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mercoledì 18 settembre 2024

UN MANIFESTO CONTRO LA VITA COMODA

 PAPA FRANCESCO INCONTRO INTERRELIGIOSO CON I GIOVANI

Singapore, Venerdì, 13 settembre 2024

(…)


La gioventù è coraggiosa e alla gioventù piace andare verso la verità. Fare cammino, fare creatività. E la gioventù deve stare attenta a non cadere in quello che tu hai detto, i “critici da salotto”, parole parole... Un giovane dev’essere critico. Un giovane che non critica non va bene. Ma dev’essere costruttivo nella critica, perché c’è una critica distruttiva, che fa tante critiche ma non fa una strada nuova. Io domando a tutti i giovani, ad ognuno: tu sei critico? Hai il coraggio di criticare e anche il coraggio di lasciarti criticare dagli altri? Perché, se tu critichi, l’altro critica te. Questo è il dialogo sincero tra i giovani.

I giovani devono avere il coraggio di costruire, di andare avanti e uscire dalle zone “confortevoli”. Un giovane che sceglie di passare sempre la sua vita in modo “confortevole” è un giovane che ingrassa! Ma non ingrassa la pancia, ingrassa la mente! Per questo dico ai giovani: “Rischiate, uscite! Non abbiate paura!”. La paura è un atteggiamento dittatoriale che ti rende paralitico, ti procura una paralisi. È vero che tante volte i giovani sbagliano, tante, e sarebbe bello che ognuno di noi, che ognuno di voi, giovani, pensaste: quante volte ho sbagliato? Ho sbagliato perché ho incominciato a camminare e ho fatto degli errori nel cammino. E questo è normale, l’importante è rendersi conto di aver sbagliato. Faccio una domanda, vediamo chi mi risponde di voi. Cosa è peggio? Sbagliare perché faccio un cammino o non sbagliare perché rimango chiuso in casa? Tutti, la seconda! Un giovane che non rischia, che ha paura di sbagliare è un vecchio! Capito? Voi avete parlato dei media, oggi ci sono tante capacità, tante possibilità di usare i media, il telefonino, la televisione. Io vi domando: è buono usare i media o non è buono? Pensiamo: un giovane che non usa i media, com’è quel giovane? Chiuso. Un giovane che vive totalmente schiavo dei media com’è quel giovane? È un giovane disperso. Tutti i giovani devono usare i media ma usare i media perché ci aiutino ad andare avanti, non perché ci rendano schiavi. Understood? Siete d’accordo o no?

Una delle cose che più mi ha colpito di voi giovani, di voi qui, è la capacità del dialogo interreligioso. E questo è molto importante, perché se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini. Understood? Ma per il dialogo interreligioso fra i giovani ci vuole coraggio. Perché l’età giovanile è l’età del coraggio, ma tu puoi avere questo coraggio per fare cose che non ti aiuteranno. Invece puoi avere coraggio per andare avanti e per il dialogo.


Una cosa che aiuta tanto è il rispetto, il dialogo. Io vi dirò una cosa. Non so se succede qui, in questa città, ma in altre città succede. Fra i giovani c’è una cosa brutta: bullying. Io domando a voi: chi è il più coraggioso o la più coraggiosa per dirmi cosa pensa del bullying? [alcuni giovani rispondono] Mi è piaciuto, ognuno ha dato una definizione con un aspetto diverso del bullying. Ma sempre, sia il bullying verbale sia il bullying fisico, sempre è un’aggressione. Sempre. E pensate, nelle scuole o nei gruppi giovanili o di bambini, il bullying lo fanno con coloro che sono più deboli. Per esempio, con un bambino o una bambina disabile. E noi abbiamo visto qui questo bel ballo con bambini disabili! Ognuno di noi ha le proprie abilità e le proprie disabilità. Tutti abbiamo abilità? [rispondono: “Yes!”] E tutti abbiamo qualche disabilità? [rispondono: “Yes!”] Anche il Papa? Yes, all, all! E come noi abbiamo le nostre disabilità, dobbiamo rispettare le disabilità degli altri. You agree? E questo è importante; perché dico questo? Perché superare queste cose aiuta in quello che voi fate, il dialogo interreligioso. Perché il dialogo interreligioso si costruisce con il rispetto degli altri. E questo è molto importante.

Qualche domanda? No? Io voglio ringraziare e ripetere quello che Raaj ci ha detto: fare tutto il possibile per mantenere un atteggiamento coraggioso e promuovere uno spazio in cui i giovani possono entrare e dialogare. Perché il vostro dialogo è un dialogo che genera un cammino, che fa strada. E se voi dialogate da giovani, dialogherete anche da grandi, da adulti, dialogherete come cittadini, come politici. E vorrei dirvi una cosa sulla storia: ogni dittatura nella storia, la prima cosa che fa è tagliare il dialogo.


Vi ringrazio di queste domande e sono contento di incontrare i giovani, incontrare questi coraggiosi, quasi “sfacciati”, sono bravi! Auguro che tutti voi giovani andiate avanti con speranza e non andiate indietro! Rischiate! Altrimenti cresce la pancia! God bless you and pray for me, I do for you.

E adesso, in silenzio, preghiamo gli uni per gli altri. In silenzio.

Che Dio benedica tutti noi. E quando passerà un po’ di tempo e voi non sarete più giovani, sarete grandi e sarete anche nonni, insegnate tutte queste cose ai bambini. God bless you and pray for me, don’t forget! But pray for, not against!

 

Riflessione del blog

È sacrosanto che ci voglia coraggio per dialogare e condurre buone battaglie. Ma il coraggio presuppone una certa sicurezza di sé e una saldezza di convinzioni. Il rispetto per tutte le fedi è fondamentale e imprescindibile, ma resta che ogni fede è convinta di essere quella giusta. Bergoglio ha senz’altro semplificato per farsi meglio comprendere dai giovani, e probabilmente quello che gli interessa di più era invitare al reciproco riconoscimento di valore. Confrontarsi, dialogare accogliere l’altro non devono portare all’eliminazione delle differenze. Anzi sono proprio differenze limiti e confini a rendere possibile il confronto sempre agonistico e mai antagonistico. E allora si, ci sono tante vie diverse. Una però è quella giusta  (anche se ognuno è convinto forse sbagliando che sia la sua).

E l’ultima frase, che sembra giocosa, mette in evidenza tutte le preoccupazioni del Papa: don’t forget! But pray for, not against! E lo rende sempre più vicino al nostro cuore.

martedì 28 maggio 2024

SPES NON CONFUNDIT

 Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell'Anno 2025

FRANCESCO

VESCOVO DI ROMA SERVO DEI SERVI DI DIO A QUANTI LEGGERANNO QUESTA LETTERA LA SPERANZA RICOLMI IL CUORE

1. «Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm 5,5). Nel segno della speranza l’apostolo Paolo infonde coraggio alla comunità cristiana di Roma. La speranza è anche il messaggio centrale del prossimo Giubileo, che secondo antica tradizione il Papa indice ogni venticinque anni. Penso a tutti i pellegrini di speranza che giungeranno a Roma per vivere l’Anno Santo e a quanti, non potendo raggiungere la città degli apostoli Pietro e Paolo, lo celebreranno nelle Chiese particolari. Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza (cfr. Gv 10,7.9); con Lui, che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale «nostra speranza» (1Tm 1,1).

Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni. 

(…)

21. Cosa sarà dunque di noi dopo la morte? Con Gesù al di là di questa soglia c’è la vita eterna, che consiste nella comunione piena con Dio, nella contemplazione e partecipazione del suo amore infinito. Quanto adesso viviamo nella speranza, allora lo vedremo nella realtà. Sant’Agostino in proposito scriveva: «Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te».  Cosa caratterizzerà dunque tale pienezza di comunione? L’essere felici. La felicità è la vocazione dell’essere umano, un traguardo che riguarda tutti.

Ma che cos’è la felicità? Quale felicità attendiamo e desideriamo? Non un’allegria passeggera, una soddisfazione effimera che, una volta raggiunta, chiede ancora e sempre di più, in una spirale di avidità in cui l’animo umano non è mai sazio, ma sempre più vuoto. Abbiamo bisogno di una felicità che si compia definitivamente in quello che ci realizza, ovvero nell’amore, così da poter dire, già ora: «Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi». Ricordiamo ancora le parole dell’Apostolo: «Io sono […] persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).

22. Un’altra realtà connessa con la vita eterna è il giudizio di Dio, sia al termine della nostra esistenza che alla fine dei tempi. (…) Il giudizio, quindi, riguarda la salvezza nella quale speriamo e che Gesù ci ha ottenuto con la sua morte e risurrezione. Esso, pertanto, è volto ad aprire all’incontro definitivo con Lui. E poiché in tale contesto non si può pensare che il male compiuto rimanga nascosto, esso ha bisogno di venire purificato, per consentirci il passaggio definitivo nell’amore di Dio. Si comprende in tal senso la necessità di pregare per quanti hanno concluso il cammino terreno, solidarietà nell’intercessione orante che rinviene la propria efficacia nella comunione dei santi, nel comune vincolo che ci unisce in Cristo, primogenito della creazione. Così l’indulgenza giubilare, in forza della preghiera, è destinata in modo particolare a quanti ci hanno preceduto, perché ottengano piena misericordia. (…)

Il giudizio, quindi, riguarda la salvezza nella quale speriamo e che Gesù ci ha ottenuto con la sua morte e risurrezione. Esso, pertanto, è volto ad aprire all’incontro definitivo con Lui. E poiché in tale contesto non si può pensare che il male compiuto rimanga nascosto, esso ha bisogno di venire purificato, per consentirci il passaggio definitivo nell’amore di Dio. Si comprende in tal senso la necessità di pregare per quanti hanno concluso il cammino terreno, solidarietà nell’intercessione orante che rinviene la propria efficacia nella comunione dei santi, nel comune vincolo che ci unisce in Cristo, primogenito della creazione. Così l’indulgenza giubilare, in forza della preghiera, è destinata in modo particolare a quanti ci hanno preceduto, perché ottengano piena misericordia.

23. L’indulgenza, infatti, permette di scoprire quanto sia illimitata la misericordia di Dio. Non è un caso che nell’antichità il termine “misericordia” fosse interscambiabile con quello di “indulgenza”, proprio perché esso intende esprimere la pienezza del perdono di Dio che non conosce confini. (…)

Il Sacramento della Penitenza ci assicura che Dio cancella i nostri peccati. Ritornano con la loro carica di consolazione le parole del Salmo: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. […] Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. […] Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe» (Sal 103,3-4.8.10-12). La Riconciliazione sacramentale non è solo una bella opportunità spirituale, ma rappresenta un passo decisivo, essenziale e irrinunciabile per il cammino di fede di ciascuno. Lì permettiamo al Signore di distruggere i nostri peccati, di risanarci il cuore, di rialzarci e di abbracciarci, di farci conoscere il suo volto tenero e compassionevole. Non c’è infatti modo migliore per conoscere Dio che lasciarsi riconciliare da Lui (cfr. 2Cor 5,20), assaporando il suo perdono. Non rinunciamo dunque alla Confessione, ma riscopriamo la bellezza del sacramento della guarigione e della gioia, la bellezza del perdono dei peccati!

Tuttavia, come sappiamo per esperienza personale, il peccato “lascia il segno”, porta con sé delle conseguenze: non solo esteriori, in quanto conseguenze del male commesso, ma anche interiori, in quanto «ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio». [18] Dunque permangono, nella nostra umanità debole e attratta dal male, dei “residui del peccato”. Essi vengono rimossi dall’indulgenza, sempre per la grazia di Cristo, il quale, come scrisse San Paolo VI, è «la nostra “indulgenza”». [19] La Penitenzieria Apostolica provvederà ad emanare le disposizioni per poter ottenere e rendere effettiva la pratica dell’Indulgenza Giubilare.

Tale esperienza piena di perdono non può che aprire il cuore e la mente a perdonare. Perdonare non cambia il passato, non può modificare ciò che è già avvenuto; e, tuttavia, il perdono può permettere di cambiare il futuro e di vivere in modo diverso, senza rancore, livore e vendetta. Il futuro rischiarato dal perdono consente di leggere il passato con occhi diversi, più sereni, seppure ancora solcati da lacrime. (…)

Il giudizio, quindi, riguarda la salvezza nella quale speriamo e che Gesù ci ha ottenuto con la sua morte e risurrezione. Esso, pertanto, è volto ad aprire all’incontro definitivo con Lui. E poiché in tale contesto non si può pensare che il male compiuto rimanga nascosto, esso ha bisogno di venire purificato, per consentirci il passaggio definitivo nell’amore di Dio. Si comprende in tal senso la necessità di pregare per quanti hanno concluso il cammino terreno, solidarietà nell’intercessione orante che rinviene la propria efficacia nella comunione dei santi, nel comune vincolo che ci unisce in Cristo, primogenito della creazione. Così l’indulgenza giubilare, in forza della preghiera, è destinata in modo particolare a quanti ci hanno preceduto, perché ottengano piena misericordia. (…)

Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo, al quale va la lode e la gloria ora e per i secoli futuri.

Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, il 9 maggio, Solennità dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, dell’Anno 2024, dodicesimo di Pontificato.

https://www.vatican.va/content/francesco/it/bulls/documents/20240509_spes-non-confundit_bolla-giubileo2025.html

 

 

 

venerdì 24 maggio 2024

“QUELLO CHE MI STUPISCE , DICE DIO, E’ LA SPERANZA”

La domanda, le attese e le risposte dell'uomo a confronto in due opere poetiche che si misurano col Destino

1. “Nulla è in regalo, tutto è in prestito”. Wislava Szymborska con la sua abilità nel tessere parole e significati, dipinge un ritratto implacabile del nostro rapporto con l’esistenza: l’idea che nulla ci sia concesso gratuitamente, che tutto sia in prestito, in un inventario della vita. La voce mancante nell’inventario, l’”anima”, diventa il veicolo attraverso il quale esprimiamo la nostra domanda, la nostra attesa e le nostre speranze.


NULLA È IN REGALO, TUTTO È IN PRESTITO.

Masaccio, Cappella Brancacci
Cacciata dal Paradiso
Nulla è in regalo, tutto è in prestito
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
Come me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
E’ così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
Mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
Tra una folla di debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
Di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
Ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un prduncolo
Da conservare per sempre.
L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
Dove, quando e perché
Ho permesso che aprissero
Questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso
La chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
Che manca nell’inventario.

 

2. "PRIMA CHE SORGA L'ALBA, VEGLIAMO NELL'ATTESA: TACE IL CREATO E CANTA NEL SILENZIO IL MISTERO" (INNO DELLE LODI DEL GIOVEDÌ).

Non c'è una descrizione che, più di questa, scrive don Giussani, definisca il nostro stato, lo stato di uno che ha fatto un incontro, crede e non capisce ancora, non vede ancora, non riesce ancora, perché occorre un tempo.

Il tempo è uno strumento di Dio per la sua creazione.  La materia è tempo e spazio. È lo Spirito che crea la materia e poi investe quello che ha creato con la sua forza assoluta; lo Spirito che è di Cristo, perché lo Spirito del Mistero di Dio, del Verbo di Dio, si è totalmente tradotto nell'energia di quell'Uomo, nel pensiero e nella volontà di quell'Uomo, nato da una donna vergine.

 

PRIMA CHE SORGA L’ALBA, VEGLIAMO NELL’ATTESA

 

James Ensor "Christ calming the storm"(1891)
Museum of Fine Arts, Ostense, Belgium
Prima che sorga l'alba,
vegliamo nell'attes
tace il creato e canta
nel silenzio il mistero.

Il nostro sguardo cerca
un volto, nella notte;
dal cuore a Dio s'innalza 
più puro il desiderio.

E mentre, lieve, l'ombra
cede al chiaror nascente,
fiorisce la speranza
del giorno che non muore.

Presto l'aurora in cielo
ci inonderà di luce;
la tua misericordia,
o Padre, ci dia vita.

E questo nuovo giorno,
che l'alba per noi schiude,
dilati in tutto il mondo
il regno del tuo Figlio.

A te, o Padre santo,
all'unico tuo Verbo,
all'infinito Amore,
sia lode in ogni tempo. Amen.

 

venerdì 19 aprile 2024

«UN INCONTRO CHE ACCADE, SEMPRE, DI NUOVO»

L'omelia del cardinale Kevin Joseph Farrell alla messa durante gli Esercizi della Fraternità di CL

Kevin Joseph Farrell* Rimini 13.04.2024

Cari fratelli e sorelle, nella letizia del tempo pasquale e nel contesto dei vostri Esercizi spirituali, abbiamo la gioia di vivere l'incontro con il Signore Gesù presente nell'Eucarestia. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla proprio di questo incontro.
(…)

Così è sempre l'incontro con Gesù. È un incontro che porta salvezza, che sottrae la vita alla forza oscura della disperazione, del male, del peccato, del non senso. È un incontro che ci riporta alla "terra ferma", cioè alla certezza che la vita poggia su un fondamento solido perché trae origine da un atto generativo di Dio, è accompagnata dal Suo paterno e provvidenziale aiuto ed è orientata ad un destino buono. Il "ritorno a Cafarnao", cioè alla normalità quotidiana, che per noi, come per gli Apostoli, corre il rischio di trasformarsi in una crisi, grazie all'incontro con Gesù viene trasformato: non è più il ritorno alla banalità di una esistenza senza Dio, dispersa in faccende di poco conto, ma l'inizio di una nuova fase della missione, che apre a nuove grazie e a nuove rivelazioni, come narra il seguito del Vangelo.

Carissimi, questo Vangelo rinsalda la nostra speranza. L'incontro con Gesù che ha illuminato e dato senso alla nostra vita non rimane un evento isolato nel passato. No! Accade sempre di nuovo. Anche ora! Anche in questi giorni di Esercizi! Forse alcuni sono venuti qui con il buio e la solitudine nel cuore, ma torneranno a casa con la luce e la gioia della comunione ritrovata in Cristo. La Chiesa, la comunità dei credenti, è l'ambiente "umano e divino", voluto dal Signore, dove questo evento di grazia può sempre accadere. E, nella Chiesa, proprio i carismi suscitati dallo Spirito Santo sono il luogo particolare dove l'incontro con Cristo diventa più facilmente accessibile agli uomini. Anche il carisma di Comunione e Liberazione è stato donato da Dio alla Chiesa perché gli uomini possano incontrare nelle notti della loro esistenza la consolante presenza di Cristo. Il vostro carisma, come gli altri nel passato, deve far uscire dal passato e dalla dimenticanza la risurrezione di Cristo nostro Salvatore e renderla vicina e sperimentabile ad ogni uomo.

Claude Monet: Impression, Sunrise, 1872, Parigi

A questo compito altissimo siete chiamati tutti e per questo avete ricevuto una formazione cristiana. A questo vi spinge li vostro carisma. È di vitale importanza perciò conservare l'unità della compagnia spirituale che lo Spirito Santo ha creato fra voi. Nel Vangelo si descrivono i discepoli che insieme, come un corpo solo, accolgono Gesù nella barca. Anche il Santo Padre, nella sua ultima lettera a voi indirizzata nella persona del Presidente, vi ha esortato ad aver cura dell'unità. È un dono da invocare nella preghiera e da realizzare con la vita, praticando l'umiltà, mettendo in secondo piano il desiderio di affermazione di sé e delle proprie vedute, rinunciando ad identificare il carisma con le proprie convinzioni o, peggio ancora, con la propria persona, perché il carisma è sempre più grande di una sola idea, è sempre più grande di un individuo solo, è sempre più grande di una generazione sola o di una stagione storica sola, fosse anche quella degli inizi. Il carisma è più grande anche del fondatore che lo ha accolto a vantaggio di tutta la Chiesa.

Supplichiamo dunque il Signore perché, in questi giorni, tutti siate consolati da un nuovo incontro con Cristo risorto e siate annunciatori e portatori di pace in mezzo a tanti conflitti e tensioni che affliggono il mondo. Preghiamo perché la Fraternità di Comunione e Liberazione rimanga sempre un luogo benedetto di scoperta della bellezza della fede per migliaia di persone e che sia custodita nell'unità per portare avanti la missione che il Signore le affida. Per tutto questo invochiamo l'aiuto di Maria, Madre della Speranza, protettrice dell'unità della Chiesa. Amen.

*Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

Leggi tutta l'omelia qui

https://it.clonline.org/news/chiesa/2024/04/13/omelia-farrell-esercizi-fraternita


sabato 13 aprile 2024

DAGLI ESERCIZI DELLA FRATERNITA' DI RIMINI 2024: LA SPERANZA


SPERANZA

La speranza è una certezza nel futuro

in forza di una realtà presente.

Perciò è la presenza di Cristo,

resa nota dalla memoria,

che ci rende certi del futuro.

Ed è possibile allora un cammino senza sosta,

un tendere senza limiti,

a partire dalla certezza che Lui,

come possiede la storia,

si manifesterà in essa.

(MANIFESTO DI PASQUA 1996)

 

Una sintesi elementare è importante, perché valorizza tutto quello che abbiamo detto sulla speranza e impedisce che noi si abbia a nous égarer, a sviarci.

Primo. C'è una presenza, la vita dell'uomo ha una presenza, ha dentro di sé una presenza: la presenza delle persone e delle cose. Queste presenze esercitano un'attrattiva, per cui l'animo dell'uomo parte coi desideri che costituiscono la molla d'ogni suo dinamismo. L'uomo non è una «gattamorta». Le attrattive di questa presenza suscitano gli ideali della vita: la bellezza, la verità, la creatività, il lavoro (la creatività è il lavoro). Tutto l'attaccarsi che l'uomo fa a questi ideali - si attacca, l'uomo, a questi ideali - e, perciò, la stima che porta ai suoi desideri, lo accecano sulla provvisorietà di essi: l'uomo non vede che tutti questi sono dei segni, dei segni lungo la strada.

Secondo. Accadde una presenza, la presenza del Verbo di Dio fatto uomo nelle viscere di Maria. Si tratta della presenza di Colui di cui sono fatte tutte le persone e le cose, si tratta di Colui che ha creato il mondo, perciò tutte le realtà create son segno di Lui, trovano la propria verità (altrimenti sono menzogna) e il proprio compimento (altrimenti sono vane) in Lui. Tutti gli ideali destati lungo il cammino sono in funzione di Lui, l'Ideale; i desideri dell'uomo sono veri ed efficaci solo se vissuti in funzione del desiderio di Lui. Le esperienze dell'amore, della ricerca del vero, della fecondità, della costruttività sono moduli per addentrarsi nell'esperienza del Suo mistero: questo è l'ideale della vita dell'uomo dopo che Egli è venuto per rimanere fino al giorno della Sua gloria.

Ma vivere questa attesa è la speranza d'ogni speranza.

Terzo. Egli, perciò, deve entrare a determinare tutti i tentativi in cui la speranza umana - è il motore, la speranza! - cerca l'esperienza suprema, ultima, che rende cento volte più esaltanti gli anticipi che sono le esperienze umane solite. Una capacità di familiarità o amorosità con Cristo, un incremento del valore del lavoro, una esaltazione dell'affetto, un protagonismo storico come creazione del popolo di Dio: queste sono le conseguenze.

Quarto. L'errore rimane come dolore, non è una obiezione: «Tutto questo non è mai esistito: Egli solo è».(Milosz)

Realmente, pensiero, cuore... tutta la nostra capacità di rapporto, quasi insensibilmente, centra su Cristo: «Egli solo è». Non solo non è l'esclusione di mio padre e mia madre, ma è l'assunzione, nella esaltazione di Cristo, di mio padre e di mia madre; mio padre e mia madre entrano con Lui, nella sua figura; la persona più amata entra nella sua figura, al cuore, al centro della sua figura.

Quinto. Il luogo di questo avvenimento è una compagnia ecclesiale; ecclesiale vuol dire gente che si mette insieme per questo: per Cristo. La nostra compagnia è solo amicizia. La nostra compagnia è solo amicizia e, con l'augurio che diventiamo sempre più amici, andiamo a mangiare.

LUIGI GIUSSANI

“Si può (veramente) vivere così?”pag.265 segg. BUR 1996

mercoledì 6 marzo 2024

IN MARGINE A UN FUNERALE…

1 MARZO 2024 CERIMONIA FUNEBRE PER ALEXEI NAVAL'NY CHIESA DELL'ICONA DELLA MADRE DI DIO A MARYENO, SUD EST DI MOSCA

 


Vi hanno raccontato che Naval’nyj sapeva raccogliere solo giovani e marginali.

Non credetegli: credete a quello che avete visto; e al suo funerale abbiamo visto una folla sterminata di giovani e vecchi, la ragazzina di neanche ventanni e lanziana signora che ne denunciava apertamente novanta. 

Vi hanno raccontato che erano estremisti, partigiani dellateismo e dellimmoralismo occidentale.

Non credetegli: credete a quello che potete leggere e ascoltare; leggete quello che Navalnyj diceva dellodio, della fede e della paura.

In prigione, l11 agosto scorso, scriveva: «Lodio è la cosa principale che bisogna vincere in prigione. Sono tante le ragioni per odiare e la vostra stessa impotenza è un potente catalizzatore dellodio. Quindi, se lo lasciate crescere, vi divorerà e vi consumerà sino alla fine».

Nellimminenza della Pasqua del 2014 diceva che «è la festa della cosa più importante che ci sia. La festa dellinevitabile trionfo del Bene sul male. La festa della speranza. La festa della fede in un futuro migliore».

Della paura, in una foto che resterà nel tempo, abbiamo tutti visto cosa pensava: «Io non ho paura. Non abbiatene neanche voi!».

E nel diario di prigionia, il 2 giugno 2021, scriveva: «Ancora una volta, vorrei ricordarlo a tutti: questo potere disgustoso e bugiardo rimane debole e vigliacco. Continuerà a divorare le persone, una per una, una dopo laltra, per spaventare tutti. Ed è appunto di questi tuttiche ha tremendamente paura. Ma finché questi tutti, che sono forti, lo temono e tacciono rispettando le regole stabilite, il potere non si fermerà. Ingoierà tutto, ancora e ancora. Persone, famiglie, la ricchezza del nostro paese, il nostro futuro. Si nutre della nostra paura. Non alimentatelo!».

Vi faranno dotti discorsi il cui centro sarà esattamente la paura con la quale ogni giorno siamo minacciati, la difesa di una fede che da due anni sta benedicendo una guerra di aggressione, lintolleranza per qualsiasi forma di diversità.

Non credetegli: credete alla sofferenza della gente che, come diceva Oleg Orlov prima di essere condannato, è gettata in prigione e viene uccisa «per aver protestato contro lo spargimento di sangue in Ucraina, per aver voluto che la Russia diventasse uno Stato democratico e florido e non una minaccia per il mondo».

Credete a chi vi implora di capire che potrà iniziare un cammino di riconciliazione solo «quando ci sarà qualcuno che la smetterà di distruggermi».

Credete a chi vi testimonia che «Cristo non vince soltanto il male: ne vince la vittoria»nonostante tutto!

Credete a chi continua a sognare la «bellissima Russia del futuro» e, seppellendo un uomo che non si era sottratto al proprio senso di responsabilità, ancora ieri scandiva: «Il bene avrà sempre la meglio sul male».

La cosa riguarda anche noi, la nostra voglia di credere ai discorsi invece che alla realtà, la nostra voglia di credere al potere che vuole dominare ogni cosa invece che al «miracolo della vita» che ci sorprende sempre.

Adriano Dell’Asta

È docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana

mercoledì 10 gennaio 2024

L’ANNO CHE VERRA’

 INTERVISTA DI CRISTINA UGUCCIONI A PADRE MAURO LEPORI

Padre Mauro Giuseppe Lepori, Ticinese, è abate generale dell’Ordine Cistercense e vicepresidente dell’Unione dei Superiori Generali.

Padre Mauro Lepori
«Si può vivere con speranza? Sì, educando lo sguardo.»

Abate Lepori, con quali occhi guardare l’anno appena cominciato?

«Occorre guardarlo con speranza. Certo, il mondo è ferito da violenze efferate e indubbiamente molte aspettative personali e collettive sono andate deluse. Ma le aspettative spesso vengono deluse perché attendono sempre qualcosa basandosi su realtà non ancora presenti: le aspettative, in fondo, non sono che sogni. Invece la speranza cristiana è un’attesa fondata su realtà che sono già presenti e che gli occhi della fede possono scorgere: Dio c’è, si è fatto uomo, ci crea e ci ama di amore eterno, è Padre, il Suo grembo è il nostro destino. Spesso, fissandoci sulle aspettative, finiamo per non vedere i segni di speranza che ci circondano. Guardando con attenzione possiamo scoprire che sempre, anche in situazioni tragiche, ci sono fatti e persone che danno consistenza alla speranza, che fanno vivere il momento presente con speranza ossia attendendo una pienezza che ci è già data e alla quale dobbiamo soltanto permettere di manifestarsi e compiersi nella nostra vita e nel mondo».

Esiste una dimensione poetica della vita? E quali tratti possiede?

«Sì, esiste. La definirei come quello sguardo, quel sentimento (a volte inconscio o difficile da esprimere) che intuisce nella realtà la bellezza profonda di qualcosa di immensamente più grande. È la sensibilità per la bellezza sentita come un bene che ci supera e che allo stesso tempo ci appartiene perché ci è già dato. La dimensione poetica non è un sentimento romantico che sogna ciò che è assente. È una dimensione del cuore, che è fatto per l’infinito e riesce a scorgere che la realtà è segno dell’infinito. A me affascina sempre scoprire come può essere bello un qualsiasi dettaglio della realtà: se si osserva con attenzione, si scopre che nelle situazioni più diverse è sempre possibile cogliere una bellezza, un’armonia, una originalità. E poi c’è la bellezza delle persone: a volte, quando cammino in mezzo alla folla, sto attento ai volti pensando che dietro a ognuno di essi c’è una storia, una vita con i suoi drammi, le sue gioie, i suoi incanti, c’è una unicità stupefacente, un mistero. La realtà ha una densità che il cuore intuisce».

È una densità che ha senso.

«Sì. C’è una domanda che tutti gli esseri umani si pongono: che senso ha la vita? Il senso è definito dall’origine e dal fine, come il fiume dalla sorgente e dal mare. Una cosa è pensare – non senza disperazione (riconosciuta o inconsapevole) – di venire dal nulla e finire nel nulla, altra cosa è scoprire che il senso c’è perché tutto (noi stessi, gli altri, il mondo) è stato creato per amore da Dio e tornerà nel Suo grembo. Gesù è venuto proprio a rivelarci questo. Tale senso può essere colto anche nei frammenti della vita, degli accadimenti, dei rapporti. Essere coscienti che una persona è stata creata per amore da Dio e a Lui è destinata influisce sul rapporto che avremo con lei: non potremo ridurla a come appare, ai suoi difetti, ai suoi errori, e staremo attenti a non strumentalizzarla. Ogni persona è un tempio sacro».

Come si educa a scoprire la dimensione poetica della vita? 

«Ogni essere umano possiede per natura questa dimensione. I bambini si stupiscono di fronte alla bellezza, alla densità delle cose e delle persone. Poi, crescendo, il loro sguardo perde questa capacità di lasciarsi incantare. È questa, in fondo, la traccia in noi del peccato originale: Adamo ed Eva avevano con il Signore un rapporto limpido e grato per tutto, poi si sono concentrati su un solo frutto, su una sola cosa che ha spento il loro stupore di fronte a tutto il resto. E così tutto è diventato negativo e faticoso. Il peccato originale rovina la dimensione poetica del cuore dell’uomo, ma non la estirpa. Per farla emergere bisogna educare al silenzio: è necessario imparare a fermarsi per permettere alla realtà di rivelarci che è fatta per l’infinito. Purtroppo viviamo in società dominate dal rumore: suoni, immagini, informazioni, stimoli emotivi non ci danno tregua. In questo caos diventa difficile ascoltare ciò che abita nella profondità del cuore umano e della storia, la quale non è costituita solo da un susseguirsi di lotte per il potere e per il denaro, ma da una umanità che viene da Dio e va a Dio».

La gratuità appartiene a questa dimensione poetica.

«Sì: questa dimensione è infatti la percezione della gratuità dell’essere. Ed è questo che va scoperto per vivere umanamente e anche per godere della vita: il consumare non appaga veramente perché, consumando, si resta subito delusi dal finire del godimento. Invece, la contemplazione delle cose e delle persone nella loro dimensione di gratuità e di dono assicura una pienezza del cuore che non finisce perché sempre rimanda a Colui che ce le dona. Gesù viveva così. Era capace di godere anche delle più piccole cose – gli uccellini, i gigli nei campi, i due spiccioli offerti al tempio da una povera vedova – perché in esse vedeva un segno, un riflesso dell’amore del Padre. È questa la grande dimensione poetica che Gesù è venuto a rivelarci: c’è un Padre che ci crea per amore e che per amore ci dona cose buone, tutte segno dell’amore di Lui. Fra me e la mia stessa vita c’è Qualcuno che me la dona: diventare consapevoli di ciò significa diventare consapevoli della bontà intrinseca della vita e del fatto che nulla, neppure la morte, potrà togliermela, poiché essa ha in Dio la sua origine e il suo destino».

Può proseguire la riflessione sullo sguardo di Gesù?

Penso a come Gesù guardava le persone: non le riduceva ai loro peccati o alla loro vita disordinata. Guardava ogni persona come un dono ricevuto dal Padre, un dono da accogliere e da riconsegnare al Padre. Ogni persona per Lui era un mistero che lo riempiva di gratitudine e di stupore: lo stupore eterno fra il Padre e il Figlio che, nello Spirito, mettono al mondo creature che sono altro da sé. Gesù diceva: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29): la mitezza e l’umiltà sono il modo divino, e quindi veramente umano, di accogliere le persone e la realtà nella loro dimensione di dono. Purtroppo oggi molti giovani pensano di valere poco o fanno dipendere il loro valore dal consenso ottenuto sui social. Hanno disperatamente bisogno di essere raggiunti da uno sguardo così, da uno sguardo che li riconosce come un dono prezioso, che vede in loro la dignità assoluta di essere voluti e amati per sempre da Dio. Raggiunti da questo sguardo che li rende consapevoli del loro autentico valore, potranno poi, a loro volta, guardare gli altri allo stesso modo, con delicatezza e rispetto. La fraternità si edifica scoprendosi figli amati da Dio».

https://www.catt.ch/newsi/labate-mauro-giuseppe-lepori-si-puo-vivere-con-speranza-si-educando-lo-sguardo/


mercoledì 6 dicembre 2023

DI FRONTE AL MALE UN’INDICIBILE SPERANZA

 Funerale di Giulia Cecchettin

(…)

 Viviamo un tempo strano in cui si pensa che il male si possa cancellare con la tecnica, si possa abolire con la legge, si possa anestetizzare con le rivendicazioni: i Cecchettin, che sono una famiglia cattolica e che da cattolici stanno vivendo tutta questa tempesta, mostrano a tutti che il risentimento dei primi giorni non basta, che le parole infuocate della sorella nella prime ore del delitto non sono sufficienti, che “bruciare tutto” non riporta indietro nessuno. Il male, in fondo lo sappiamo tutti, ha bisogno di dolore, di un pianto in cui tutti ci possiamo riconoscere. Nel male che fa la morte, nel male che fa il peccato, nel male che fa il femminicidio; ma anche nel male che fa la guerra, che fanno i litigi di ogni giorno, i tradimenti, i pettegolezzi sprezzanti, bisogna anzitutto concedersi di provare dolore, di sentire dolore, di abitare il dolore.È solo così che è possibile sperimentare l’inaudito, ossia che quel dolore non è soltanto l’eco di una morte, ma l’anticamera di una nuova vita, di qualcosa che ricomincia.

Lo ha detto il vescovo di Padova parlando di una “nuova pace fra uomo e donna”, lo ha detto il papà Gino parlando di un rinnovato impegno perché l’educazione non sia un tema di secondo piano nelle agende dei politici, ma diventi una priorità per il Paese (“ A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli i valori del sacrificio e dell'impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte, creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce il dialogo, perché così è possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all'amore vero che cerca solo il bene dell'altro), lo ha detto la sorella Elena immaginandosi Giulia con la mamma in cielo a contendersi con complicità una pallina di gelato.

In quel funerale pieno di dolore è sembrato che, ad un certo punto, il sentimento composto dell’addio lasciasse spazio a qualcos’altro, a qualcosa di indicibile.

Lo ha sussurrato papà Gino: forse io “non so pregare, ma so sperare”. E la speranza di cui quest’uomo parlava non coincide con la speranza che la morte di Giulia possa arginare tutto il male del mondo, che quel delitto possa essere l’ultimo della storia umana. Nel dolore – infatti – non sorgono mai soluzioni, ma intuizioni. Ed è difficile ammettere l’intuizione profonda che quella morte ha portato al cuore di molti; l’unico che l’ha detta – per un istante – è stato il Vescovo al termine dell’omelia, quando ha parlato di pace per il cuore del carnefice.

Sembra impossibile parlare di questo, con un processo ancora da fare, con altri particolari ancora da scoprire, con tanto orrore ancora da attraversare, ma l’unica speranza, l’unica intuizione in quel mare di dolore, è che possa esistere un perdono.

È come se tutti sapessero, in fondo, che l’orrore scatenato da un cuore cattivo – cattivo nel senso latino del termine: prigioniero del male – termina solo quando quel cuore si libera, quando quel cuore incontra un amore, incontra un Bene più grande. Così, ha senso dire che passeranno gli anni, molti anni, e che certamente ci dovrà essere una giusta pena. Ma che tutto questo male, tutto questo orrore, potrà finire solo con l’amore. È paradossale, ma il saluto a Giulia, che è iniziato a Padova, potrà compiersi soltanto in una cella di Verona: è lì che si gioca la vera partita. La partita del pentimento sincero, del ravvedimento operoso, di una libertà e di una coscienza ferita per sempre. Tutto il male che comincia, ed è questo il punto, non può finire mai sulla ghigliottina. 

Ma solo tra le braccia spalancate del Nazareno sulla croce.

Federico Pichetto

 

venerdì 12 maggio 2023

IL SANTO PADRE FRANCESCO AGLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

Auditorium di Via della Conciliazione Venerdì, 12 maggio 2023

Signora Presidente del Consiglio,
distinte Autorità e Rappresentanti della società civile,
cari amici, fratelli, caro amico Gigi,


mi scuso di non parlare in piedi, ma non tollero il dolore quando sono in piedi. Saluto tutti voi e vi ringrazio per il vostro impegno. Grazie a Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la Natalità, per le sue parole e per l’invito, perché credo che il tema della natalità sia centrale per tutti, soprattutto per il futuro dell’Italia e dell’Europa. Vorrei dare soltanto due “fotografie” che sono successe qui in Piazza [San Pietro]. Due settimane fa, il mio segretario era in Piazza e veniva una mamma con la carrozzina. Lui, un prete tenero, si è avvicinato per benedire il bambino… era un cagnolino! Quindici giorni fa, all’Udienza del mercoledì, io andavo a salutare, e sono arrivato davanti a una signora, cinquantenne più o meno; saluto la signora e lei apre una borsa e dice: “Me lo benedice, il mio bambino”: un cagnolino! Lì non ho avuto pazienza e ho sgridato la signora: “Signora, tanti bambini hanno fame, e lei con il cagnolino!”. Fratelli e sorelle, queste sono scene del presente, ma se le cose vanno così, questa sarà l’abitudine del futuro, stiamo attenti.

La nascita dei figli, infatti, è l’indicatore principale per misurare la speranza di un popolo. Se ne nascono pochi vuol dire che c’è poca speranza. E questo non ha solo ricadute dal punto di vista economico e sociale, ma mina la fiducia nell’avvenire. Ho saputo che lo scorso anno l’Italia ha toccato il minimo storico di nascite: appena 393 mila nuovi nati. È un dato che rivela una grande preoccupazione per il domani. Oggi mettere al mondo dei figli viene percepito come un’impresa a carico delle famiglie. E questo, purtroppo, condiziona la mentalità delle giovani generazioni, che crescono nell’incertezza, se non nella disillusione e nella paura. Vivono un clima sociale in cui metter su famiglia si è trasformato in uno sforzo titanico, anziché essere un valore condiviso che tutti riconoscono e sostengono. Sentirsi soli e costretti a contare esclusivamente sulle proprie forze è pericoloso: vuol dire erodere lentamente il vivere comune e rassegnarsi a esistenze solitarie, in cui ciascuno deve fare da sé. Con la conseguenza che solo i più ricchi possono permettersi, grazie alle loro risorse, maggiore libertà nello scegliere che forma dare alle proprie vite. E questo è ingiusto, oltre che umiliante.

Forse mai come in questo tempo, tra guerre, pandemie, spostamenti di massa e crisi climatiche, il futuro pare incerto. Amici, è incerto; non solo pare, è incerto. Tutto va veloce e pure le certezze acquisite passano in fretta. Infatti, la velocità che ci circonda accresce la fragilità che ci portiamo dentro. E in questo contesto di incertezza e fragilità, le giovani generazioni sperimentano più di tutti una sensazione di precarietà, per cui il domani sembra una montagna impossibile da scalare. La Signora Presidente del Consiglio ha parlato della “crisi”, parola chiave. Ma ricordiamo due cose della crisi: dalla crisi non si esce da soli, o usciamo tutti o non usciamo; e dalla crisi non si esce uguali: usciremo migliori o peggiori. Ricordiamo questo. Questa è la crisi di oggi. Difficoltà a trovare un lavoro stabile, difficoltà a mantenerlo, case dal costo proibitivo, affitti alle stelle e salari insufficienti sono problemi reali. Sono problemi che interpellano la politica, perché è sotto gli occhi di tutti che il mercato libero, senza gli indispensabili correttivi, diventa selvaggio e produce situazioni e disuguaglianze sempre più gravi.

Alcuni anni fa, ricordo un aneddoto di una coda davanti a una compagnia di trasporti, una coda di donne che cercavano lavoro. Ad una avevano detto che toccava a lei…; presenta i dati… “Va bene, lei lavorerà undici ore al giorno, e lo stipendio sarà di 600 (euro). Va bene?”. E lei: “Ma come, ma con 600 euro… 11 ore… non si può vivere…” – “Signora, guardi la coda, e scelga. Le piace, lo prende; non le piace, fa la fame”. Questa è un po’ la realtà che si vive.  È una cultura poco amica, se non nemica, della famiglia, centrata com’è sui bisogni del singolo, dove si reclamano continui diritti individuali e non si parla dei diritti della famiglia (cfr Esort. ap. Amoris laetitia, 44). In particolare, vi sono condizionamenti quasi insormontabili per le donne. Le più danneggiate sono proprio loro, giovani donne spesso costrette al bivio tra carriera e maternità, oppure schiacciate dal peso della cura per le proprie famiglie, soprattutto in presenza di anziani fragili e persone non autonome. In questo momento le donne sono schiave di questa regola del lavoro selettivo, che impedisce loro pure la maternità.

Certo, esiste la Provvidenza, e milioni di famiglie lo testimoniano con la loro vita e le loro scelte, ma l’eroismo di tanti non può diventare una scusa per tutti. Occorrono perciò politiche lungimiranti. Occorre predisporre un terreno fertile per far fiorire una nuova primavera e lasciarci alle spalle questo inverno demografico. E, visto che il terreno è comune, come comuni sono la società e il futuro, è necessario affrontare il problema insieme, senza steccati ideologici e prese di posizione preconcette. L’insieme è importante. È vero che, anche con il vostro aiuto, parecchio è stato fatto e di questo sono grato, ma ancora non basta. Bisogna cambiare mentalità: la famiglia non è parte del problema, ma è parte della sua soluzione. E allora mi chiedo: c’è qualcuno che sa guardare avanti con il coraggio di scommettere sulle famiglie, sui bambini, sui giovani? Tante volte sento le lamentele delle mamme: “Eh, mio figlio si è laureato già da tempo… e non si sposa, rimane a casa… cosa devo fare?” – “Non stiri le camicie, signora, incominciamo così, poi vediamo”.

Non possiamo accettare che la nostra società smetta di essere generativa e degeneri nella tristezza. Quando non c’è generatività viene la tristezza. È un malessere brutto, grigio. Non possiamo accettare passivamente che tanti giovani fatichino a concretizzare il loro sogno familiare e siano costretti ad abbassare l’asticella del desiderio, accontentandosi di surrogati privati e mediocri: fare soldi, puntare alla carriera, viaggiare, custodire gelosamente il tempo libero… Tutte cose buone e giuste quando rientrano in un progetto generativo più grande, che dona vita attorno a sé e dopo di sé; se invece rimangono solo aspirazioni individuali, inaridiscono nell’egoismo e portano a quella stanchezza interiore. Questo è lo stato d’animo di una società non generativa: stanchezza interiore che anestetizza i grandi desideri e caratterizza la nostra società come società della stanchezza! Ridiamo fiato ai desideri di felicità dei giovani! Sì, loro hanno desideri di felicità: ridiamo fiato, apriamo il cammino. Ognuno di noi sperimenta qual è l’indice della propria felicità: quando ci sentiamo ripieni di qualcosa che genera speranza e riscalda l’animo, e viene spontaneo farne partecipi gli altri. Al contrario, quando siamo tristi, grigi, ci difendiamo, ci chiudiamo e percepiamo tutto come una minaccia. Ecco, la natalità, così come l’accoglienza, che non vanno mai contrapposte perché sono due facce della stessa medaglia, ci rivelano quanta felicità c’è nella società. Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di integrare, di accogliere, mentre una società infelice si riduce a una somma di individui che cercano di difendere a tutti i costi quello che hanno. E tante volte si dimenticano di sorridere.

Amici, dopo aver condiviso queste preoccupazioni che porto nel cuore, vorrei consegnarvi una parola che mi è cara: speranza. La sfida della natalità è questione di speranza. Ma attenzione, la speranza non è, come spesso si pensa, ottimismo, non è un vago sentimento positivo sull’avvenire. “Ah, tu sei un uomo positivo, una donna positiva, bravo!”. No, la speranza è un’altra cosa. Non è un’illusione o un’emozione che tu senti, no; è una virtù concreta, un atteggiamento di vita. E ha a che fare con scelte concrete. La speranza si nutre dell’impegno per il bene da parte di ciascuno, cresce quando ci sentiamo partecipi e coinvolti nel dare senso alla vita nostra e degli altri. Alimentare la speranza è dunque un’azione sociale, intellettuale, artistica, politica nel senso più alto della parola; è mettere le proprie capacità e risorse al servizio del bene comune, è seminare futuro. La speranza genera cambiamento e migliora l’avvenire. È la più piccola delle virtù – diceva Peguy – è la più piccola, ma è quella che ti porta più avanti! E la speranza non delude. Oggi ci sono tante Turandot nella vita che dicono: “La speranza che sempre delude”. La Bibbia ci dice: “La speranza non delude” (cfr Rm 5,5).


Mi piace pensare agli “Stati generali della Natalità” – arrivati alla terza edizione – come a un cantiere di speranza. Un cantiere dove non si lavora su commissione, perché qualcuno paga, ma dove si lavora tutti insieme proprio perché tutti vogliono sperare. E allora vi auguro che questa edizione sia l’occasione per “allargare il cantiere”, per creare, a più livelli, una grande alleanza di speranza. Qui è bello vedere il mondo della politica, delle imprese, delle banche, dello sport, dello spettacolo, del giornalismo riuniti per ragionare su come passare dall’inverno alla primavera demografica. Su come ricominciare a nascere, non solo fisicamente, ma interiormente, per venire alla luce ogni giorno e illuminare di speranza il domani. Fratelli e sorelle, non rassegniamoci al grigiore e al pessimismo sterile, al sorriso di compromesso, no. Non crediamo che la storia sia già segnata, che non si possa fare nulla per invertire la tendenza. Perché – permettetemi di dirlo nel linguaggio che prediligo, quello della Bibbia – è proprio nei deserti più aridi che Dio apre strade nuove (cfr Is 43,19). Cerchiamo insieme queste strade nuove in questo deserto arido!

La speranza, infatti, interpella a mettersi in moto per trovare soluzioni che diano forma a una società all’altezza del momento storico che stiamo vivendo, tempo di crisi attraversato da tante ingiustizie. La guerra è una di queste. Ridare impulso alla natalità vuol dire riparare le forme di esclusione sociale che stanno colpendo i giovani e il loro futuro. Ed è un servizio per tutti: i figli non sono beni individuali, sono persone che contribuiscono alla crescita di tutti, apportando ricchezza umana e generazionale. Apportando creatività anche al cuore dei genitori. A voi, che siete qui per trovare buone soluzioni, frutto della vostra professionalità e delle vostre competenze, vorrei dire: sentitevi chiamati al grande compito di rigenerare speranza, di avviare processi che diano slancio e vita all’Italia, all’Europa, al mondo, che ci portino tanti bambini. Grazie.