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venerdì 20 dicembre 2013

AVVISO AI GIORNALISTI CATTOLICI


Ecco come non scrivere un articolo con “tic omofobici”

Il ministero delle Pari opportunità ha redatto delle Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone Lgtb. Eccole (risolto anche il caso su quale articolo usare per Vladimir Luxuria)



L’11 dicembre il ministero per le Pari opportunità ha presentato le Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT, un documento che è un compendio di quel che è stato discusso durante un ciclo di incontri organizzato dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) in collaborazione con Redattore Sociale, con il patrocinio dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale stampa italiana, delle amministrazioni comunali, degli Ordini regionali e dei sindacati dei giornalisti delle città ospitanti.
E cosa dicono queste linee guida? A leggerle (qui potete scaricare il documento in pdf), si rimane un po’ allibiti. In verità, il documento è solo il risultato finale di un processo (come vi avevamo già raccontato) che ha portato il ministero ad accogliere le richieste e a produrre uno studio su indicazione di alcune sigle Lgtb (Arcigay, Equality, Cgil nuovi diritti…).
Le linee guida – e bisognerà vedere cosa esse poi comporteranno – stilano una serie di “consigli” per «comunicare senza pregiudizi» in merito a tematiche che riguardino persone omosessuali. Fatto salvo il ripudio per ogni tipo di insulto nei confronti delle persone omosessuali, il testo dell’Unar, però, si spinge anche più in là. Ecco come.

NO TERAPIE RIPARATIVE. Innanzitutto si specifica che «è da evitare l’idea che essere gay o lesbica o bisessuale è una scelta che si può rivedere o cambiare, magari con l’aiuto di terapie. L’orientamento omosessuale o bisessuale, così come quello eterosessuale non è una scelta, e pretendere di modificarlo può causare gravi conseguenze sul piano psichico alle persone coinvolte». In altre parole, si invitano i giornalisti a non parlare delle “famigerate” terapie riparative, perché queste sono nocive.

ESISTE IL GENDER. Nel documento si invita a stare attenti a non confondere il “sesso” con il “genere”. «Il ruolo di genere – si legge - riguarda l’insieme delle caratteristiche (atteggiamenti, gesti, abbigliamento, linguaggio, interazioni sociali ecc.) che sono riconosciuti in una data società e cultura come propri di uomini e donne. È quindi il modo in cui una persona esprime l’adattamento alle norme condivise su ciò che è appropriato a un genere. Fin dall’infanzia ci si aspetta, per esempio, che una bambina giochi alle bambole e che un bambino giochi ai robot o che faccia giochi violenti e competitivi». Ma, in realtà, i vari elementi («sesso biologico, identità sessuale, identità di genere, orientamento sessuale, ruolo di genere») «si possono combinare in modi molteplici, dando luogo a configurazioni inaspettate». Fatta questa premessa, poi tutto ne discende. Se non esiste una oggettività sessuale, ma solo quel che uno “sente” di essere, poi vale tutto.

lunedì 21 ottobre 2013

I MANOVALI DEL PARLAMENTO


Non ce ne stiamo accorgendo ma la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei manovali del Parlamento sta stravolgendo lo Stato di diritto

Marcello Veneziani - Ven, 18/10/2013


Non ce ne stiamo accorgendo ma, nel giro di poche settimane, la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei volenterosi manovali del Parlamento, sta stravolgendo lo Stato di diritto e il senso della giustizia col plauso dei media.
Viene introdotto il reato di omofobia, nasce cioè un reato dedicato in esclusiva; viene introdotto il femminicidio, cioè viene stabilito che c'è un omicidio più omicidio degli altri; viene negato il reato di immigrazione clandestina e dunque la cittadinanza non ha più valore; viene introdotto il reato di negazionismo, valido solo per la shoah.
Vengono così stravolti i principi su cui si fonda ogni civiltà giuridica: l'universalità della norma che deve valere per tutti, il principio più volte sbandierato e poi di fatto calpestato, della legge uguale per tutti; viene punito col carcere il reato d'opinione, e colpendo solo certe opinioni; viene sancita la discriminazione di genere, a tutela di alcune minoranze; è vanificata l'opera del giudice nell'individuare eventuali aggravanti nei reati giudicati perché vengono indicate a priori quelle rilevanti e dunque sono suggerite pure quelle irrilevanti.
Usano l'eccezione per colpire la norma, piegano le leggi a campagne ideologico-emotive e le rendono variabili. Sfasciano la giustizia col plauso dei giustizialisti, uccidono la libertà e l'uguaglianza, il diritto e la tolleranza nel nome della libertà e dell'uguaglianza, del diritto e della tolleranza.
Un mostro. E se provi a dirlo, il mostro sei tu, a suon di legge.

martedì 6 agosto 2013

NESSUN RAZZISMO: SOLO INCOMPETENZA

SOUAD SBAI:

Cara Kyenge, ecco la differenza tra un burqa e il velo di una suora
lunedì 5 agosto 2013
http://www.ilsussidiario.net

Bisogna dirlo, stavolta Cécile Kyenge l’ha sparata grossa. Ospite alla Festa del Pd a Cantù la discussa ministra di origine congolese ha avuto un’uscita a dir poco infelice: “Il fatto che la legge obblighi a far vedere il viso deve valere per tutte le donne, comprese anche le suore, perché non insistiamo su questo aspetto? Il principio è sempre quello. Applichiamolo senza avere pregiudizi”.

Un’affermazione inopportuna non tanto perché ha dato prova, ancora una volta, di quanto siano deboli e vane le sue argomentazioni, condite da qualche assurdità, ma soprattutto perché non permette di sorvolare su chi, nella veste di ministro dell’integrazione, si dimostri così incompetente in tematiche cruciali, e al contempo basilari. La Kyenge si è fatta portabandiera dei più fuorvianti pregiudizi, idee e preconcetti inutili e non veritieri. Al di là della dimostrazione di come ignori la differenza tra velo islamico da una parte, e niqab e burqa dall’altra, in un periodo in cui il dibattito sull’Islam sta prendendo piede in occidente, è impensabile che trascuri il sostanziale divario tra il significato di tali indumenti e del velo delle suore. La ministra probabilmente crede che il velo cosiddetto islamico sia considerato parte integrante di una tradizione religiosa. In realtà questo deriva da un’esegesi letterale del Corano, isolata dal suo contesto storico, che ha permesso di dare interpretazioni univoche in grado di nascondere le insufficienti fondamenta su cui poggia.

Il velo non ha fatto altro che assumere ed assorbire diverse connotazioni negative, proprio perché indossarlo non è, in realtà, un precetto religioso, un “pilastro dell’Islam”. Le modalità del suo utilizzo non sono esplicitamente scritte nel Corano, e ad affermarlo, oltre agli intellettuali arabi, tra cui spicca il nome di Mustafa Rashid, sono gli stessi imam, quelli più moderati s’intende. Anche in Italia esistono tantissime donne che, per rispettare una volontà maschilista, sono costrette a velarsi alcune sotto la minaccia continua della violenza fisica e psicologica. Per questo motivo, intorno al velo si è creata una sorta di aura fatta di congetture che devono essere distinte e chiarificate. Ancora diverso è il niqab, che costituisce un’aggiunta fatta dal radicalismo. Non esiste, infatti, nessuna prova sharitica che lo attesta. I sostenitori di questo indumento sono coloro che vogliono favorire l’affermazione di un altro tipo di Sharia Islamica, completamente differente dall’originale, che è quella wahabita. Vogliono così la legittimazione di un sistema di norme tramite metodi e strumenti non adeguati. Si può quindi dire in tutta serenità che il niqab non fa parte del quadro culturale islamico, ma è solo uno strumento messo in campo dagli impostori che agiscono in nome della stessa religione. Per non parlare infine del burqa afgano, il cui obbligo di indossarlo è conseguenza di tradizioni locali, totalmente indipendenti dalle prescrizioni religiose dell’Islam.



Tutt’altro significato ha il velo delle suore, che intanto rende sempre ben visibile il volto, e, oltre ad essere religioso, è espressione di una libera scelta e di conseguenza non soggetto ad alcuna imposizione. Per le suore portare il velo, sopra i capelli tagliati corti o addirittura rasati, è segno del sacrificio della bellezza femminile mondana fatto per riaffermare la propria appartenenza a Cristo. Una questione di rispetto, del dono di sè a Dio fatta in piena libertà e che trasforma una caratteristica della femminilità mondana, in qualcosa che renda evidente a tutti la propria appartenenza, devozione e sottomissione al Signore, di cui sono perenni spose. E guai se questa, che è una affermazione della propria identità e della propria vocazione si esplicitasse nella dissimulazione del proprio volto, che rimane aperto al mondo. Nemmeno le monache di clausura si coprono il volto, perchè una suora cattolica, pur nell'umiltà e scansando la vanità, non perde mai l'unicità della propria persona!



La ministra dovrebbe preoccuparsi di più a cosa afferma, piuttosto che a recriminare un clima di pregiudizio nei suoi confronti, a suo parere esclusivamente di stampo razzista. La realtà è che sono proprio le sue continue provocazioni a creare tensioni, e la sua vaghezza e superficialità dimostrano la sua totale inadeguatezza nell’affrontare i problemi nel concreto. Inutile spostare l’attenzione su una presunta non tolleranza verso gli immigrati, gli stessi dei quali non conosce tradizioni e culture. Le ragioni che vietano il burqa nel mondo occidentale non sono legati all’espressione di una religiosità, ma a ben altro, mentre il ministro, attaccando la Chiesa, ha manifestato un atteggiamento antireligioso intollerabile.

venerdì 19 luglio 2013

SARTORI VS KYENGE-BOLDRINI

L'INCOMPETENZA AL POTERE

Giovanni Sartori torna ad attaccare il ministro dell'integrazione Cecile Kyenge. Il politologo, con un editoriale sul Corriere della Sera, dopo aver consigliato alla Kyenge "lezioni d'italiano", ora la accusa di incompetenza e di essere di fatto una raccomandata. "Letta è del mestiere, conosce bene il mondo politico nel quale vive. Chi gli ha imposto, allora, una donna (nera, bianca o gialla non fa nessunissima differenza) specializzata in oculistica all'Università di Modena per il delicatissimo dicastero della "integrazione"? Lei, la Kyenge, si batte per un ius soli (la cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Italia) mentre il suo ministero si dovrebbe occupare di 'integrazione'. Allora a chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge Kashetu? Tra i tanti misteriosi misteri della politica italiana questo sarebbe davvero da scoprire", afferma Sartori.


Secondo il politologo la Kyenge ha fallito su tutta la linea: "Nullità che diventano ministri, brave persone messe al posto sbagliato. La Kyenge non sa, a quanto pare, che l'integrazione non ha niente a che fare con il luogo di nascita: è una fusione che avviene, o anche non avviene, tra un popolo e un altro. Io ho scritto un libro per spiegare quali siano i requisiti di questa integrazione etico-politica (che non è integrazione di tutto o in tutto). Capisco che un'oculista non deve leggere (semmai deve mettere i suoi pazienti in condizioni di leggere). Ma cosa c'entra l'immigrazione e l'eventuale integrazione con le competenze di un'oculista? Ovviamente niente".

Poi Sartori sposta il mirino su Montecitorio e se la prende pure con Laura Boldrini: "Un'altra raccomandata a quanto pare anch'essa di ferro (da chi?) è la presidente della Camera. In questo caso le credenziali sono davvero irrisorie. Molta sicumera, molto presenzialismo femminista ma scarsa correttezza e anche presenza nel mestiere che dovrebbe fare. L'Italia non si può permettere governi combinati (o meglio scombinati) da misteriose raccomandazioni di misteriosissimi poteri. Siamo forse arrivati alla P3?". (I.S.)