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lunedì 9 settembre 2024

COS’ALTRO DEVE FARE SATANA?

LEONARDO LUGARESI

Cos’altro deve fare Satana, più di quello che sta facendo, per convincerci che è qui, tra di noi, interessato al mondo e agli uomini quasi quanto Colui che disperatamente scimmiotta; attivo h 24 e non solo in forma indiretta, attraverso mille mediazioni e cause seconde (o terze o ennesime) del male che ribolle tutto attorno a noi e in noi, bensì anche in prima persona, direttamente e quasi allo scoperto, con atti che portano inconfondibile la sua impronta fetida, la sua firma agghiacciante?

Albrecht Durer  1513
La Morte, il Diavolo e il Cavaliere

Cos’altro deve fare, più che agire come ha fatto l’altra notte, distruggendo una famiglia a Paderno Dugnano (odia le famiglie più di ogni altra cosa umana, lui che, al contrario di Colui che vorrebbe disperatamente essere, non è Padre, né Figlio, né Amore reciproco dell’uno e dell’altro, ma è disperatamente single)? Ci sono tanti modi per distruggere una famiglia, e ogni momento se ne sfascia qualcuna, per i più svariati motivi. Ma quei motivi, nella quasi totalità dei casi, sembrano a tutti noi “ragioni adeguate” a spiegare la cosa; ragioni sulle quali gli psicologi, i sociologi, gli economisti, i politici e i vicini di casa hanno da dire la loro.

Ma chi mai può dire qualcosa – qualcosa di sensato, intendo – quando una notte normale, nella casa normale di una famiglia normale un normale ragazzo non ancora diciottenne (poco più che un bambino, dunque, per l’odierna scansione della crescita umana) si alza dal letto, prende un coltello e ammazza il fratello minore, la mamma e il babbo?

Come si fa a non vedere l’adamantina purezza del male, che non ha spiegazioni, non ha ragioni, non si lascia comprendere ma chiede di essere solo guardata con orrore?

Di questi segnali, il nemico ne manda tanti, ma noi non ne intercettiamo nessuno. Cos’altro deve fare Satana, perché ci rendiamo conto di dove siamo e di chi abbiamo di fronte? C’è un versetto della Scrittura che una volta, se non sbaglio, si leggeva ogni sera nella Compieta (oggi è solo una delle letture che si alternano). In latino diceva così: Fratres sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens, circuit quaerens quem devoret: cui resistite fortes in fide.  (“Fratelli, siate sobri e vigilate, perché il diavolo come leone ruggente si aggira cercando di divorarvi; a lui resistete forte nella fede”). È tratto dalla Prima Lettera di Pietro e, benché l’immagine del leone ruggente non sia forse la più adatta, oggigiorno, per metterci sul chi va là, la sua ispirazione guerresca ci sarebbe assolutamente necessaria.

“Vigilanza” (proprio nel senso dei turni di guardia), “nemico” (proprio nel senso di quello che ti vuole morto), “resistenza” (proprio nel senso di stare in trincea e sparare su chi ti viene contro), “fede” (proprio nel senso di certezza della vittoria): questo è l’armamentario di idee che ci serve per sopravvivere.

 

lunedì 25 marzo 2024

LA MADONNA DI DÜRER, STORIA DELLA SUA RISCOPERTA

La straordinaria storia di un capolavoro di Albrecht Dürer salvato da un convento di clarisse nel ravennate e "scoperto" da un umile prete

Albrecht Dürer, Madonna del Patrocinio o di Bagnacavallo (1495, particolare)

L’affascinante icona, un olio su tavola di dimensioni modeste (47,8×36,5 cm) oggi appartenente alla collezione Magnani Rocca (Traversetolo, Parma), è stata il centro indiscusso della mostra Dürer. Mater et Melancholia curata da Vittorio Sgarbi e da poco conclusa al Mart di Rovereto.

L’icona rappresenta una giovane donna dal volto di una straordinaria bellezza, avvolta in un’atmosfera tutta italiana, ma dai tratti spiccatamente nordici.

Si sente in filigrana il disegno, lo stile di un’incisione tedesca, l’arte in cui Dürer fu maestro assoluto. E sono stati proprio questi “tratti d’oltralpe” che hanno spinto don Antonio Savioli, sacerdote di Fusignano (1915-1999) a mettere in discussione la paternità di Guido Reni, cercando prima un nome tra i pittori del Nord Italia e aprendo così la strada al grande critico Roberto Longhi che, in un articolo pubblicato sulla rivista Paragone (1961), attribuisce con certezza la paternità dell’opera ad Albrecht Dürer, il “maestro di Norimberga”, il “Leonardo d’oltralpe”.

Scrive don Savioli: “In un primo momento io cercai, senza risultato, il pittore fra i lombardi della diaspora leonardesca. Ma bastò al prof. Longhi una pallida fotografia per scoprire la mano del grande Dürer, nome da lui pronunciato e come soffiato sotto l’impulso di una conturbante intuizione”.

L’aria, l’atmosfera, il soffio, l’impulso. E una semplice foto in bianco e nero. Non sappiamo come, ma tornando indietro nel tempo, la tavola del Dürer finì, forse durante un suo soggiorno in Italia, nelle mani del commerciante di seta Giovanni Filippo Certani, fondatore dell’Accademia artistica dei Selvaggi.

Il Certani nel 1621 donò quella Madonna col Bambino, che considerava di Guido Reni, al convento di Cotignola (Ravenna) in dote, insieme a 500 scudi, per l’ingresso della figlia Isabella nelle clarisse, figlie di santa Chiara.

Con un po’ di immaginazione, proviamo a varcare in punta di piedi le mura del convento di Cotignola, cercando di intravedere, nel coro, dietro le grate dove veniva esposta raramente e su richiesta, quell’icona preziosa e di rara bellezza. In quel coro, alle voci oranti si era da poco aggiunta quella della giovane novizia Isabella Certani, di cui si legge nelle Vite dei santi e beati e servi di Dio della diocesi di Faenza che, divenuta suora con il nome di Dorotea, si era così affezionata a quell’immagine donata dal padre al convento da “starle davanti molte ore in devozione, e n’ebbe un giorno visione mentre le porgeva calde suppliche”.

La Madonna oggetto di quella “visione” rimase nascosta nel convento di Cotignola fino alla fine del Settecento, quando le truppe napoleoniche scesero in Italia, spogliando chiese, conventi e musei. Le suore, temendo il peggio, cioè di perdere la loro Madonna col Bambino – che chiamavano con affetto Madonna del Patrocinio (cioè della protezione) – idearono uno stratagemma. Ne fecero fare una copia esatta che venne sottratta dai soldati al convento al posto dell’originale. Passata la furia napoleonica e chiuso il convento di Cotignola, si apre un nuovo capitolo per l’icona della Madonna col Bambino, trasferita a pochi chilometri di distanza, nel convento di Bagnacavallo, sempre delle clarisse. Ci viene in aiuto un documento dell’epoca: “La Madre Sr. Gertrude Canattieri Religiosa Claressa del soppresso Monastero di Cotigniola entrò nel nostro convento lì 13 maggio 1822 in età d’anni 73 […] Portò una bellissima immagine della Beata Vergine di gran prezzo quale Immagine era delle sue Fondatrici del Convento di Cottigniola, ed ora sta collocata nel nostro Coro, e si mostra miracolosa nel ricorso che facciamo a lei nelle nostre necessità”.

Ed è nel convento di Bagnocavallo che nel 1979 don Antonio Savioli scopre, vede, studia, confronta con altre immagini quell’icona della Madonna col Bambino che le suore continuano a custodire gelosamente, fino ad avanzare coraggiosamente per primo, sul Bollettino Diocesano di Faenza del 1961, l’ipotesi che si tratti del Maestro di Norimberga. Dürer quindi. E a luglio arriva puntuale la conferma del Longhi.

E siamo ai nostri giorni. La mostra di Sgarbi al Mart di Rovereto, gli studi e i restauri successivi dell’opera non solo confermano la paternità di Dürer, ma retrodatano la Madonna con il Bambino dal 1505, anno del secondo viaggio in Italia del pittore di Norimberga, al 1495, anno del suo primo viaggio a Venezia. Quell’aria di laguna aveva senz’altro addolcito i tratti duri – il ductus si dice in gergo – del maestro tedesco, guidando la sua mano a far fiorire questa Madonna-capolavoro, dai tratti nordici ma dal “cuore” italiano.

Soprattutto il velo è un chiaro riferimento, secondo Longhi, al pittore veneziano Giovanni Bellini. Quel “rovello tedesco” (come lo chiamava Giovanni Testori a proposito di un crocifisso nordico), quell’impeto, quella furia ribelle, quella melanconia e quell’ansia moralistica che sarebbe sfociata nell’arte della Riforma luterana, si addolcisce qui a contatto con i maestri del Rinascimento fiorentino e del Cinquecento veneto, fino a parlare  (è sempre Testori a farlo) di “mani trepide e innamorate”.

L’Amore. È qui il miracolo, la parola-chiave. Amore, parola dal suono impossibile da pronunciare per il mondo anglosassone. L’amore – carisma tutto italiano – che influisce sull’arte europea e nordica. L’influsso di Bellini, Giorgione, Lotto, Verrocchio e Antonello da Messina rintracciati da vari critici d’arte in questa giovane Madonna.

Pure, l’ovale del suo volto, le labbra strette, la candida cuffietta nordica divisa in due sulla fronte, la luce filtrante della scena, i particolari delle fragole e dei fiori secchi, il tratteggio – la texture della pennellata – ci rimandano ancora in filigrana alle incisioni tedesche di Dürer. Solo lui è capace di evocare quelle dita sottili tra madre e figlio, dita che tradiscono una capacità di disegno straordinaria, dita che si sfiorano ma non si toccano, anche se il pollice del Bambino sembrerebbe conficcarsi nell’indice della madre, per chiederle aiuto. E quel Bambino, così metallico, come inciso nella lastra di metallo col bulino, e nello stesso tempo così morbido, come modellato nella cera, sta per scoppiare in lacrime, ma non lo dà a vedere. Pure alza un volto livido e contratto verso la madre.

Solo il genio di Dürer poteva concepire un’immagine di Madonna così giovanile, intimista e allo stesso tempo ferma e precisa, in perfetto equilibrio tra sentimento e riflessione, affetto verso il Bambino e presa in carico di tutta la sua responsabilità di Madre. Sguardo fisico e insieme sguardo interiore. Sguardo che scende e si srotola come un balsamo dai capelli ramati, così soffici e sottili, e che sfuggono ai due lati del velo color ruggine per posarsi sulla mano.

Le pieghe della veste rosso scuro di Maria cadono regolari sul petto. Il manto blu scuro foderato di una stoffa cangiante rinchiude la donna in una cappa. La simbologia del rosso indica regalità, il blu l’umanità che la riveste. L’ovale perfetto del volto rischiara come un lume il buio drammatico in cui Madre e Figlio si trovano a contemplare il destino doloroso che li attende. Lame taglienti di luce segnano gli spigoli del muro di sinistra, mentre a destra un arco introduce in un ambiente esterno fatto di mattoni a vista. Quel muro rimanda a quattro secoli di sguardi di monache in preghiera.

Quest’opera – conservata alla Magnani Rocca di Traversetolo – è consegnata da oggi alla nostra contemporaneità e ci testimonia come, nell’universalità del linguaggio dell’arte, nord e sud, ragione e sentimento, dovere e piacere, fede e disperazione, polarità opposte insomma, si fondano in un solo colore dominante: il rosso della veste di Maria. Colore dell’Amore.

 

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-don-savioli-e-la-madonna-di-durer-un-doppio-miracolo-di-arte-e-fede/2677998/

 

il sussidiario: 18.03.2024 - Alfredo Tradigo

 

venerdì 27 gennaio 2023

PAZZI CRIMINALI


Per quel quasi nulla che so e capisco io, la guerra attualmente in corso tra Russia e Ucraina – che forse sarebbe ormai più corretto chiamare guerra tra Russia e Occidente per interposta Ucraina – può finire solo in due modi: o per mezzo di una trattativa o con un disastro di proporzioni immani, cioè a occhio e croce con la distruzione del “nostro mondo”, così come l’abbiamo conosciuto finora. Dopo un anno di battaglie, pare infatti assodato – come l’altro giorno ha potuto dire, e non in un qualche sito “complottardo e putinista” ma su La Stampa (!), anche un reputato analista quale Lucio Caracciolo, mica un “impresentabile” – che la sconfitta militare della Russia non possa essere ottenuta senza un coinvolgimento pieno e diretto (e non parziale e indiretto come ora) della Nato nel conflitto, cioè con la terza guerra mondiale (e non “a pezzi” o metaforica come la conosciamo ora, ma proprio quella vera, quella che con ogni probabilità conduce – come ho detto sopra – “alla distruzione del nostro mondo così come l’abbiamo conosciuto finora”).

Una trattativa è, per definizione, un processo negoziale attraverso il quale due parti contrapposte – cioè portatrici di visioni del mondo e di interessi opposti e confliggenti, che, in quanto tali, di norma considerano se stesse “buone” e gli avversari “cattivi” – cercano una soluzione di compromesso, in cui ciascuna delle due a qualcosa rinuncia e qualcosa ottiene. La proporzione di ciò che si guadagna e di ciò che si perde varia in funzione dei rapporti di forza sul campo e un po’ anche dell’abilità di coloro che svolgono il negoziato, ma è scontato che alla fine ciascuna delle due parti consideri ingiusto ciò che l’esito della trattativa assegna all’avversario. È sempre stato così, perché è così che funziona. Nel caso specifico, pur non intendendomi affatto di queste cose, azzarderei l’ipotesi che vi siano le condizioni per limitare ciò che la Russia può ottenere, dato l’altissimo costo che la prosecuzione della guerra comporta anche per quel paese – e questa è, se ci si pensa, l’unica ragione vagamente decente per “giustificare” la prosecuzione del conflitto. Ma è (o dovrebbe essere) ovvio che qualcosa debba ottenere: da una trattativa non può ottenere nulla, perché mai dovrebbe trattare? Ed è (o dovrebbe essere) altrettanto ovvio che ciò che ottiene alla nostra pubblica opinione sembri “ingiusto”. Ma, ripeto, è così che funziona, da sempre.

Durer: Apocalisse

Invece la linea ufficiale – e obbligatoria, pena l’accusa di putinismo! – qui da noi in Occidente mi pare che sia: “la Russia deve prima rinunciare a tutto quello che ha illegittimamente conquistato, compresa la Crimea; poi si tratta”. Il che equivale a dire, come è evidente, che non si tratta affatto. Ora, ci potrebbe anche stare che questo venga proclamato dalla propaganda – siamo in guerra, no? Quindi è normale che pubblicamente si dicano solo bugie – ma a condizione che nel frattempo, sotto traccia, una trattativa vi sia. Non pare proprio che sia così.

È vero che i popoli non sanno mai niente di quello che fanno veramente i capi, ma in questo momento dell’esistenza di una qualche forma di negoziato non si ha il minimo sentore, neanche il vago sospetto.

Pare proprio che i nostri governanti ci stiano portando, chi per convinzione e chi per pusillanime servilismo, dritti alla guerra totale.

Se è così, sono dei pazzi criminali.

 


venerdì 11 luglio 2014

LA CHIESA DEL CONCORDISMO E UNA FEDE SENZA DOTTRINA E SENZA VERITA'

L’articolo dI Cascioli pubblicato ieri sulla Nuova Bussola Quotidina (clicca qui) e riguardante la “politica culturale della CEI” a proposito di Tv2000 e non solo, pone un problema che ci trasciniamo da molto tempo. Quando Giovanni Paolo II andò al Convegno ecclesiale di Loreto proprio per invertire il processo consolidatosi con il precedente convegno ecclesiale di Roma, non fece altro che affrontare questo stesso problema: dalla fede cattolica deriva una cultura, una visione organica e complessiva della realtà e della vita.

Non derivano solo degli spunti, dei frammenti
, oppure degli atteggiamenti ma una visione della realtà in cui tutto si tiene. La fede cattolica, come disse il cardinale Bagnasco in una memorabile prolusione, non è una “fede nuda”, ma porta con sé una vita, una dottrina, un’antropologia, un’etica, un insieme di contenuti compaginati tra loro. La fede cattolica, diceva Del Noce, presuppone una metafisica, una concezione dell’essere e quindi una ragione adeguatamente aperta al tutto dell’essere.
Questo è precisamente quanto è andato ampiamente perduto. La conseguenza è che si mettono in piedi iniziative culturali - da una TV ad un settimanale diocesano, da una radio ad un corso di laurea – che non fanno una proposta riconoscibile come cattolica.
DURER, Il cavaliere, la morte e il diavolo

Un sintomo molto espressivo di questo è oggi il concordismo di cui sono ammalati giornali e tv cattolici. In una cultura in cui di cattolico ormai non c’è quasi più nulla, essi vedono spunti di cattolicesimo dappertutto. E se il tale personaggio o il tale evento non ha nulla di esplicitamente cattolico, essi vi trovano qualcosa di implicitamente cattolico. Vengono creati così gli accostamenti più strani, compreso quello tra atei che più atei non si può e la fede cattolica. Ogni romanziere, ogni testo teatrale, ogni libro, ogni filosofo che muore, ogni anticristo vivente per loro almeno adombrava qualcosa di cattolico.

Si rimane sbalorditi dalla temerarietà di questi accostamenti concordistici. Ogni atteggiamento contro la mafia, ogni richiesta di solidarietà, ogni difesa dell’ambiente, ogni lotta contro l’aids, ogni promozione della donna … ha qualcosa di cattolico, anche se invece risponde a visioni della realtà che col cattolicesimo non hanno niente a che fare. Non c’è oggi un giornale cattolico che non sostenga la proposta del “reddito di cittadinanza” che è assolutamente contrario a tutti i principi della dottrina sociale della Chiesa. 
Certamente delle briciole di verità ci sono anche nel più evidente errore. Però non basta una briciola per fare un tutto. La fede cattolica produce un tutto culturale e non semplici spunti o frammenti. Non è col bricolage che si è cattolici e non possiamo soddisfare le richieste della Fides et Ratio circa le esigenze del “cosmo della ragione” - tramite la spigolatura o mediante il vagabondare del raccoglitore. 

Bisogna però fare lo sforzo di andare alla radice di questo atteggiamento. La fede cattolica ha un contenuto di conoscenza e la rivelazione apre la finestra del mondo irrorandolo di luce che viene dal di fuori. Guardando ai dogmi della propria fede, e non alle tendenze sociologiche o alle statistiche delle scienze sociali, il cattolico trae le verità per la sua vita personale e collettiva. Oggi questo non è più ritenuto vero da molti cattolici. Quindi per costoro non ci può essere una proposta culturale cattolica e non serve che una tv o un giornale sia diretto da un cattolico, ossia da uno che abbia in testa quelle verità. Molti giornali cattolici sono impegnati in battaglie anticattoliche. Molte scuole cattoliche insegnano una filosofia anticattolica. Molte associazioni cattoliche partecipano a campagne anticattoliche. 
C’è tutta una corrente teologica, oggi assolutamente prevalente, che pensa che la pretesa che ho appena indicato sia una violenza della fede cattolica al mondo e all’uomo. Il fedele non riceverebbe nella Chiesa questa luce che viene dal di fuori e il cui deposito la Chiesa tramanderebbe nel tempo. Egli, piuttosto, conoscerebbe le verità della sua fede da dentro la sua situazione. Quindi può solo comprendere e interpretare ma non conoscere qualcosa che veramente venga “da fuori”.
L’uomo è dentro questo orizzonte esistenziale perché egli fa parte del problema su cui si interroga e non può, quindi, accedere ad una verità che comporterebbe un punto di vista assoluto. Non gli resta, quindi, che camminare con gli altri senza pretese, raccogliere briciole di verità qua e là, comporre e scomporre progetti esistenziali. Ascoltare, condividere, essere vicino, comprendere, accettare tutto senza tenere nulla come definitivo. La fede diventa atteggiamento di accompagnamento, attitudine alla ricerca e al dialogo, capacità di farsi domande insieme agli altri.

L’espressione “chi sono io per giudicare?”, totalmente disancorata dal contesto in cui è stata pronunciata, diventa così il simbolo di questa fede senza dottrina e senza verità. Tra i tanti sensi che la parola “giudicare” può avere, c’è anche quello propriamente conoscitivo.

Il “giudizio” è l’atto con cui l’intelletto conosce la realtà, coglie dei nessi reali tra le cose. Se non è più possibile giudicare perché si sarebbe arroganti, allora non è più possibile conoscere la realtà.
Si capisce allora che la fede – oltre che la ragione – può essere solo una narrazione, un’esperienza, un punto di partenza per il dialogo e il confronto. Se la vita è un talk-show in cui le interpretazioni – tra cui quella della fede – si intrecciano, allora a dirigere una Tv cattolica può essere chiamato anche un non cattolico o, addirittura, un anticattolico.


STAFANO FONTANA

venerdì 2 maggio 2014

IL GAIO PSICOLOGO


di Gianfranco Amato


La denuncia presentata dai Giuristi per la Vita e dall’associazione Pro Vita Onlus contro gli insegnanti del Liceo Giulio Cesare di Roma per la nota vicenda legata al romanzo di Melania Mazzucco - che La Nuova BQ per primo ha reso pubblica - ha suscitato inevitabili reazioni nell’opinione pubblica. Numerose, e a tratti commoventi, sono state le attestazioni di gratitudine e di stima pervenute all’indirizzo di posta elettronica dei Giuristi per la Vita.

Non sono mancate, com’era prevedibile, anche reazioni opposte.Due per la precisione, una delle quali merita di essere parzialmente riportata: 

«Buongiorno, sono disgustato dalla denuncia presentata contro il Liceo Giulio Cesare a seguito della meravigliosa decisione di far leggere agli alunni del ginnasio il libro "Sei come sei". Forse chi ha presentato l'esposto e chi si è fatto propugnatore di questa caccia alle streghe degna della santa inquisizione non sa che al liceo classico si legge e traduce il grande poeta Catullo e che i classici greci e romani avevano costumi liberi e grande saggezza. Purtroppo la grande cultura classica è stata soppiantata da una cultura (?) mediorientale ottusa, sessuofoba, castrante che si è propagata come un virus immondo e che trova le sue radici in quel libro mefitico che è la bibbia...Trovo sconcertante la vostra ignoranza, nel senso che ignorate ciò che ai Licei viene giustamente insegnato. In quanto ai genitori beghini che si sono scandalizzati io toglierei volentieri a loro i figli in quanto non degni di educare e soggetti socialmente pericolosi (…) Con disprezzo, dott. Paolo Lovera».

Durer  Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo
Il dott. Paolo Lovera non è uno psicopatico ma uno psicologo, e per giunta di chiara fama. E’ presidente del Centro di Psicologia delle Risorse OASI di Cuneo, attivo dal 1988, il quale si occupa di psicologia clinica, dello sviluppo e di formazione, ispirandosi ai “ principi della psicologia umanistica secondo la quale non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma piuttosto il bisogno di conoscere, di esprimersi, di costruire relazioni gratificanti e di autorealizzazione. (...) 


Tornando alla nota critica inviata «con disprezzo» dall’esimio dott. Paolo Lovera, al netto del volgare giudizio che egli esprime nei confronti del cristianesimo, ciò che spicca è la sua sincera ignoranza degli studi classici e del relativo liceo. Non so se egli ne abbia mai frequentato uno, ma io, di certo, l’ho fatto presso il Liceo Ginnasio di Stato Ernesto Cairoli di Varese.

Rispolverando per l’occasione le vecchie carte di quell’epoca ho ritrovato una vecchia versione dal greco relativa ad un passo del Primo libro delle Leggi di Platone (636c). Interessante una frase di quel brano: «κα
ετε παίζοντα ετε σπουδάζοντα ννοεν δε τ τοιατα, ννοητέον τι τ θηλεί κα τ τν ρρένων φύσει ες κοινωνίαν ούσ τς γεννήσεως περ τατα δον κατ φύσιν ποδεδόσθαι δοκε, ρρένων δ πρς ρρενας θηλειν πρς θηλείας παρ φύσιν κα τν πρώτων τ τόλμημ εναι δι κράτειαν δονς. πάντες δ δ Κρητν τν περ Γανυμήδη μθον». 

La traduco, poiché non sono certo che il dott. Paolo Lovera abbia frequentato il liceo classico: «Bisogna dunque considerare che alla natura femminile e a quella degli uomini che desiderano unirsi per procreare, il piacere che ne deriva è stato dato secondo natura, ma quello di uomini con uomini e di donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere».

Qui ha ragione il dott. Lovera: com’era grande la saggezza precristiana! 

da la nuova bussola quotidiana

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-mazzuccocome-catullolo-psicologoche-straparla-9108.htm


I GIURISTI PER LA VITA E LE PIAGHE DELL'APOCALISSE


Comunicato Stampa dei Giuristi per la Vita. 
Denuncia della depravazione con cui si viola la coscienza dei giovani.

Neppure «Il Fatto quotidiano» ha il coraggio di pubblicare interamente questa schifezza!
Durer Apocalisse Piaga 5-6


L’associazione Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus hanno presentato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma una denuncia per i reati previsti e puniti dagli artt. 528 e 609 quinquies del Codice Penale, aggravati ex art. 61, primo comma, n.9 del medesimo Codice, commessi da insegnanti del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma.

In attuazione del documento dell’U.N.A.R., Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, che va sotto il nome di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015), il quale prevede, tra l’altro, l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari», alcuni docenti del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, nelle prime classi del ginnasio (frequentate quindi da studenti di età compresa tra i quattordici – e forse qualcuno di tredici – ed i sedici anni), gli allievi sono stati obbligati a leggere un romanzo, a forte impronta omosessualista, dal titolo “Sei come sei” della scrittrice Melania Mazzucco (Edizioni Einaudi), alcuni passi del quale rivelano, in realtà, un chiaro contenuto pornografico.

Uno dei brani contestati, in particolare, è quello contenuto nelle pagine 126 e 127 del citato romanzo, in cui testualmente si legge: «(…) Nessuno avrebbe mai sospettato che quel muscoloso, ruvido, stopper della squadra di calcio dell’oratorio (…) la notte si stancava la mano sulle foto di Jimi Hendrix, Valerij Borzov e Cassius Clay... ».

P.S.: Il resto è già stato letto, ed è così disgustoso che abbiamo preferito toglierlo!
P.P.S.: Anche i più favorevoli, si sono vergognati a citarlo interamente. E poi dicono che è un racconto «delicato»!v Alla faccia!


Si tratta di divulgazione di materiale dichiaratamente osceno, che non può non urtare la a sensibilità dell’uomo medio, specie se si considera che tale divulgazione era diretta ad un pubblico composto da minorenni. 

IL PRESIDENTE 
Avv. Gianfranco Amato

il testo della denuncia

mercoledì 30 aprile 2014

FASCISMO E PROGRESSISMO

Rileggere oggi Pasolini e la sua critica alla sinistra dei nuovi “diritti” asservita al consumismo borghese

Aborto, libertà sessuale… «Questa meravigliosa permissività nei riguardi della maggioranza, da chi è voluta? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo». Così il grande artista (omosessuale) denunciava la falsità dei principi su cui si basano tante battaglie “progressiste”

Karl Marx ha scritto: «Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione». Si capisce perché la sinistra un tempo era contro il “borghese” della fecondazione artificiale e, tanto più, era contraria alle unioni omosessuali. Basti ricordare le critiche rivolte a Pier Paolo Pasolini (il quale, oltretutto, era un vero candido nella sua omosessualità) dal Partito comunista e dagli “intellettuali” organici al Pci. Nulla a che vedere con gli attuali “democratici” (anche di casa cattolica), fervorosi sostenitori della fecondazione in vitro e del “matrimonio gay”.
 
Albrecht Durer Apocalisse
Caratteristica dello sguardo intelligente sulla realtà di Pasolini fu cogliere come il libertinismo radical-chic uccisore di Dio e, quindi, dell’umano sia trasversale a tutte le componenti politiche.
Nessuna esclusa. Ma andiamo con Pasolini.
«A proposito dell’aborto (argomento di allora, ma come non riferirlo ad ogni rivendicazione attuale nel campo della sessualità?, ndr) è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, il problema (com’è giusto) di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti… Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa ed emozionante di ragioni. Io so che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto. Esso è, senza dubbio, un’enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito a cui non ci sarebbero praticamente più ostacoli. Ma questa libertà del coito della coppia, così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è voluta, promulgata e tacitamente fatta entrare nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà diciamo così liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale è un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Risultato: la libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità indotta e imposta…».

Adesso prendete la parola “aborto” e traducetela nel gergo attuale. “Diritto riproduttivo” lo chiamano i poteri occidentali. Così come chiamano “loveislove”, l’amoreèamore, il puro e semplice consumo sessuale.

Ps. È bellissimo poi andarsi a rivedere gli articoli nei quali, sempre sul Corriere della Sera, Pasolini in quanto omosessuale, ma non conformista, rimanda ai mittenti gli attacchi di Franco Rodano, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, passando per Umberto Eco e Giorgio Bocca fino a tutto il fior fiore dell’intellighenzia di sinistra.


Aprile 26, 2014 Carla Vites, TEMPI

THE DAY AFTER

"Avremmo il primo pronunciamento autorevole in cui ci si riferisce a un nuovo modello di genitorialità, entrato nel nostro Paese non dalle aule parlamentari, non per un referendum popolare, ma, ancora una volta, per sentenza, per la decisione di un pugno di giudici che fra qualche giorno ci dirà per quale motivo, in futuro, anche in Italia diversi bambini potrebbero non sapere più realmente di chi sono figli." (A. Morresi)
Albrecht Durer Apocalisse

Attenzione: non è un attacco della magistratura, bisogna scavare molto più in profondità.

Stiamo entrando in un mondo nuovo. Non costretti, non sforzati, ma volontariamente, trionfalmente, credendo di andare nella più meravigliosa delle utopie, senza sapere che è la distruzione di ogni cosa che chiamavamo buona.