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venerdì 18 febbraio 2022

IL PARTITO PRO EUTANASIA

 QUEI MILITANTI DEL NULLA ORFANI DELLE UTOPIE DEGLI ANNI 70

Fallite le rivoluzioni, smarrite le utopie, c’è un nucleo militante reduce dalla cultura degli anni 70 che vuole usare la libertà per sopprimere l’uomo stesso

 La tragedia delle vite sospese, bloccate tra la vita e la morte dalla moderna scienza medica che può solo assicurare la pura sopravvivenza biologica, ma non quella dell’umano, ci lascia tutti sgomenti. Certamente sta ai medici consigliare, ai famigliari decidere, ad una comunità di prossimità fatta di conoscenti e amici stringersi intorno a chi soffre ed aiutare; comunque restando accanto, sostenendo e condividendo quanti, accanto al paziente, soffrono più di tutti. È una comunità silenziosa, fatta di vicinanza e di delicatezza; la caratterizza il silenzio e l’aiuto, discreto e concreto al tempo stesso.


Ma c’è veramente questo dietro l’iniziativa referendaria sul suicidio assistito che la Corte costituzionale ha bloccato? C’è veramente la sincera volontà di staccare le macchine solamente ai casi irrisolvibili ed estremi? C’è solo pietas e misericordia?

Non sembra. La posta in gioco è infatti ben altra e va al di là dei casi, tragici e terribili, che vengono presentati in prima linea. Per Giacomo Papi (Il Foglio 17 febbraio) – un esempio tra molti – “il punto è che nel nostro ordinamento la vita è tutto quello che abbiamo, ma non l’abbiamo davvero. O almeno, non fino in fondo perché non possiamo disporne fino a negarla”. È un’affermazione importante, non solo perché è rappresentativa di un pensiero autorevolmente diffuso, ma perché è rivelatrice di una sensibilità dominante interamente edificata sul primato dell’individuo e delle sue libertà fondamentali, tra le quali c’è anche quella di darsi la morte, qualora decida di farlo.

Sotto quest’aspetto la situazione di invalidità grave e la sua irreversibilità diventano di fatto secondarie. Per quanto vengano resi pubblici i casi estremi (per fortuna non molti), in realtà, secondo questa prospettiva, anche patologie molto meno invalidanti, quali può essere la stessa depressione, una volta che il soggetto che ne soffre la ritenga insuperabile e la sperimenti come insopportabile, ha diritto alla scelta radicale di “negarsi” la vita e una tale scelta è ritenuta rientrare tra le libertà fondamentali di quest’ultimo. Non è un caso che l’altro referendum – quello sull’uso della cannabis – si iscriva nella stessa cornice: quella delle libere scelte di soggetti adulti e consapevoli, il cui effetto non ricade che su loro stessi.

Non si può non osservare come simili obiettivi segnino una sorta di death point, un vero e proprio binario morto per la nostra modernità depressa e rinunciataria, battuta dai venti del catastrofismo ecologico e segnata dalla crisi delle nascite, che vuol dire semplicemente l’arresto di qualsiasi progetto di futuro. Fallite le rivoluzioni, perse le utopie, un nucleo militante di quella stessa componente culturale che ha animato la protesta degli anni Settanta (o almeno quel che ne resta) si batte oggi per il diritto all’ultima libertà, quella di “negarsi la vita” qualora lo si decida.

L’Io sovrano di ieri è arrivato ad essere l’Io minimo di oggi. Prima si rivendicava la qualità della vita, oggi ci si batte per la libertà di rinunciarvi, indipendentemente da qualsiasi quadro clinico; così come ci si batte per la libertà di azzerare, seppur momentaneamente, affetti e legami, responsabilità e doveri, sprofondando negli oppiacei di ogni tipo.

Affiora così il diritto assoluto a troncare, provvisoriamente o definitivamente, ogni legame sociale ogni volta che lo si ritenga opportuno, quali che siano le motivazioni, purché consapevolmente sottoscritte.

Il problema sembra allora risiedere proprio nell’insistenza a voler intercettare e dare forma ad un ente – l’individuo – che in realtà non esiste se non nelle astrazioni scientifiche. In realtà, nella concreta vita sociale, al posto degli individui esistono le persone. E la differenza tra individuo e persona passa attraverso i legami che quest’ultima costruisce e che, facendola crescere, la fanno fiorire come soggetto. Così, se l’individuo può chiudersi in se stesso, acquistare e vendere, ricorrere agli oppiacei per il proprio tempo libero o meno, assumere psicofarmaci e, se crede, farsi aiutare a togliersi la vita, la persona, ogni persona, prima di compiere qualunque azione si scopre a tenere conto necessariamente degli altri, di tutti gli altri che le sono significativi, perché è in costante relazione con questi ultimi, e lo è molto di più di quanto non creda.

Infatti noi non siamo degli individui che hanno delle relazioni, ma Siamo relazioni (come afferma da tempo Pierpaolo Donati). Fuori da queste esistiamo solo sul piano della sola vita biologica, quella stessa vita biologica alla quale il regime delle chiusure ci ha confinati e che vive solo negli spazi virtuali creati dai nuovi strumenti di comunicazione.

È invece nella vita ordinaria che siamo permanentemente degli esseri in relazione e quindi esistiamo come persone. È significativo infatti che le donne, molto meno autoreferenziali degli uomini, che vivono e sanno vivere costruendo relazioni, si suicidino molto meno degli uomini e si segnalino, molto meno di questi, per le richieste di suicidio assistito.

La libertà è reale solo se si realizza tra gli altri, con la loro preziosa compagnia. Se tutti dobbiamo la nostra vita biologica a due persone, quello che siamo diventati lo dobbiamo a molte di più. Scambiare l’autonomia autoreferenziale dell’individuo per un segno di sovrana indipendenza e fare della libertà di scegliere il quando e dove porre fine ai propri giorni come il migliore segnale di emancipazione, sono probabilmente i segnali più gravi di uno smarrimento morale e di una depressione di fatto.

Questi ristagnano in una componente culturale della società italiana che, smarrito ogni futuro possibile, si attesta sul presente del qui ed ora, come se l’autonomia del singolo fosse la conquista più importante per ogni persona, mentre invece, e al contrario, sono i legami significativi a far vivere.

SALVATORE ABRUZZESE

Il sussidiario net 18 febbraio 2022

(foto La Presse)

martedì 11 dicembre 2018

CAOS GILET GIALLI/ QUANDO IL POTERE PENSA AI “NUOVI DIRITTI” SI DIMENTICA DELLA GENTE


Preoccupata per il futuro del pianeta e per i “nuovi diritti”, ha dimenticato di prendere nota delle ansie del presente di un’intera parte della sua popolazione, assieme a quella del diritto alla dignità che quest’ultima giustamente rivendica: un errore imperdonabile.
09.12.2018 - Salvatore Abbruzzese ilsussidiarionet

C’è qualcosa di triste e di mesto nella protesta dei “gilets jaunes” ed è costituito da quell’appuntamento mancato tra governo e paese: è una Francia che si sta spaccando, e non si tratta solo di una frattura economica ma anche culturale e civile, in quanto c’è un governo che non sa cogliere quella che, come indica Alain Finkielkraut, è una doppia insicurezza: economica ma anche culturale.

Nel corso degli ultimi trent’anni la periferia si è profondamente trasformata, e non solo materialmente. Ancora nei primi anni ottanta, i comuni della couronne intorno alla capitale erano la sede di un universo operaio e commerciale che intratteneva un rapporto sociale e culturale con il centro della metropoli. Per quanto i divari fossero già vistosi, il potere politico, la rete dei partiti e dei sindacati riuscivano ancora a ricucire una trama unitaria. Uno scenario comune era ancora percepibile e la periferia era parte integrante di uno stesso universo comune.
Ma la crisi era alle porte, l’immigrazione da un lato e la de-industrializzazione dall’altro avrebbero sovvertito lo scenario economico e culturale delle periferie mentre, nel contempo, avrebbero forgiato una nuova élite dominante.

Così, nei quartieri centrali, la borghesia ad alto capitale culturale si è inserita nel processo di globalizzazione, maturando competenze e adottando stili di vita che, mentre la separavano sempre di più dall’universo della provincia, la ponevano sempre più in contatto con le grandi metropoli del mondo globale. È una Francia ecologista, che parla sempre meglio l’inglese e si muove nella metropoli su biciclette messe a disposizione dalle amministrazioni municipali. Una Francia che dialoga volentieri con un universo terzomondiale che comunque non vedrà insediarsi nei costosi quartieri centrali, e che abbandona volentieri la cultura nazionale desueta a favore del multiculturalismo educativo.

Al contrario, nelle stesse periferie operaie si sono sempre di più venute contrapponendo da un lato una giovane società immigrata, unificata da un credo religioso che è anche un modello culturale e comportamentale; fortemente coesa nei legami famigliari e nel capitale sociale e, proprio per questo, parzialmente autonoma dalle dinamiche occupazionali esistenti sul mercato. Dall’altro, una società locale autoctona, meno giovane, disseminata nei nuclei famigliari e dispersa nelle nuove generazioni; interamente dipendente da un terziario privato e industriale manifatturiero esposto alle trasformazioni del mercato globale e, proprio per questo, colpito da una crisi profonda.

Sarà proprio questa società autoctona, che fino a vent’anni fa formava ancora lo zoccolo del ceto medio, ad essere costretta a dirigersi verso l’estrema periferia e nei comuni di provincia, esponendosi involontariamente ai costi crescenti dell’energia e dei trasporti, e conoscendo così una lenta ma crescente erosione del proprio livello di vita. 
Dietro la crisi economica, per questa fascia sociale c’è la sensazione di non essere presente in nessun vagone del treno dello sviluppo. La decisione di aumentare il prezzo del gasolio da parte del governo è molto di più di un aumento di pochi centesimi sul prezzo della benzina, ma costituisce, per questa Francia periferica, la prova provata di quanto la propria inesistenza politica nelle stanze del governo sia un fatto acclarato e, proprio per questo, insopportabile.

Ovviamente le violenze, i saccheggi, le auto incendiate se da un lato sono opera dei soliti professionisti dell’insurrezione sempre e ovunque, dall’altro rivelano anche la tentazione di alimentare la rivolta rifornendosi di un carburante ben più insidioso: quello del riflesso astioso per ciò che non si ha, quello del semplice risentimento egualitario. Se la discesa in piazza sottolinea la ripresa della vita politica e della partecipazione civile, l’abbandonarsi all’istinto implica il lasciarsi andare alla barbarie prendendo di mira la civilizzazione stessa; come se fosse realmente possibile fare a meno di quest’ultima; come se la stessa partecipazione civico-politica potesse essere ancora realizzabile ed una società democratica potesse ancora effettivamente sorgere una volta bruciate le auto o dato l’assalto ai negozi.

Ma al di là delle violenze e del loro clamore mediatico, resta il disagio mesto per una classe dirigente che è riuscita a non vedere, né a percepire il declino dell’intera “Francia periferica”. 

Preoccupata per il futuro del pianeta e per i “nuovi diritti”, ha dimenticato di prendere nota delle ansie del presente di un’intera parte della sua popolazione, assieme a quella del diritto alla dignità che quest’ultima giustamente rivendica: un errore imperdonabile.


foto Lapresse

mercoledì 25 marzo 2015

DUE PRINCIPI SCOMODI

Salvatore Abbruzzese

IL SUSSIDIARIONET
mercoledì 25 marzo 2015


L'adozione di bambini da parte di coppie gay implica la necessità di sbarazzarsi di due principi, di due assiomi dati fino ad oggi per evidenti.


Il primo assioma è costituito dalla necessità, per il bambino adottato, di avere per genitori adottivi un uomo e una donna. Se si accetta l'adozione di bambini da parte di coppie gay occorre negare che uomo e donna siano da considerare come due dati naturali (quindi necessari) per essere invece delle semplici costruzioni culturali, quindi storiche, quindi rivedibili, quindi superabili.
Alla luce di questa negazione il fatto che siamo nati tutti da un padre e da una madre sarebbe sostanzialmente falso. Di fatto saremmo nati solo da due condizioni biologiche dell'esistenza (il maschile e il femminile) che non direbbero nulla circa il legame con i due generi dell'uomo e della donna così come gli abbiamo conosciuti attraverso la nostra cultura. La condizione biologica paterna e quella materna potrebbero essere sostenute indipendentemente dal genere: una donna potrebbe ricoprire adeguatamente la dimensione della paternità così come un uomo potrebbe fare altrettanto con quella della maternità. Gli elementi necessari per natura non deciderebbero minimamente circa i generi necessari per cultura. Maschile e femminile, indispensabili al momento della fecondazione biologica, non implicherebbero affatto la loro trasposizione meccanica nei due generi dell'uomo e della donna al momento della crescita e dell'educazione. Ciascuno dei due generi potrebbe scegliere il maschile o il femminile in base ad un atto consapevole del quale sarebbe responsabile.

Il secondo assioma che si deve eliminare è costituito dal vincolo che il soggetto detiene rispetto al proprio sesso naturale. Quest'ultimo non costituirebbe più un'evidenza che questi deve riconoscere, ma una contingenza che può superare. Il genere dato per natura sarebbe superato da quello scelto per percezione interiore. Per di più la situazione sessuale, il sesso acquisito biologicamente, non sarebbe decisivo rispetto ai doveri di genere che in ogni società vengono accreditati al maschile e al femminile. Questi doveri, questi compiti, non avrebbero nulla di naturale ma sarebbero storicamente definiti dai contesti sociali, sarebbero quindi oggettivamente ascrivibili all'uno o all'altro "sesso percepito" senza nessuna conseguenza circa la loro capacità effettiva di realizzazione.


Si potrebbe dire molto sulla fragilità di entrambe queste eliminazioni. Ciascuno può comunque prendere posizione. Ciascuno può comunque decidere se maschile e femminile non siano più essenziali per crescere ed educare un bambino ma restino collegati alla sola "meccanica della fecondazione" e non sfociano affatto meccanicamente e direttamente nei generi di uomo e donna. Allo stesso modo ciascuno può decidere se la propria dimensione sessuale sia quella che viene da lui intuita e scoperta e non quella che gli viene invece manifestata dalla sua natura fisica. 

Il problema fondamentale di entrambe le eliminazioni dei principi appena detti risiede nell'esito che presentano.

Entrambe infatti non costituiscono solo delle antropologie, delle concezioni dell'uomo e della donna che, in fondo, riguardano solo le vite private dei singoli, ma entrambe, nel caso dell'adozione, concernono un terzo. Un terzo che non c'è, ma che dovrà avere a che fare con ciò che noi oggi, più o meno coscientemente, stiamo avvalorando o tollerando: la possibilità di essere adottato, quando non addirittura voluto attraverso l'utero in affitto o la fecondazione eterologa, da una coppia di uomini o di donne convinti sia che non c'è bisogno della presenza di entrambi i generi per crescere un bambino, sia che il genere percepito, ciò che costoro si sentono di essere, prevalga su ciò che essi sono per natura.
Sarà il bambino non ancora nato o che ha perso i genitori o che è stato da questi abbandonato che sarà chiamato a sopportare il peso di queste scelte.

In caso di errore, nel caso che la tesi dell'indipendenza del maschile e del femminile dal sesso di chi lo esercita, assieme a quella della priorità del genere scelto rispetto a quello consegnato dalla natura, si rivelassero due formidabili sciocchezze (non sarebbe la prima volta che colossali scempiaggini siano sostenute sul piano scientifico, l'ultima è stata quella del primato della razza ariana), sarà lui e solamente lui a pagarne le conseguenze sul piano psichico. Conseguenze che, come tutti sanno, si svilupperanno solo dopo diversi anni dall'adozione.

In pratica, caro Renzi e cari compagni di strada, stiamo scegliendo per gli altri. La questione non è di diritto privato, non concerne la vita privata del singolo, non si tratta di stabilire se questi abbia o no il diritto di fare ciò che vuole, ma riguarda dei terzi, che non hanno voce o che non sono ancora nati. Stiamo decidendo sulla loro pelle.


Si chiede troppo se si ritiene che il principio di precauzione, quando non addirittura la semplice prudenza dovrebbero essere già sufficienti a far cessare quest'ultima follia della società post-moderna, così euforicamente irresponsabile da un lato e superficialmente indifferente dall'altro?