sabato 25 dicembre 2021

NATALE 2021: LIBERI DAL PENSIERO UNICO

 

Bartolomé Estéban Murillo, Adorazione dei Pastori, 1665, Londra

«Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.»
Luca 2, 10-11

 

Come si può reagire in maniera positiva

al dilagare dalla prepotenza del pensiero unico?

Io mi sto convincendo sempre di più che è il concetto di “festa”.
La festa non esige prima di tutto una preparazione

dal punto di vista tecnico scientifico,

non esige prima di tutto la moltitudine degli invitati,

ma la presenza del Festeggiato.

Se non c’è il Festeggiato, se è escluso il Festeggiato, 

se non ci si rifà al Festeggiato, 

non c’è più festa, c’è baldoria, confusione.
Eliminare la sacralità

per dare prestigio in primis alla tecnica e alla scienza,

vuol dire eliminare la speranza.

Don Agostino Tisselli


da un'idea di FABRIZIO SKEDA

 

REGALO DI NATALE

 

 “Appunti per una filosofia dei giovani” 

è un saggio del 1968 di AUGUSTO DEL NOCE (1910 - 1989).

In quel 1968 l’incontro con Don GIUSSANI e con DEL NOCE fu per me l’inizio di un viaggio felice che mi affascina tutt’ora.  

Un viaggiosimile a quello descritto da T. S. ELIOT nei Cori da “La Rocca”: “spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un'altra via.”


La vocazione di San Matteo

Caravaggio, Roma, San Luigi dei Francesi (1599)


 

Appunti per una filosofia dei giovani
Augusto del Noce
(Vita e Pensiero, 1968, V,pp. 399-413)

 

La "rivoluzione studentesca" ha colto di sorpresa così gli intellettuali come i politici. È stata l'improvvisa e imprevista "rivelazione" dello stato d'animo dei giovani; dobbiamo avere il coraggio di dichiararlo, ci siamo trovati davanti al frutto morale dell'ultimo ventennio e non prevedevamo che fosse tale, né in bene né in male. Sulle valutazioni, positive o negative, ha prevalso lo stupore.

Non si può quindi isolare, ne' gli "studenti" l'hanno isolato, il problema delle rivendicazioni universitarie da una questione assai più ampia. La gioventù contesta i risultati morali degli ultimi vent'anni e disprezza gli intellettuali della generazione ormai matura, quanto più si sforzano di apparire giovani e di essere adeguati al progresso dei tempi. Il che significa: quel che noi giovani sentiamo, il disagio che vogliamo superare, non trova corrispondenza nei modelli anche più avanzati che la generazione degli intellettuali che si è formata intorno al '40 vorrebbe proporci; e ciò perché ci troviamo ad affrontare una situazione morale nuova, che essi non prevedevano, ne sanno ora comprendere. Anche i più estremisti tra loro appartengono al sistema che contestiamo.

Parlo di un contrasto di generazioni: mi si obietterà che il concetto di generazione è equivoco e ambiguo. Certamente lo so, ma penso che qui sia necessario usarlo, come il più approssimato, anche se non lo si è fatto oggetto di un'analisi esaustiva. Consideriamo infatti la recente storia d'Italia: la generazione dei giovani tra il '43 e il '45 ha "contestato" quanto avevano fatto coloro che erano stati giovani tra il '19 e il '22; oggi la loro opera si trova a sua volta contestata dai giovani del '67-'68. La corrispondenza temporale non potrebbe essere più precisa, 24 anni: dal 1919, in Italia ogni generazione "contesta il sistema"; la regolarità matematica avrebbe fatto la gioia di Giuseppe Ferrari. Sono, certamente, lontanissimo dall'approvare il giovanilismo, e lo si vedrà. Tuttavia, resta che l'insoddisfazione del giovane rispetto all'anziano è un fatto che deve venire spiegato; e per aspetti negativi che possa contenere, per manifestazioni deteriori a cui possa aver dato origine, può anche contenerne dei buoni.

Quest'analisi che è, insieme, rinuncia alla condanna massiccia, come ai tentativi di giustificazione indiscriminata, è resa necessaria da una situazione che si è manifestata più densa di pericoli di quanto le persone rese accorte dall'"esperienza" non riuscissero a immaginare (perché, per mature e riflessive che siano diventate, continuano a immaginare il ribellismo giovanile nella forma che assumeva al tempo della loro gioventù); ma che pure può dar luogo a un certo filo di speranza.

 

1. La contestazione

È rivolta contro la società del benessere o tecnologica o tecnocratica o opulenta, come che la si voglia definire. Ma è da capire che per società del benessere si vuol significare quella che pone il benessere come fine; la precisazione è necessaria perché assai spesso la si ritiene quella che, mossa dalla consapevolezza morale e religiosa dell'unità del genere umano, o anche semplicemente dallo scopo di eliminare le tensioni rivoluzionarie (le due finalità possono ben accordarsi), vuole la maggiore diffusione del benessere tra i meno abbienti e i sotto sviluppati. Se così la si intende, si potrebbe forse non approvarla? La società del benessere non avrebbe altro fine se non quello di realizzare l'eliminazione definitiva della schiavitù; sarebbe quindi richiesta dai valori morali tradizionali, anche se essi, nella loro nuova attuazione, debbano incontrare ostacoli diversi da quelli del passato.

mercoledì 22 dicembre 2021

MONS. SUETTA: “L'EUTANASIA NON È DIRITTO, SEMMAI FALSA COMPASSIONE”

Il vescovo di Ventimiglia, Mons. Suetta, 

sulla proposta di legge del Fine Vita

 

«L’eutanasia non è un diritto, semmai è falsa compassione»: lo afferma a “La Verità” il vescovo di Ventimiglia-San Remo, Monsignor Antonio Suetta, commentando l’evoluzione parlamentare del testo sul Fine Vita.

Dopo averla definita un “pericoloso grimaldello”, il prelato entra nel dettaglio: «Siamo partiti con le Disposizioni anticipate di trattamento, il biotestamento; siamo arrivati al referendum per l’eutanasia, che serve a depenalizzare una parte dell’articolo del codice penale che punisce l’omicidio del con- senziente; lo scopo ultimo, chiaramente, è lo sdoganamento completo dell’eutanasia».

È un tema delicato che richiede una profonda analisi: per Mons. Suetta parlare della “dolce morte” è come porre una «falsa compassione» per coloro che si trovano in quelle drammatiche situazioni. «Io parlerei di una “tentazione” di desiderare la morte, che in fondo è comprensibile, in certe condizioni. Non si deve dimenticare che anche il dolore più resistente e devastante può essere affrontato con adeguata e graduale terapia; soprattutto non dobbiamo trascurare che a questa tentazione è possibile e necessario rispondere con autentica vicinanza umana, psicologica e spirituale», sottolinea il vescovo ligure.

 “L’EUTANASIA NON È UN DIRITTO”

Il problema è che l’eutanasia, per Monsignor Suetta è solo apparentemente una “concessione” di una compassione umanitaria: «quella “tentazione” o quel desiderio, per quanto comprensibili, non necessariamente costituiscono il fondamento di un diritto. Insomma, non sempre il fatto che si desideri una cosa rende buono o doveroso il concederla. Ma mi rendo conto che qui non si tratta solo di dare risposte in termini di precetti». Per il vescovo e sacerdote, la vera risposta più adeguata all’enorme dramma della sofferenza fisica e psichica è la cura, «concetto molto più esteso di quello di terapia».

Per Suetta, «Si cura una persona anche quando la si “accompagna” umanamente lungo il percorso della sua patologia irreversibile. Aggiungo che gli ideologi dell’eutanasia, a mio parere, non sono affatto mossi da un’autentica compassione verso il malato: mi sembrano spinti, piuttosto, da una forma di calcolo economico».

Il problema è che pare in alcuni casi – specie quando si considera la tematica a livello politico – che piuttosto della cura interessi il contenimento della spesa: «non è la salute che fonda la dignità dell’uomo», proclama Mons. Suetta sempre dalle colonne de “La Verità”.

Resta problematico sempre distinguere la scelta di interrompere trattamenti medici inutili e addirittura dolorosi, rispetto al concedere con l’eutanasia la morte al paziente: ebbene, il Vescovo ammette che non esiste un confine “netto”, «Come in tutti i casi in cui l’uomo è chiamato a collegare l’oggettività della norma con la soggettività della situazione, la mediazione deve essere svolta dalla coscienza. Almeno quella del paziente e del medico, che valutano benefici e conseguenze indesiderate della terapia, in termini di sofferenza ed effetti collaterali».

Parola finale sul giudizio di una Chiesa che non sempre a tutti i livelli sembra “attenta” ai temi etici come aborto e eutanasia: per Mons. Suetta, Papa Francesco è sempre molto presente e netto contro l’individualismo e il relativismo in campo etico, eppure quando «parla, con estrema chiarezza, di aborto, eutanasia e altri principi fondamentali della dottrina cattolica, i mezzi di comunicazione si guardano bene dall’evidenziare il messaggio. Al contrario, i media enfatizzano quando dice cose altrettanto giuste, ma più confacenti alla sensibilità del momento».

IL LIMITE DEL DIALOGO

Oggi c’è uno stile di comunicazione che risente del pensiero dominante, il cui dogma è il dialogo” afferma il Vescovo di Ventimiglia. Il dialogo è fatto anche di ascolto, ma oggi sembra che questo sia il momento dominante. Molti nella Chiesa pensano che la tolleranza nel dialogo possa creare apertura e un atteggiamento meno dogmatico sia più efficace e favorente. 

Ma il dialogo non viene prima della missione, la dimensione fondamentale della Chiesa è l’annuncio, ma se non c’è l’annuncio non c’è neanche chi ascolta. Fides ex auditum. Nel Vangelo Cristo non dice andate e dialogate, ma andate e annunciate.

Il tempo che viviamo oggi non può essere quello di un dialogo che rinuncia alla missione. “Il compito dei Pastori, conclude Mons. Suetta, è quello di dire una parola chiara. È necessario affermare il principio, e su questo non c’è da discutere. Dopodichè bisogna aiutare le persone a liberare la loro capacità di apprendimento dai pregiudizi e dai falsi convincimenti che la cultura dominante costantemente instilla.”

domenica 19 dicembre 2021

LA VERA EUROPA

 JOSEPH RATZINGER

BENEDETTO XVI

«Il mio ultimo punto è la questione religiosa. Non vorrei entrare qui nelle discussioni complesse degli ultimi anni, ma mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere in Dio.  Laddove questo rispetto vieneinfranto, in una società qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale grazie a Dio viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure.

Viene multato anche chiunque vilipendia il Corano e le convinzioni di fondo dell’Islam. Laddove invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà di opinione appare come il bene supremo, limitare il quale sarebbe un minacciare o addirittura distruggere la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo, che essa non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro; essa non è libertà di mentire o di distruggere i diritti umani.

C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.

L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se essa vuole davvero sopravvivere. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Di essa fa parte l’andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi.»

(J. Ratzinger-Benedetto XVI, Lectio Magistralis, biblioteca del Senato, 12/6/2004; in "La vera Europa. Identità e missione", pp. 233-234 ed. Cantagalli)


venerdì 17 dicembre 2021

ECCO LA RETE SOTTERRANEA DEI SINDACI DI SINISTRA PER RIESUMARE IL DDL ZAN

"Ready" propone azioni ideologiche su tutta la popolazione. 
Ecco chi ha già aderito


Francesco Giubilei

Con la bocciatura da parte del Parlamento del Ddl Zan, sembrava scampato il pericolo di una legge che, partendo dal giusto contrasto a ogni forma di discriminazione, proponesse in realtà una visione ideologica della società imponendo il tema del gender e limitando la libertà di espressione dei cattolici ma purtroppo così non è.

Negli ultimi mesi vari comuni hanno infatti aderito alla rete Re.a.dy (Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) che riunisce «rappresentati istituzionali di Pubbliche Amministrazioni, tra Regioni ed Enti Locali da tutta Italia» con l'obiettivo di offrire «alle pubbliche amministrazioni locali uno spazio di condivisione e interscambio di buone prassi finalizzate alla tutela dei Diritti Umani delle persone Lgbt e alla promozione di una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze».

Sulla carta si tratta di un'iniziativa per contrastare forme di discriminazione ma in realtà è un ddl Zan mascherato e un'iniziativa nata per promuovere l'agenda Lgbt nel Paese. Non a caso la rete nasce nel 2006 «nell'ambito del Pride nazionale» quindi con una precisa connotazione ideologica e nella Carta d'Intenti tra le ipotesi di intervento si legge: «Azioni di informazione e sensibilizzazione pubblica rivolta a tutta la popolazione»; «azioni informative e formative rivolte al personale dipendente degli Enti partecipanti» e «azioni informative e formative rivolte al personale impegnato in campo educativo, scolastico, socio-assistenziale e sanitario». Lecito chiedersi se con la formula «tutta la popolazione» si intendono anche i bambini e il rischio che avvenga un vero e proprio indottrinamento ideologico dietro l'espressione «azioni informative e formative» è concreto.

Le adesioni sono state molteplici (ne fanno parte Regioni e comuni come Torino, Milano, Roma...), dalla Puglia all'Emilia Romagna dove nel comune di Cesena si è sviluppata una vera e propria polemica dopo la scelta dell'amministrazione di centrosinistra di entrare a far parte della rete e la presa di posizione della diocesi che, con una nota del Consiglio pastorale e del Consiglio diocesano, ha condannato la decisione parlando di un «fatto grave verificatosi nella città, passato sotto silenzio, le cui conseguenze sono attuali e lo saranno anche in futuro».

Aderendo a Re.a.dy, un'amministrazione si lega de facto a un'iniziativa che sostiene attività come il Gay Pride promuovendo, più o meno direttamente, progetti nelle scuole sull'identità di genere. Si tratta, in sostanza, di un tentativo di imporre un ddl Zan in miniatura a livello locale attraverso i consigli comunali. Non a caso, nella sezione «buone prassi» del sito di Re.a.dy, si promuove l'«adesione alle date significative» come il 28 giugno in cui avviene il Pride.

In realtà, il fatto che la rete voglia sostenere quanto contenuto nel ddl Zan, non è un segreto poiché, tra le principali attività promosse negli ultimi mesi, c'è l'invito alle amministrazioni partner «ad un'azione congiunta della rete a sostegno dell'iter parlamentare del testo unificato della proposta di legge: Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale e all'identità di genere, presentato dal deputato Zan».

È doveroso chiedersi, anche da un punto di vista istituzionale, nel momento in cui il Parlamento boccia una legge, se sia lecito cercare di imporre a livello locale ai cittadini contenuti analoghi o se sia doveroso rispettare il volere della massima entità che esprime la volontà popolare.

IL GIORNALE 14 Dicembre 2021

 

mercoledì 15 dicembre 2021

SOCCI: AL PAPA NON INTERESSA AVERE TIFOSI, MA CRISTIANI CON IL CUORE ARDENTE

GLI 85 ANNI DI PAPA BERGOGLIO: PRIMO BILANCIO DI UN PONTIFICATO. DOPO TANTE CRITICHE E’ GIUSTO RICONOSCERGLI CHE…

Domani è l’anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Jorge Mario Bergoglio che venerdì 17 dicembre compirà 85 anni. Non so se, in cuor suo, farà un primo bilancio del suo pontificato (gli analisti hanno già cominciato).

Di certo è gravoso guidare la Chiesa nella tempesta di questi anni, assistere a una così galoppante scristianizzazione (in un mondo che sembra impazzito) e trovarsi sempre esposto agli attacchi dei demonizzatori e alle lusinghe degli adulatori (non so cosa è peggio).


Sono arrivati a imputargli pure il vaccino, come fosse una sua colpa e non una protezione dalla pandemia (peraltro è il vaccino di Trump, non certo del papa).

Anche ieri un giornale lo ha accusato di non dire nulla sul prossimo dibattito parlamentare italiano relativo all’eutanasia, quando proprio l’altro ieri, parlando ai giuristi cattolici, il papa aveva implorato i giuristi di rifendere i diritti dei dimenticati e – insieme a lavoratori e migranti – aveva citato malati, bambini non nati, persone in fin di vita e poveri (peraltro sull’aborto Francesco usa espressioni perfino più dure di Giovanni Paolo II).

Dall’altra parte apri “Repubblica” e trovi Scalfari che, professandosi suo tifoso, gli attribuisce improbabili teorie o – proprio ieri – Luigi Manconi che ricama su una frase del pontefice relativa ai peccati della carne, attribuendogli una “svolta” che è solo nei desideri di Manconi (in realtà il papa ha solo ricordato la tradizionale distinzione della Chiesa fra il peccato di debolezza e il peccato di malizia).

Che questo pontificato non rientri negli schemi ideologici consueti dei media e della politica lo dimostra anche la conferenza stampa dei giorni scorsi, durante la quale – sconcertando tanti suoi sostenitori interessati – il papa ha difeso ”la sovranità” e le “identità” dei paesi europei, “i valori nazionali”, mettendo in guardia dalla pretesa “imperiale” della UE e da “una superpotenza che detta i comportamenti culturali, economici e sociali” imponendo a tutti le proprie “colonizzazioni ideologiche”.

Egualmente scandalizzò certi suoi tifosi l’intervento della Santa Sede sul Ddl Zan (un intervento, peraltro, decisivo).

D’altra parte, anche nel mondo clericale, tanti lo lodano a parole o tentano solo di imitarne gli atteggiamenti, a volte in modo maldestro. Ma ci sono anche vescovi, sacerdoti, religiosi, suore, tanti cristiani che hanno capito il cuore della “missione” scelta da questo pontificato, dichiarata fin dall’inizio, e cercano di viverla: l’uscire dalle sacrestie e andare in cerca degli uomini.

La maggior parte si limita a proclamarla verbalmente, perciò non si vede una chiesa in missione, casomai una chiesa confusa. Non so come in futuro verrà valutato questo pontificato. Ai posteri l’ardua sentenza. Chi scrive in passato non ha lesinato critiche (anche troppo dure, talora con poca carità).

Anni fa mi vidi arrivare una lettera autografa del papa che mi ringraziava per il mio libro e, fra le altre cose, aggiungeva: “anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore”. Poi mi prometteva le sue preghiere, per me e per la mia famiglia “chiedendo al Signore di benedirvi e alla Madonna di custodirvi”.

Un gesto di paternità (anche verso mia figlia) che mi commosse e un gesto di umiltà per nulla scontato, che mi ha fatto riflettere e mi ha riempito di stupore: un papa che ringrazia personalmente per le critiche (dure) e si umilia davanti a un cane sciolto come me (che di certo non sono un santo) non può lasciare indifferenti. Si firmava mio “fratello e servitore nel Signore”.

Liberi Dal Pensiero Unico - Incontro del 9/12/21

sabato 11 dicembre 2021

AVVERTENZA: VI DO UNA NOTIZIA UN PO' RISERVATA

 GIACOMO BIFFI: LA FORTUNA DI APPARTENERGLI

AVVERTENZA

  Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo.

Grande è la fortuna dei credenti in Cristo. Però non andate a dirlo agli altri: non la capirebbero.

E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali.

C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.

Conoscere il senso di ciò che si fa

È già una fortuna non piccola e non occasionale – che ci viene dalla nostra professione di fede – quella di conoscere il senso di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali. Per esempio, tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole.

Un altro esempio: un po’ d’anni fa eravamo tutti eccitati e in tripudio per il suggestivo traguardo del Duemila che ci sarebbe stato dato di raggiungere: ma l’emozione e la festa dei credenti erano meglio motivate. Noi non ci sentivamo emozionati e in festa soltanto per la rotondità della cifra (duemila!); eravamo presi e allietati dal forte ricordo di un evento che è centrale e anzi unico nella storia: il ricordo del bimillenario dall’ingresso sostanziale e definitivo di Dio nella vicenda umana.

Quell’anno appunto ci veniva più intensamente richiamata la memoria dell’Unigenito del Padre che è divenuto nostro fratello e si ravvivava in noi con vigore singolare la grande speranza che duemila anni fa ha incominciato ad attraversare la terra. Come si vede, tutta l’umanità festeggiava il Duemila; ma la nostra festa era innegabilmente più consistente e più razionalmente fondata.

 Credenti e creduloni

Coloro che si affidano a Cristo – che è «Luce da Luce», cioè il Logos sostanziale ed eterno di Dio – sono inoltre abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile.

Anche questa è una fortuna non da poco. È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto. Perciò la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo parrebbe non tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni.

Lo stemma del Cardinale
La conoscenza del Padre

Chi è «di Cristo» riceve in dotazione anche la certezza dell’esistenza di Dio. Ma non di un Dio filosofico, che all’uomo in quanto uomo non interessa granché; non di un Dio che viene chiamato in causa solo per dare un cominciamento e un impulso alla macchina dell’universo, e poi lo si può frettolosamente congedare perché non interferisca e non disturbi; non di un Dio che, dopo il misfatto della creazione, parrebbe essersi reso latitante. Questa è, press’a poco, la concezione «deistica», e non ha niente a che vedere né con l’insegnamento del Signore né con la nostra vita.

C’è anzi da dire che tra il deismo e l’ateismo, per quel che personalmente ci riguarda, la differenza non è poi molta. Il nostro Dio è «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo», come amava ripetere san Paolo. E lo si incontra, incontrando Gesù di Nazaret e il suo Vangelo: 

«Nessuno  conosce il Padre se non il Figlio – lo ha detto lui esplicitamente – e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27).

La sfortuna dell’ateo

 Si può intuire quanto sia grande a questo proposito la nostra fortuna, soprattutto se ci si rende conto davvero della poco invidiabile condizione degli atei. I quali, messi di fronte ai guai inevitabili in ogni percorso umano, non hanno nessuno con cui prendersela. Un ateo – che sia veramente tale – non trova interlocutori competenti e responsabili con cui possa discutere dei mali esistenziali, e lamentarsene. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, e ogni sua contestazione, a ben pensarci, risulta un po’ comica. Di solito, in mancanza di meglio, finisce coll’aggredire i credenti; ma è un bersaglio che non è molto appagante, perché i credenti (se sono saggi) se ne infischiano di lui e non gli prestano molta attenzione. Un ateo, se non vuol clamorosamente rinunciare a ogni logica e a ogni coerenza, è privato perfino della soddisfazione di bestemmiare. E questa è la più comica delle disavventure. Clave Staples Lewis (l’autore delle famose Lettere di Berlicche), ricordando il tempo della sua incredulità, confessava: «Negavo l’esistenza di Dio ed ero arrabbiato con lui perché non esisteva».

tratto da : La fortuna di appartenergli. Lettera confidenziale ai credenti

martedì 7 dicembre 2021

«L'U.E. ODIA L’EUROPA. COME SI FA A STUPIRSENE'?»

 Intervista a MONS. NICOLA BUX

«L’ Europa contro il Natale? Chi se ne meraviglia è cieco»

 «A Bruxelles pesa una visione antireligiosa, non può sorprendere nessuno la censura dei nomi cristiani. Né la mancata reazione di una Chiesa in balia del mondo»

 La memoria di don Nicola Bux corre ai primi anni del Duemila, al «gran rifiuto» di Valery Giscard d’Estaing, allora presidente della Convenzione europea, che non accolse l'appello di San Giovanni Paolo ll a inserire nella mai nata Costituzione comunitaria i riferimenti alle radici giudaico-cristiane. «La previsione di papa Wojtyla si è avverata: l'Europa ha compiuto una grave apostasia, un distacco dalla sua stessa storia», spiega il teologo ed esperto di liturgia, nominato Benedetto XVI consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche e del culto divino.

D. Don Bux, i riferimenti al Natale sono salvi, almeno per ora. Dopo le polemiche, sono stato ritirate le «Linee guida per una comunicazione inclusiva nelle istituzioni europee», realizzate a Bruxelles. L'ha sorpresa questo «attacco» a uno dei valori più cari alla tradizione cristiana?

“ Chi conosce l’involuzione che l'Unione europea ha subito negli ultimi decenni, non si stupisce più di questi fatti. Nelle organizzazioni europee è presente una influente componente anticristiana. Non aprire gli occhi su questa realtà, significa non comprendere certi pronunciamenti, comportamenti e favoritismi nei confronti di gruppi assolutamente minoritari, che vogliono imporre una visione anticattolica».

A furia di includere si è finito per escludere, se non addirittura rinnegare, certi valori?

«Come ha spiegato Benedetto XVI, l'Europa ha palesato un odio verso sé stessa, presumendo di diventare una realtà più accogliente o, come si dice oggi, inclusiva. Sta pagando questa visione con un'invasione incontrollata e non mirata, alla quale va aggiunto un inverno demografico che la condannerà all'estinzione. Mancherà la forza giovane in grado di fronteggiare la forza giovanissima che entra nel continente europeo. Per poter includere, bisogna avere un  ambito ben definito entro il quale muoversi».

Non c'è questo ambito?

«Il paradosso attuale è che si invoca l’inclusione dei migranti provenienti dai Paesi islamici, ma si finisce per proporre loro il modello Lgbt, cioè un'impostazione che la gran parte di queste persone rifiuta. Se non si considera la fisionomia del corpo che accoglie, il processo di integrazione finirà con un violento rigetto, proprio come un trapianto andato male».

Sta prevedendo il fallimento di ogni tentativo di integrazione?

«L’integrazione può avvenire se c'è compatibilità tra le culture. Quale compatibilità può esistere tra l’islamismo e il cristianesimo? Al massimo, può esserci tolleranza. Oggi l'Europa pecca di una grave intolleranza nei confronti di chi, egualmente europeo, non la pensa come i gruppi di potere che dettano l’agenda. Se non siamo in grado di proporre tolleranza tra noi stessi, come possiamo pretendere di essere inclusivi verso le altre culture?».

Nelle linee guida della Commissione europea, c'è l'invito a evitare «nomi cristiani» come Maria e Giovanni. Meglio utilizzare Malika e Giulio. Cosa ne pensa?

«I latini dicevano: “Nomen est omen”, il nome è veicolo di significato, ha un contenuto. Negli anni del paganesimo, i nomi cristiani che venivano dati a chi si battezzava indicavano una vocazione, una visione. Non un'emozione, come avviene oggi».

Che cosa intende?

«I nomi vengono scelti emotivamente, senza una motivazione che potrebbe essere, ad esempio, il ricordo di una persona cara o la venerazione di un santo. Questo processo di secolarizzazione è in atto da tempo, nonostante i tentativi di quei pochi sacerdoti che provano ancora a suggerire l’uso di nomi cristiani. Cancellarli significa distruggere la memoria del cristianesìmo».

A chi giova la continua ricerca di omologazione?

NOTRE DAME BRUCIA

«A chi progetta un mondo senza Dio. Ma anche a chi, in modo miope, crede di poter costruire un mondo esclusivamente a misura d'uomo. Un'utopia».

Per quale motivo?

«Ogni volta che si opera in tal senso, si creano le premesse della frana. A farlo è chi ha escluso Dio dal proprio orizzonte, affidandosi esclusivamente al potere, al dio denaro o ad altri paradigmi del genere. E la famosa statua apparsa in sogno al profeta Daniele, che poi spiegò al re Dario: pur essendo fatta di oro, argento, bronzo, ferro e rame, la statua aveva i piedi d argilla; a causa di un piccolo sasso staccatosi dalla montagna, crollò. Il piccolo sasso sarà sempre quel cristianesimo che ha a cuore la persona di Cristo, non quello che si  confonde con le mode correnti del mondo».

Sì sarebbe aspettato una presa di posizione più netta da parte del Vaticano di fronte all'ultima follia dell'Europa?

«Sinceramente no. La leadership che guida la Chiesa è distopica: non mette al centro la forza del Vangelo e la potenza di Gesù Cristo, ma è in gran parte preda dell’ideologia di turno, che oggi è colorata di verde come ieri lo era di rosso. Di fronte a una tale distopìa, non illudiamoci di assistere a una reazione adeguata. Del resto, cosa ci si può aspettare se non è più conosciuto nemmeno il senso del Natale?”.

Cioè?

«Il senso del Natale è la verità che Dio entra nella storia facendosi carne. Perfino Dostoevskij, che non era certo l’espressione del cattolicesimo, diceva che la condizione per la salvezza della storia del mondo risiede nelle parole “il Verbo si è fatto carne”. Se gli uomini di Chiesa si allontanano da tutto ciò, falliscono nella loro missione. Oggi, come ha scritto Benedetto XVI, c'è una deformazione della coscienza: si propone come bene ciò che è intrinsecamente male”

Per esempio?

«Pensiamo alla proposta di unioni omosessuali. E evidente che è contro la natura, ma oggi tutto è naturale tranne quel che riguarda l'uomo. C'è bisogno di un'ecologia dell’uomo. C'è un'ecologia per tutto: animali, acqua, terra, aria. Se non facciamo l'ecologia dell'uomo, abbiamo fallito. E l'uomo che manovra tutto il resto.

Non esiste alcuna autoregolamentazione, salvo ovviamente le forze incontrollabili dell'Universo che sono sottomesse solamente al Creatore. Checché ne pensino Greta e gli altri».

Si stanno mettendo le basi per una nuova Torre di Babele?

«Le Torri di Babele costellano la storia dell'umanità. Quando si è parlato di “Grande  reset", mi sono permesso di osservare che questi tipi di progetti ci sono sempre stati. Si tenta una ristrutturazione dell'umanità, in nome di un progetto che qualcuno immagina di poter portare avanti. Sono decenni che ascoltiamo promesse di un nuovo ordine mondiale o di un nuovo umanesimo, sappiamo bene che si tratta di proposte inconsistenti».

Perché?

«Non tengono conto di due fattori: il primo è l’insopprimibile bisogno di libertà dell'uomo”

E il secondo?

«Credono di poter costruire una nuova Torre di Babele senza Dio, ma non si accorgono che l'assenza di uno sguardo superiore è la premessa per l'incompiutezza del progetto, se non addirittura per la sua autodistruzione. Perché ci sia uno sguardo superiore, ci vuole una conversione a Dio, ciò che propone il cristianesimo. La condizione per essere tutti fratelli è quella di riconoscere un unico Padre. Per farlo, c'è bisogno che qualcuno lo predichi, lo faccia conoscere. Una parte della Chiesa ha rinunciato a evangelizzare».

Qual è il motivo, secondo lei?

«Perché ritiene che il processo di affratellamento dei popoli, come lo ha proposto Gesù Cristo, sia utopistico. Pensano sia più facile raggiungerlo attraverso una serie di accordi e dichiarazioni. Nell'ultimo documento firmato in Vaticano dai capi religiosi, non si pronuncia una sola volta la parola Dio. E questo la dice lunga».

Abbiamo visto Babbo Natale in tutù o intento in baci omosessuali; ritiene che anche i simboli del Natale, che siano essi sacri oppure no, vengano utilizzati per finalità politiche?

«Azzardo un’ipotesi: tutte queste manifestazioni nascondono una nostalgia del sacro. Questa specie di assalto ai simboli sacri è in realtà un grido, il sintomo della mancanza di qualcosa. Probabilmente in questo processo siamo colpevoli anche noi cristiani, perché abbiamo smesso di annunciare, di proporre Gesù. Perché oggi, di fronte alla pandemia, c'è tutta questa disperazione? Perché l'uomo non sa più che Dio è con noi. E se non lo annuncia la Chiesa, da chi ascolteranno questa notizia? La fede viene dall'ascolto e l’ascolto viene dalla predicazione: il compito della Chiesa deve essere ripreso».

A proposito di predicazione, pensa che la catechesi non sia più in grado di raggiungere chi si approccia alla religione, come i bambini?

«La catechesi dei fanciulli è un tasto dolente nella formazione odierna dei cristiani. Se i bambini non vengono catechizzati, comunicando loro le verità fondamentali, diventano vulnerabili. Certo, ci si converte a Dio anche da grandi, ma il ruolo degli adulti, dei catechisti e dei sacerdoti resta fondamentale per confermare su cosa ci si debba istruire e formare.”

di ANTONIO DI FRANCESCO (La Verità 6 dicembre 2021)

lunedì 6 dicembre 2021

“PER AMORE DEL MIO POPOLO". LETTERA DI MONS. DOUGLAS REGATTIERI VESCOVO DI CESENA ALLA COMUNITÀ DIOCESANA

Monsignor Regattieri interviene su vaccini Ddl Zan, denatalità e armi. 

L'appello accorato della Chiesa è rivolto a tutti

(OMISSIS)

Dopo gli interventi del Santo Padre, della Conferenza Episcopale Italiana, del nostro settimanale diocesano, sollecitato da diversi fratelli e sorelle, sento il dovere di dire una parola chiara su alcuni temi che in questi giorni sono assurti alle cronache e che vorrei porre all’attenzione della comunità diocesana. Sono temi importanti che – benché molto diversi tra di loro – tuttavia fanno tutti riferimento al dono della vita, alla dignità della persona e della famiglia. Sento il bisogno di parlare per esprimere l’amore che anch’io nutro per il mio popolo, affidato alle mie cure pastorali, pensando così di assolvere al compito di essere come la sentinella (cfr. Is 21, 6.8).

La dignità della persona e della famiglia

Mons. Douglas Regattieri 

Il primo tema su cui desidero intervenire si riferisce al disegno di legge sulla omotransfobia in materia di violenza e discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere (il cosiddetto ddl Zan), in discussione in questi giorni al Senato, dopo aver ricevuto l’approvazione della Camera.

Non si tratta solo di opporsi alla violenza nei confronti delle persone in ragione del loro orientamento sessuale: questo già è previsto dalla Costituzione (vedi art. 3 e Codice penale). Il testo va oltre e induce a ritenere che il solo pensare ed esprimersi diversamente rispetto alle definizioni contenute nel disegno di legge potrebbero apparire come una istigazione e una discriminazione, quindi possano esporre all’accusa di omotransfobia.

Nella definizione dei termini pare ci sia, inoltre, una pericolosa sovrapposizione della dimensione soggettiva con quella oggettiva. Questo è evidente soprattutto quando il ddl definisce l’identità di genere: cioè, «identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrisponde al sesso, indipendentemente dall’aver concluso il percorso di transizione»[6]. Si chiedeva sulle pagine di «Avvenire» Francesca Izzo: «È progresso consentire di dichiararsi donna o uomo in base alla propria percezione soggettiva annullando il sesso? O è progresso agire perché donne e uomini, i due sessi che costituiscono l’umanità, siano riconosciuti entrambi pari e liberi?»[7].

L’espressione ‘identità di genere’ mira chiaramente ad annullare la differenza, il dualismo uomo-donna, a vantaggio di un’autopercezione individuale, tesa a cancellare la differenza sessuale, a creare una confusione antropologica che confonde e sicuramente lede il principio di condivisione, reciprocità uomo-donna, su cui si fondano la famiglia e l’educazione. Anche solo a partire da queste poche osservazioni sul ddl Zan non possiamo esprimere che forti perplessità e dubbi.

Noi ci richiamiamo piuttosto a quanto la Dottrina della Chiesa espone con chiarezza a proposito di questi temi. Mi limito a tre citazioni: «Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio»[8]. «Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere e accettare la propria identità sessuale. La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali sono orientate ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare. L'armonia della coppia e della società dipende in parte dal modo in cui si vivono tra i sessi la complementarità, il bisogno vicendevole e il reciproco aiuto»[9]. «La Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati»[10].

[8] Gaudium et spes, n. 29.

[9] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2333.

[10] Ivi, n. 2357.

La lettera pastorale è del 21 maggio 2021

qui la lettera pastorale

https://www.corrierecesenate.it/Diocesi/Per-amore-del-mio-popolo-.-Lettera-del-vescovo-alla-comunita-diocesana

 

CESENA: IL CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO CONTESTA DURAMENTE LA DECISIONE DEL COMUNE DI CESENA DI ADERIRE ALLA RETE RE.A.DY

"Un fatto grave". Una decisione "passata sotto silenzio",

scrivono gli organismi della Diocesi

 Pubblichiamo un comunicato redatto dal Consiglio pastorale diocesano e dal Consiglio diocesano delle aggregazioni laicali. Il tema è quello dell'adesione alla rete Re.a.dy da parte del Comune di Cesena avvenuta con decisione assunta dal Consiglio comunale il 30 luglio scorso. 

CESENA: LA CATTEDRALE
Il Consiglio pastorale diocesano e il Consiglio diocesano delle aggregazioni laicali desiderano mettere in evidenza un fatto grave verificatosi nella nostra città, passato sotto silenzio, le cui conseguenze sono attuali e lo saranno anche in futuro. Questo evento ci interpella in quanto cittadini impegnati in ambito ecclesiale e sociale.

Il 30 luglio scorso il Consiglio comunale di Cesena ha approvato la mozione di indirizzo politico con la quale il Comune di Cesena ha aderito alla rete “Re.a.dy” (Rete anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere).

Si tratta di una Rete tra Regioni, Province e Comuni (e loro Associazioni e Istituzioni) volta a promuovere l’agenda Lgbt nel paese, con azioni orientative delle politiche a favore delle persone Lgbt, informative e formative per il personale dipendente degli enti partecipanti, per il personale impegnato in campo educativo, scolastico, socio-assistenziale e sanitario, per il mondo produttivo sui temi del diritto del lavoro delle persone omosessuali e transessuali, e organizzando giornate tematiche ed eventi diffusi sul territorio.

Ci preoccupano le prassi definite “buone” che l’Amministrazione comunale di Cesena dovrà “impartire” ai cittadini, oltre al sostegno e all’adesione agli eventi Gay Pride, come la promozione di “progetti nelle scuole sull’identità di genere”.

Con tale adesione ci pare che il Comune, nei contenuti, cerchi di ottenere gli effetti che si sarebbero raggiunti con il cosiddetto Ddl Zan, imponendo a livello amministrativo quanto non ottenuto a livello nazionale.

In merito allo stesso Disegno di legge la presidenza della Cei aveva già espresso perplessità sul testo con due note diffuse il 10 giugno 2020 e il 28 aprile 2021. Anche il nostro vescovo era intervenuto il 15 maggio scorso nella Lettera alla comunità diocesana, Per amore del mio popolo, ritenendo il testo fonte di perplessità e dubbi poiché volto a creare confusione antropologica, a partire dall’annullamento della differenza e complementarietà sessuale, della reciprocità uomo-donna su cui si fondano la famiglia e l’educazione a vantaggio di un’autopercezione individuale.

La rete “Re.a.dy” riprende e pubblicizza definizioni contenute nel testo del Ddl Zan condividendo un’impostazione che riteniamo lesiva della libertà costituzionale di opinione e di espressione del pensiero per chi non si riconosce in quelle definizioni: col pretesto di promuovere la non discriminazione per le persone omosessuali, già tutelate anche a livello costituzionale come qualsiasi altra persona, si finirebbe per perseguire l’imposizione di un pensiero unico nella scuola, nel mondo del lavoro e nella società, su identità di genere e orientamento sessuale esponendo alla possibile accusa di omotransfobia, in violazione dell’art. 21 della Costituzione.

Ci preoccupa la scelta di adesione alla rete “Re.a.dy” poiché di fatto favorirà la propaganda di teorie, come quella del gender, già definite da papa Francesco come “colonizzazione ideologica dei piccoli e dei giovani”. Teorie che si propongono implicitamente di voler distruggere la diversità e la distinzione. Tutto ciò in violazione della libertà di educazione della famiglia, come previsto dall’art. 30 della Costituzione.

Riteniamo che gli impegni previsti nell’adesione alla rete, favorendo la cultura di indistinzione tra maschio e femmina e l’irrilevanza di padre e madre, portino a un indebolimento della famiglia, comunità naturale in cui si sperimenta la socialità umana e che contribuisce in modo unico e insostituibile al bene e al proseguimento della società.

La vicenda dell’adesione alla rete “Re.a.dy” e il Disegno di legge Zan, ma anche il dibattito in atto sull’eutanasia, ci spingono a chiedere a chi si impegna direttamente in politica una chiarezza su chi sia l’uomo come punto di partenza per un servizio veramente rivolto al bene comune. Preoccupati per un’oggettiva discriminazione nei confronti dei progetti e delle iniziative in ambito educativo che presentino un’impostazione antropologica e culturale diversa rispetto a quanto previsto fra gli impegni della rete “Re.a.dy”, chiediamo ai politici di qualsiasi schieramento di vigilare su questo e di essere attenti alle eventuali segnalazioni che in tal senso provenissero da tutta la società civile, dall'associazionismo e dalle organizzazioni cattoliche.

Desideriamo infine che tutta la comunità cristiana comprenda tale urgenza antropologica e, consapevole di questo, testimoni e promuova sempre un’immagine di uomo e di donna che, solo se rispettosa del disegno di Dio, ne consentirà la piena realizzazione umana.

Tratto da :”IL CORRIERE CESENATE” online