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mercoledì 15 maggio 2024

PIZZABALLA: CARATTERI E CRITERI PER UNA PASTORALE DELLA PACE

 Pace in Terra Santa. Il patriarca di Gerusalemme ne indica la strada

A giudizio del cardinale Pierbattista Pizzaballa, in Terra Santa sta accadendo una tragedia che “è senza precedenti”. Senza precedenti e senza soluzioni già scritte, di una gravità unica al mondo. Perché è così immenso il carico di dolore, di conflitti, di incomprensioni accumulato nel tempo che una pace vera potrà lì germinare “solo dopo un lungo percorso di purificazione della memoria”, politica e religiosa.

Pierbattista PIZZABALLA

Pizzaballa, 59 anni, bergamasco, frate francescano, studioso della Bibbia e dell’ebraismo, per dodici anni custode della Terra Santa, è dal 2016 patriarca di Gerusalemme dei Latini. Il 10 ottobre 2023, tre giorni dopo la strage compiuta da Hamas con più di 1200 vittime inermi e col sequestro di oltre 240 persone di tutte le età, egli offrì se stesso in cambio della libertà dei bambini presi in ostaggio. Il suo nome è da annotare per un futuro conclave.

Il suo giudizio sulla guerra in corso a Gaza e sull’azione che la Chiesa vi può svolgere l’ha espresso nella “lectio magistralis” che ha tenuto a Roma il 2 maggio nell’aula magna della Pontificia Università Lateranense, col titolo

“Caratteri e criteri per una pastorale della pace”.

 È una “lectio”, la sua, di cui è doveroso tenere conto, tanto è originale e impegnativa, applicata a una situazione per molti aspetti indecifrabile. Non c’è analisi o soluzione, infatti, tra quelle in corso per ebrei e palestinesi, che non si riveli irrealizzabile o contraddittoria. Anche l’opzione per i due Stati, pur continuamente evocata, allo stato attuale dei fatti è una pura astrazione.

Alla parola “pace”, dice Pizzaballa, occorre anzitutto ridare il suo significato pieno. È “una realtà che viene da Dio e dalla relazione con lui”, è il “compimento delle promesse messianiche”, è la pace “annunciata da Gesù risorto”. Quindi “ogni azione pastorale della Chiesa, come ogni sua opera sociale, non può esser mai in nessun modo disgiunta dall’evangelizzazione”. E chi evangelizza sa che deve “annunciare la pace anche ai nemici, proprio come fece Pietro a Cornelio, che era – e non bisogna mai dimenticarlo di questi tempi – centurione delle forze militari che occupavano la sua terra”. Al fratello-nemico bisogna andare incontro anche con la consapevolezza del proprio limite, della propria debolezza, come Giacobbe che quando abbracciò Esaù era zoppicante e stremato per la sua lotta con l’angelo, eppure arrivò ad esclamare: “Ho visto il tuo volto come si vede il volto di Dio” (Genesi 33,10) 

Ma oltre che realtà divina, la pace è una realtà umana e sociale. Che è molto di più che tregua, armistizio, assenza di guerra, perché “si fonda sulla verità della persona umana”. Solo “nel contesto di uno sviluppo integrale dell’uomo, nel rispetto dei suoi diritti, può nascere una vera cultura della pace”, con i suoi testimoni di cui “il mondo ha quanto mai bisogno, anche a costo di essere perseguitati e tacciati come utopici e visionari. Per la pace si deve rischiare, sempre. Si deve essere disposti a perdere l’onore, a morire come Gesù”.

Di conseguenza, “il nostro stare in Terra Santa come credenti non può rinchiudersi in intimismo devozionale, né può limitarsi solamente al servizio della carità per i più poveri, ma è anche ‘parresìa’” (cfr. Giovanni 16,8-11), cioè “capacità di ascoltare tutte le voci, ma anche di giudicare criticamente e profeticamente il presente”.

Da qui nasce, a giudizio di Pizzaballa, una “responsabilità essenziale” per le leadership religiose in Medio Oriente, tutte, quella di saper orientare e guidare le comunità: “Invece di essere il supporto religioso di regimi politici poco credibili, la leadership religiosa dovrebbe diventare una voce libera e profetica di giustizia, diritti umani e pace”.

La fede religiosa, infatti, “ha un ruolo fondamentale nel ripensamento delle categorie della storia, della memoria, della colpa, della giustizia, del perdono, che pongono in contatto direttamente la sfera religiosa con quella morale, sociale e politica. Non si supereranno i conflitti interculturali se non si rileggono e si redimono le letture diverse e antitetiche delle proprie storie religiose, culturali e identitarie”.

E questo “anche a costo di pagare un prezzo alto in termini di solitudine, incomprensioni e rifiuto”.

mercoledì 21 giugno 2023

MANTOVANO: «IL GOVERNO MELONI ROMPE LA LOGICA DEL PARTITO ANTI-ITALIANO»

Tunisia e Libia, riforma della giustizia e utero in affitto, inverno demografico e programmi del governo Meloni. È iniziata con Alfredo Mantovano la festa di Tempi a Caorle, che ha parlato di “Politica alla prova”. 

Intervistato da Emanuele Boffi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri è stato il protagonista del primo appuntamento di “Chiamare le cose con il loro nome”, seconda edizione del Premio Luigi Amicone nella cittadina veneta. Qui sopra il video integrale dell’incontro, di seguito alcuni appunti dalle sue dichiarazioni.


Mantovano: «Perché Meloni è nel mirino»

Davanti a un pubblico numeroso e attento, Mantovano ha parlato delle sfide e delle responsabilità di questi primi mesi a Palazzo Chigi: «Per la prima volta dopo anni c’è un governo sostenuto da una maggioranza chiara, intenzionato a rispettare gli impegni assunti in campagna elettorale. Dovrebbe essere la regola, ma gli ultimi undici anni hanno dimostrato che questa regola non è stata rispettata, avendo avuto governi non espressione di una manifestazione di voto».

Questa cosa non piace, ha spiegato Mantovano: «C’è un “partito” anti-italiano, che non si presenta alle elezioni, un raggruppamento trasversale con una precisa visione della storia, che pensa che l’Italia sia un paese sbagliato», un “partito” che si riconosce nel “Manifesto di Ventotene”, un documento troppo citato e troppo poco letto, in cui gli autori, Spinelli e Rossi, dicono chiaramente che il popolo non sa con precisione cosa volere e cosa fare: «Il popolo non è in grado di operare le sue scelte, se lo fa è pericoloso e va riorientato, persino il colore dei fiori da piantare nel giardino qui fuori deve essere deciso a Bruxelles – è questa la logica del Pnrr: se non fai come dico io ti tolgo i fondi».

Per questo «il governo Meloni è pericoloso, perché rompe questa logica. Il paradosso è che siamo accusati di deriva autoritaria quando governiamo in forza dei voti. Silvio Berlusconi è stato il bersaglio numero uno di questo partito fino a che ha governato. Oggi Meloni è nel mirino per lo stesso peccato originale: non essere in sintonia con questi presupposti ideologici».

Il peso internazionale del governo Meloni

Toccando il tema della politica estera, e del Piano Mattei proposto dall’esecutivo Meloni, Mantovano ha spiegato che «chi ha responsabilità di governo non ha più il diritto di lamentarsi e ha il dovere di affrontare problemi. E i problemi sono enormi, penso alla crisi dei migranti, e possono essere affrontati con la solidarietà internazionale». È il caso della Libia, in crisi a causa delle scelte che l’amministrazione Obama e la Francia di Sarkozy hanno fatto nel 2011 imponendole a tutto l’Occidente. È il caso anche della Tunisia, «la cui crisi è economica e finanziaria. Le difficoltà di questi due paesi sono inserite in un contesto in cui la solidarietà occidentale lascia a desiderare. Tra un mese il governo tunisino non avrà più soldi per pagare i dipendenti pubblici, polizia compresa: dunque i migranti partiranno da porti gestiti soltanto dalla criminalità».

Il piano congelato del Fmi per la Tunisia e quello dell’Italia

Mantovano ha parlato del cortocircuito per cui il Fmi ha pronto un piano da quasi due miliardi di dollari per la Tunisia, «ma lo ha congelato fino a che Tunisi non dimostrerà il rispetto dei diritti. Ma senza le risorse del prestito i diritti saranno ancora meno rispettati. È un circolo da spezzare, perché è ideologico, non tiene conto che Tunisia non è il Canton Ticino, e che l’interlocutore non ha esattamente il profilo della superiora delle suore marcelline». Il sottosegretario ha fatto notare il nuovo e maggior peso che l’Italia, con Meloni al governo, sta assumendo sul piano internazionale.

L’esempio più recente è proprio quello del viaggio della premier in Tunisia che ha preceduto la visita ufficiale con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Mark Rutte, primo ministro olandese. Con quel viaggio, e con il piano proposto, Meloni è riuscita a favorire un clima migliore tra il presidente tunisino Kais Saied e i leader europei. «A luglio», ha annunciato Mantovano, «organizzaremo a Roma una conferenza internazionale per parlare di progetti di sviluppo nell’area sud del Mediterraneo e in nord Africa, con i paesi del Golfo disponibili a fare la loro parte». Questo perché «i traffici di esseri umani non si frenano con i poliziotti sulla spiagge, ma con una strategia d’insieme».

Giustizia, «il governo non si fa ricattare dai magistrati»

Il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità la proposta di riforma della giustizia del ministro Nordio. «Una riforma della giustizia in senso garantista va costruita gradualmente, questo ddl è un primo decisivo segnale per ribadire che la politica decide, fa le sue scelte senza mettersi al tavolino e attendere la dettatura da parte delle correnti della magistratura associata, pondera e sceglie senza condizionamenti. Quando si è insediata alla presidenza del Consiglio Giorgia Meloni ha detto «non sono ricattabile»: questo governo non è ricattabile, a partire dalla giustizia. A leggere certi giornali sembra che abbiamo smantellato tutti presidi della legalità».

«Quando sono entrato in magistratura i reati contro la pubblica amministrazione erano quattro», ha ricordato Mantovano, spiegando che negli anni sono poi aumentati così tanto che oggi il principale impegno della Cassazione è stabilire la linea di confine tra fattispecie di reato così numerose che si sovrappongono. «Tutti i sindaci», ha commentato l’ex magistrato oggi al governo parlando dell’abolizione dell’abuso d’uffico, «inclusi quelli del Pd, hanno salutato con un “finalmente” il varo di una norma» che abolisce un reato per cui quasi nessuno degli indagati viene condannato.

«Giusto combattere la battaglia contro l’utero in affitto»

Il Parlamento sta votando una legge per rendere l’utero in affitto un reato universale. Ma non è una battaglia ormai superata, ha chiesto il direttore di Tempi, Emanuele Boffi, a Mantovano? «Sta scomparendo l’identità della donna, ed è una tragedia». Con la pratica dell’utero in affitto «siamo alla linea di confine, siamo consapevoli che questa è una battaglia che non può essere combattuta solo con una norma penale, ma è una modifica normativa che dà il segno di un cambio di passo». Il divieto di utero in affitto in Italia è sancito con una legge che ha vent’anni, ma che è stata aggirata andando in nazioni dove la pratica è permessa e tornando in Italia per farsi riconoscere il figlio così “prodotto” grazie a sindaci «che dicono che va tutto bene. Noi vogliamo che se un italiano ha questa condotta all’estero valga come se fosse fatta qui».

La battaglia non è superata, non è troppo tardi combatterla e «va fatta sul piano culturale, descrivendo cosa è una pratica di utero in affitto, raccontando quante donne vedono il proprio corpo devastato, umiliato. Il Parlamento sta facendo la sua parte, attorno a questa proposta c’è un consenso più ampio della maggioranza, ma sappiamo che da sola non risolve. Sarà l’occasione per discussione mediatica, stiamo pronti. Non è una faccenda da preti, non c’entra la fede, c’entrano la donna, l’uomo, il dato antropologico. È una battaglia laica che va fatta coinvolgendo più energie possibili, cercando coesione, solo così si può partire alla riscossa per ricostruire i fondamentali di una sana antropologia. Se la perdiamo sarà tutto più complicato».

La sfida dell’inverno demografico spiegata da Mantovano

Non poteva mancare un affondo sulla sfida più importante che l’Italia deve affrontare, l’inverno demografico. Il governo, ha ricordato Mantovano, si è dato l’orizzonte temporale dei cinque anni, «nella legge di bilancio abbiamo messo quello che si poteva, ma stiamo pensando a misure con carattere di stabilità. Anche questa comunque è una battaglia culturale. Il successo di un popolo ci sarà quando la curva demografica riprenderà a crescere. Perché succeda dobbiamo tornare al ratzingeriano “vivere come se Dio esistesse”, guardare alla tradizione e trarne spunto. È una sfida che riguarda tutti noi, non solo il governo o le maggioranze. Mettere al mondo un figlio è l’atto di speranza più grande che si possa fare, fuori dalla retorica e da ogni predica».

 

venerdì 14 aprile 2023

NORDIO: «ROSARIO LIVATINO CI HA INSEGNATO COS’È LA CARITÀ»

Il ministro della Giustizia è intervenuto a Padova ad un convegno di presentazione della mostra dedicata al magistrato ucciso dalla mafia.

Siamo nel Palazzo di Giustizia di Padova, dove, su iniziativa del Centro culturale Antonio Rosmini, è stata allestita la mostra “Sub Tutela Dei”, dedicata al primo magistrato proclamato beato, Rosario Livatino.

Davanti a una nutrita platea, presente il magistrato Domenico Airoma (coautore assieme ad Alfredo Mantovano di Un giudice come Dio comanda, volume dedicato alla figura del giudice ucciso dalla mafia), Nordio ha celebrato la figura del «collega Livatino».

Dov’è la giustizia divina?

E lo ha fatto in modo inusuale, colto e profondo, ricordando che Livatino è un «martire religioso» perché «noi non ci troviamo di fronte a un magistrato caduto nell’adempimento del dovere, ma davanti a qualcuno che ha fatto qualcosa di più: ha perdonato i suoi assassini. Una scelta che solo alcuni sanno fare». È su questo aspetto, il perdono, che Nordio ha incentrato il suo intervento. «Livatino era una persona integerrima che è stato ucciso dai mafiosi e noi ci chiediamo: perché? Dov’è la giustizia divina? Dov’era la giustizia divina mentre veniva ucciso dai briganti? È la domanda che si fa il laico, ma anche l’uomo religioso».

La virtù più importante

Nordio ha dunque ricordato come la nostra cultura, impregnata dal pensiero veterotestamentario, sia da sempre tesa a rispondere a questa domanda. L’ingiustizia del giusto che viene assassinato allora “trova una composizione solo nelle parole di questo martire che perdona quelli che lo stanno assassinando. Le ultime sue parole sono state di perdono. E dunque la lezione che dobbiamo trarne, più che una lezione giuridica o una lezione professionale, una lezione di toga, è ovviamente una lezione etica. La risposta, ha detto Nordio, «si trova solo nel Nuovo Testamento perché il Creatore si è immolato sulla Terra per redimere i peccati altrui. Si è messo alla pari del reo che viene punito. L’ingiustizia è stata riparata dal Creatore del mondo. È questa la visione di Livatino. Ed è questa la differenza tra il servitore dello Stato e il santo». La giustizia umana non può tutto, ha detto Nordio. «Essa interviene solo dopo l’ingiustizia. Se viene a mancare la fede nelle istituzioni umane e la speranza in Dio, resta la terza virtù che san Paolo dice essere la più importante: la carità. È questo ciò che ha fatto Livatino perdonando i suoi assassini, ed è questa la lezione che ci lascia»

Giustizia significa riconoscere a ciascuno il suo.

Al meritevole un premio, al colpevole una condanna. Le infinite ingiustizie di questo mondo, tra cui la morte di Livatino, come potranno trovare soddisfazione? Come potranno essere punite? Questa è la domanda che Nordio pone alla coscienza di noi tutti. Potrà riuscire la giustizia umana, quella laica per intenderci, a compensare tutto questo oceano di iniquità? No. Potrà la fede e la speranza in Dio? Sì, ma solo se saranno fondate – e lo sono – nella carità che sgorga dal sacrificio di Cristo che ha pagato, lui innocente, il debito per tutti, che ha voluto risarcire ogni più piccolo danno provocato da ogni nostro peccato. A noi tocca meritarci i meriti di Cristo.

Ecco che il beato Livatino diventa in questo alter Christus perché condanna i suoi carnefici con il suo perdono, perché li punisce con la carità che tutto copre. Dunque non può esistere vera giustizia umana senza riconoscere che questa sgorga dal costato aperto di Cristo.

 

 

domenica 30 maggio 2021

DL ZAN, LA SINISTRA VUOLE CONDIZIONARE IL PENSIERO

 Gli effetti della legge non si manifesteranno solo nei tribunali. La norma penale diventa strumento per condizionare e manipolare il pensiero

La reclusione può essere strumento “pedagogico” per sanzionare chi non si allinea con la “cultura dell’indifferenza sessuale”? Considerazioni di Pietro Dubolino, presidente emerito di sezione della Corte di Cassazione, a margine dell’articolo del prof. Giuseppe Savagnone, comparso su Giustizia insieme: il quale difende il filo conduttore delle nuove disposizioni, pur al prezzo di negare l’antico brocardo “Cogitationis poenam nemo patitur”.

* * *

1.  Nell’ambito dell’ormai strabocchevole pubblicistica che, dalle opposte trincee, ha per oggetto il Ddl Zan sulla “omotransfobia”, mette conto segnalare l’articolo comparso il 25 maggio scorso sulla rivista giuridica Giustizia insieme a firma di Giuseppe Savagnone, professore emerito di storia e filosofia nei licei statali e direttore, per molti anni, dell’ufficio per la pastorale della cultura della diocesi di Palermo.

Articolo, quello anzidetto, che, pur provenendo da una sponda dichiaratamente di sinistra, e quindi comunque favorevole al disegno di legge in questione, vuole tuttavia caratterizzarsi per un approccio apparentemente moderato e conciliativo, manifestato in particolare nel richiamo, in termini di apprezzamento, se non anche di condivisione, alla presa di posizione di alcune associazioni femministe contrarie al concetto di “identità di genere”, accomunato, nel testo approvato dalla Camera ed attualmente in discussione al Senato, a quelli di “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale” e definito come “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso”. Si tratta, però, di un’unica concessione che, guarda caso, viene rivolta ad un mondo, quello appunto delle associazioni femministe, tradizionalmente vicinissimo alla sinistra e delle cui opinioni, quindi, sarebbe assai sconsigliabile non tenere conto.

2. Quanto al resto, il sostegno al Ddl Zan, nella sua attuale formulazione risulta, pur nell’apprezzabile pacatezza del linguaggio, assoluto e granitico. Il che non lo renderebbe particolarmente interessante se non fosse per il fatto che l’Autore, per un verso, minimizza quello che dovrebbe essere il contenuto meramente precettivo della norma in gestazione, affermando che essa prevederebbe “soltanto l’estensione ai comportamenti violenti ‘fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità’ [del]le aggravanti che già il nostro ordinamento prevede per quelli che riguardano i reati commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso”; per altro verso riconosce espressamente che il Ddl Zan, in realtà, vuole avere un “carattere simbolico e pedagogico” e, pertanto, “non si limita a difendere i diritti delle persone omosessuali” ma, proprio per tale suo carattere, “pone le basi per una educazione capillare alla cultura dell’indifferenza sessuale”, per cui “si può facilmente prevedere che i suoi effetti non si manifesteranno [solo – N.d.R.] nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa”.

3.  Ora, con riguardo alla prima di tali affermazioni, può anzitutto osservarsi che, a parte l’implicito “assist” che essa offre al disegno di legge del centro destra, anch’esso incentrato sulla previsione di un semplice aggravamento delle pene per tutti i reati (e non solo per quelli caratterizzati da violenza) se commessi per motivi legati agli orientamenti sessuali delle vittime, non può neppure dirsi vero che il Ddl Zan si limiti solo ad estendere la sfera di operatività della già esistente circostanza aggravante prevista per i reati “commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso” a quelli commessi per motivi “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”.

Il Ddl in questione, infatti, interviene non soltanto sull’attuale art. 604 ter del codice penale, che in effetti contiene la suddetta aggravante, ma anche sull’art. 604 bis, il quale prevede come autonome fattispecie di reato quelle costituite dalla commissione o dalla istigazione a commettere “atti di discriminazione”, la cui punibilità dovrebbe quindi essere estesa ai casi  in cui anch’essi essi siano motivati dalle stesse finalità da aggiungersi a quelle previste per l’aggravante. E gli “atti di discriminazione”, per assumere rilievo penale, non debbono essere necessariamente violenti (qualora lo siano il reato è punito più severamente), per cui, nonostante la definizione che ne viene data dalla Convenzione di New York del 7 marzo 1966, recepita in Italia con la legge n. 654/1975, resta assai ampio il margine di discrezionalità nell’ambito del quale il giudice può riconoscerne o negarne la sussistenza

Di qui la legittimità del timore che le proposte modifiche normative diano luogo a derive liberticide, da aggiungersi a quelle che già possono facilmente prodursi sulla base della legge esistente, la cui formulazione è tale da poterla frequentemente porre in potenziale rotta di collisione con il principio della libertà di manifestazione del pensiero tutelato dall’art. 21 della Costituzione.

4. Ma quel che risulta più preoccupante, ed al tempo stesso rivelatore del vero obiettivo del Ddl Zan è quel che si afferma, nell’articolo in questione, a proposito, come si è sopra riportato, della finalità “educativa” che la nuova norma dovrebbe avere, per favorire l’affermarsi di una “cultura dell’indifferenza sessuale”, non solo “nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa”. Risulta così confessata (con una buona dose, se vogliamo, di ingenuità) proprio quella finalità recondita che i più callidi e accorti sostenitori della nuova legge cercano invano di negare, per far leva soltanto sull’argomento di più facile presa consistente nella asserita recrudescenza di atti di aggressione ai danni di soggetti omosessuali o transessuali (peraltro del tutto indimostrata ed, anzi, platealmente smentita da incontestate risultanze statistiche provenienti da organismi ufficiali quali, in particolare, l’Oscad).

In realtà una norma di legge, specie quando si tratti di una norma penale, dovrebbe occuparsi soltanto di comportamenti materiali da vietarsi o da imporsi, a seconda dei casi, sotto comminatoria di adeguata punizione in caso di inosservanza. L’unico legittimo effetto “educativo” di una tale norma dovrebbe essere, quindi, quello consistente nella dissuasione del maggior numero possibile di consociati, mediante la minaccia della sanzione, dalla eventuale tentazione di contravvenire a tutti e soli quei divieti od obblighi che nella stessa norma trovino specifica previsione.

E ciò tanto più vale in quanto, come si verifica nel caso della norma che si vuole introdurre con il Ddl Zan, essa non sia espressione di valori universalmente condivisi ma sia piuttosto il frutto di scelte proprie di una parte politica che, se ed in quanto maggioranza, può anche avere il diritto di imporle alla minoranza, ma non ha certamente quello di ergersi a maestra di pensiero nei confronti di quanti a quelle scelte siano stati e continuino ad essere legittimamente contrari e magari, una volta diventati maggioranza, intendano revocarle.

5. Può essere il caso, a questo proposito, di ricordare l’antico e saggio brocardo secondo cui “Cogitationis poenam nemo patitur”. Esso infatti non soltanto esprime l’ovvia impossibilità di sanzionare penalmente ciò che, rimanendo confinato nella inaccessibile sfera del pensiero, non può essere conosciuto, ma, inteso in senso più lato, vuol anche significare che non è comunque lecito ai pubblici poteri pretendere di utilizzare la norma penale come strumento per condizionare e manipolare il pensiero, potendo essa intervenire solo sulle sue eventuali manifestazioni esterne, se ed in quanto, trasformandosi in “comportamenti”,  assumano carattere di pericolosità.

Ciò segna la differenza tra gli ordinamenti di tipo statuale e quelli di tipo religioso, con particolare riguardo a quello nel quale trovano collocazione i precetti della morale cattolica e possono quindi configurarsi anche i “peccati di pensiero”, con la conseguente necessità di “educare” i fedeli ad evitarli. Differenza, quella anzidetta, che si spiega facilmente considerando che finalità degli ordinamenti di tipo statuale è soltanto quella di garantire una ordinata, pacifica e proficua convivenza sociale, che nessun recondito pensiero può, quindi, mettere oggettivamente in pericolo.

I precetti della morale cattolica sono invece finalizzati, in primo luogo a salvaguardare quello che ancora adesso viene definito, nel Catechismo, come il “bene supremo”, costituito dalla “salvezza delle anime”. E questa può essere messa in pericolo anche dai “peccati di pensiero”, conoscibili, come tali, solo da Dio e consistenti nella volontaria coltivazione di desideri moralmente riprovevoli che solo per condizionamenti esterni non vengono alla luce e non si traducono in azioni malvage.

6.  Volendo quindi trarre, a questo punto, una conclusione da quanto finora osservato sembra potersi dire una cosa molto semplice, e cioè che la pretesa di attribuire ad una legge statale, sol perché sostenuta dalla sinistra, una funzione “educativa”, nel senso voluto dal sostenitori del Ddl Zan, altro non rappresenti se non la conferma di un antico sospetto; quello, cioè, che la sinistra non aspiri semplicemente a governare come un normale partito politico, accettando perciò come naturale la diversità delle opinioni sulle scelte da essa compiute e la possibilità che queste ultime siano soggette a revisione quando il potere passi ad un altro partito, ma tenda piuttosto ad accreditare sé stessa  come giudice supremo del bene e del male, in quanto legittima rappresentante  del Padreterno sulla terra.

Pietro Dubolino – Presidente emerito di sezione della Corte di Cassazione

Fonte: Centro Studi Livatino

 

sabato 17 ottobre 2020

LA DURA STRADA DEL RINNOVAMENTO NAZIONALE

 UNA LETTERA APERTA AI NOSTRI CONCITTADINI AMERICANI

(MA VALIDA ANCHE PER NOI)


All'inizio di questo autunno, un gruppo di persone preoccupate per il pericoloso deterioramento della vita pubblica americana ha pubblicato un appello al rinnovamento nazionale sotto la sigla  di "Libertà e giustizia per tutti"

Il carattere della dichiarazione si può discernere dai suoi paragrafi di apertura e dalla sua conclusione:

“Siamo a un bivio.

Nel corso dei prossimi anni, i nobili sentimenti e idee che hanno dato vita agli Stati Uniti verranno ripudiati o riaffermati. La scelta fatidica che abbiamo di fronte comporterà o la morte di una grande speranza o un reimpegno in uno straordinario esperimento politico di cui dobbiamo ancora realizzare la piena fioritura. La scelta comporterà disprezzo e disperazione o gratitudine e il rispetto di sé degno di un popolo libero che sa che sono davanti a sé lunghe fatiche e che procede con speranza verso un futuro dignitoso.

In nome della giustizia e dell'uguaglianza, coloro che sono animati dal disprezzo e dalla disperazione cercano di distruggere istituzioni americane di vecchia data ma fragili attraverso le quali è possibile garantire giustizia e uguaglianza. La distruzione di queste istituzioni imperfette ma necessarie non accelererà l'avvento della giustizia e dell'uguaglianza, ma piuttosto accelererà il nostro crollo nella barbarie e nel degrado.

Gruppi di americani che oggi sostengono il disprezzo razziale senza fine, che distorcono sistematicamente la nostra storia per guadagno politico, che fanno da capro espiatorio e mettono a tacere interi gruppi di cittadini, che sfacciatamente giustificano e sostengono la violenza e la distruzione della proprietà, ci invitano non alla giustizia e all'uguaglianza, ma a un brutto futuro la cui unica certezza è la paura….

Questa crisi è acuta e l'ora è tarda. Come i nostri antenati, miriamo sia a conservare che a riformare le nostre istituzioni alla luce di principi duraturi di giustizia. Questo è il compito di un popolo autonomo che sa di vivere in un mondo imperfetto ma non si lascia scoraggiare dalle sfide”.

 

La dichiarazione completa, che è stata approvata online da uomini e donne oltre gli spettri razziali, etnici, religiosi e politici della vita americana, è disponibile qui https://www.realclearfoundation.org/liberty-and-justice-for-all/

Vale la pena leggerla attentamente, anche perché il suo tono risoluto ma calmo schiarisce la mente in mezzo al frastuono deprimente della più miserabile campagna politica a memoria d'uomo.

“Libertà e giustizia per tutti” dovrebbe essere particolarmente attraente per i cattolici seri riguardo alla dottrina sociale della Chiesa. "Libertà e giustizia per tutti" è importante. Mentre sfida giustamente i nichilisti, gli anarchici e gli esasperatori il cui unico programma è la distruzione, chiama anche i cittadini onesti che sono rimasti ai margini della vita pubblica a diventare parte di un progetto a lungo termine di riconciliazione e rinnovamento nazionale.

Nel 1787, la Convenzione costituzionale si tenne a porte chiuse, in assenza del controllo del pubblico o della stampa. Lasciandola, Benjamin Franklin fu sfidato da alcuni avversari politici: "Che cosa dev'essere, dottor Franklin, una monarchia o una repubblica?" "Una repubblica", ha risposto Franklin, "se riesci a mantenerla."

La sfida di Benjamin Franklin era rivolta anche a noi, perché anche il nostro paese, fatte le debite proporzioni, vive le stesse difficili contraddizione del paese guida del mondo occidentale.

Segue la traduzione italiana.

 

venerdì 2 ottobre 2020

I MIGRANTI TRA SILENZI E AMNESIE

   Paolo Mieli | 30 settembre 2020/ Corriere della Sera

Ancora un giorno e il leader della Lega entrerà nell’albo d’oro dei leader politici italiani transitati per le aule giudiziarie. Come Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi

Ci siamo. Ancora un giorno e Matteo Salvini entrerà nell’albo d’oro dei leader politici italiani transitati per le aule giudiziarie. Come Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. Lui, a differenza dei predecessori, non ha neanche fatto una onorevole sosta a Palazzo Chigi. Senza esser stato presidente del Consiglio (ma esclusivamente vice, oltreché ministro dell’Interno), Salvini dovrà rispondere a Catania di aver sequestrato — da solo, presumiamo — 131 migranti in attesa di scendere a terra dalla motonave della Guardia costiera «Bruno Gregoretti». 


I profughi maschi, al termine di un viaggio infernale che durava da gennaio, dovettero aspettare per cinque lunghissimi giorni, tra il 27 e il 31 luglio del 2019. Donne e bambini per due. Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro aveva chiesto l’archiviazione di questo caso Gregoretti-Salvini. Un altro magistrato, parlandone con Luca Palamara (quando l’ex capo dell’Associazione nazionale magistrati era ancora in auge) aveva espresso dubbi sull’iniziativa giudiziaria antisalviniana. Ma il presidente dei giudici delle indagini preliminari, Nunzio Sarpietro, è andato avanti con decisione: «A me Palamara non lo dice nessuno», ha dichiarato. E il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro per «sequestro di persona aggravato». Va riconosciuto che Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio — di allora e di adesso — è stato assai fortunato.

Nessun giudice ha pensato di coinvolgerlo, neanche marginalmente, nella decisione di trattenere quei disgraziati a bordo della «Gregoretti» in quell’ormai lontano luglio del ‘19. E ugualmente baciati dalla fortuna sono stati i colleghi di governo dell’ex ministro. C’è da aggiungere che anche dovesse uscire indenne dalle forche catanesi, come già capitò ai succitati predecessori, altri procedimenti si prospettano per Salvini. Sicché sabato 3 ottobre probabilmente inizierà per il leader leghista una vita nuova tra tribunali e toghe che — presumiamo — non sarà ininfluente agli effetti della prosecuzione dell’altra sua vita, quella politica.

Nel frattempo i migranti — ovemai a qualcuno stesse tuttora a cuore il loro destino — hanno continuato ad essere «trattenuti» sui ponti delle navi. L’Italia giallorossa sulla scia di quella gialloverde ha poi stanziato dieci milioni per la guardia costiera libica. Nicola Zingaretti il 18 luglio scorso ha annunciato l’intenzione di verificare «con assoluta inflessibilità» che con tale impegno implicasse un «termine alla condizione infernale nella quale sono costretti a vivere tanti migranti». Ma di quella «inflessibile» verifica si è saputo poco. Diciamo meglio: niente.

Fortunatamente si batte per la causa dei fuggiaschi dall’Africa un esperto di diritti umani, il greco Jason Apostolopoulos, che (in compagnia del medico Fabrizio Gatti) avrebbe voluto farle lui questo genere di verifiche imbarcandosi sul rimorchiatore Mare Jonio della ong «Mediterranea». Apostolopoulos è una figura quasi leggendaria da quando nell’ottobre 2015 ha lasciato il lucroso mestiere di ingegnere per andare a Lesbo ad aiutare i profughi provenienti dalla Turchia. Da allora si è occupato solo di loro, dei migranti, in decine, centinaia di casi. Ma stavolta si è imbattuto in un italiano d’acciaio, il comandante della Guardia costiera Donato Zito, che non ha consentito né a lui né a Gatti di imbarcarsi: «trattasi di due profili che non hanno alcuna attinenza con la tipologia di servizio svolto dal rimorchiatore», ha sentenziato. Il governo non ha sconfessato Zito. Anzi ha avallato le sue motivazioni. Si sono levate soltanto le proteste dei radicali Giulia Crivellini e Massimo Iervolino, più a sinistra di Rossella Muroni, Nicola Fratoianni, Erasmo Palazzotto, Matteo Orfini e dell’ex M5S Gregorio de Falco. Tutti concordi su un’unica cosa: dai tempi di Salvini, in Italia non è cambiato niente. Solo che adesso nessuno o quasi ne parla più. Nel frattempo Alarm Phone ha denunciato che tra il 14 e il 25 settembre, centonovanta persone sono morte in sei naufragi davanti alla Libia. Cioè in dieci giorni: sei naufragi e centonovanta morti. Qualcuno ne ha saputo qualcosa?

Secondo la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi il silenzio che avvolge queste storie risponde ad una «strategia del governo italiano» in complicità con il resto d’Europa. Tra il governo Conte I e il governo Conte II, prosegue la Linardi, «sono cambiate le modalità e i toni ma non è cambiato l’obiettivo di cacciare le Ong dal Mediterraneo». Salvini a suo tempo voleva «porti chiusi»; il governo attuale, con il decreto del 7 aprile scorso, ha dichiarato i porti italiani «non sicuri». «Quasi peggio», sostiene Giorgia Linardi. Quanto al cambiamento dei decreti sicurezza, pare che tale modifica preveda la revisione delle sanzioni. Ma, secondo la portavoce di Sea-Watch, manterrebbe «l’approccio criminalizzante verso chi salva vite in mare». A parole, denuncia l’attivista umanitaria, «le nuove policy italiane ed europee menzionano il soccorso in mare, ma poi, a leggere bene, si coglie che l’unico cambio di passo è il rafforzamento di Frontex e dei respingimenti verso la Libia».


Le critiche mosse da radicali, da sparuti elementi di sinistra varia e dalla rappresentante di Sea-Watch all’attuale governo ci sembrano esagerate. Siamo persuasi che nel suo intimo il presidente del Consiglio sia cambiato dall’agosto 2019 , che a lui sarebbe sufficiente qualche sollecitazione per dar prova di quanto gli stia a cuore la causa dei migranti. Allo stesso modo non può sfuggirci il più che evidente cambio di passo dell’attuale titolare degli Interni: la Lamorgese lunedì scorso è stata persino ricevuta dal Papa che ha dato evidenti segni d’assenso al monito della ministra a «non dimenticare, in un frangente così gravido di domande, il dramma dell’immigrazione».
  

Roberto Saviano

Quel che si è visto meno — ce ne siamo accorti da tempo — sono le manifestazioni di sostegno alla causa dei fuggiaschi da parte del mondo della cultura e delle arti. Pochi letterati, poche personalità dello spettacolo si sono prodigate, negli ultimi e penultimi tempi, per premere sul Parlamento a che vengano presi provvedimenti adeguati al dramma caliamesso in risalto dalla Lamorgese. Ancor meno sono gli scrittori che, sul modello di quel che loro stessi fecero nelle estati 2018 e 2019, abbiano preso la via del mare per portare un pur minimo sollievo ai disperati in fuga dalle coste africane (così da aver poi modo di scrivere libri su quelle loro sofferte esperienze). Per buona sorte ci è rimasto — assieme a un modesto numero di compatrioti — il greco Apostolopoulos che, dopo il cambio d’inquilino al Viminale, non ha modificato la propria sensibilità in materia di migranti. Peccato che Conte, Zingaretti e Grillo non lo abbiano preso a modello.

 

sabato 30 maggio 2020

FALCONE VA RICORDATO CON I SUOI PERSECUTORI



Quest'anno, ricordo in ritardo l'assassinio di Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani: tragica conclusione della lotta al magistrato, l'unico che, con Borsellino, seppe comporre un puzzle lungo 460 nomi criminali, tutti condannati sino in Cassazione, mettendo indirettamente a nudo il mare di complicità e di inefficienze, precedente, contemporaneo e successivo alla loro morte.

Non è un caso che, dopo il «maxiprocesso» non si sia mai stato imbastito un processo simile per dimensioni ed effetti. Segno che il «Metodo Falcone», fondato sulla ricerca ossessiva di indizi e prove, e solo su di esse, e su un lavoro maniacale di incroci e di riscontri (negli anni 80 la tecnologia informatica era ai primordi) è rimasto nei limiti dei racconti epici di quel periodo cruciale. Niente teoremi: solo assunzioni riscontrabili.
Per questo, rammento che poco prima dell'assassinio, Repubblica scrisse di non riuscire a guardare con rispetto Falcone, consigliandogli di dimettersi dalla magistratura, data la sua eruzione di vanità tipica dei guitti televisivi. Sulla medesima strada, Leoluca Orlando accusò Falcone di tenersi le carte nei cassetti e presentò, in proposito, un esposto al Csm. Lo stesso organismo (il Csm) che gli aveva anteposto Antonino Meli, il magistrato che sciolse il pool antimafia. Armando Spataro, già procuratore della Repubblica a Torino, riferendosi al suo progetto di procura nazionale antimafia lo accusò di volersi mettere al volante della ferraglia che aveva costruito e, non contento, lo indicò alla riprovazione generale per essersi fatto vedere in pubblico insieme a Claudio Martelli, ministro della giustizia. Falcone era direttore generale di quel ministero. Per il ruolo di Csm e Parlamento suggerisco di ricorrere a Google.
Voglio aggiungere che i nemici di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino non si annidavano solo negli antri mafiosi, ma anche nelle sale non luminose di alcuni uffici giudiziari palermitani e non.
Insomma, ricordare Falcone per non dimenticare i suoi persecutori: essi mostrarono alla mafia che lo Stato non lo sosteneva sino in fondo.
Domenico Cacopardo
Italiaoggi