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giovedì 15 aprile 2021

ADA NEGRI : “IL SEGRETO DEL TEMPO”

Il tempo che scorre, l’ansia di fermare il suo significato in un tentativo, illusorio, di possesso.

ADA NEGRI (1870-1945)

Tempo

Giorno per giorno, anno per anno, il tempo
nostro cammina! L’ora ch’è sì lenta
al desiderio, tu la tocchi infine
con le tue mani; e quasi a te non credi,
tanta è la gioia: l’ora che giammai
affrontare vorresti, a cauto passo
ti s’accosta e t’afferra – e nulla al mondo
da lei ti salva. Non è sorta l’alba
che piombata è la notte; e già la notte
cede al sol che ritorna, e via ne porta
la ruota insonne. Ma non v’è momento
che non gravi su noi con la potenza
dei secoli; e la vita ha in ogni battito
la tremenda misura dell’eterno.

E mentre Pavese scrive che “il compenso di aver tanto sofferto è che poi si muore come cani”, Ada Negri afferma che il tempo è gravido di futuro: su ogni istante grava il peso dell’eterno.

È questa la questione: l’esistenza finisce nella polvere del tempo che passa, in una prigione dove soffocheremmo e moriremmo inutilmente, oppure il tempo ha in sé il senso dell’eterno? La vita ha uno scopo? La vita è piena di attese, e “il passato è un seme del futuro o niente (Luzi).

Qual è la nostra posizione? Tutte le mattine siamo costretti a scegliere.

(cfr. Luigi Giussani: “Attraverso la compagnia dei credenti” pag.19 e pag.30-31)

 

venerdì 27 novembre 2020

È NELL’ISTANTE LA PARTITA CON IL SENSO DELLE COSE

 

Solo l’esperienza reale di un presente toccato, masticato, sofferto, ci salva dalla confusione

Non occorrono troppe analisi per renderci conto che viviamo in una situazione confusa. Confusi i dati sulla pandemia,  confusi i provvedimenti, confusa la comunicazione. Confuse probabilmente anche le idee di chi deve prendere decisioni. E noi che a marzo, come ha scritto recentemente Antonio Scurati, “scoprimmo finalmente di essere mortali, noi che ci facemmo animo, cantammo perfino”, oggi non possiamo non accorgerci che sarà dura, che, come aggiunge Scurati, insieme “alla nebbia a banchi è calata la discordia, l’incertezza, la rabbia”.

Anche se i tamponi aumentano, se gli indici del contagio cominciano a mandare segnali positivi, se è in arrivo il vaccino, non aumenta però la nostra sicurezza. È sempre più difficile fidarsi di chi ci governa, la crisi economica incombe, i fondi dell’Europa e i ristori sono sempre introdotti da verbi coniugati al futuro, affidati ad “auspici”.

Un po’ di giorni fa, quando stava per essere emanata l’ordinanza che avrebbe consentito l’accesso a bar e ristoranti solo per l’asporto, sono passata dal mio amico che gestisce il bar sotto casa . “Hai sentito?” gli dico. E mi aspettavo la solita sfilza di lamenti e recriminazioni. Niente di tutto questo. “Guarda, pronto!” mi dice, mostrandomi il cartello con le indicazioni per il delivery, che lui a mano e in fretta aveva già scritto. E aggiunge “Stiamo qua!”. È vicino alla pensione, sa che il guadagno di queste settimane sarà minimo, ma lui sta qua! Lo fa per i figli che lavorano con lui? Per i dipendenti? Sì, forse, ma lo fa per sé, per vivere lui adesso. Vivere l’istante è veramente l’unica possibilità che abbiamo in questa immane confusione. È solo nel presente che ci accorgiamo di esistere, che ci giochiamo la libertà, che decidiamo dove volgere lo sguardo.

Avevo 15 anni, ero nel pieno dell’incandescenza adolescenziale, mi ero trovata a partecipare ad una tre giorni di Gioventù Studentesca. Mi capitò di uscire dal salone con don Giussani e nell’istante di pochi piani fatti in ascensore, davanti al mio scettico disinteresse verso le cose della fede di cui lui aveva appena parlato, mi disse “ma adesso sei qui!”. Le porte dell’ascensore si aprirono, il dialogo finì. Ma in forza di quell’istante, e di quel po’ di libertà con cui lo avrò assecondato, ora sono qui, un po’ più vicino a quelle cose della fede di cui don Giussani aveva parlato. Anche in quel momento ciò che vinse la confusione, e ne avevo tanta, fu la forza di un istante presente. Un presente capace di sconfiggere lo scetticismo del passato e lanciare un ponte verso una speranza per il futuro.

Sembra quasi paradossale che possa essere un istante, una sequenza di istanti, a contare veramente nella vita. Mentre la nostra presunzione vorrebbe affidare tutto ai giudizi (o meglio pre-giudizi, recriminazioni, ostilità) che il passato ha sedimentato in noi, o ai progetti che la nostra intelligenza pensa di costruire per il futuro. Paradossale ma ragionevole, perché la vera partita con il senso delle cose, con la presenza o l’assenza del significato, ce la giochiamo nella concretezza degli istanti quotidiani.

Come Pavese fa dire ad Esiodo nei Dialoghi con Leucò,  “La vita dell’uomo si svolge laggiù tra le case nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. La fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora – quest’è il vivere che taglia le gambe”.

Ma è ancora Pavese che, in questo stesso dialogo, mette in bocca alla divina interlocutrice di Esiodo una sorta di promessa: “Non capisci che il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma? Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini”.

E se quelle divine origini silenziose prendono la parola oggi, nel presente, se assumono il volto e i lineamenti di persone e storie concrete, allora sì che possiamo sperare! Solo l’esperienza reale di un presente toccato, masticato, sofferto, ci salva dalla confusione. E non è un caso che sia così, perché, come dice Lewis “il presente è il punto nel quale il tempo tocca l’eternità”. E solo il nostro cuore sa quanto abbiamo bisogno di eternità!

EMILIA GUARNIERI

Il sussidiario