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sabato 12 novembre 2022

STATI UNITI: ALLE URNE DI MIDTERM HA VINTO IL DIRITTO ALL’ABORTO

Nelle urne delle elezioni di Midterm non c’era solo il verdetto su quale partito avrebbe guidato la Camera dei Rappresentati e il Senato, ma i primi referendum ufficiali sull’aborto, da quando la Corte Suprema ha ribaltato la sentenza Roe contro Wave che legalizzava, a livello federale, l’interruzione di gravidanza. E mentre gli esiti su chi guiderà il Congresso restano incerti, il chiaro vincitore delle elezioni è stato il diritto all'aborto 


Maddalena Maltese (da New York)

Nelle urne delle elezioni di Midterm non c’era solo il verdetto su quale partito avrebbe guidato la Camera dei Rappresentati e il Senato, ma i primi referendum ufficiali sull’aborto, da quando la Corte Suprema ha ribaltato la sentenza Roe contro Wade che legalizzava, a livello federale, l’interruzione di gravidanza. E mentre gli esiti su chi guiderà il Congresso restano incerti, con una Camera, a probabile guida repubblicana e un Senato in stallo fino al 6 dicembre, quando il ballottaggio della Georgia deciderà se i democratici avranno la maggioranza,il chiaro vincitore delle elezioni è stato il diritto all’aborto.

I cinque Stati che avevano deciso di farne materia referendaria lo scorso 8 novembre hanno dovuto prendere atto che i loro cittadini sono a favore di misure che garantiscono l’interruzione di gravidanza.

 In California, Vermont e Michigan, gli elettori hanno approvato misure elettorali che sanciscono i diritti di aborto nelle loro costituzioni statali. Negli Stati tradizionalmente repubblicani del Montana e del Kentucky, gli elettori hanno rifiutato le misure che avrebbero limitato i diritti di accesso alle cure riproduttive.

Gli esiti delle urne provano che il grande sconfitto di questa tornata è anche la Corte Suprema,che dal giugno 2022 ha lasciato il tema della difesa della vita o dell’aborto in mano agli Stati, che ne hanno fatto, spesso, un programma elettorale.

“Se c’è una cosa che le elezioni di Medio termine ci hanno insegnato è questa: proteggere l’aborto è popolare”, ha dichiarato a Religions news service Jamie Manson, presidente di Catholics for choice.

Secondo un sondaggio di Nbc news, pubblicato a settembre, circa il 57% dei cattolici statunitensi, il più grande gruppo religioso del Paese, con 61 milioni di aderenti, è favorevole al diritto all’aborto,anche se la loro leadership e gli insegnamenti della Chiesa si oppongono. Oltre ai cattolici infatti, anche i cristiani ortodossi (73%), gli ebrei (73%), i musulmani (63%), i buddisti (77%), gli indù (67%) e cristiani non evangelici (64%) sono favorevoli alla legalizzazione dell’aborto in tutti o nella maggior parte dei casi.

Tra i temi che preoccupavano gli elettori, dopo l’inflazione c’era sicuramente l’aborto e questo tema ha evitato che i democratici perdessero di larga misura sia alla Camera sia al Senato. I repubblicani che hanno inizialmente difeso la messa al bando dell’interruzione di gravidanza, hanno dovuto moderare le loro posizioni, quando i sondaggi le hanno dichiarate lontane dalla loro base elettorale. Quattro repubblicani su 10 credono che l’aborto debba essere legale; sul fronte democratico sono sei elettori su 10 a crederlo.

I vescovi cattolici negli Stati dove si sono svolti i referendum hanno espresso disappunto per il risultato delle urne e hanno sollecitato un maggiore impegno di tutti per la cultura della vita e il sostegno delle donne bisognose e delle famiglie, senza lasciare ai tribunali la decisione finale sui bambini non nati e sulle loro madri.

“L’aborto è ora legale in Michigan a un livello senza precedenti e sono in gioco milioni di vite”, ha scritto l’arcivescovo di Detroit, Allen H. Vigneron, in una lettera ai cattolici pubblicata sul sito web dell’arcidiocesi, commentando la decisione dello Stato di rimuovere tutte le restrizioni all’aborto.

La Conferenza episcopale della California ha commentato che il risultato del referendum “è la più eclatante espansione dell’aborto che questo Paese abbia mai visto” e ha stabilito un precedente a livello federale.

Gli elettori del Montana hanno respinto invece l’approvazione del Born alive infants protection act che richiede ai medici di cercare di salvare la vita dei bambini “nati vivi in qualsiasi stato di sviluppo” a seguito di un aborto. I vescovi dello Stato hanno puntato al “buon senso” dei fedeli, ma anche in questo caso hanno dovuto arrendersi alla sconfitta.

Marjorie Dannenfelser, presidente di Susan B. Anthony Pro-Life America, una delle più grandi organizzazioni pro-life, con forti legami con i leader repubblicani, ha criticato i candidati che non hanno espresso la loro posizione con chiarezza, definendo la loro “una politica negligente”. Dannenfelser ha insistito che non è possibile accettare uno status quo sull’aborto o posizioni solo estreme quando “la stragrande maggioranza degli americani, comprese le donne, gli indipendenti e anche gli elettori democratici concordano che dovrebbero esserci dei limiti all’aborto e questo potrebbe essere il punto da cui ricominciare la discussione”, anche dopo le elezioni di Midterm.

 11 Novembre 2022

Tratto da AGENSIR

domenica 26 giugno 2022

IL CASO SERIO

DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA NON SPRECARE LA SCOSSA USA

Assuntina Morresi

Con il ribaltamento della sentenza Roe vs Wade la Corte Suprema americana ha riaperto il dibattito pubblico internazionale sull’aborto, costringendo la politica (e la società) a occuparsene, e non solo negli Usa. Come noto, i giudici statunitensi hanno stabilito che spetta ai legislatori, al Congresso e alle assemblee dei singoli Stati dell’Unione, regolare l’interruzione volontaria di gravidanza, togliendo cioè il diritto all’aborto come diritto individuale e privato stabilito per tutta la federazione dalla sentenza nel 1973 (e sempre confermata, successivamente, finora).

Adesso quindi negli Usa di aborto si dovrà parlare per decidere, necessariamente, e poiché era stata quella sentenza a far scattare l’effetto domino che lo ha legalizzato in gran parte del mondo, il suo capovolgimento non può lasciare nessuno indifferente, comunque la si pensi in merito.

Ed è bene che si riapra un confronto pubblico sul tema, purché il più lontano possibile da ideologismi e radicalizzazioni che purtroppo già si leggono, si ascoltano e si vedono (anche in piazze ribollenti), ma sono dannosi per tutti: il rovesciamento della Roe vs Wade non può essere letto come un incidente di percorso a cui rimediare con una futura diversa maggioranza alla Corte Suprema. Sarebbe miope fermarsi a questa lettura: il rovesciamento è avvenuto, sì, per spinta politico-giudiziaria, ma anche perché il mondo sta cambiando e può cambiare di più e meglio.

In questi cinquanta anni l’aborto è stato di fatto vissuto da (quasi) tutte e tutti come un diritto, anche dove le stesse leggi non lo definivano come tale (come in Italia) e la politica, una volta regolamentato l’accesso, se ne è sostanzialmente disinteressata.

Abbiamo assistito in Italia, ciclicamente, a campagne strumentali come quelle contro l’obiezione di coscienza e a favore della pillola abortiva, ma nelle aule parlamentari e dei consessi di governo locale la questione aborto non è mai stata veramente affrontata nel merito: non si è mai discusso veramente e serenamente di come poter renderne residuale il ricorso, fino a "svuotare" la legge della tragedia che contiene e che bisogna contenere sino a far sparire, come ha scritto Marco Tarquinio, il direttore di questo giornale.

Eppure, almeno a parole, tutti, sia i sostenitori sia i detrattori delle leggi in vigore, riconoscono l’aborto come un fatto estremamente negativo nella vita di una donna, da evitare. E ormai a parlare del concepito come di un "grumo di cellule" sono soltanto alcuni irriducibili, questi sì, residuali: non serve scomodare le frontiere del progresso scientifico, è sufficiente guardare un’ecografia, anche nelle prime settimane di gravidanza, perché chiunque possa riconoscere una vita umana nel grembo materno.

Ma nel frattempo i metodi farmacologici stanno velocemente cambiando l’aborto, non solo in Italia; lo trasformano da problema sociale a invisibile atto medico, portandolo di nuovo nel privato del proprio domicilio e alleggerendone il peso organizzativo ed economico nelle strutture pubbliche: l’aborto non deve più disturbare.

E non si può parlare di aborto senza allargare lo sguardo alla maternità nel suo complesso, sotto attacco come non mai, ai nostri tempi.

Dalle gestazioni a pagamento con regolare contratto di surroga al commercio di gameti, passando per bislacche teorizzazioni circa "madri malevole", utilizzate come randelli nei tribunali, fino alla surreale discussione pubblica sulla definizione di chi sia una donna, quasi fosse un concetto astratto: troppo porta allo svilimento della maternità, e il gelo demografico che stiamo vivendo nel ricco Nord del mondo è il drammatico, complessivo risultato di tutto questo.

Lo scossone dato dalla Corte Suprema americana può diventare quindi un’occasione importante perché costringe tutti noi, società e politica, a confrontarci anche pubblicamente sulla vita che sboccia nel corpo di un’altra, sulla sua essenza, sul significato personale e sociale e culturale e valoriale del diventare madri, e quindi anche padri.

Che cosa significa essere donne, uomini, genitori nell’era post Roe vs Wade? Questo è il cuore del caso riaperto e serio.

AVVENIRE domenica 26 giugno 2022

 


sabato 25 giugno 2022

I VESCOVI AMERICANI: UNA GIORNATA STORICA

 LA CORTE SUPREMA ANNULLA LA SENTENZA SUL DIRITTO ALL’ABORTO.

La Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) – che lo scorso anno si era divisa sul dibattito dell’accesso ai sacramenti per i politici cattolici che promuovessero politiche pro-choice – ha parlato di “un giorno storico nella vita del nostro Paese”.

In una lunga e articolata dichiarazione firmata dal presidente, l’arcivescovo José H. Gomez di Los Angeles, e l’arcivescovo William E. Lori di Baltimora, presidente della Commissione per le attività a favore della vita dell’Usccb, si legge: “Per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha portato alla morte di decine di milioni di nascituri, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere”.

“L’America è stata fondata sulla verità che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali, con il diritto, dato da Dio, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”, sottolinea la nota dei vescovi. “Preghiamo che i nostri funzionari eletti promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi”.


UN'AMERICA POST ROE

Il “primo pensiero”, scrivono ancora Gomez e Lori, è per “i piccoli a cui è stata tolta la vita dal 1973”, ma anche per “tutte le donne e gli uomini che hanno sofferto a causa dell'aborto”: “Come Chiesa, dobbiamo servire coloro che affrontano gravidanze difficili e circondarli di amore”. I vescovi ringraziano gli “innumerevoli americani comuni di ogni estrazione sociale” che in questi anni “hanno collaborato pacificamente per educare e persuadere i loro vicini sull’ingiustizia dell'aborto, per offrire assistenza e consulenza alle donne e per lavorare per alternative all’aborto, tra cui l’adozione, l'affido e politiche pubbliche che sostengono veramente le famiglie”. 

“Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che di buono c’è nella nostra democrazia, e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale e i diritti civili della storia della nostra nazione”, scrivono nella nota.

E aggiungono: “Ora è il momento di iniziare il lavoro di costruzione di un’America post-Roe. È il momento di sanare le ferite e di riparare le divisioni sociali; è il momento di una riflessione ragionata e di un dialogo civile, e di unirsi per costruire una società e un’economia che sostengano i matrimoni e le famiglie, e in cui ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il proprio figlio con amore”.


LE DICHIARAZIONI DI O'MALLEY  CUPICH E PAGLIA

In serata sono giunte anche le dichiarazioni dei cardinali Sean O'Malley, arcivescovo di Boston, e Blase Cupich, arcivescovo di Chicago.

O'Malley ha parlato di una decisione "profondamente significativa e incoraggiante". "Il nostro continuo impegno nel sostenere la nostra posizione sulla protezione dei bambini non nati è coerente con la nostra difesa di questioni che riguardano la dignità di tutte le persone in tutte le fasi e in tutte le circostanze della vita", ha chiarito il cardinale. "

La Chiesa impiega questo principio di coerenza nell'affrontare le questioni razziali, la povertà e i diritti umani in generale. È una posizione che presenta un argomento morale come fondamento per la legge e la politica di protezione della vita umana".

Cupich, da parte sua, accogliendo "con favore" la sentenza della Corte Suprema, ha ribadito in uno statement la convinzione della Chiesa cattolica "che ogni vita umana sia sacra, che ogni persona sia fatta a immagine e somiglianza di Dio e che quindi meriti riverenza e protezione".

"Questa convinzione è il motivo per cui la Chiesa cattolica è il più grande fornitore di servizi sociali del Paese, molti dei quali mirano a eliminare la povertà sistemica e l'insicurezza sanitaria che intrappolano le famiglie in un ciclo di disperazione e limitano le scelte autentiche".

 "Questa sentenza - ha aggiunto il porporato - non è la fine di un percorso, ma piuttosto un nuovo inizio. Sottolinea la necessità di comprendere coloro che non sono d'accordo con noi e di inculcare un'etica del dialogo e della cooperazione. Cominciamo con l'esaminare la nostra coscienza nazionale, facendo il punto su quei luoghi oscuri nella nostra società e nei nostri cuori che si rivolgono alla violenza e negano l'umanità dei nostri fratelli e sorelle, e mettiamoci al lavoro per costruire il bene comune scegliendo la vita".

Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, "di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, si gioca la nostra responsabilità per il futuro dell'umanità".

 

ANCHE “AMERICA – THE JESUIT REVIEW  

È intervenuta con numerosi articoli sul pronunciamento della “SCOTUS “ (Supreme Court Of The United States”, sostenendo la decisione della Corte, ma con molte sfumature, molto preoccupata delle ripercussioni sociali complicate e divisive.

Il titolo di ieri: The end of Roe v. Wade: Reactions and analysis from the Catholic world

Titolo del primo articolo

Roe v. Wade era una farsa legale e morale. La sua fine può portare vera giustizia alle donne e ai non nati.

Come da tempo, i redattori di AMERICA continuano a sostenere che, in quanto questione costituzionale, la regolamentazione dell'aborto è principalmente una questione di legislatori statali; sotto il profilo morale, la vita umana non nata ha dignità sacra e merita protezione legale; e infine, dal punto di vista politico, le questioni complicate e divisive che circondano l'aborto non possono essere affrontate in modo efficace quando l'unica vera sede della questione è la Corte Suprema.

I redattori sostengono l'odierna inversione di rotta di Roe e Casey, ma riconoscono anche che la vita non ancora nata non può essere difesa solo limitando legalmente la disponibilità dell'aborto. Continuiamo quindi a chiedere un maggiore sostegno alle politiche per aiutare le donne incinte e le famiglie con bambini, in particolare dal movimento pro-vita, a ridurre l'incidenza dell'aborto.

venerdì 24 giugno 2022

USA: LA CORTE SUPREMA CANCELLA IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALL’ABORTO

 Con una maggioranza di 6 a 3 i giudici hanno ribaltato le sentenze Roe e Casey: «La Costituzione non fa alcun riferimento all'aborto e un tale diritto non è implicitamente protetto dalla Costituzione». Ora saranno i singoli Stati a decidere sul tema

 24/06/2022 - 17:10

La Corte suprema degli Stati Uniti ha cancellato il diritto costituzionale all’aborto dopo quasi 50 anni, ribaltando le sentenze Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey.

Ogni Stato americano, di conseguenza, torna libero di decidere come regolare l’interruzione di gravidanza. La decisione è stata presa dai giudici a maggioranza.

 


«Non esiste il diritto costituzionale all’aborto»

Il giudice Samuel Alito, nel parere della maggioranza, scrive che «gli americani continuano ad avere visioni appassionate e ampiamente divergenti sull’aborto e i diversi Stati hanno agito di conseguenza».

La Corte, continua, «ritiene che le sentenze Roe e Casey devono essere rigettate. La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e un tale diritto non è implicitamente protetto dalla Costituzione, neanche dalla Due Process Clause del 14esimo emendamento».

Il diritto all’aborto non può essere assimilato a nessun altro diritto, continua il giudice Alito, perché «distrugge ciò che Roe e Casey chiamano “vita fetale” e ciò che la legge oggi descrive come un “essere umano non nato”». La Roe «era vergognosamente sbagliata fin dal principio. Le sue basi sono incredibilmente deboli e la decisione ha avuto conseguenze dannose. È giunto il tempo di rispettare la Costituzione e di restituire il tema dell’aborto ai rappresentanti eletti dal popolo».

Il caso del secolo

Ad aver portato alla storica sentenza è il caso Dobbs v. Jackson Women’s Helath Organization del Mississippi. Nel 2018 il governatore repubblicano Phil Bryant firmò una legge che dichiarava illegali in Mississippi tutti gli aborti praticati oltre le 15 settimane di gravidanza. È una legge che sfida direttamente le sentenze Roe e Casey, nelle quali veniva sostanzialmente stabilito che l’aborto è legittimo in qualunque caso fino a quando il bambino non è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno. Questa condizione è stata interpretata perlopiù come un via libera all’aborto fino alla 24/28ma settimana di gravidanza.

La legge del Mississippi non è mai entrata in vigore, perché l’Organizzazione di Jackson per la salute delle donne, che gestisce l’unica clinica abortiva di tutto lo Stato di 3 milioni di abitanti, presentò un esposto alla corte federale distrettuale, che bloccò la legge nel novembre del 2018.

L’America è divisa sull’aborto

In una “dissenting opinion” i giudici liberal della Corte Suprema Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Stephen Breyer hanno scritto: «È triste che molte donne abbiano perso oggi una tutela costituzionale fondamentale». La speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi, ha parlato di «sentenza crudele».

Il senatore repubblicano Mitch McConnell ha invece affermato: «Milioni di americani hanno passato mezzo secolo a pregare, marciare e lavorare verso la storica vittoria di oggi per lo stato di diritto e la vita innocente. Sono orgoglioso di essere stato al loro fianco in questo lungo viaggio e condivido oggi la loro gioia».

Cosa pensano davvero gli americani

Gli americani sono da sempre divisi sul tema. Secondo l’annuale sondaggio di Marist Poll, pubblicato in occasione della Marcia per la vita di gennaio, oltre il 60 per cento voleva che la Corte suprema mandasse in soffitta la Roe. Il 17 per cento preferiva che l’aborto diventasse illegale, mentre il 44 per cento riteneva che la decisione dovesse essere affidata agli elettori dei singoli Stati.

Secondo altri sondaggi, il 55 per cento degli americani si definisce pro choice e il 40 pro life. Nonostante questo, soltanto il 17 per cento ritiene che «l’aborto dovrebbe essere accessibile a una donna in ogni momento della gravidanza». L’83 per cento degli americani, cioè, considera giusto che l’interruzione di gravidanza venga in qualche modo limitata e il 63 è contrario all’aborto a domicilio tramite la pillola abortiva. Inoltre, il 54 per cento non vuole che l’aborto sia pagato con denaro pubblico e il 73 per cento è contrario all’utilizzo dei proventi delle imposte per finanziare l’interruzione di gravidanza all’estero.

Decidono i singoli Stati

La sentenza della Corte suprema americana non vieta l’aborto, ma restituisce ai singoli Stati il diritto di legiferare sul tema come ritengono più opportunoCome dettagliato dal New York Times, se circa 20 Stati repubblicani sono pronti a vietare o restringere fortemente la pratica, altrettanti democratici hanno già pronte leggi per liberalizzare l’interruzione di gravidanza, mentre in altri 10 Stati non è chiaro come l’aborto verrà regolato.

Determinante per il verdetto è stata la composizione della Corte suprema americana, oggi a maggioranza conservatrice dopo che Donald Trump ha nominato negli anni scorsi tre giudici conservatori: Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. I tre, che insieme ad Alito hanno approvato il ribaltamento del diritto costituzionale all’aborto, sono da settimane in pericolo dopo aver subito tentativi di aggressione e ricevuto minacce di morte.

 

@LeoneGrotti

TEMPI

NOTA. l'aborto non è solo un fatto politico, ma come diceva Padre Danielou "la preghiera è un problema politico". Su questo torneremo nei prossimi giorni



 

mercoledì 15 giugno 2022

L’ABORTO NON E’ UN DIRITTO UMANO

VESCOVI UE: L'ABORTO COME DIRITTO UMANO È UNA DERIVA ANTROPOLOGICA

 Robi Ronza

EUROPA  PER FORTUNA CHE C’È IL RESTO DEL MONDO

Ieri il Parlamento Europeo ha approvato con 364 voti favorevoli, 154 contrari e 37 astensioni una risoluzione del titolo “Minacce globali ai diritti sull’aborto: la possibile revoca dei diritti all’aborto negli Stati Uniti da parte della Corte Suprema”.

La risoluzione era stata presentata da Socialisti e Democratici, Verdi, Liberali di Renew Europe e Sinistra. Tra gli eurodeputati italiani hanno votato compattamente contro solo quelli di Fratelli d’Italia e di Forza Italia.


La stupefacente notizia, scarsamente o per nulla ripresa dalla grande stampa, si presta ad osservazioni su diversi piani. Li esamino ad uno ad uno, dai più formali ai più sostanziali..

In primo luogo è un grave caso di quella che si potrebbe definire un’interferenza preventiva negli affari interni di un altro Stato, e per di più di un grande Stato amico. Con tale risoluzione il Parlamento Europeo dice la sua neanche su una legge vigente ma su un dibattito politico in corso negli Usa. Vorremmo vedere come reagirebbe, e in ogni caso come noi europei reagiremmo, se il Congresso degli Stati Uniti votasse una risoluzione in cui ci si spiegasse che cosa dovremmo fare noi a proposito di questo o di quello, e tanto più su un tema di tale importanza.

In secondo luogo dal testo della risoluzione si capisce che i suoi autori non sanno quale sia il nocciolo della questione, che è diverso da come appare a chi si basi sulle notizie inesatte che circolano al riguardo in Europa. Negli Stati Uniti la legislazione tra l’altro sull’aborto è competenza non dell’Unione, di Washington bensì degli Stati membri. La pratica legale dell’aborto divenne possibile negli Usa, e fino alla nascita!, a seguito di una sentenza della Corte Suprema del 1973. Adesso sembra che la Corte Suprema stia per decidere di abrogare tale sentenza e restituire perciò agli Stati membri degli Usa quello che è un loro potere costituzionale. Siccome però, aggiungo, la grande maggioranza di essi conserva nella propria legislazione la legge contro l’aborto o intende legiferare in tal senso, gli abortisti incondizionati (che sono in minoranza negli Stati Uniti) protestano a priori contro l’eventualità di tale restituzione. In altre parole protestano contro la Carta costituzionale vigente.

Ciò detto, vengo alla sostanza della questione riprendendo tra l’altro alcuni argomenti di una dichiarazione dell’eurodeputato Massimiliano Salini, Forza Italia, uno di coloro che a Strasburgo hanno votato contro il documento.

Al suo paragrafo 24 l la risoluzione afferma’ l’esistenza di un diritto universale all’aborto che dovrebbe essere riconosciuto come “diritto fondamentale” dall’UE. Ebbene quale che sia il desiderio dei promotori della risoluzione, la pratica dell’aborto come un diritto, e ancor più come un diritto fondamentale, non rientra tra i principi che stanno alla base dell’Unione Europea (e nemmeno, osserviamo noi, dell’Onu), Né la si ritrova nella Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo.

Gli Stati membri dell’Unione conservano il diritto e la libertà di legiferare su questo tema, che invece la risoluzione ignora, come pure ignora le competenze degli Stati membri in quanto responsabili ultimi della salute dei loro cittadini.

Con tale risoluzione l’Europarlamento preannuncia di non rispettare la possibile decisione che la Corte Suprema degli Stati Uniti potrebbe adottare sull’aborto.  Non è compito del Parlamento europeo ammonire un Paese democratico come gli Stati Uniti sui valori che, secondo i nostri parametri, dovrebbe rispettare o difendere.

E non solo. La risoluzione afferma inoltre che:

–  con l’approvazione di leggi più restrittive su queste pratiche in alcuni Stati o con l’attesa sentenza della Corte di Giustizia degli Stati Uniti, il risultato sarà più dannoso per il “diritto all’aborto”. Senza dubbio, e proprio per questo motivo, si potrebbe sostenere che questi cambiamenti saranno più vantaggiosi per il diritto alla vita dei non nati.

– Ci ricorda che “la vita di donne e ragazze in tutti gli Stati Uniti sarebbe influenzata da una decisione della Corte Suprema”, oscurando proprio gli effetti benefici di una legislazione che promuove il diritto alla vita per gli esseri umani non ancora nati, comprese le non nate donne ossia circa la metà dei nascituri.

– Cita il caso delle madri adolescenti, ma non fornisce alternative se non una maggiore permissività nell’accesso all’aborto.

– Critica il fatto che le ONG legate alla “destra cristiana” che sostengono il diritto alla vita possano continuare a ottenere finanziamenti per svolgere questo lavoro.

– Afferma che un accesso equo ai servizi abortivi… “aumenta la capacità delle donne di migliorare il loro benessere economico”.

Mentre si deve essere riconoscenti agli eurodeputati che hanno votato contro questa risoluzione l’esito di questo voto merita di venire considerato con attenzione poiché dà un’idea di quale sia oggi in Europa il pensiero dominante in materia specie nelle classi dirigenti, e di quanto lavoro attenda gli europei che difendono la vita. Frattanto si deve essere grati a quella larga maggioranza di Paesi membri dell’Onu che ha finora impedito che l’aborto venisse proclamato “diritto umano” o “diritto fondamentale”.

Aborto, diritto umano? Sarebbe bello sapere che cosa al riguardo ne penserebbero tutti e tutte coloro cui, in nome di tale preteso diritto umano, non è consentito di venire al mondo.

10 giugno 2022

 

venerdì 6 maggio 2022

CORTE SUPREMA USA, LA BOZZA A FIRMA DEL GIUDICE ALITO VS LA LEGALIZZAZIONE DELL'ABORTO

 Esaminiamo la prima bozza a firma del giudice Samuel Alito della Corte Suprema degli Stati Uniti che intende annullare sia la sentenza Roe vs Wade del 1973 che legalizzò l’aborto in tutto il Paese sia la sentenza del 1992 Casey vs Planned Parenthood che, in buona sostanza, confermò l’impianto della prima sentenza. 

La Corte Suprema degli Stati Uniti d'America


Il parere su queste due sentenze nasce dalla decisione della Corte d’Appello per il Quinto Circuito, la quale riteneva incostituzionale una legge del 2018 del Mississippi (Gestational Age Act), che prevede il divieto di aborto dopo la 15^ settimana di gestazione, eccetto in due casi particolari. Chi si è opposto alla decisione della Corte d’Appello ha chiesto che venisse sindacata la legittimità delle sentenze Roe e Casey. E così ha fatto la Suprema Corte. La vertenza presso la Corte è ancora aperta e si chiuderà verso fine giugno o inizio luglio, quindi sia la decisione sulla legge del Mississippi sia i giudizi contenuti nella bozza potranno ancora essere rivisti.

Partiamo dalla decisione che hanno sottoscritto i cinque giudici repubblicani: “Riteniamo che Roe e Casey debbano essere annullate. La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale” (p. 5). Andiamo ad analizzare le motivazioni soggiacenti a questa decisione, ma prima è bene fare una precisazione. Alito scrive nel parere: “La nostra decisione non si basa su alcun giudizio in merito a quando uno Stato dovrebbe considerare la vita prenatale come avente dei diritti o interessi legalmente riconoscibili” (p. 29). La Corte quindi demanda ai singoli Stati tale questione legata all’eventuale soggettività giuridica del nascituro e, a monte, allo status personale dello stesso. Le due sentenze di cui sopra sono illegittime per altri motivi che qui andremo ad esaminare in modo sintetico.

LA TRADIZIONE GIURIDICA

I giudici della sentenza Roe legalizzarono l’aborto puntellandosi al principio della privacy che discendeva implicitamente da un altro principio contenuto nel XIV emendamento: il principio di libertà. Ma i giudici odierni della Corte Suprema, oltre a ricordare che in nessuna parte della Costituzione viene menzionato il diritto all’aborto, hanno avuto facile gioco a spiegare che era impossibile che gli estensori di quell’emendamento volessero ricomprendere l’aborto nel concetto di libertà: “Nel 1868, quando fu ratificato il Quattordicesimo Emendamento, tre quarti degli Stati, 28 su 37, avevano emanato norme che qualificavano l’aborto un reato” (p. 23). Gli altri Stati emanarono leggi simili negli anni successivi. A riprova di ciò la Corte, nelle Appendici A e B, riporta stralci di 50 normative che sanzionavano l’aborto. Dunque il XIV emendamento non tutela la libertà di abortire: “Nel momento in cui ci impegniamo, nel presente caso, in tale indagine [riguardante il concetto di libertà], la risposta evidente è che il Quattordicesimo Emendamento non tutela il diritto all’aborto” (p. 14).

Questa tradizione giuridica pro-life si è mantenuta sostanzialmente intatta fino alla sentenza Roe: “Al tempo di Roe, 30 Stati proibivano ancora l’aborto in tutte le fasi” (p. 2). Per quale motivo? “Vi sono molte prove che l’approvazione di queste leggi sia stata […] incentivata da una sincera convinzione che l’aborto uccide un essere umano” (p. 29). La Corte dunque sostiene che “la conclusione inevitabile è che il diritto all’aborto non è per nulla profondamente radicato nella storia e nelle tradizioni della Nazione” (p. 24), anche perché, all’opposto, esiste “una tradizione ininterrotta di proibire penalmente l’aborto [... ] dai primi giorni della common law fino al 1973. […] Fino all’ultima parte del XX secolo, nella legge americana non c’era nessun puntello per avvalorare un diritto costituzionale ad abortire. Zero. Nessuno. Nessuna disposizione costituzionale statale aveva riconosciuto un tale diritto. Fino a pochi anni prima della pronuncia Roe, nessun tribunale federale o statale aveva riconosciuto un tale diritto. Né c’era alcun trattato accademico di cui siamo a conoscenza” (pp. 24-25; p. 15) che lo riconosceva. Ciò a dire che la Corte nel ’73 s’inventò di sana pianta che l’aborto fosse un diritto, perché non c’erano puntelli né nella Costituzione né nella tradizione della common law americana.

L’ANTIDEMOCRATICITÀ

Quella decisione quindi appare chiaramente antidemocratica perché arbitraria, apodittica nelle sue premesse: «Non disponendo nient’altro che di un “potere giudiziario grezzo” la Corte ha usurpato il potere di affrontare una questione di profonda importanza morale e sociale che la Costituzione inequivocabilmente demanda al popolo. […] La Corte ha mandato in cortocircuito il processo democratico, impedendo di parteciparvi ad un gran numero di americani che hanno dissentito in vari modi da Roe» (p. 40). Questo atteggiamento impositivo è proprio anche della sentenza Casey la quale “ha rivendicato l’autorità di imporre una soluzione permanente relativa alla questione di un diritto costituzionale all’aborto semplicemente dicendo che la questione fosse chiusa” (pp. 63-64).

I giudici della Corte Suprema notano inoltre che la struttura della decisione Roe somiglia, più che a una sentenza, a un testo di legge. Una prova ulteriore che i giudici si sono messi a fare i parlamentari: “Senza alcun fondamento nel testo costituzionale, nella storia o nei precedenti, ha imposto all’intero paese un insieme dettagliato di regole molto simili a quelle che ci si potrebbe aspettare di trovare in una legge o in un regolamento” (p. 42).

LA LIBERTÀ

Come abbiamo visto la Roe fondava la legittimità di abortire sul concetto di libertà che, però, sino ad allora nessuno aveva esteso fino a ricomprendere la facoltà di abortire. Anche la sentenza Casey incardina il presunto diritto d’aborto sullo stesso concetto che - come si legge nel testo della sentenza stessa - corrisponde alla possibilità di compiere “scelte intime e personali. […] Al cuore della libertà c’è il diritto di definire il proprio concetto di esistenza, di senso dell’universo e del mistero della vita umana”. (p. 30) Alito però correttamente sottolinea che «la facoltà di agire sulla base di tali convinzioni può corrispondere a una delle tante concezioni di “libertà”, ma non è certamente la “libertà ordinata”» (p. 30) che è un concetto base dell’ordinamento giuridico statunitense. «La libertà ordinata pone limiti e definisce il confine tra interessi confliggenti. Roe e Casey hanno intaccato il particolare equilibrio tra gli interessi di una donna che vuole abortire e gli interessi di quella che hanno definito “vita potenziale”» (p. 31). Questo bilanciamento di interessi, per la Corte, non può essere demandato al supremo tribunale, bensì ai parlamenti locali: «Le persone dei vari Stati possono valutare tali interessi in modo diverso. In alcuni Stati gli elettori possono ritenere che il diritto all’aborto debba essere ancora più ampio del diritto riconosciuto da Roe e Casey. Gli elettori di altri Stati potrebbero voler imporre restrizioni severe sulla base della loro convinzione che l’aborto distrugge un “essere umano non nato”. La concezione storica della libertà ordinata della nostra Nazione non impedisce ai rappresentanti eletti del popolo di decidere come regolare l’aborto» (p. 31). Da qui la già ricordata decisione finale: “La Costituzione non vieta ai cittadini di ciascuno Stato di regolamentare o vietare l’aborto. Roe e Casey si sono arrogate quell’autorità. Ora annulliamo tali decisioni e restituiamo quell’autorità alle persone e ai loro rappresentanti scelti” (p. 67).

 

martedì 27 ottobre 2020

L’EREDITÀ DI TRUMP? AI GIUDICI SUPREMI L’ARDUA SENTENZA

 

AMY CONEY BARRETT è il nuovo giudice della Corte Suprema americana

Leone Grotti 27 ottobre 2020 TEMPI

Il Senato l’ha eletta ieri con 52 voti a favore contro 42. I progressisti la accusano di essere «cattolica e pro life», lei non fa una piega: «Applicherò la Costituzione, non la legge di Amy»

La nomina di Amy Coney Barrett a nuovo giudice della Corte Suprema è stata confermata ieri dal Senato con 52 voti a favore contro 48. Giudice della Corte d’appello del settimo circuito di Chicago, professore di diritto all’Università di Notre Dame, Indiana, e pupilla di Antonin Scalia, tra gli interpreti più conservatori della Costituzione statunitense, Barrett dopo aver giurato ieri sera alla Casa Bianca prenderà il posto dell’icona liberal Ruth Bader Ginsburg, deceduta per un cancro a 87 anni il 18 settembre.


LA RIVOLTA DEI DEMOCRATICI

È la prima volta che un candidato alla Corte Suprema non riceve neanche un voto dall’opposizione e questo dato riflette la profonda divisione della società americana. I democratici hanno fortemente criticato Donald Trump – per lui, commenta il Guardian, questa è senza dubbio una «vittoria politica a pochi giorni dal voto» – per non aver atteso l’esito delle elezioni presidenziali, che si terranno il 3 novembre, prima di procedere alla nomina. La senatrice Elizabeth Warren ha definito il voto addirittura «illegittimo», senza citare il fatto che Barack Obama nel 2016 tentò di fare la stessa cosa: sostituire Scalia, morto nel febbraio di quell’anno, con un giudice progressista. L’operazione non riuscì non per quelle ragioni di opportunità che sollevano ora i democratici contro Trump, ma perché non aveva la maggioranza al Senato.

L’attuale leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, ha invece giustificato così la scelta di procedere subito alla nomina di un nuovo giudice: «Abbiamo vinto le elezioni. Ciò che questa amministrazione e il Senato hanno fatto è esercitare il potere che il popolo americano ci ha dato attraverso il voto. E questo è perfettamente in linea con le regole del Senato e della Costituzione americana». Come sottolineato anche dall’Associated Press, il processo di elezione è stato perfettamente legale.

«IO NON SEGUO LA LEGGE DI AMY»

A scatenare la rabbia dei democratici non è in realtà l’opportunità dell’elezione di un giudice a pochi giorni dal voto presidenziale, quanto il significato della nomina di Barrett, che potrebbe spostare l’orientamento della Corte Suprema in senso conservatore. Trump ha infatti nominato tre giudici in quattro anni e ora la Corte più potente degli Stati Uniti ha una maggioranza conservatrice di 6 magistrati a 3.

Il New York Times, come da mesi a questa parte, lancia l’allarme: la nomina di Barrett potrebbe «cambiare la vita americana» su temi che riguardano «il diritto all’aborto, i diritti degli omosessuali, i regolamenti per le aziende e l’ambiente». A sostegno di questa tesi vengono rispolverate dichiarazioni vecchie di 15 anni di Barrett contro la sentenza Roe v Wade che legalizzò l’aborto nel 1973 o altre più recenti contro l’Obamacare. Ma come ha risposto la madre di sette figli al fuoco di fila di domande dei membri della Commissione giustizia del Senato, «io non seguo la legge di Amy. Applicherò la Costituzione senza paura e senza favoritismi».

foto ANSA