Visualizzazione post con etichetta EVANGELIZZAZIONE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta EVANGELIZZAZIONE. Mostra tutti i post

lunedì 9 giugno 2025

VENI CREATOR SPIRITUS

 

VEGLIA DI PENTECOSTE CON I MOVIMENTI, LE ASSOCIAZIONI E LE NUOVE COMUNITÀ

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Piazza San Pietro
Sabato, 7 giugno 2025

___________________________________

Sorelle e fratelli carissimi!

Lo Spirito creatore, che nel canto abbiamo invocato – Veni creator Spiritus –, è lo Spirito disceso su Gesù, il protagonista silenzioso della sua missione: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Lc 4,18). Domandando che visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace ci siamo aperti al Regno di Dio. È questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino.


In Gesù vediamo e da Gesù ascoltiamo che tutto si trasforma, perché Dio regna, perché Dio è vicino. In questa vigilia di Pentecoste siamo profondamente coinvolti dalla prossimità di Dio, dal suo Spirito che unisce le nostre storie a quella di Gesù. Siamo coinvolti, cioè, nelle cose nuove che Dio fa, perché la sua volontà di vita si realizzi e prevalga sulle volontà di morte.

«Mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Sentiamo qui il profumo del Crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Il Battesimo e la Confermazione, cari fratelli e sorelle, ci hanno uniti alla missione trasformatrice di Gesù, al Regno di Dio. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. È un mistero che ci stupisce e ci fa pensare.

A Pentecoste Maria, gli Apostoli, le discepole e i discepoli che erano con loro furono investiti da uno Spirito di unità, che radicava per sempre nell’unico Signore Gesù Cristo le loro diversità. Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi. Questa Piazza San Pietro, che è come un abbraccio aperto e accogliente, esprime magnificamente la comunione della Chiesa, sperimentata da ognuno di voi nelle diverse esperienze associative e comunitarie, molte delle quali rappresentano frutti del Concilio Vaticano II.

La sera della mia elezione, guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola “sinodalità”, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito modella la Chiesa. In questa parola risuona il syn – il con – che costituisce il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è “con” in sé stesso – Padre, Figlio e Spirito Santo – ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada – odós – perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino. Siamo un popolo in cammino. Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. 

In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme. La terra riposerà, la giustizia si affermerà, i poveri gioiranno, la pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini. 

Non più ognuno per sé, ma armonizzando i nostri passi ai passi altrui. Non consumando il mondo con voracità, ma coltivandolo e custodendolo, come ci insegna l’Enciclica Laudato si’.


Carissimi, Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. “Sinodalità” è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. È la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme (cfr Laudato si’, 16117). E ciò che noi chiamiamo “storia” prende forma solo nella modalità del riunirsi, del vivere insieme, spesso pieno di dissidi, ma pur sempre un vivere insieme. Il contrario è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno. Siano allora le vostre aggregazioni e comunità delle palestre di fraternità e di partecipazione, non solo in quanto luoghi di incontro, ma in quanto luoghi di spiritualità. Lo Spirito di Gesù cambia il mondo, perché cambia i cuori. Ispira infatti quella dimensione contemplativa della vita che sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà (cfr 2Cor 3,17). L’autentica spiritualità impegna perciò allo sviluppo umano integrale, attualizzando fra noi la parola di Gesù. Dove questo avviene, c’è gioia. Gioia e speranza.

L’evangelizzazione, cari fratelli e sorelle, non è una conquista umana del mondo, ma l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio. È la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il “già” e il “non ancora”, affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace. Per seguire Gesù su questa via da Lui scelta non occorrono sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali. L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili. Siate dunque legati profondamente a ciascuna delle Chiese particolari e delle comunità parrocchiali dove alimentate e spendete i vostri carismi. Attorno ai vostri vescovi e in sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!

Maria, Regina degli Apostoli e Madre della Chiesa, interceda per noi.

 

lunedì 9 maggio 2022

BUX: «LA VERA PACE PASSA SOLO DALL'ANNUNCIO DEL VANGELO»

Il rapporto ecumenico tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca messo in crisi dalla guerra in Ucraina: «È il fallimento di un ecumenismo fondato su incontri e passerelle, sul tentativo di limare le differenze. Giovanni Paolo II invece puntava ad andare alle radici delle diverse tradizioni e culture per trovare l'unità nella fonte di tutti, Cristo e il Vangelo».

«Compito della Chiesa non sono le battaglie sull'ambiente e la pace, ma l'evangelizzazione, perché solo Gesù cambia il cuore dell'uomo. E se cambia il cuore dell'uomo, cambia il mondo». Parla il teologo monsignor Nicola Bux.

«Ora che anche il patriarca di Mosca Kirill ha risposto per le rime al Papa, diventa urgente cambiare il metodo ecumenico che, come possiamo constatare in questi giorni, era già destinato al fallimento». È quanto ci dice monsignor Nicola Bux, teologo e già professore di Liturgia orientale e Teologia dei Sacramenti, nonché consultore di diverse Congregazioni vaticane durante il Pontificato di Benedetto XVI. Monsignor Bux, che conosce molto bene il mondo dell’Ortodossia, interviene con questa intervista alla Bussola, nel momento più basso delle relazioni tra Santa Sede e patriarcato di Mosca.

Papa Francesco, che all’inizio del conflitto si era mantenuto molto prudente proprio per non danneggiare il rapporto con il Patriarca di Mosca Kirill dopo anni di paziente riavvicinamento culminato nell’incontro all’Avana del febbraio 2016, ha via via preso una posizione più dura verso il Patriarcato di Mosca. Con l’avanzare della guerra, infatti, è diventata sempre più imbarazzante per papa Francesco la posizione di Kirill che appoggia apertamente la guerra lanciata dal presidente russo Vladimir Putin. E dopo aver annullato il secondo incontro previsto in estate a Gerusalemme, papa Francesco ha anche detto parole forti nell’intervista concessa al direttore del Corriere della Sera pochi giorni fa ricordando il colloquio via zoom avuto con Kirill in marzo.

Il Patriarca di Mosca, secondo Francesco, ha parlato per venti minuti elencando tutti i motivi che giustificano la guerra, e la risposta del Papa sarebbe stata un invito a non usare il linguaggio della politica ma quello di Gesù, e a non fare il «chierichetto di Putin». E la risposta del Patriarcato di Mosca ovviamente non si è lasciata attendere: in un comunicato del 4 maggio si sostiene che il Papa ha travisato le parole di Kirill: «È deplorevole che un mese e mezzo dopo la conversazione con il Patriarca Kirill, Papa Francesco abbia scelto il tono sbagliato per trasmettere il contenuto di questa conversazione. Tali dichiarazioni difficilmente contribuiranno all'instaurazione di un dialogo costruttivo tra le Chiese cattolica romana e ortodossa russa, che è particolarmente necessario in questo momento».
 

Parole forti, ma sono la certificazione del fallimento di un certo modo di praticare l’ecumenismo che la crisi ucraina ha fatto emergere con chiarezza. Al punto che ha dovuto prenderne atto anche Alberto Melloni, lo storico della Scuola di Bologna, punto di riferimento degli intellettuali cattolici progressisti. In un editoriale pubblicato da Repubblica ha stigmatizzato la stagione dell’apparente «successo ecumenico: un corteo rumoroso di incontri, dialoghi, accordi, burocrazie che hanno nutrito la trionfalistica illusione che la pace del mondo potesse coesistere con la divisione delle Chiese, allineate a un galateo reciproco».
«È la stagione che ha avuto come protagonista la Comunità di Sant’Egidio, ma che affonda le radici in una concezione equivoca di ecumenismo, che ha preso una strada opposta a quella indicata da Giovanni Paolo II», dice monsignor Bux.

Può spiegare esattamente cosa intende?
Ci si è illusi di poter costruire la pace e l'unità delle Chiese puntando a limare le differenze, con passerelle fatte di accordi e dichiarazioni varie, peraltro su temi presi dall’agenda dell’ONU: la pace, l’ambiente, ecc. L’indirizzo che aveva dato Giovanni Paolo II era ben diverso, puntava ad andare alle radici, dove le differenti tradizioni e culture trovano l’unità in Gesù Cristo e nel Vangelo. È in queste radici che la tradizione latina, greca e slava possono riconoscersi unite. Per questo Giovanni Paolo II, lui stesso slavo, ha subito valorizzato quel movimento di evangelizzazione che ha civilizzato il mondo slavo, valorizzando lo spirito missionario che aveva portato i fratelli Cirillo e Metodio nel IX secolo a diffondere il cristianesimo in quella che allora era conosciuta come Grande Moravia. Non a caso i santi Cirillo e Metodio, anche loro monaci, sono stati nominati da Giovanni Paolo II compatroni d’Europa insieme a San Benedetto, il cui movimento monastico nel frattempo evangelizzava l’Europa latina.

A Cirillo e Metodio, Giovanni Paolo II ha anche dedicato una enciclica…
Sì, la Slavorum Apostoli, nel 1985. E ci troviamo parole che rilette oggi sono profetiche: «La perfetta comunione nell'amore preserva la Chiesa da qualsiasi forma di particolarismo o di esclusivismo etnico o di pregiudizio razziale, come da ogni alterigia nazionalistica» (no. 11). Un giudizio attualissimo se si pensa alla posizione oggi della Chiesa ortodossa russa. Quella che va ricercata è la perfetta comunione nell’amore, l’unità che è «l’incontro nella verità e nell’amore che ci sono donati dallo Spirito» (no. 27). Bisogna fare incontrare le storie, le tradizioni, le culture che sono alla base delle identità di tutte le Chiese, per ricomporre la cattolicità.

Papa Francesco è stato deciso nel rimproverare a Kirill l’uso del linguaggio politico, nel richiamare al fatto che le Chiese non possono essere i chierichetti dello Stato.
Sì, è vero, è giusto. Ma lui stesso in altri frangenti ha fatto politica. Si è chierichetti di Stato anche quando si segue l’onda delle campagne dell’Onu. Non è una semplice questione del linguaggio da usare, è una questione di attitudine, di sostanza, del primato che dai a Cristo e al Vangelo rispetto a tutte le altre preoccupazioni mondane.

Quindi la Chiesa cosa dovrebbe fare?
La preoccupazione della Chiesa deve essere l’evangelizzazione, la proclamazione del Vangelo di Cristo, che è annuncio di conversione: cambia il tuo cuore e cambierà anche il mondo attorno a te. La Chiesa è chiamata all’evangelizzazione non alle campagne ideologiche, che si tratti di ambiente o di pace. È sempre ideologia quando si abbandona il compito principale di far conoscere Gesù Cristo attraverso l’evangelizzazione. Perché il Vangelo ha una forza di conversione insita in sé. Quando il Vangelo di Cristo viene annunziato è Cristo stesso che viene a smuovere il cuore dell’uomo, e se cambia il cuore dell’uomo cambia anche il mondo. Questo oggi non viene più capito ma questa è stata la consapevolezza di tutti i grandi santi. Lo è stato per Benedetto, per Cirillo e Metodio, e anche per Caterina e Brigida, anche loro proclamate compatrone d’Europa.
La Chiesa deve credere a questo movimento, non perdere tempo dietro alle affermazioni “Ah., la guerra è tremenda”, “Ah la pace come è bella”, “Ah l’ambiente come lo roviniamo”. Tutti questi discorsi suonano come sfiducia nella potenza di Cristo e del Vangelo: Cristo avrebbe potuto fare della sua missione un assillo di prediche sui valori per cercare di cambiare il potere del tempo, ma non l’ha fatto. Ha detto date a Dio quel che è di Dio, cioè date il primato a Dio. E il primato a Dio è andate in tutto il mondo, portate il Vangelo a tutte le creature.

Un modo ideologico di porsi riguarda proprio il tema della pace. Mi sembra che ci si appiattisca su una concezione di pace che è quella del mondo e dell'Onu. E lo si vede anche in questa crisi ucraina.
È sbagliato sostenere acriticamente tutte le battaglie dell’Onu, perché l’Onu parte da altri presupposti e la sua azione si fonda sull’illusione di raggiungere l’unità e la pace senza conversione. La vera pace passa solo dall’annunzio del Vangelo, ovvero dalla consapevolezza che Cristo ha un potere sul cuore dell’uomo, perché solo Lui sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, dice il vangelo di Giovanni. Se tu non cambi il cuore dell’uomo, tutto il resto sono chiacchiere. Il punto è il cuore, perché il cuore è facilmente schiavo del peccato sin dall’origine, quindi insegue delle utopie, perché il peccato è un interesse egoistico che si riversa a livello sociale, economico, nazionale. Solo se colpisci alla radice il cuore dell’uomo, puoi proporre un cambiamento. Ecco perché il Papa deve predicare la conversione, senza conversione non si costruisce la pace. La Chiesa è ministra di uno che dice “Tu comunica me e io farò il resto”, “Non presumete di voler costruire la pace, la legalità, ecc. Tu comunica me, il resto lo farò io”. La Chiesa deve essere portatrice di questa fede, che abbatte ogni ostacolo, altrimenti diventa irrilevante.

tratto da la nuova bussola quotidiana

lunedì 16 novembre 2020

WEIGEL: “LA CRISTIANITÀ IN OCCIDENTE È FINITA.”

Nota:  da diversi anni, numerose istituzioni di istruzione superiore di Cracovia sponsorizzano congiuntamente le "Giornate di Giovanni Paolo II”. Per onorare il centenario di Giovanni Paolo II, che è stato segnato lo scorso 18 maggio, le "Giornate di Giovanni Paolo II" del 2020 sono state organizzate attorno al tema "I prossimi cento anni". George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, ha tenuto la seguente conferenza in video preregistrato il 5 novembre 2020. Il saggio pubblicato su Catholic World Report, è stato tradotto da Sabino Paciolla e proviene dal suo blog.

 “L’era della trasmissione etnica o nazionale della fede cattolica – l’era del cattolicesimo trasmesso da una sorta di eredità genetica o per osmosi – è finita ovunque nel mondo occidentale”.



Grazie per l’invito a partecipare ancora una volta a questa conferenza annuale.

Apprezzo il tema che avete scelto per il centenario di Giovanni Paolo II: guardare ai prossimi cento anni. Come amico della Polonia, infatti, mi preoccupo da tempo che in Polonia ci si guardi troppo alle spalle, a Giovanni Paolo II, e non si guardi abbastanza in avanti attraverso i suoi occhi.

Capisco i sentimenti che fanno sì che tanti polacchi guardino a Giovanni Paolo II con tanto affetto e persino con nostalgia. Il posto enorme che egli occupa nell’immaginario nazionale polacco è del tutto comprensibile. Eppure credo che egli vorrebbe che noi facessimo proprio quello che questa conferenza intende fare, cioè guardare avanti, attraverso i suoi occhi, verso il futuro. Spero quindi che le conversazioni generate dalle Giornate Giovanni Paolo II del 2020 a Cracovia accelerino il passaggio in Polonia dal guardare indietro a Giovanni Paolo II a guardare avanti con una visione plasmata dal suo esempio e dal suo insegnamento.

In questo breve scritto, voglio guardare avanti attraverso gli occhi di Giovanni Paolo II a due futuri: il futuro della Chiesa cattolica e il futuro del progetto di civiltà occidentale, o più strettamente, il futuro della democrazia occidentale. Questi due futuri si intersecano, come suggerirò alla fine. Per il momento, però, permettetemi di trattare ogni futuro individualmente.

Cominciamo dal futuro della Chiesa, visto attraverso gli occhi di Giovanni Paolo II. Come vorrebbe che pensassimo alla Chiesa cattolica dei prossimi cento anni?

In effetti, ci ha detto molto chiaramente come vorrebbe che pensassimo al cattolicesimo del futuro. Ce lo ha detto nell’enciclica Redemptoris Missio del 1990; ce lo ha detto di nuovo durante il Grande Giubileo del 2000; e ce lo ha detto in particolare nella lettera apostolica che chiude il Grande Giubileo, Novo Millennio Ineunte.

Nella Redemptoris Missio, durante il Grande Giubileo, e nella Novo Millennio Ineunte, Giovanni Paolo II ha riassunto l’insegnamento del suo pontificato e la sua visione del futuro cattolico sotto la rubrica “La Chiesa della Nuova Evangelizzazione”. Come ho cercato di dimostrare nel mio libro, L’ironia della storia cattolica moderna, questa idea centrale dell’insegnamento di Giovanni Paolo II è il culmine di uno sviluppo complesso e spesso conflittuale iniziato con Papa Leone XIII, che nel 1878 prese la decisione coraggiosa e strategica che la Chiesa cattolica non avrebbe più semplicemente resistito al mondo moderno, ma si sarebbe coinvolta con il mondo moderno per convertirlo.

Le energie create da quella decisione leonina si riversarono nella Chiesa mondiale per circa 80 anni, e fu per raccogliere e concentrare quelle energie che Papa Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII convocò il Vaticano II affinché la Chiesa cattolica potesse fare una nuova esperienza di Pentecoste, un’esperienza di quel fuoco dello Spirito Santo che portò la Chiesa primitiva ad uscire ed andare a convertire tanta parte del mondo mediterraneo. Come giovane vescovo ausiliare di Cracovia e poi arcivescovo della città, Karol Wojtyła ha vissuto il Concilio Vaticano II come ciò che Giovanni XXIII voleva che fosse: un evento in cui la Chiesa cattolica si raccoglieva per una nuova energia evangelica e missionaria, entrando nel suo ventunesimo secolo e terzo millennio.

Dando al Concilio Vaticano II un’interpretazione autorevole – che mi sembra di capire essere la maggiore conquista del magistero di Giovanni Paolo II – e indicando quella interpretazione verso la Chiesa della Nuova Evangelizzazione, Giovanni Paolo II ha realizzato l’intenzione per il Vaticano II che Giovanni XXIII ha espresso nel suo discorso di apertura al Concilio. Allo stesso tempo, Giovanni Paolo II ha dato a tutti i cattolici il loro ordine di marcia – il loro incarico per il futuro.

Che cos’è questa Chiesa della Nuova Evangelizzazione, come l’ha intesa Giovanni Paolo II?

martedì 22 ottobre 2019

SAN GIOVANNI PAOLO II E LA MODERNITA'


«NON SI DEVE ADATTARE IL VANGELO ALLA CULTURA, MA AL CONTRARIO CRISTIANIZZARE LE CULTURE»
Rodolfo Casadei Tempi 21 ottobre 2019 
Convegno di grande spessore a Milano su Giovanni Paolo II e la sua “forza da gigante”. La lezione del cardinale Eijk, primate d’Olanda, su post-modernità e nuova evangelizzazione


Anche quest’anno il Centro internazionale Giovanni Paolo II, l’associazione culturale Esserci e il Centro francescano Rosetum hanno offerto alla città di Milano un convegno di filosofia di grande spessore. Stavolta oggetto della riflessione è stato il rapporto di Giovanni Paolo II con la modernità, e a partire dal titolo “Con la forza di un gigante, Giovanni Paolo II e la modernità” (che riecheggia le parole pronunciate da Benedetto XVI nell’omelia per la beatificazione di papa Wojtyla nel 2011), hanno relazionato il cardinale Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht e primate della Chiesa olandese, con un intervento su “Modernità, Postmodernità e Nuova Evangelizzazione a partire dal magistero di san Giovanni Paolo II”, il professor Marco Cangiotti dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo su “Verità, libertà e storia: le due modernità” e il professor Francesco Botturi dell’Università Cattolica di Milano su “Cultura e neoumanesimo moderno”.

PRESENZA E COMUNITÀ
Ha introdotto i lavori monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara. «Le parole fondamentali della tradizione cristiana non sono soggetto e oggetto, ma presenza e comunità», ha sottolineato Negri. «La fede genera una cultura, un approccio alla realtà, non una visione chiusa in se stessa. Quindi essa non ha paura se è chiamata a cambiare; ma cambia per essere più vera come fede, non cambia per le pressioni del mondo. Altrimenti si perderebbe».

LA FINE DELLA MODERNITÀ
Il cardinal Eijk ha diviso il suo intervento in due parti, la prima descrittiva del passaggio dalla modernità alla post-modernità, la seconda dedicata alla proposta wojtyliana della nuova evangelizzazione. Citando il libro di Stefan Zweig Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo ha individuato la fine cronologica della modernità e più in generale del “vecchio mondo” nell’estate del 1914, quando scoppia la Prima Guerra mondiale. Da essa escono distrutti l’ordine sociale e politico continentale e la fede nella verità, sia quella cristiana che quella del razionalismo illuminista.
È vero che già in precedenza l’uno e l’altra erano stati scossi dalla nascita del movimento socialista, dalle teorie darwiniane e dalla scoperta dell’inconscio da parte di Sigmund Freud, ma è solo l’esperienza dei massacri e delle distruzioni prodotte dall’applicazione tecnica delle scoperte scientifiche al modo di condurre la guerra che diffonde anche fra le masse la prima grande ondata di miscredenza religiosa e di disillusione nei confronti del progresso.

L’IMPOSSIBILITÀ DEL CONFRONTO
Tutto questo si accentuerà nel Secondo Dopoguerra, quando lo statuto di verità delle scienze, già messo in discussione da Heidegger e Wittgenstein a cavallo fra le due guerre, viene definitivamente confutato dagli strutturalisti e dai post-strutturalisti: Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Roland Barthes, Jacques Lacan, Michel Foucault, Jean-François Lyotard, Gianni Vattimo.
È Lyotard il primo che mette a tema il post-moderno, spiegando nel suo libro La condizione post-moderna che essa coincide con la fine della credenza nelle grandi narrazioni condivise da grandi masse umane (illuminismo, marxismo, cristianesimo) e con la convinzione che l’uomo non è affatto autonomo essendo condizionato dal sistema, dall’opinione pubblica, dall’inconscio e dal linguaggio. «Non è più possibile un vero confronto perché è venuta meno una visione condivisa della realtà», dice Eijk.

L’INDIVIDUALISMO COME CULTURA DI MASSA
Il relativismo etico e l’individualismo sono la logica conseguenza del post-moderno, e non solo a livello di circoli filosofici. «Il post-moderno non è rimasto nell’ambito della filosofia, ma grazie al diffondersi della prosperità dopo la Seconda Guerra mondiale è diventato cultura di massa: la prosperità ha reso concretamente praticabile la radicale autonomia individuale, accentuata ulteriormente negli ultimi anni dai social media».
Secondo il cardinale, «oggi il Vangelo è una grande narrazione che non è stata ereditata da una grande parte degli europei, anzitutto perché è venuta meno una visione comune relativamente al mondo, a Dio, all’uomo. Gli intellettuali cristiani potevano discutere con gli intellettuali moderni, perché entrambi avevano in comune l’idea di verità. Questo è diventato impossibile con l’avvento del post-moderno. Che ha esercitato il suo influsso anche fra i credenti, in buona parte oggi convinti che una religione vale l’altra, che dogmi e dottrina devono cedere il passo al benessere spirituale individuale e che sostituiscono tranquillamente il crocifisso con la statua del Buddha ridente».

IL TEMPO DELLE CERTEZZE AL TRAMONTO
Giovanni Paolo II, ha detto il primate d’Olanda entrando nella seconda parte della sua esposizione, era consapevole della difficoltà di comunicare il Vangelo nella nuova situazione, anche se cita espressamente il post-moderno una sola volta, nella Fides et ratio:
«La nostra epoca è stata qualificata da certi pensatori come l’epoca della “post-modernità”. (…) Il termine è stato dapprima impiegato a proposito di fenomeni d’ordine estetico, sociale, tecnologico. Successivamente è stato trasferito in ambito filosofico (…) le correnti di pensiero che si richiamano alla post-modernità meritano un’adeguata attenzione. Secondo alcune di esse, infatti, il tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente passato, l’uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna del provvisorio e del fuggevole. Parecchi autori, nella loro critica demolitrice di ogni certezza, ignorando le necessarie distinzioni, contestano anche le certezze della fede. Questo nichilismo trova in qualche modo una conferma nella terribile esperienza del male che ha segnato la nostra epoca. Dinanzi alla drammaticità di questa esperienza, l’ottimismo razionalista che vedeva nella storia l’avanzata vittoriosa della ragione, fonte di felicità e di libertà, non ha resistito, al punto che una delle maggiori minacce, in questa fine di secolo, è la tentazione della disperazione». (n. 91)

LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Consapevole che dagli anni Sessanta o addirittura dalla fine della Prima Guerra mondiale alcune regioni dell’Occidente sono diventate terre di missione, Giovanni Paolo II propone la nuova evangelizzazione, che viene evocata per la prima volta in un discorso al Celam (l’organo che riunisce le conferenze episcopali latinoamericane) nel 1983. Ma i testi magisteriali che sviluppano organicamente questa intuizione sono Redemptoris missio (1990), Tertio millennio adveniente (1994) e Novo millennio ineunte (2001).

«La nuova evangelizzazione», spiega Eijk, «non è la trasmissione di un nuovo Vangelo che nascerebbe da noi stessi e sarebbe solo un’invenzione umana che non porta la salvezza, né si tratta di eliminare dal Vangelo ciò che appare inaccettabile alla mentalità odierna. Non si deve adattare il Vangelo alla cultura, ma al contrario occorre cristianizzare le culture. Avendo attenzione a tutte le complessità dell’inculturazione, che salva e trasforma gli autentici valori di una cultura immettendoli nel cristianesimo».

GUARDARE A CRISTO, NON SOLO A SÉ
Evangelizzare gli uomini della post-modernità implica alcune attenzioni: «Come ha detto Benedetto XVI, “la fede cristiana (…) nasce non dall’accoglienza di una dottrina, ma dall’incontro con una Persona”, e come ha detto Paolo VI, “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”. Occorre proporre di cercare e guardare il volto di Cristo anziché ripiegarsi sulla propria coscienza di sé. L’uomo post-moderno mette sopra a tutto la libertà di scelta: Cristo va proposto, mai imposto. Giovanni Paolo II insiste molto sulla libertà religiosa, sul fatto che non si può forzare l’uomo a fare qualcosa contro la propria coscienza».
Il cristianesimo può integrare i temi della filosofia post-moderna come ha integrato Platone e Aristotele? «Certamente non può integrare il disincanto nei confronti delle grandi narrazioni, ma l’affermazione che l’uomo moderno che si crede libero in realtà non lo è e la concentrazione sulla vicenda biografica come alternativa ai grandi sistemi aprono la porta all’annuncio di Cristo che rende veramente liberi e alla testimonianza personale cristiana. Occorre poi ricordare che sempre la Chiesa ha avuto bisogno di un certo tempo per formulare una risposta significativa alla sfida di una certa epoca: Lutero affigge le sue tesi nel 1517, il Concilio di Trento si svolge fra il 1545 e il 1563».

«NON DOBBIAMO AVERE PAURA»
La grande lezione di Giovanni Paolo II sta nel fatto che non si limitò a teorizzare la nuova evangelizzazione, ma la praticò in prima persona e incoraggiò gli altri a farlo: «Non ha avuto paura di quella che sembrava una “mission impossible”. Ha viaggiato fino agli estremi confini della Terra per annunciare Cristo, e ha continuato a farlo quando era malato, senza paura di mostrare la debolezza, senza nascondere la sofferenza. A noi vescovi regalava croci pettorali con impressa la scritta “Duc in altum”, cioè “Prendete il largo e sulla mia parola gettate le reti”: le parole con cui Cristo invita ad avere fede in Lui. Del valore di alcuni insegnamenti di questo papa, soprattutto della sua teologia del corpo, ci renderemo conto meglio fra qualche decennio. Non dobbiamo avere paura, perché anche la cultura post-moderna finirà e verranno tempi più propizi, più aperti all’evangelizzazione».

foto ANSA

lunedì 14 gennaio 2019

L’OSTIA, IL VANGELO E LA LASAGNA. (RIFLESSIONI SUGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, 3)


LEONARDO LUGARESI
Dunque eravamo al punto in cui, nella chiesa primitiva, scoppia il caso delle “vedove trascurate” e si scopre che non è proprio vero che «tra loro nessuno è indigente». Del resto, non è una sorpresa: Gesù una volta, a Betania, l'aveva pur detto a quei discepoli, ardenti di passione per i poveri, e infuriati per lo spreco di trecento denari in «nardo autentico» (non un'imitazione!), “buttati via” per ungere il suo capo: state tranquilli che «i poveri li avete sempre tra di voi (μεθ' ἑαυτῶν)» (Mc 11,7) e se volete far loro del bene avete tempo per farlo fino alla fine della storia.
Cosa fanno allora gli apostoli? «I Dodici, avendo convocato in assemblea la moltitudine dei discepoli, dissero: “Non è accettabile (ἀρεστόν) che noi lasciamo la parola di Dio(ἡμᾶς καταλείψαντασς τὸν λόγον τοῦ θεοῦ) per servire alle mense (διακονεῖν τραπέζαις)”» (6,2).  Punto primo.
Pietro Apostolo, Masaccio Cappella Brancacci (part)

Che meraviglia questo esordio! Gli apostoli non corrono a mettersi una parannanza e a servire a tavola le vedove degli ellenisti, per "dare loro per primi il buon esempio", "riparare allo scandalo di una chiesa troppo spesso distratta”, “rendere concreto nella solidarietà il messaggio di Cristo" e "far sentire più vicina alla gente la parola di Dio con la condivisione del pane" eccetera eccetera, come probabilmente farebbero oggi molti loro successori ... Si preoccupano invece, per prima cosa, di ribadire qual è il compito loro affidato da Dio e di riaffermarne l'assoluta priorità rispetto a tutte le altre incombenze, pur gravi e pressanti: «noi, da parte nostra, continueremo a perseverare nella preghiera e nel servizio della parola (τῇ προσευχῇ καὶ τῇ διακονίᾳ τοῦ λόγου προσκαρτερήσομεν)» (6,4).
Ritorna il concetto di diakonia, evocato sin dall'inizio del passo (6,1: le vedove degli ellenisti «venivano trascurate nella diaconia quotidiana), se ne assume la centralità per la vita cristiana, ma al tempo stesso si mette in chiaro che esiste un “servizio alla parola di Dio” che viene prima (e per gli apostoli è il compito specifico a cui devono dedicarsi totalmente) del “servizio alla mensa”. Viene prima, come vedremo meglio, perché lo fonda e gli dà senso. «Così è chiaramente indicata la posta in gioco della crisi; l'assistenza alle vedove non viene messa in discussione, ma viene subordinata a una necessità che la sovrasta: la diffusione della Parola, garante della crescita della Chiesa» (Marguerat).
Ci vuole un certo coraggio, oggi, ad assumere la stessa posizione, perché un po' tutti, chi più chi meno, siamo stati contagiati dal bacillo del dubbio che, di per sé, il servizio alla parola di Dio non basti, non sia concreto, non sia credibile, non sia autentico. La parola di Dio – che non è un flatus vocis, ma è la persona del Figlio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza e sacramentalmente unito a noi nella chiesa – temiamo che non basti, temiamo che resti astratta se non è corroborata dalla “tavola”.
Cosa intendo qui con questo emblema? Intendo l'idea – pericolosissima perché assume in sé, falsificandolo, uno spunto di verità cristiana – che per sfamare l'indigenza umana la parola divina fatta carne non basti, che ci voglia lo sforzo umano della condivisione e del soccorso materiale. Se no quella parola non diventa carne. Perché, infatti, si organizzano i pranzi di solidarietà nelle chiese, quando si potrebbero benissimo fare in altri posti? Esattamente per significare questo: che la chiesa è un luogo di vita concreta, che lì gli uomini trovano il cibo che li sfama. Ma in questo modo non si implica che ciò che normalmente si dovrebbe fare in chiesa, cioè celebrare la liturgia, non basta, non è ultimamente vero, dal punto di vista cristiano, e non è adeguato al bisogno dell'uomo se non in quanto sostenuto dall'impegno caritativo a favore dei poveri? Non si sostituisce alla fede nella potenza di Dio, quella nel nostro impegno morale? Banalizzo, chiedendo venia per la volgarità: non si finisce per pensare che il vangelo e l'ostia non bastano, senza la lasagna?
Il vero e il falso che si mischiano a generare questo orrendo equivoco sono ben chiariti dal seguito del racconto di Atti. Domani lo vediamo.

venerdì 8 dicembre 2017

MA PERCHÉ PIETRO VIAGGIA?


Da poco rientrato dal Myanmar e dal Bangladesh, ripenso ad alcune delle risposte date dal papa in aereo, sul volo di ritorno. E, per quanto mi sforzi, non riesco a respingere alcune perplessità.
La prima è sotto forma di domanda: ma perché il papa è andato nel Myanmar e nel Bangladesh?
Il quesito non sembri peregrino. Da quando i successori di Pietro si sono messi a viaggiare, lo scopo principale delle loro trasferte è sempre stato uno solo: confermare i fratelli nella fede, e soprattutto i fratelli più lontani e più soli, quelli che vivono in mondi e contesti nei quali l’appartenere alla Santa Romana Chiesa fa di te il rappresentante di una sparuta minoranza, non di rado perseguitata. Tuttavia alcune affermazioni fatte da Francesco sull’aereo lasciano pensare che Bergoglio questa volta abbia viaggiato per altri motivi.
Infatti, nel corso della conferenza stampa, spiegando come e perché ha voluto incontrare alcuni profughi rohingya a Dacca, il papa ha detto a un certo punto: «Io sapevo che avrei incontrato i rohingya. Non sapevo né dove né come, ma questo era condizione del viaggio, per me, e si preparavano i modi».
Dunque il papa afferma che l’incontro con i rohingya non è stato un elemento «a latere», certamente importante ma comunque aggiunto a una visita pensata per  confermare nella fede i fratelli delle piccole e coraggiose Chiese del Myanmar e del Bangladesh. No, è stata la «condizione» stessa del viaggio, posta dal papa in  persona.
Il motivo fondamentale del viaggiare del successore di Pietro è dunque cambiato? Dal confermare i fratelli nella fede si è passati all’incontrare profughi? E se le autorità, per un motivo o per l’altro, avessero vietato l’incontro con i musulmani rohingya, il papa come si sarebbe comportato? Dato che aveva posto quell’incontro come condizione del viaggio, non si sarebbe più recato dai suoi fratelli nella fede?