacclamazione, che corrisponde alla sinistra. Qui c’è tutta la falsità, l’impostura, l’uso intollerante e paranoico, vessatorio e diffamatorio del fascismo. 

La liberazione dal fascismo, per essere vera e compiuta, comporta naturalmente anche la liberazione dall’antifascismo che ha senso solo in presenza dell’antagonista, e non in assenza o addirittura post mortem.

Fascismo e antifascismo vanno restituiti alla storia, e anche nel giudizio vanno storicizzati, cioè depoliticizzati, sottratti all’agone della polemica attuale o caricati sulle spalle di posteri che non possono portarne il peso: non ha più senso applicare quel discrimine oggi, come non avrebbe più senso il discrimine tra comunisti e anticomunisti o tra democristiani e antidemocristiani oggi che il comunismo o la Dc non ci sono più, anche se sono rivendicati o rimpianti da taluni. Ma ancora più insensato è che sia una parte a imputare il fascismo a carico dell’altra, senza reciprocità, perché non è ammessa la facoltà inversa. Noi giudici, voi imputati, for ever.

Sul piano storico vanno distinti gli antifascisti veri che si opposero al regime fascista, come Matteotti, che meritano ogni rispetto e ammirazione, soprattutto se pagarono di persona; dagli antifascisti di comodo, a babbomorto, in pieno dominio antifascista, che si attribuiscono una superiorità etica e morale in suo nome; si arrogano il potere di essere perennemente giudicanti, officianti e sovrastanti nel nome assoluto della religione Antifa. 
Ai loro occhi quelli che vengono accusati di fascismo non solo non hanno diritto di difendersi ma devono prendere gli schiaffi e dar ragione a chi li schiaffeggia, mentre li schiaffeggia. Altrimenti vuol dire che sono rimasti fascisti dentro o sotto la buccia. 


Peraltro è ormai comprovato e assodato che l’accusa di fascismo rivolta al governo non porta alcun profitto politico-elettorale a chi la lancia, ma serve solo a consolidare una cupola di tipo ideologico-mafioso. Questa campagna anacronistica permanente non è infatti condivisa dalla gran maggioranza degli italiani, è un citofono interno al proprio condominio; funziona a circuito chiuso, non raggiunge gli italiani ma coloro che erano già mobilitati sul tema. Rovesciando ancora oggi le colpe del fascismo su chi è al governo non si colpisce il governo in carica, che su questi temi non perde affatto consensi; si fa solo un danno agli italiani che vedono posposti i problemi reali del presente al fittizio feticcio del Passato Proibito. Ma nel nome sacro e intangibile dell’antifascismo le camorre ideologico-letterarie preservano le loro posizioni di potere.(…)

La cosa che più sconforta è che da anni denunciamo questo accanimento terapeutico su un cadavere ridotto in polvere e da anni lo scempio prosegue, imperterrito, anzi crescente; quanto più diventa irreale il tema tanto più cresce il pathos con cui viene guarnito.
Alla destra di governo dico: non è servito a nulla, come vedete, tutto il vostro atto di contrizione, tutti i santini che avete baciato e tutti i riti esorcistici a cui avete partecipato. Dopo la sequela di abiure, condanne, dichiarazioni frementi di antifascismo da parte vostra, l’accusa di fascismo nei vostri confronti prosegue inalterata. Non avete capito che le vostre parole non basteranno mai perché a decidere che siete comunque fascisti non sono le vostre dichiarazioni ma le loro attestazioni. E’ in mano a loro la sentenza, voi non potete far nulla. Perciò, smettetela di stare al loro gioco, tacete sul tema, rifiutatevi di replicare, di giustificarvi, di sostenere gli esami, ribellatevi alla camorra pseudo-intellettuale di sinistra e alla loro malafede, lasciateli parlare. Che si fottano; non hanno titoli per giudicare. Sarete giudicati dagli italiani per quel che fate e farete al governo e non per la vostra irrilevante opinione sul fascismo. 

 

https://www.marcelloveneziani.com/articoli/quando-ci-sara-la-vera-liberazione-dal-fascismo/

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La Verità – 24 aprile 2024

 

domenica 24 marzo 2024

LE SOFFERENZE DEI CATTOLICI 1

LA SCOMPARSA DEI CATTOLICI NON DIPENDE SOLO DAL PAPA

 di Marcello Veneziani

 Ma la Chiesa, il mondo cattolico, le scuole cattoliche, le università cattoliche, l’editoria cattolica, la comunicazione d’ispirazione cattolica, il popolo dei credenti dove sono finiti, come mai non si fanno sentire mai sulle questioni decisive e rilevanti che riguardano gli orientamenti civili e culturali, l’arte, il pensiero, la scienza e la tecnologia, la letteratura, la musica e il cinema, il politically correct, la cancel culture e l’ideologia woke? Ma anche nelle scelte della vita comune, la vita intima, le sue inclinazioni non si avverte mai un punto di osservazione religioso, prima che cattolico e cristiano

Papa Francesco domenica delle Palme 2024

Noi risolviamo tutto risalendo a Papa Francesco, a lui attribuiamo ogni merito, ogni colpa, ogni responsabilità della presenza o dell’assenza cristiana nel mondo; ma non possiamo caricare sulle sue spalle, piuttosto malandate e forse inadeguate, tutto il peso della cristianità. Ma nemmeno sulla Conferenza Episcopale o su qualche suo portavoce o esponente di spicco. Certo, l’ordine e la gerarchia delle responsabilità è a partire da loro che sono ai vertici della cristianità; ma non possiamo esaurire un mondo vasto che un tempo coincideva quasi col mondo occidentale, con la società, ad alcune figure apicali o rappresentative.  

Sull’Avvenire di qualche giorno fa, il teologo Pierangelo Sequeri ha denunciato l’irrilevanza dei cattolici sul terreno culturale e sul piano comunitario. Tema ripreso da Roberto Righetto. Persiste solo un flebile moralismo, solitamente sconfinante nella filantropia sociale, soprattutto in tema di accoglienza e migranti.

Anche il cardinale Zuppi riconosceva una certa timidezza dei cattolici rispetto ad atteggiamenti aggressivi “di una certa cultura dominante”; magari si dovrebbe avere il coraggio di chiamare con i suoi nomi propri, per non restare nella stessa timidezza subalterna che viene denunciata: l’egemonia radical-progressista, d’impronta atea, irreligiosa e laicista. Giusto il suo appello alla fantasia creativa, ma probabilmente non basta, occorre una visione del mondo calata nella vita dei giorni, l’ardire di un confronto, il coraggio civile, la capacità di dialogo e pure di dissenso, il non aver paura di essere troppo innovatori o troppo conservatori; l’amore per la realtà, per la natura, per la storia e per la tradizione in una società che preferisce il loro contrario.

E poi, se permettete, avete ormai la prova che il mimetismo fino all’assimilazione al gergo e alle attitudini del presente non funziona e non fa proseliti, anzi allontana sempre più i popoli e i singoli credenti dalla vita e da ogni concezione religiosa: se credete di contare di più mettendovi semplicemente al passo dei tempi, sposando il linguaggio e le preoccupazioni correnti, perdete il senso radicale e originale della vostra missione e del vostro messaggio e il motivo per cui potete trovare attenzione nel mondo.

Se non parlate di morte e resurrezione, di senso della vita e amor di Dio; di mistero e scommessa sul rischio della fede, non c’è bisogno di voi nel mondo. E se dimenticate i simboli, i riti, le liturgie, le rappresentazioni del sacro, per mimetizzarvi di più nel paesaggio corrente, vi confondete col mondo, passate inosservati, perdete la grazia del vostro linguaggio divino e differente, che solo può destare attenzione e ammirazione. Poi è inutile prendervela col supermercato delle religioni, la paccottiglia spirituale, la sottocultura new age, l’analfabetismo religioso, se rinunciate a coltivare la forza e il mistero della vostra testimonianza, del vostro linguaggio, della vostra capacità di parlare oltre la vita e oltre la morte, di esprimere il desiderio d’eternità. Quelle pseudoreligioni coprono un vuoto che voi lasciate incustodito…

Però, come dicevo agli inizi, non si può risolvere il problema additando i vertici della Chiesa per i loro errori, la loro compiacente neutralità sui temi cruciali della vita, la loro riluttanza a portare lo scandalo della religione in una società radicalmente e superficialmente irreligiosa. C’è un problema più vasto che riguarda proprio il mondo cattolico, anche quello che va oltre le chiese e le sacrestie. E’ un ritirarsi, uno spegnersi, un essiccarsi della fiamma, un’accettazione di disfatta e di abbandono che ormai è in ciascuno. Non c’è mai un organismo d’ispirazione cristiana, a qualunque livello, che prenda posizione su temi, dibattiti, personaggi, aggressività e supponenza della cultura dominante. Prevale un senso di inadeguatezza e la percezione di essere comunque soccombenti, fuori luogo: dunque inutile cimentarsi, meglio mettere da parte le proprie convinzioni, o tenersele per sé, fino a privatizzare la propria fede cristiana a ridurla a un intimismo privo di porte e di finestre. Non c’è questione culturale, storica o ideale in cui si avverta la presenza di un punto di vista schiettamente cristiano e cattolico, mai un segno né di fedeltà né di originalità; come se già la definizione di cultura, di storia o di pensiero ponesse confini laici e razionali da non oltrepassare, fino a circoscrivere al proprio tempo o alla competenza tecnico-scientifica di quei saperi specifici, l’ambito adeguato di quelle controversie. Ogni “intrusione” religiosa è considerata come impropria, fuori luogo, anche se in realtà il sottinteso è che sia “fuori tempo”. Quello è già il segno di una capitolazione, il cedimento alla pigrizia e al decorso degli eventi, perché è faticoso oltre che creativo, saper rispondere alle controversie della contemporaneità, al narcisismo, ai coming out, ai desideri di mutare natura, sesso, corpo, età, famiglia, città che prevalgono nel frasario più diffuso del momento. 

Si tratta in una parola – ma che diviene fatto, scommessa e ammissione di identità – mettere in gioco il senso religioso della vita e farlo valere nelle scelte quotidiane. Anche in quelle scelte di ogni giorno, che sembrano attenere ad ambiti neutrali, asettici, o semplicemente profani, vitali, tecnici, è in gioco il senso religioso o irreligioso della vita. Finché non si riparte da lì, i cattolici proseguiranno nel loro progressivo passaggio alla clandestinità, in una parabola che va dall’irrilevanza alla scomparsa.

La Verità – 10 marzo 2024

  

 

giovedì 14 marzo 2024

LA DITTATURA WOKE CONTRO LA LIBERTÀ E LA CIVILTÀ

L'OCCIDENTE IN GUERRA CON SE STESSO

di Marcello Veneziani

L’Occidente è in guerra con l’Est – russo, medio ed estremo oriente – e con mezzo sud del mondo. Ma è in guerra prima di tutto con se stesso. Se non credete alle analisi e alle critiche, leggete le testimonianze dirette e le biografie.


Dunque, parliamo di una ragazza veneta, progressista e radicale, che va a studiare negli Stati Uniti. E’ una storia esemplare che racconta la realtà e annuncia come finirà da noi, imitatori pappagalleschi degli americani. La ragazza partì per uno stage negli Stati Uniti quindici anni fa, poi rimase a svolgere un lavoro culturale in un’istituzione italo-americana. Ora che ha superato i quarant’anni non ce la fa più a vivere sotto la dittatura woke, che si è fatta irrespirabile, minacciosa, oppressiva, soprattutto per i bianchi e gli eredi di civiltà europea. “Qualsiasi cosa dica o faccia può essere condannata come una micro-offesa rivolta contro afroamericani o latinos”. Nelle prove d’ammissione ha dovuto scrivere un saggio preliminare di buone intenzioni, non circa il suo impegno negli studi ma contro il razzismo. Ovvero, non deve solo ripudiare il razzismo ma deve anche impegnarsi a militare contro il razzismo. Non ogni razzismo, perché la cultura woke sostiene che ci sia un solo razzismo, quello dei bianchi occidentali verso i neri, i latinos e gli asiatici. All’inizio del master ha dovuto scusarsi con i compagni di corso coloured; e non per una colpa reale e specifica, ma per il fatto di essere bianca, occidentale, e dunque portatrice insana di razzismo. A settimane alterne, riferisce la donna, i bianchi devono fare anche un corso di contrizione, chiamato White accountability, responsabilità dei bianchi, in cui si devono sottoporre a un umiliante interrogatorio di due ore per rispondere del loro razzismo, pur latente, e pentirsi. Parallelamente i suoi colleghi di studi afroamericani si riuniscono in Spazi neri e sicuri, Black men (o Women) safe space, per coltivare la loro identità e denunciare le microaggressioni subite dai colleghi bianchi. 

In cosa consisterebbero queste “micro-aggressioni”? Frasi considerate offensive e vietate, anche se al buon senso e all’esperienza di sempre, appaiono del tutto neutre e innocue. Gli esempi rendono meglio l’idea di quale follia masochista e giacobina stiamo diventando vittime: mai chiedere a un collega di colore da dove proviene perché quella domanda implica una discriminazione etnica; guai a citare a un nero la parola campo di studi perché può alludere ai campi di piantagione di cotone e dunque allo schiavismo dei suoi avi; o può evocare l’attività bracciantile di suo nonno messicano. E se cadi in quell’errore ti devi subito scusare e fare autocritica, ripudiando il “privilegio bianco” che ti ha fatto sbagliare.

Alla Columbia University, dove hanno insegnato fior di docenti (anche il nostro Giuseppe Prezzolini), il mantra è nell’acronimo Prop, che sta per Potere razzismo oppressione privilegio. Naturalmente il bianco è iscritto d’ufficio, per ragioni razziali – è il caso di dire -alla categoria del razzista oppressivo e privilegiato; e gli altri per ragioni etniche alla categoria di vittima dei succitati. Dietro quell’etichetta c’è un’ideologia dominante, la critical race theory, eletta ormai a bibbia delle università americane. 

E con gli ebrei? Si distingue, se sono di origine est-europea e dunque ashkenaziti, rientrano tra gli oppressori, se sono sefarditi di origine orientale sono tra gli oppressi. Analoga divisione vige sul piano geostorico: sul versante storico gli ebrei sono le vittime per eccellenza, sul versante geografico in quanto israeliani sono i carnefici per antonomasia. 

E se partecipi ai gruppi di volontari che aiutano immigrati clandestini, poveri e homeless, ti devi sincerare che a guidare il collettivo non sia una bianca, altrimenti è neocolonialismo. Poi dice che uno vota Trump… Ma per forza, per esasperazione. 

Ma tu come lo sai, da quale fonte, da quale blog pieno di fake news hai ricavato questa storiella? Non è farina dei social né mia personale; la fonte è il Corriere della sera di ieri, e l’autore è un noto e credibile giornalista “di sinistra”, Federico Rampini; è lui che ha incontrato la ragazza e ha riportato questa testimonianza.

Il problema, come capite, non riguarda le disavventure di una singola persona malcapitata; è l’orizzonte prevalente negli Stati Uniti e a rimorchio, dell’Occidente intero, Italia inclusa. Noi siamo un paese piccolo, gli Usa ci sovrastano, e come si sa, ci baciano in testa quando siamo allineati; ma sono pronti a schiacciarcela se non la pensiamo come loro. 

Quel clima irrespirabile, che pure il Corriere chiama dittatura, non vige solo nei salotti e nei circoli radical chic di New York ma nelle scuole e nelle università, nei media e nelle istituzioni, nei tribunali e negli uffici, nella comunicazione social e nei rapporti interpersonali; obbligati a norma di legge e di cultura a vergognarsi della nostra civiltà, storia, religione e identità e della nostra pelle. Costretti a sentirsi inferiori, in debito, in penitenza, rispetto a chiunque provenga da altri mondi. E non abbiamo aperto l’altro capitolo della dittatura, quello riguardante l’omofobia, il femminismo, il lessico corretto e il sesso in transito…

La ciliegina sulla torta e insieme il paradosso di questa dittatura è che mentre in casa vige questa legge autolesionista e questa ideologia “vergognista”, poi a livello di politica estera, lo stesso Paese, con gli stessi protagonisti dem, cioè liberal, radical e progressisti, pretende di essere l’Arbitro del mondo e minaccia guerre, armi, interventi e sanzioni dappertutto. 

La dittatura woke, imperniata sul politically correct e la cancel culture, sta distruggendo rapidamente una civiltà che si è formata nei millenni. Se fate attenzione vi accorgete che si sta insinuando velocemente anche da noi, in tema di razzismo, gender e affini; di solito si eludono i divieti o li si accettano passivamente, per furbo quieto vivere, per non affrontarli e criticarli. Ma prima o poi diventeranno soffocanti come una cappa, e saremo anestetizzati. Allora sarà troppo tardi per capire e per reagire.

La Verità – 5 marzo 2024

 

 

sabato 9 marzo 2024

IL NUOVO CONFORMISMO CHE CI SOMMERGE

Marcello Veneziani

Intervista a cura di Nathan Greppi del Centro studi Machiavelli per il libro Wokeismo, cancel culture e oicofobia appena edito da Historica edizioni

1) Che differenze ci sono tra il politicamente corretto di oggi e i conformismi sociali delle epoche passate?
 Il conformismo è una tendenza permanente della società ma tradizionalmente attingeva al senso comune e alla necessità di conformarsi al potere civile e religioso dominante. Il nuovo conformismo ha matrice ideologica, finalità correttiva e diffusione mediatica assai più potente. Il carattere più specifico del politicamente corretto è la distorsione della realtà, la maschera che prevale sul volto, il dire che cancella il fare, e l’intimidazione per chi vi si sottrae; il politically correct è un moralismo in assenza di morale, un bigottismo in assenza di religione, un antifascismo in assenza di fascismo.


2) Intervistato a gennaio sul settimanale TPI, ha dichiarato che la sinistra ha sostituito le battaglie degli operai con quelle per i diritti civili. Come è avvenuta questa mutazione nell’anima della sinistra? E quali sono i suoi effetti?
Da una parte il fallimento del comunismo in tutte le sue forme di regime, dall’altra parte il trionfo del capitalismo e del mercato globale, infine la trasformazione della società industriale e operaia in società postindustriale e impiegatizia. L’incrocio di questi tre fattori ha condotto alla perdita dell’anima proletaria, sociale e anticapitalistica della sinistra e alla sostituzione con i diritti soggettivi, le cosiddette diversità, il primato dei diritti sui doveri e dei desideri sui diritti.

La sinistra mantiene la sua struttura conflittuale ma il nemico non è più il capitale, la borghesia, ma il fascismo eterno e la tradizione. Ciò produce una sinistra radical chic, ztl, che conserva della precedente la supponenza e la convinzione di essere lo spirito del mondo e il sale della terra; ma che sposa battaglie civili a favore di minoranze o di popolazioni remote, solitamente contro la maggioranza del proprio paese, il popolo della gente comune, la propria civiltà.

3) Il filosofo inglese Roger Scruton aveva coniato il termine “oicofobia” per identificare l’odio per le proprie radici, specialmente in Occidente. Secondo lei, l’oicofobia costituisce una minaccia? E in cosa si distingue dalla xenofobia?

L’oicofobia, a mio parere, è il rifiuto e il disprezzo di tutto ciò che è nostro, nostrano, che evoca un’identità, un’appartenenza comunitaria, una radice e una tradizione. Quel continuo vergognarsi dei segni, simboli, culture e sentimenti che ci collegano alla nostra terra, al nostro sentire civile e religioso, alla nostra stessa famiglia. L’esatto contrario della xenofobia che è paura dello straniero, del diverso, del lontano e che è una degenerazione del positivo sentimento di appartenenza a una comunità, una civiltà e una polis; una paura che può farsi a sua volta aggressiva.
 

Roger Scruton

4) A suo parere, nel mondo conservatore vi è una consapevolezza dei rischi dovuti alla diffusione del politicamente corretto e dell’oicofobia?
Si, credo che ormai non solo la consapevolezza ma il rifiuto di questo canone artificioso, ideologico, costrittivo, siano assai diffusi e spiccati. Quel che non è invece abbastanza sviluppato è l’elaborazione di un pensiero critico intorno a questa egemonia, e il coraggio intellettuale e civile di contrapporre a questo modello tirannico e irrealistico, un tipo di società che parta da ciò che è reale e naturale, consolidato dalla storia, radicato nel tempo e nel luogo. Il disagio c’è, e anche la rabbia, ma non c’è un’adeguata risposta sia sul piano del ragionamento, sia sul piano della proposta alternativa.

 

lunedì 4 settembre 2023

SUA BEATITUDINE MATTARELLA

Marcello Veneziani

 

Beato Mattarella. Ogni cosa che dice, anche buongiorno e buonasera, è oro colato, con titolo ossequioso dei telegiornali, ola istituzionale, salmi in suo onore a mezzo stampa e bava dei quirinalisti al seguito. Nessuno lo critica, tutti lo hanno rieletto al Quirinale, e chi non lo ha votato, come la Meloni, deve comunque governare sotto il suo regno e chinarsi al suo cospetto. La destra al governo lo ossequia perché deve ogni giorno fare i conti con lui; la sinistra lo ossequia perché lui dice cose che portano acqua al loro mulino, gli ex democristiani vedono in lui uno della loro antica parrocchia, i grillini sono accucciati ai suoi piedi e così tutti gli altri. Lo rielessero per acclamazione, perfino Salvini, che ora vuol rimediare puntando sul generale Vannacci. 

L’immunità di Sua Beatitudine Mattarella è più assoluta di quella del Papa, a cui magari qualcuno può rimproverare, che so, la mancata rimozione di un prelato corrotto o pedofilo; il Capo dello Stato invece no, è esente da ogni critica e da ogni addebito, è sciolto da ogni responsabilità, non risponde dei funzionari pubblici e di nessuno, nemmeno dei corazzieri, ma solo di se stesso o al più della sua controfigura, Ugo Zampetti, gemello di testabianca. Il Beato Presidente è insindacabile e incontestabile, se lo tratti come una Meloni qualsiasi è vilipendio al Capo dello Stato, se parli della sua famiglia non ne parliamo. E’ ormai il Capo dello Stato più longevo della Repubblica, e compete per durata con i Sovrani.
Il Quirinale, poi, è un favoloso gerovital. Ringiovanisce i suoi inquilini, li rivitalizza come nessuna terapia potrebbe. Ricordo come ringalluzzì Napolitano al Quirinale. E Mattarella, ve lo ricordate agli inizi? Curvo, gibboso quasi come Andreotti, dimesso nel suo passo felpato, oppresso da un parruccone bianco, sibilante con la sua voce da funerale, sguardo basso come in penitenza o in sagrestia. Beh, ora ha portamento diritto e quasi spavaldo, parla ad alta voce, come un capo delle forze armate, il suo parruccone bianco è diventato una cover bianca, giovanile e trendy, cammina con passo spedito e guarda in faccia uomini e telecamere … Sembra Benjamin Botton o Pipino che nacque vecchio e finì bambino ….
Ma tutto questo è secondario rispetto al privilegio di cui gode rispetto a ogni altra figura istituzionale: Mattarella deve solo dire, enunciare, ammonire, deplorare; non ha alcun impegno a fare e realizzare. Il suo compito è solo verbale, si esaurisce nella parola, “fermo monito”, “vibrante appello”, “commosso ricordo”, e via dicendo. A un premier corre l’obbligo di fare, e ogni volta che dice qualcosa viene poi inchiodato alla coerenza dell’agire conseguente. Per lui invece, no, basta la parola, gode del divino potere del Verbo; che si fa carne, senza bisogno di passare ai fatti. Quando era all’opposizione, pure la Meloni era esonerata dal fare e tutta la sua forza era nel dire, come ora la Schlein; ma da premier è molto dura far seguire alle parole i fatti. Che stress, ogni mese che passa è un anno in più addosso, undici mesi come undici anni.

Il Capo dello Stato, invece, non deve mantenere la parola ma solo dirla, la sua funzione è l’omelia, la pubblica orazione, il pippone istituzionale; è esonerato dalla prova pratica, come gli arcangeli, i cherubini e i serafini deve solo intonare salmi in gloria e in memoria, recitare il sermone e fare l’anima bella.

Il suo compito è orale; insegna che il bene è meglio del male, la libertà è meglio della dittatura, il diritto meglio del rovescio. A Mattarella è richiesto solo di predicare, possibilmente qualcosa di prevedibile, di ovvio, di scontato, così gode della comprensione unanime e del consenso generale. Da chi governa, invece, si pretende che faccia qualcosa per l’Italia e per gli italiani e non si limiti ai virtuosi sermoni. Nessuno imputa al Beato Presidente la miseria, la disoccupazione e i guai italiani; mentre la Premier si becca tutto, è correa pure delle calamità naturali, dei disastri ferroviari, dell’orsa maggiore uccisa e degli orsi minori allo sbando.

Ma la priorità del dire sul fare ha assunto una brutta piega generale. Per esempio, chi stupra e violenta merita meno esecrazione di chi dice qualcosa di sconveniente in merito, tipo evitate di ubriacarvi sennò finite più facilmente preda degli stupratori. Considerazione perfino banale nel suo ovvio buon senso, ma se la dice il consorte di Lady Giorgia è più grave di chi stupra. Oppure: è più grave chiamare qualcuno clandestino che essere realmente clandestini: il primo può configurare un reato, il secondo non lo è più. La condanna dello stupratore di colore è meno vibrante e sdegnata della condanna di chi sottolinea che è di colore: il dire conta più del fare, cioè dello stuprare. O ancora, se rivendichi il diritto a odiare gli stupratori e i pedofili, come ha fatto il generale Vannacci, sei moralmente condannato peggio che tu fossi stupratore e pedofilo. Il suo dire supera in efferatezza il loro fare.E se hai un giudizio storico diverso sul passato, sei complice postumo dei campi di sterminio. Le parole ti mandano all’inferno o in paradiso.

Nella società dominata dall’ideologia woke, politically correct, e via dicendo, il dire è più importante del fare; i reati sono più di opinione che di fatto, su questi c’è indulgenza, su quelli no. Il dire ti salva e ti assolve o ti inchioda e ti condanna; perdi il posto, devi dimetterti, devi sparire, hai detto la frase proibita.
Tutto questo ha un significato profondo: la realtà conta sempre meno della sua rappresentazione; la vita concreta, i fatti e il mondo reale, contano meno delle opinioni, dei birignao e dei pregiudizi che ti guidano. Puoi essere stato il miglior cittadino, soldato, atleta, marito, padre, puoi aver fatto cose egregie e meritevoli nella tua vita, ma se dici una di quelle cose sconvenienti in materia di sesso, migranti, razze, storia, ti sei rovinato per sempre, perdi ogni credito e ogni rispetto.

Non vogliamo fatti ma parole. Viva viva Mattarella.

 

La Verità – 3 settembre 2023

 

martedì 27 giugno 2023

SIMONE WEIL, INTERPRETE DEL MONDO DI OGGI

 di Marcello Veneziani

 SIMONE WEIL E UN'IDEA DELL'EUROPA

L’estate del ’43 fu densa di eventi drammatici e decisivi nella storia della guerra mondiale. Nell’estate del ’43 lasciava la terra un’esile, anoressica creatura, di trentaquattro anni, che poi sarebbe stata riconosciuta come la più grande pensatrice del secolo.

Al tempo apparve come una marginale e stravagante martire di una religione ignota, tra il pensiero e la mistica, né cristiana né ebraica anche se profondamente partecipe di ambedue e del pensiero classico.

Eppure quella ragazza dallo sguardo miope, un gran paio d’occhiali e un sipario di capelli che scendevano sul viso come una tenda canadese, ha espresso il grido dell’Europa nella catastrofe bellica.

 Di Simone Weil credo di aver letto tutto, e non è poco, nonostante la breve parabola della sua vita. Tante opere, tanti quaderni, copiosi carteggi, varie biografie. Forse è inappropriato ricordarsi di lei per il suo ottantesimo anniversario, soffermandosi su uno scritto decisamente minore e imbevuto dal clima tempestoso di quei giorni, mentre Simone collaborava da Londra a France Libre del Generale De Gaulle. 

Lei pensatrice della grazia, della purezza e dell’attenzione; lei così distratta e celeste che si cura delle vicende terrene, delle guerre, dei regimi, delle colonie. “Sul colonialismo”(ed. Medusa) è un testo di poche pagine che precede di pochi mesi la sua morte e s’intreccia a un altro ben più noto, scritto nel ‘43, L’enracinement, tradotto da noi col titolo “La prima radice”, che è il canto più intenso del radicamento, dell’amor patrio, della tradizione e dell’onore, scritto da un’autrice che pure veniva da esperienze socialiste e sindacali, anarchiche e trotzkiste. Molte tra le sue più belle pagine le dobbiamo alla cura amorevole di uno scrittore cattolico e tradizionalista, Gustave Thibon, suo amico di pensiero e filosofo di campagna. In Italia fu amata tanto dal marxista Franco Fortini, suo traduttore, che dal cattolico tradizionale Augusto del Noce che le dedicò un acuto saggio poi rifuso ne L’epoca della secolarizzazione.

In queste pagine Simone Weil in pieno flagello bellico “vede” l’Europa ventura, come la sanno vedere solo gli spiriti profetici e le menti illuminate, separando il furore del presente dal nesso profondo che lega passato a futuro. Nota tre o quattro cose essenziali ma inavvertite nel frangente della guerra.


La prima: il veleno dello scetticismo, alla stregua della tubercolosi (un paragone che sente sulla sua pelle), “attecchisce in modo più virulento in un terreno fino a poco prima indenne…a contatto nostro si fabbrica una specie d’uomini che non crede a nulla”.

Weil denuncia poi la scomparsa simultanea dell’ideale e del reale, l’avvento del nichilismo sociale, la perdita del senso e del soprannaturale come malattia dell’Europa. E quella perdita la identifica con l’oblio del passato: “la perdita del passato è proprio la caduta nella servitù coloniale”. Il passato è il deposito di tutti i tesori spirituali; e ripete quel che scrive ne L’enracinement: “La perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale”. Il passato è una cosa che, nota la scrittrice, una volta persa completamente, non si ritrova più. L’uomo non può fabbricarsi il passato, può solo conservarlo. La colonizzazione priva i popoli della loro tradizione e quindi della loro anima.

La difesa del passato si unisce in lei a una profezia: le nazionalità in Europa saranno insidiate dalla frammentazione, dai localismi e dalle patrie regionali, schiacciate tra “scale molto più piccole e scale molto più grandi”, tra il locale e il globale. Nel colonialismo inflitto ai popoli extraeuropei la Weil legge il destino del colonialismo di cui sarà a sua volta vittima l’Europa. L’Europa, scrive la Weil, è una specie di media proporzionale tra l’America e l’Oriente, sovietico e non solo.

Noi europei siamo nel mezzo, letteralmente mediterranei; siamo il perno, solo l’equilibrio annulla la forza. Proiettate questi pensieri nel presente, nell’Europa che fugge la propria identità e la propria civiltà, schiacciata sulle posizioni Usa nel conflitto in Ucraina, che non capisce il suo ruolo centrale tra Oriente e Occidente.


E’ uscito in questi giorni un libro su Simone Weil volontaria nella guerra di Spagna, “La volontaria” di Adrien Bosc (Guanda) sull’esperienza nella guerra civile spagnola e il suo carteggio con Georges Bernanos, scrittore reazionario che militava dalla parte opposta alla sua, con i franchisti. Bernanos narra con ribrezzo le violenze dei suoi camerati; e la scrittrice rivoluzionaria, militante tra gli anarco-operaisti e marxisti, racconta le crudeltà compiute dai suoi compagni su preti, suore e fascisti. Un carteggio esemplare per il cavalleresco amore per la verità, a danno della propria parte, che dovrebbero studiare i faziosi e accecati partigiani odierni.

In quel carteggio Simone racconta in una lettera a Bernanos che la banda anarco-comunista a cui si era aggregata aveva catturato un ragazzo fascista di 15 anni. Il capo della banda, Bonaventura Durruti, dette 24ore di tempo al ragazzo falangista per pentirsi di essere fascista e aderire alla causa anarco-operaia e repubblicana. La mattina dopo il ragazzo, con candida fierezza, non volle pentirsi della sua fresca coerenza e fu ucciso. Simone restò scossa dalla crudeltà dei suoi compagni e dall’inerme, adolescenziale purezza del giovane nemico. La vicenda del ragazzo fascista ucciso viene naturalmente omessa nelle recensioni reticenti apparse in questi giorni al libro di Bosc; anzi c’è chi titola che oggi Simone Weil sarebbe volontaria in Ucraina con Zelenskij, magari con le forze Nato

In questo suo anniversario diranno di lei come pensatrice “gnostica” e femminista, anoressica e asessuata, adelphiana, ebrea e antinazista; renderanno omaggio alla sua religione intellettuale, disabitata di Dio, di riti e di fedi.

Taceranno le sue denunce degli orrori repubblicani e anarco-comunisti in Spagna, il suo amore per le radici e la vedranno perfino a favore della colonizzazione Usa nel mondo…

La Verità – 25 giugno 2023

 

 

giovedì 28 gennaio 2021

DIO CI SALVI DALLA DITTATURA ETICA

 

IL RAZZISMO ETICO E' PIU' SUBDOLO DEL RAZZISMO ETNICO

dal blog di Marcello Veneziani 

Twitter censura Trump

“Vaccinarsi è un dovere etico” ha tuonato Papa Bergoglio. Il piano pandemico del ministero della sanità, in bozza, decreta: “i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”

Traduci: con l’etica scegliamo chi salvare e chi no. L’etica prelude all’eugenetica. Ma il presidente del comitato di bioetica Lorenzo D’Avack condanna questa cernita. All’etica si appella sia chi dice di vaccinare prima i vecchi, sia chi dice di vaccinare prima i giovani. È ancora l’etica il freno d’emergenza che colpisce come una mannaia e una censura il mondo politically uncorrect, da Trump al filosofo Alain Fienkelkraut, fino ai sovranisti di casa nostra. Le leggi speciali, le commissioni di vigilanza, i tutori e i censori social che si abbattono come una scure su chi la pensa in modo difforme, si appellano all’etica. L’etica, l’unico Assoluto in vigore. Rischiamo la dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo oligarchi

Tramonta la religione, sparisce la morale, fu sepolta l’ideologia, si modifica la natura e scompare il diritto naturale, si cancellano memorie storiche, tradizioni, principi e valori. Nel mondo globale, dominato dalla tecnologia e dall’economia, di tutta quella moria c’è solo un erede universale: l’etica, appunto. Se perfino un papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità non si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono, vuol dire davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana e giustiziera del pianeta. L’etica applicata agli algoritmi è devastante e dispotica.

Ma guai a parlare di Stato etico, quello no, è fascismo: ma l’etica che interviene dappertutto, che decide, discrimina, punisce, censura che cos’è se non la sua applicazione urbi et orbi?

Il richiamo costante alla bioetica, all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici, segna il dominio di questo principio indeterminato; chi la decide, chi prescrive e proscrive ciò che va fatto, detto e pensato? Non una tradizione né un’esperienza storica consolidata, non una religione e un Dio né un dovere patriottico; ma a stabilirla e a decidere, è una casta, un’oligarchia che decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Sono i tutori dello Spirito del Tempo, i virtuosi custodi dell’eticamente corretto; sono loro a stabilire il perimetro e poi a decidere chi è dentro e chi è fuori. Per questo anni fa parlai di un nuovo razzismo che sorveglia la società e la controlla come una cupola, dividendola in due razze diverse, una dannata e l’altra dominante: è il razzismo etico, più subdolo e invasivo del razzismo etnico. Anche la giustizia è in mano ai pasdaran dell’etica: sentenze, divieti, condanne e assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima che delitti e reati. L’etica fornisce ai suoi utenti pregiudizi indiscutibili.

Eppure l’etica che avevamo conosciuto negli studi classici, l’etica da Aristotele a Spinoza, a Hegel, era una dimensione culturale, civile, educativa fondamentale. Ma assunta a regina solitaria dal mondo, dopo aver fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee, somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile e autoproclamato di custodi, diventa inquietante. E può generare una spirale di intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza. Se non si può discutere e dissentire, subentra la prova muscolare… Una deriva pericolosa.

Ci può portare ovunque, anche alla liquidazione dell’umanità, perfino all’avvento del transumanesimo, a un sistema di controllo totalitario, di sorveglianza etica invasiva… È curioso che imprese private come i giganti del web escano dalla neutralità di mezzi di comunicazione e nel nome dell’etica decidano selezioni, esclusioni e censure etiche, al di sopra degli stati e delle leggi.

Come si è visto con TwitterFacebookGoogleYouTubeParler, ecc. Un inquietante scenario che si aggrava se si aggiungono forme sempre più penetranti di controllo e schedatura degli utenti (ora esplode il caso WhatsApp e l’esodo verso Signal e Telegram).

L’etica è l’alibi di questo controllo globale, e a differenza della politica, è al riparo dal consenso e dal dissenso, impermeabile al voto; è perentoria, assoluta benché arbitraria.

Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto a sottrarsi alla vita, con l’eutanasia, o il suicidio assistito, nel nome della dignità della vita.

Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in primis la vita del nascituro.

Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e può essere etico al contrario dare priorità ai più giovani.

L’etica non è una pianta che nasce nella testa di qualcuno, medico, magistrato, ceo, politico o intellettuale, ma rimanda a un terreno precedente, e controverso, fatto di valori, esperienze, religioni, culture, popoli, tradizioni. Temperato dall’esercizio democratico del voto. 

L’etica non può ergersi a giudice assoluto della vita e della sorte, dei rapporti sociali e delle scelte pubbliche e politiche, ma deve far parte di un politeismo di principi, riferimenti e priorità. L’etica non può esistere senza passione di verità e ricerca della verità. Fermate l’etica che vuol farsi sovrana.

 

lunedì 18 gennaio 2021

L’ITALO-COMUNISMO NACQUE CENT’ANNI FA E NON È MORTO

Cent’anni fa di questi giorni, nasceva dal sangue il partito comunista d’Italia. Nasceva dal sangue della rivoluzione bolscevica in Russia, con milioni di vittime. E nasceva dal biennio rosso sangue in Italia, tra rivolte e violenze, anche contro i reduci della guerra mondiale. Erano le “prove tecniche” di rivoluzione, da importare in Italia sull’esempio russo.


(…) Il congresso di Livorno nel gennaio del ’21 sancì la nascita del Pcd’I. I comunisti, rispetto ai socialisti, ritenevano possibile e necessario un salto radicale, la rottura col capitalismo, l’occidente, la borghesia, gli agrari, e dunque col riformismo. Prendeva corpo il mito dell’ordine nuovo, dell’uomo nuovo, del mondo nuovo. Il comunismo era promessa di redenzione. E tuttavia la storia del comunismo fu storia di tradimenti, compromessi ed epurazioni. (…) Il Pci finì trent’anni fa, nel ’91, mentre finivano l’Urss e il Pcus, non prima.

Al comunismo si riconosce il beneficio delle buone intenzioni: i suoi massacri erano ispirati da valori umanitari e pacifisti. Ma più che una giustificazione o un’attenuante è un’aggravante: sterminare per il bene dell’umanità futura è aberrante. Ora si celebrano i cent’anni dell’italocomunismo separandolo dagli orrori del comunismo-regime in ogni luogo del mondo, dimenticando i finanziamenti sovietici, il servilismo verso Mosca e l’appoggio alle peggiori invasioni e la complicità/omertà sugli orrori.

Sopravvivono del vecchio Pci tre miti su tutti: Gramsci, la lotta partigiana e Berlinguer. Gramsci fu un lucido pensatore e pagò per le sue idee ma teorizzò in carcere un sistema più totalitario e liberticida di quello che lo aveva messo in prigione. E quando teorizzò una via nazionale al comunismo lo fece attenendosi alla lezione di Lenin sulla duttilità strategica per conquistare il potere.

I partigiani comunisti non miravano a instaurare la libertà e la democrazia ma la dittatura del proletariato sul modello di quella stalinista. E Berlinguer fu santificato perché ebbe “la fortuna”, come Gramsci, di non andare mai al potere. Lo strappo da Mosca fu faticoso e tardivo; e fu compiuto solo quando l’Urss era una gerontocrazia di burosauri, ormai in declino. “I comunisti che non andarono al potere meritano rispetto”, lo dice pure il “reazionario” Gomez Dàvila. Si deve rispetto ai comunisti i buona fede e a coloro che scontarono la loro idea sulla propria pelle e non su quella altrui. Ma lo stesso criterio vale per tutti, fascisti inclusi.

Caduto il comunismo, i suoi esuli abbracciarono il capitale e l’occidente. Sostituirono l’anticapitalismo e l’antiborghesia con l’antifascismo e l’antirazzismo, l’internazionalismo operaio con la globalizzazione, la difesa dei proletari con la difesa di gay, migranti e femministe. Il Pci mutò in partito radicale di massa, a guardia del politically correct e dell’establishment mondiale.

Cosa è vivo oggi del comunismo? La sua mentalità.

La sinistra dem, liberal e radical ha ereditato dal Pci la presunzione di diversità e superiorità; la pretesa di giudicare il mondo senza essere giudicati; il razzismo etico, forma aberrante di suprematismo; l’egemonia della casta, l’Intellettuale Collettivo che decreta i valori e i disvalori della società.

L’ideologia si è fatta etica e biopolitica. PC è ora la sigla di Politically Correct. Quel codice, derivato dal comunismo e dal giacobinismo, trasformò la sinistra in partito delle classi agiate, del potere global e degli apparati, degli intellettuali e dei magistrati.

Il comunismo reale è stato rimosso come se mai si fosse realizzato, attribuendo ogni nefandezza alle sue degenerazioni come lo stalinismo, concepita come bad company su cui scaricare le negatività. A differenza del nazismo e del fascismo si parla del comunismo come di un evento archeologico. Poi ti affacci, vedi la Cina che dilaga nel mondo e da noi la sinistra che comanda anche quando perde alle elezioni e capisci che non stai parlando di preistoria e dinosauri…

MARCELLO VENEZIANI, La Verità 17 gennaio 2021

 

sabato 17 ottobre 2020

IL NEMICO E’ LA FAMIGLIA

 Di Marcello Veneziani

(…) a tutto questo si aggiunge l’inversione della realtà adottata dai media su input delle istituzioni.


A cosa mi riferisco? Al fatto, per esempio, che la Madre di tutti i contagi sembra essere da qualche tempo la famiglia, la vita in casa, fino a ieri considerata rifugio di sicurezza. Vogliamo dire che non è la famiglia la Madre di tutti i mali, semmai è il danneggiato finale, la vittima terminale?

Perché il problema è a monte e si chiama trasporti pubblici o locali pubblici. È lì, in bus, in pullman, in metro, in treno, in aereo o nei bar e nei luoghi pubblici che si rischia il contagio e poi si porta a casa. Non il contrario. Ma siccome a livello pubblico si sono fatti solo ridicoli decreti ma nulla che migliori davvero le condizioni di trasporto in sicurezza, nulla sulle strutture e i mezzi, se non divieti caduti nel vuoto, allora tutto ricade sui singoli e sulle famiglie.

A ciò si aggiunge la serpeggiante ideologia grillo-sinistra secondo cui pubblico è bene, famiglia è male. E giù mazzate alla famiglia. Il ridicolo tetto sotto il tetto, ovvero massimo sei persone a tavola, il tam tam che i contagi si prendono in famiglia, magari a causa del sangue, delle eredità genetiche e della struttura autoritaria della famiglia…

Si capovolge non solo il lessico ma anche il senso delle parole: la mancanza di relazioni è una virtù, vivere da soli è un pregio, la famiglia è il luogo più insicuro e infido che esista. Da bambini ci insegnarono che esiste il passato remoto; ora è stato abolito e al suo posto c’è il presente remoto, ovvero essere presenti da remoto. Da bambini ci insegnarono che la famiglia è il focolare, ora è il focolaio, non luogo primario degli affetti ma degli infetti. La casa, da covo a covid.

È solo una coincidenza ma la campagna contro la famiglia con la sua delegittimazione come luogo principale di violenze, soprusi, abusi, ipocrisie; è male aiutare le famiglie per invogliarle a non abortire; libertà contro i “lacci” famigliari e naturali. Coincidenze, solo coincidenze.

E se la famiglia fosse un diversivo per non parlare di nove mesi passati nel vuoto a non migliorare la sanità, le strutture, i trasporti, le cure, e prevenire il previsto ritorno del covid? Nove mesi sotto il covid, e la bestia, a differenza degli umani, non abortisce…

MV, La Verità 16 ottobre 2020

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http://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-popolo-di-depressi-e-le-famiglie-ridotte-a-focolai/