Visualizzazione post con etichetta LAURETANO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LAURETANO. Mostra tutti i post

venerdì 20 settembre 2024

ALLUVIONE IN ROMAGNA

 “Da Ravenna a Bagnacavallo, chi non ha ‘liberato’ i fiumi?” Perché il film si ripete?

Gianfranco Lauretano

Ci risiamo. È passato un anno

Lo squarcio del fiume a Traversara (Bagnacavallo
 e una manciata di mesi e la Romagna è di nuovo sott’acqua. Sono bastati due giorni di pioggia torrenziale e tutta una fascia di territorio si è allagata: campi e paesi inondati di acqua e fango, strade affogate, campi e aziende distrutte. Un migliaio, allo stato attuale, gli sfollati, coi sindaci che supplicano attraverso le ordinanze di salire al secondo piano delle case. Al momento due persone risultano disperse. La zona più colpita è la parte centrale della regione, dove la pioggia si è abbattuta con particolare accanimento nella provincia di Ravenna, sulla città di Faenza e i comuni intorno, dalle colline alla pianura: Bagnacavallo, cittadina che si trova già nella bassa dove l’acqua ha la vocazione a ristagnare, è l’epicentro del disastro.Le precipitazioni abbondanti hanno causato nuove inondazioni in Romagna. Esondati il Senio e il Lamone. Perché il film si ripete?

In molti piccoli comuni l’acqua è uscita dagli argini perché lo scorrimento dei fiumi, soprattutto del Lamone a Bagnacavallo e del Senio a Cotignola, è stato presto ostruito dai detriti trascinati dalla piena e bloccati dai ponti. Il tetro scenario degli elicotteri che sorvolano la zona per trarre in salvo le persone bloccate e in pericolo è un film che i romagnoli speravano di non rivedere. Le ruspe della protezione civile e le braccia dei volontari si sono già messi all’opera, seconda la generosa consuetudine di questa gente; ma ancora una volta si sperava di esserne risparmiati.

Le piogge di questi giorni, sicuramente copiose e continue dalla notte di martedì, hanno velocemente saturato i fiumi, i torrenti e i fossi; forse troppo velocemente. L’esperienza catastrofica del maggio 2023, quando intere città romagnole finirono sott’acqua e l’economia fu messa in ginocchio, è ancora viva nel ricordo degli abitanti. Ancora oggi, in certe case che furono allagate un anno e mezzo fa, quando si praticano fori nei muri di mattoni traforati l’acqua continua a sgorgare. Certo la distanza temporale tra le due alluvioni è troppo breve perché la macchina dei lavori pubblici e delle opere idrauliche a lungo progettate iniziasse i lavori per evitare futuri, eventuali catastrofi. Ma proprio qui sta il punto.

A memoria d’uomo e di storia, alluvioni ce n’è sempre state. Con la tecnologia di oggi si sperava di poter fare meglio, però. Ma è anche sicuro che in passato molte alluvioni sono state scongiurate dal lavoro di tanti uomini, soprattutto contadini, che avevano cura del territorio. Proprio questo è scomparso. Quello che una volta era una cura diffusa di fossati, torrenti e rivali non c’è più. Essi venivano tenuti puliti e sgombri dai coltivatori che coi loro poderi confinavano con questi corsi d’acqua, ai quali magari conveniva raccogliere l’erba come cibo per gli animali e i pezzi di legnami che si accumulavano sulle rive come combustibile per i focolari. Questi residui vegetali, autentica risorsa, avevano anche un nome esatto nella lingua dialettale, per dire quanto preziosa fosse questa risorsa che veniva direttamente dalla natura.

Oggi tutto questo non è possibile. La vegetazione sulle rive dei fiumi – anche alberi di svariati metri – è intoccabile, per  abbattere un albero pericolante che magari minaccia un’abitazione occorre una trafila di autorizzazioni e ha un costo ingente di migliaia di euro, la raccolta di pezzi di legno sulla riva del mare, e persino delle conchiglie, è da un po’ di tempo severamente multata. Tutto è delegato all’ente pubblico, allo Stato, alla Regione, al Comune, con le conseguenti lentezze, pastoie burocratiche, blocchi derivati dalla documentazione elefantiaca e dalla mancanza di fondi, in una regione che è, come si sa, tra le più sovietiche del mondo.

È la stessa storia di quel barista di Roma che, dopo aver supplicato per mesi il Comune di riempirgli una buca nel marciapiede di fronte al bar, ha preso badile, secchio e cemento e si è arrangiato. È arrivato il vigile, gli ha propinato una cospicua multa e gli ha imposto di ripristinare la buca.

Certamente le piogge di questi anni sono sopra la media e grandi lavori di bonifica del territorio sono necessari. Ma anche una responsabilità diffusa dei cittadini, il lasciar libertà di curare la terra dove abitano senza terrorismo giudiziario e una partecipazione larga al bene comune sarebbero di grande aiuto. Le alluvioni di questi mesi sono probabilmente anche figlie di una burocrazia che straripa come l’acqua in Romagna.

Tratto da “Il sussidiario”

20 settembre 2024

mercoledì 17 maggio 2023

ALLUVIONE ROMAGNA: CRONACA DI UN DRAMMA FUORI DAGLI SCHERMI

 Da Cesena: noi, ostaggi di una pioggia crudele, isolati o con l’acqua alla gola

Gianfranco Lauretano

La realtà non è soltanto testarda, ma anche sfacciata. Così un conto è sentir parlare dall’informazione di una calamità naturale, un conto è trovarcisi in mezzo, come sta accadendo oggi, ma a cominciare da ieri, nella mia città, Cesena: improvvisamente le immagini diventano sentimenti forti, di ansia, paura, angoscia, ma anche partecipazione e assoluta vicinanza con chi subisce danni e dolore peggiori dei nostri.



Piove da lunedì e le autorità pensano bene di chiudere le scuole, i luoghi di aggregazione e chiedere a tutti di limitare al massimo gli spostamenti, così da martedì chi può sta a casa. La pioggia incalza con un’insistenza crudele, durante il mattino iniziano a saltare tubature e tombini, il fiume, che da noi è il Savio, si avvicina imperterrito al bordo degli argini e al colmo delle arcate dei ponti. L’acqua è marrone, sembra così anche quella che scende pesantissima dal cielo.

Ma, principalmente, è tutto vero, altro che schermi, anche il presentimento cupo che c’è nell’aria liquida di qualcosa di orribile che nessuno sa come impedire. Intanto molte cantine, garage e seminterrati si allagano, anche delle case recenti. Il traffico si dirada, i disubbidienti sono pochi: sui social rimbalzano avvertimenti e allerte, il sindaco stesso ci mette la faccia e dice che tra breve il fiume uscirà dal suo letto.

Verso le tre e mezza del pomeriggio il terribile sentore che ci rimbalziamo da un po’ diventa realtà: il fiume scavalca gli argini e, dopo una frazione di tempo e di esitazione, invade la città: case negozi uffici allagati, macchine sommerse, qualche poveraccio che non ha fatto in tempo a scappare si trova, letteralmente, con l’acqua alla gola. Iniziano le tragiche notizie dei dispersi.


Sembra impossibile: quando capita qualcosa del genere, alluvione, terremoto, eruzione, tornado, pare di non essere mai pronti: capita proprio a me? Erano cose sempre ascoltate nei telegiornali, che riguardavano altri abitanti di altri luoghi. Inaspettatamente, invece, è la nostra città ad essere sommersa, i nostri concittadini, mai così cari, a soffrire e, santo cielo, persino a morire. Gente sui tetti, costruzioni spazzate via, ettari ed ettari marciti sotto tonnellate d’acqua, strade interrotte, ponti spezzati: né auto né treni, né niente. Solo elicotteri che, come in un film catastrofista di quelli di Hollywood, vanno e vengono a trarre in salvo persone intrappolate dal diluvio.

Viene notte, ma chi dorme. Tutti a pensare agli amici, ai parenti, ai conoscenti che abitavano in centro, al piano terra, ospitati adesso in una palestra scolastica, dopo aver perso tutto. Altro che dormire! Rintronano in testa le immagini e i messaggi che per tutto il giorno ci siamo scambiati: quello è il mio supermercato, completamente allagato, quella la strada dove abita il mio amico, quella la mia parrocchia, che sembra una nave che galleggia col pennone-campanile. I cassonetti che navigano per la strada, urtando le macchine che non s’è fatto in tempo a parcheggiare in altura; la città divisa in spezzoni, perché né ponti né sottopassi sono utilizzabili; i parenti e gli amici che da tutt’Italia scrivono: abbiamo visto… state bene? Possiamo aiutarvi?

Si vorrebbe adesso, subito, prendere una vanga e uscire a dare una mano ai più sfortunati di noi, iniziare senza aspettare a rispondere al mostro, al dispetto mostruoso del fiume. Ma è buio, e soprattutto piove ancora a dirotto e, dicono, scroscerà fino a mezzogiorno, domani. L’impotenza e il dolore per l’impossibilità ci tiene, adesso, a distanza, rintanati nei nostri rifugi in gran parte coi piedi allagati. Mentre scrivo stiamo così. Ma basterà il primo spiraglio d’asciutto per cominciare la lotta e ricostruire quello che la strega-alluvione ha tentato di cancellare in città.

DA SUSSIDIARIO.NET

giovedì 12 dicembre 2019

SARDINE ALLA BOLOGNESE


Stephen Ogongo, leader-sardina di Roma, ha commesso l’errore di dire che “è ammesso chiunque, pure uno di CasaPound va benissimo”. Detto, fatto
Per ora è ammesso chiunque, pure uno di CasaPound va benissimo. Basta che in piazza scenda come Sardina”. A rispondere in questo modo su un quotidiano è Stephen Ogongo, giornalista di origine keniana, 45enne da venticinque anni in Italia; sta parlando del raduno nazionale del 14 dicembre delle Sardine a Roma, città dove è leader del movimento. Invito preso al volo da Simone di Stefano, uno dei dirigenti di CasaPound, che risponde: ci saremo.
Come è facile immaginare, un profluvio di reazioni indignate riempie tutti i canali, a iniziare dai social: solo a Roma il gruppo Facebook delle Sardine ha 140mila iscritti. E sempre su Fb arriva la precisazione netta dei quattro promotori bolognesi, volta a tranquillizzare quelli che già minacciano di ripudiarli: “Le piazze delle Sardine si sono fin da subito dichiarate antifasciste e intendono rimanerlo. Nessuna apertura a CasaPound, né a Forza Nuova. Né ora né mai”. 
Ma CasaPound, ben lontana dal quietarsi, rintuzza: “Se è una piazza aperta e se per qualcuno, come il leader romano Ogongo, non c’è nessun problema, immagino che non ci siano problemi per tanti altri. Mi pare assurdo che un movimento già inizi con i diktat di leader e poi questi leader chi li ha nominati? Sono stati eletti democraticamente da un consesso di Sardine?”. E ancora: “Non è che quattro persone decidono per un movimento che vuole essere di popolo, spontaneo e libero”.
Ammetto che sarebbe comico il richiamo alla coerenza da un leader di estrema destra se le Sardine coinvolgessero tante persone in un’operazione politica che sembra limpida e invece comincia a scivolare nel torbido.Una definizione del movimento viene ancora da Di Stefano, semplice fino all’ovvietà: “Al momento le Sardine sinceramente mi sembrano un contenitore vuoto e manovrato dalla sinistra”, evidente per l’occhio non dico del politologo esperto, ma persino del più comune spettatore televisivo come la maggioranza di noi emiliano-romagnoli che guardiamo un po’ sconcertati questi fatti che alla fine sembrano soprattutto distrarre dai problemi reali della nostra Regione.
Intanto, che siano un movimento spontaneo ci crede solo chi ci vuole credere. Più che “manovrato dalla sinistra”, a chi è minimamente realista appare chiaro che le Sardine siano “progettate”, e decisamente bene. Basta informarsi sul mestiere che fanno i quattro fondatori bolognesi e su chi li ha assunti. Quello più carino che appare in tivù, Mattia Santori, ha affermato che tutto è nato “senza un euro”; purtroppo non è credibile, soprattutto quando dice che mentre lui, che se la cava meglio, è ospitato (e incensato) assiduamente nei più seguiti salotti televisivi, gli altri tre lavorano ventiquattr’ore al giorno al progetto. Qualcuno dovrà pure mantenerli, almeno perché non muoiano di fame, non fosse altri che il loro papà o qualcuno del genere. Poi questa faccenda dei giovani, delle facce pulite, che può funzionare solo in Italia dove continuiamo a chiamare giovani persone tra i trenta e i quarant’anni, come sono questi.
La prima piazza occupata è stata Bologna, da un numero di persone che inizialmente doveva essere di seimila ma ad ogni settimana e articolo che passa lievita, e negli ultimi è verso i trentamila. Chissà tra un mese. Ora, bisogna conoscerla Bologna, che non è una città, ma due: Bologna vera e propria e l’università, un’enorme città nella città che aspira decine di migliaia di studenti (e fuoricorso) da tutta l’Italia da Bologna in giù. Quanti erano gli emiliani in piazza che effettivamente voteranno a gennaio? Non saprei. Ma mi ha divertito leggere i post su Facebook dei miei “amici” orgogliosi di esserci nelle foto sardinesche: uno di Napoli, un toscano, una marchigiana, due pugliesi…
Quella delle Sardine è un’operazione costruita ottimamente a tavolino, da esperti di comunicazione abbastanza geniali che sapevano che l’ouverture a Bologna sarebbe stata la tappa più importante, perché poi il resto sarebbe venuto da sé, opportunamente amplificato dall’informazione mainstream, come sta accadendo. Sapevano ad esempio che il target è un cittadino a cui la politica fa ribrezzo e i partiti peggio (questo lo sa anche il candidato Pd Bonaccini, il quale si guarda bene dall’associare la sua immagine a quella di un partito); che però ha una specie di voglia di manifestare rimanendo libero da etichette, di non essere soli ma in tanti senza che questo comporti chissà quale impegno; di rinfacciare alla politica di non occuparsi dei problemi, senza l’obbligo di avere delle proposte, poi, per risolverli quei problemi.
E poi, certo, individuato il nemico – la Lega e Salvini – un po’ di Bella Ciao, un po’ di liberalismo, di integrazione (in che senso? Boh), diritti per tutti, di essere più moderni… E sapevano che le truppe per questo esercito erano abbondantemente disponibili nel milieu universitario e post-universitario, libertario e ipercollegato, vagamente nostalgico e borghese della città.
In definitiva, quella accennata è la perfetta descrizione del nulla politico, il “vuoto” a cui si allude nelle dichiarazioni riportate. L’inciampo di CasaPound ne è una conferma. Le Sardine non fanno politica, ne danno però benissimo l’impressione. Qualcuno ha creato in laboratorio e con potenti strumenti un’efficace parvenza di mobilitazione, un’immagine della politica da società dello spettacolo, i cui mezzi e linguaggi, infatti, sono adoperati da chi “ci lavora ventiquattr’ore al giorno” con grande padronanza.
Così in migliaia ci cascano, partecipando davvero un po’ come se si partecipasse da protagonisti ad uno spettacolo in cui si può invece solo applaudire: d’altronde in migliaia vanno anche ai concerti, credendo nel talento spontaneo dei loro divi eternamente giovani, o allo stadio, convinti che il calcio sia un sport pulito basato su puri valori atletici. Ma almeno, in questo caso, hanno ben chiaro che non è tutto “senza un euro”.

Il sussidiario net 11-12-2019

domenica 26 gennaio 2014

GIANFRANCO LAURETANO INCONTRA CLEMENTE REBORA

di Giovanni Fighera 22-01-2014

Dopo il saggio La traccia di Cesare Pavese, l’insegnante, saggista e poeta Gianfranco Lauretano (1962) ritorna su un altro grande del Novecento, quel Clemente Rebora (1885-1957) che è «tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo» per il «vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo» (Gianfranco Contini).

Come scrive nella premessa, Lauretano parte dalla certezza che la poesia di Rebora abbia «molto da dire al nostro tempo» permettendo  di rivedere i canoni consolidati di un Novecento che sarebbe quasi esclusivamente eversivo nei confronti della tradizione. A differenza di quelli di Ungaretti e Montale, i suoi versi si innestano potentemente nella nostra tradizione.
Refrattario all’assunzione di un ruolo di poeta vate, Rebora respinge la posizione di quanti considerano «la poesia una sorta di entità superiore, capace di modificare la realtà», preesistente alla scrittura, quasi preesistente alla stessa verità. La verità viene prima della scrittura e la poesia cerca di rifarsi ad essa. C’è una particolare sintonia tra la visione di Rebora e quella di Manzoni. La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l'arte potrà e dovrà sempre prendere spunto dallo stupore per la realtà. La filosofia, la scienza, l’arte hanno la stessa scaturigine. Manzoni nell’opera De inventione sostiene che l'artista non inventa mai nulla. «Inventare», infatti, deriva da «invenire» che vuol dire «trovare», «scoprire». Quindi l'artista è come se trovasse nel creato le norme e le impronte del creatore. Che significa? La bellezza che c'è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.
Non è l’unico elemento di comunanza tra Rebora e Manzoni. Rebora nasce, infatti, nella stessa città del famoso romanziere, esattamente cent’anni dopo, nel 1885.  Proviene da una famiglia borghese milanese improntata ad una spiritualità di tipo mazziniano. La fiducia illuministica di cui è imbevuto inizia ad incrinarsi nel 1909. Dopo il 1910 si dedica all’insegnamento e alla scrittura di cui è frutto la sua prima raccolta poetica Frammenti lirici. Vi emergono l’insoddisfazione per l’omologazione, un desiderio di grandi ideali, una sorta di pessimismo storico leopardiano, l’incapacità dell’uomo di decifrare la realtà. Vi si avverte «la crisi di Dio dinanzi a una storia che lo emargina in uno spazio remoto e indifferente» (G. Mussini) cosicché all’uomo non resta che prodigare la sua bontà.  La prima raccolta ha un carattere spiccatamente morale rimarcato dalle frequenti allusioni ad autori robusti quali Parini, Pascoli, Leopardi e, su tutti, Dante.
L’esperienza come soldato (che durerà poco, perché Rebora sarà presto riformato in seguito ad un’esplosione ravvicinata), la lettura dei romanzieri russi, uno spiccato interesse per le religioni sono la prolusione alla seconda raccolta Canti anonimi.
Solo a quarantaquattro anni, nel 1929, avviene la conversione vera e propria al cattolicesimo. È lo stesso anno in cui matura la conversione di un altro grande della nostra letteratura, ovvero Giuseppe Ungaretti. Riceve la prima comunione, poi la cresima, nel 1931 diventa novizio e nel 1936 è nominato sacerdote. Di questo periodo sono poche poesie religiose e, poi, il silenzio poetico. Dopo la malattia cerebrale che lo costringerà a letto nel 1952 si assiste al suo ritorno alla poesia con le raccolte Curriculum vitae e Canti dell’infermità. Rebora muore il giorno di tutti i santi del 1957.
Lauretano identifica nel Frammento I la poesia che fissa le intenzioni poetiche di Rebora, l’etimo primo da cui deriva il suo ardore di scrittura, quell’«egual vita diversa» che «urge intorno». Il poeta scrive: «Vorrei palesasse il mio cuore/ Nel suo ritmo l’umano destino». L’uomo è rapporto col destino e la grande poesia testimonia l’aspirazione del cuore dell’uomo ad un destino eterno. Per questo la vera poesia è universale, parla al cuore di tutti e, nel contempo, del cuore di tutti.

La particolarità del saggio di Lauretano consiste nella ricerca di una stretta correlazione tra la poesia di Rebora e i luoghi in cui visse che sono stati in un certo senso la scaturigine dei suoi versi.
Milano è «il simbolo negativo di una vita vissuta per motivi sbagliati, soprattutto per la brama di guadagno e l’estraneità tra le persone che ne consegue», «una città divoratrice, vorace», piena di «bontà ipocrita di chi fa gesti di unione ma perché è ghiotto di se stesso, non veramente sincero nella generosità».
Il Lago Maggiore e Stresa sono i luoghi dell’inizio del sacerdozio e della morte, tanto che forte è il senso del Mistero quando Rebora descrive l’atmosfera: «Respira il lago un palpito sopito/ E dàn le stelle bàttiti di ciglia/ Divini; appare il mito/ Dei monti limpido, e origlia».
L’idea di montagna è, invece, «prossima, in Rebora, a quella di un assoluto buono», vi si respira il desiderio di essere perdonati e di perdonare, la brama di purezza e la bontà del creato, come nei versi: «Quanto misero mal vita perdoni,/ Quanta bontà ci volle a crear noi,/ Quassù quassù non è chi non l’intoni/ Mentre vorrebbe far puri i dì suoi».
C’è, poi, una patria celeste che è il destino buono pensato dal padre celeste per tutti noi, è la meta a cui noi tutti tendiamo: «Mentre lo Sposo indugia, il corso mio/ torna al ricordo (invece il restio è oblio)/ là dove più mi s’annunziava Dio». «Gesù il Fedele» è «il solo punto fermo nel moto dei tempi,/ in sterminata serie di eventi: il solo Santo che non manca mai,/ che trascende dove ci comprende/ e si fa dono in cima ai nostri guai/ e pareggia la grazia col perdono:/ vero Dio trasumanante/ e a Deità aperto vero uomo».
Per questo Rèbora scrive in «Sacchi a terra per gli occhi»: «Qualunque cosa tu dica o faccia/c'è un grido dentro:/non è per questo, non è per questo!/E così tutto rimanda/a una segreta domanda.../Nell'imminenza di Dio/la vita fa man bassa/sulle riserve caduche,/mentre ciascuno si afferra/a un suo bene che gli grida: addio!». Rebora descrive qui l’urgenza di una redenzione, di una salvezza che venga da Altro, perché l’uomo non può salvarsi da sé. Occorre semplicità per riconoscere che il nostro cuore è in attesa costante di un evento, dell’Evento, anche se noi non ne siamo coscienti. Il poeta è certo: «Deve venire,/ Verrà, se resisto/ A sbocciare non visto,/ Verrà d’improvviso,/ Quando meno l’avverto:/ Verrà quasi perdono/ Di quanto fa morire,/ Verrà a farmi certo/ Del suo e mio tesoro,/ Verrà come ristoro/ Delle mie e sue pene» («Dall’immagine tesa» in Canti anonimi).