Visualizzazione post con etichetta GUERRA UCRAINA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta GUERRA UCRAINA. Mostra tutti i post

venerdì 23 giugno 2023

LA NATO STA PER ENTRARE IN GUERRA?

 L’analisi di Domenico Quirico sulla Stampa. 

La Nato sta per varcare il Rubicone: i polacchi sono pronti a combattere i russi. L'offensiva di Zelensky non sfonda e alcuni Paesi vorrebbero scendere in campo, così la guerra in Ucraina cambierebbe natura.

«La realtà della guerra, il suo corso subiscono un certo giorno trasformazioni che ricordano quelle della terra quando un terremoto ne smuove le viscere. Il movimento all'inizio è impercettibile, l'ondeggiare di una lampadario o la caduta isolata di un soprammobile, lo si nota appena, non si comprende cosa accada… è qualcosa che non puoi vedere toccare eppure sta accadendo.

Attentato di Sarajevo 1914

E cambierà tragicamente, radicalmente la vite di milioni di uomini, le nostre vite di ignari cittadini di un secolo accecato da una mediocre ipocrisia. Fu così, ad esempio, nel 1914 quando un ignoto studente uccise un erede al trono a Sarajevo. Poco più che cronaca nera. A Londra si continuò a bere il tè alle cinque in tutti i club, a Parigi gli Champs-élysées erano affollati più al solito, a Berlino il cartellone degli spettacoli non subì alcuna variazione.

La guerra in Ucraina è andata avanti, da un anno, nel suo crescendo sornione e inarrestabile segnata da questi continui piccoli movimenti: le forniture di armi sempre più sofisticate, i bombardamenti di rappresaglia russi sulle città, la incriminazione di Putin che ha affossato giuridicamente ogni trattativa, i sabotaggi dei timidi tentativi di mediazione. Abbiamo scavalcato quasi senza accorgerci infiniti Rubiconi immaginari, una azione invisibile e silenziosa, contro cui non sembra esserci difesa, che i geologi chiamano terremoto e gli strateghi guerra totale, feroce e materialista, ben raggrumata di rancori e di odio. Anche se le carte geografiche non sono state cambiate e la linea del fronte è sempre lì, quasi immobile, dopo che è stata tagliuzzata e ricucita infinite volte da offensive e controffensive egualmente inutili, ti accorgi che sei entrato in una fase nuova, più grande e insidiosa, e non potrai anche volendo tornare indietro. Di colpo tutto è diventato incerto, come quando uno comincia a dire bugie. Il nuovo balzo in avanti nella guerra non si avviluppa alla qualità delle armi da fornire alla Ucraina, ad esempio gli aerei da combattimento F16. Una linea superata con la consueta tattica di scavalcare silenziosamente ciò che fino a un minuto prima ufficialmente si è dichiarato come "non all'ordine del giorno". Provvedono, dopo qualche moina, forniture volontarie di qualche paese Nato più battagliero. In fondo non siamo una alleanza democratica e tra eguali? 

Il nuovo passaggio a cui ci stiamo apparecchiando è la discesa sul terreno di contingenti militari della Nato a fianco dell'esercito ucraino per scardinare le difese nemiche nei territori occupati. E provocare, perché no? la rotta russa. A capofila di questo sciagurato sviluppo, palesato dalla balordaggine delle parole dell'ex segretario della Nato, il danese Rasmussen, è la Polonia. Varsavia, che ha già sul campo di battaglia molti "volontari" nelle cosiddette brigate internazionali, sembra pronta a spezzare il fragile tabù del non intervento occidentale; in linea con il ruolo di alleato di ferro degli americani sul "limes" europeo che i governanti di Varsavia si sono assunti in quel sanguinoso parco tematico della guerra moderna che è diventata l'Ucraina. 


Si voglion saldare i conti, come non ricordarlo? per le innumerevoli ferite che il trogloditismo russo, zarista e staliniano, ha inferto alla Polonia negli ultimi tre secoli. Si rinfrescano mai sopite e gloriose rimembranze dell'Armata rossa in fuga davanti alla petulante cavalleria del maresciallo Pilsudski. Ci sono anche in questa determinazione pro ucraina considerazioni di politica interna. Essere la punta di lancia nella guerra contro l'aggressione russa è un lasciapassare infrangibile per tutte le accuse e i dubbi che la Commissione europea accumula sulla politica interna in tema di diritti del governo di Varsavia. La guerra serve, eccome. Non solo al fatturato di armaioli di ogni latitudine e dimensione. E non solo ai polacchi. Si avvicina dunque la caduta della mediocre finzione della non belligeranza che ci ha messo finora al riparo dalla coscienza dei pericoli di questa guerra. Presentarla con la maschera di iniziativa autonoma al di fuori della Nato dovrebbe evitare, secondo gli ideatori, lo scattare dell'impegnativo articolo 5 che impegna tutti gli alleati in una guerra comune. Dovremo prima o poi tutti immischiarci nella tragedia ucraina mentre finora abbiamo accumulato le buone ragioni per non accostarsi troppo. La guerra falcia agnostici e dogmatici. 

A far precipitare l'inevitabile c'è il problema della mancanza degli uomini al fronte. L'offensiva ucraina forse troppo sbandierata come risolutiva e inarrestabile va così a rilento da far citare nei bollettini di Kiev tra i successi l'avanzata "da duecento metri a un chilometro"; e da segnare come conquiste l'occupazione di località che sulla carta appaiono come un minuscolo gruppo di case rurali. Le armi si sostituiscono, gli uomini "fini a se stessi", come diceva Kant, purtroppo no. A un certo punto bisogna contare le riserve, non quelle tecniche ma quelle umane. Gli eserciti occidentali dispongono di una forza che è tecnica e organizzativa. Quello russo, da sempre, dispiega una potenza che si potrebbe definire biologica, fatta da riserve umane quasi inesauribili. È una materia prima che zar, "vozd" e Putin allo stesso modo gettano via senza pietà. A Vilnius tra poche settimane nel vertice della Nato si trarranno le conseguenze di questa evoluzione del conflitto. Se l'Alleanza non adotta misure drastiche a favore di Kiev noi marceremo, minacciano i fautori dell'intervento. Sono cambiate le condizioni della vittoria per alcuni alleati dell'Ucraina

Non più difenderla e preservarne la integrità come all'inizio della guerra, scopo su cui c'era un generale seppur tiepido consenso. Per polacchi, baltici, inglesi e Zelenski vincere è distruggere la potenza militare russa mettendola fuori gioco per molti anni, con la conseguente eliminazione di Putin dalla scena politica. L'esplodere del caos tra le Russie sarebbe risultato positivo, anche se presenta rischi. Insomma un secondo Ottantanove ma non per metastasi interna ma per una sconfitta militare».

 

martedì 25 aprile 2023

GIORGIA MELONI: IL 25 APRILE SIA LA FESTA DELLA LIBERTÀ

FASCISMO, NOI INCOMPATIBILI CON QUALSIASI NOSTALGIA

di Giorgia Meloni

La lettera della premier al «Corriere»: «Democrazia e libertà sono scolpite nella Costituzione con un testo che aveva l’obiettivo di unire, non di dividere: occorre fare di questa ricorrenza un momento di rinnovata concordia»

Paola del Din e Giorgia Meloni
Caro direttore,
oggi l’Italia celebra l’anniversario della Liberazione. Io stessa lo farò accompagnando il presidente della Repubblica Mattarella nella tradizionale cerimonia di deposizione di una corona di alloro all’Altare della Patria, mentre i ministri del governo parteciperanno alle altre celebrazioni istituzionali previste.

Nel mio primo 25 Aprile da presidente del Consiglio, affido alle colonne del Corriere alcune riflessioni che mi auguro possano contribuire a fare di questa ricorrenza un momento di ritrovata concordia nazionale nel quale la celebrazione della nostra ritrovata libertà ci aiuti a comprendere e rafforzare il ruolo dell’Italia nel mondo come imprescindibile baluardo di democrazia. E lo faccio con la serenità di chi queste riflessioni le ha viste maturare compiutamente tra le fila della propria parte politica ormai 30 anni fa, senza mai discostarsene nei lunghi anni di impegno politico e istituzionale. Da molti anni infatti, e come ogni osservatore onesto riconosce, i partiti che rappresentano la destra in
Parlamento 
hanno dichiarato la loro incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo.

Il 25 Aprile 1945 segna evidentemente uno spartiacque per l’Italia: la fine della Seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista, del Ventennio fascista, delle persecuzioni anti ebraiche, dei bombardamenti e di molti altri lutti e privazioni che hanno afflitto per lungo tempo la nostra comunità nazionale. Purtroppo, la stessa data non segnò anche la fine della sanguinosa guerra civile che aveva lacerato il popolo italiano, che in alcuni territori si protrasse e divise persino singole famiglie, travolte da una spirale di odio che portò a esecuzioni sommarie anche diversi mesi dopo la fine del conflitto. Così come è doveroso ricordare che, mentre quel giorno milioni di italiani tornarono ad assaporare la libertà, per centinaia di migliaia di nostri connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia iniziò invece una seconda ondata di eccidi e il dramma dell’esodo dalle loro terre. Ma il frutto fondamentale del 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana.

Da quel paziente negoziato volto a definire princìpi e regole della nostra nascente democrazia liberale — esito non unanimemente auspicato da tutte le componenti della Resistenza — scaturì un testo che si dava l’obiettivo di unire e non di dividere, come ha ben ricordato alcuni giorni fa su queste pagine il professor Galli della Loggia.

Nel gestire quella difficile transizione, che aveva già conosciuto un passaggio significativo con l’amnistia voluta dall’allora ministro della Giustizia Togliatti, i costituenti affidarono dunque alla forza stessa della democrazia e della sua realizzazione negli anni il compito di includere nella nuova cornice anche chi aveva combattuto tra gli sconfitti e quella maggioranza di italiani che aveva avuto verso il fascismo un atteggiamento «passivo». Specularmente, chi dal processo costituente era rimasto escluso per ovvie ragioni storiche, si impegnò a traghettare milioni di italiani nella nuova repubblica parlamentare, dando forma alla destra democratica. Una famiglia che negli anni ha saputo allargarsi, coinvolgendo tra le proprie fila anche esponenti di culture politiche, come quella cattolica o liberale, che avevano avversato il regime fascista.


È nata così una grande democrazia, solida, matura e forte, pur nelle sue tante contraddizioni, e che nel lungo Dopoguerra ha saputo resistere a minacce interne ed esterne, rendendo protagonista l’Italia nei processi di integrazione europea, occidentale e multilaterale. Una democrazia nella quale nessuno sarebbe disposto a rinunciare alle libertà guadagnate. Nella quale, cioè, libertà e democrazia sono un patrimonio per tutti, piaccia o no a chi vorrebbe che non fosse così. E questa non solo è la conquista più grande che la nostra Nazione possa vantare ma è anche l’unico, vero antidoto a qualsiasi rischio autoritario.

Per questo non comprendo le ragioni per le quali, in Italia, proprio fra coloro che si considerano i custodi di questa conquista vi sia chi ne nega allo stesso tempo l’efficacia, narrando una sorta di immaginaria divisione tra italiani compiutamente democratici e altri — presumibilmente la maggioranza a giudicare dai risultati elettorali — che pur non dichiarandolo sognerebbero in segreto un ritorno a quel passato di mancate libertà.

Capisco, invece, quale sia l’obiettivo di quanti, in preparazione di questa giornata e delle sue cerimonie, stilano la lista di chi possa e di chi non possa partecipare, secondo punteggi che nulla hanno a che fare con la storia ma molto hanno a che fare con la politica. È usare la categoria del fascismo come strumento di delegittimazione di qualsiasi avversario politico: una sorta di arma di esclusione di massa, come ha insegnato Augusto Del Noce, che per decenni ha consentito di estromettere persone, associazioni e partiti da ogni ambito di confronto, di discussione, di semplice ascolto. Un atteggiamento talmente strumentale che negli anni, durante le celebrazioni, ha portato perfino a inaccettabili episodi di intolleranza come quelli troppe volte perpetrati ai danni della Brigata ebraica da parte di gruppi estremisti. Episodi indegni ai quali ci auguriamo di non dover più assistere.

Mi domando se queste persone si rendano conto di quanto,così facendo, indeboliscono i valori che dicono di voler difendere. È probabilmente questa consapevolezza ad aver spinto Luciano Violante a individuare — nel suo memorabile discorso di insediamento da presidente della Camera quasi trent’anni fa — proprio in una certa «concezione proprietaria» della lotta di Liberazione uno dei fattori che le impedivano di diventare patrimonio condiviso da tutti gli italiani. Un concetto ripreso nel 2009 da Silvio Berlusconi (allora presidente di un Consiglio dei ministri nel quale sedevo anche io) in un altro famoso discorso, quando a Onna, celebrando l’anniversario della Liberazione sulle macerie del terremoto, invitò a fare del 25 Aprile la «Festa della Libertà», così da superare le lacerazioni del passato.

Un auspicio che non solo condivido ma che voglio, oggi, rinnovare, proprio perché a distanza di 78 anni l’amore per la democrazia e per la libertà è ancora l’unico vero antidoto contro tutti i totalitarismi. In Italia come in Europa. Una consapevolezza che ha portato il Parlamento europeo a condannare inequivocabilmente e definitivamente tutti i regimi del ‘900, senza eccezioni, con una risoluzione del settembre 2019 nella quale mi riconosco totalmente, e che il gruppo di Fratelli d’Italia, insieme a tutta la famiglia dei Conservatori europei e all’intero centrodestra, votò senza alcuna esitazione (a differenza, purtroppo, di altri). Una risoluzione che assume nell’attuale contesto un valore ancora maggiore, dinnanzi alla eroica resistenza del popolo ucraino in difesa della propria libertà e indipendenza dall’invasione russa.

In tutto il mondo le autocrazie cercano di guadagnare campo sulle democrazie e si fanno sempre più aggressive e minacciose, e il rischio di una saldatura che porti a sovvertire l’ordine internazionale che le democrazie liberali hanno indirizzato e costruito dopo la fine del secondo conflitto mondiale e la dissoluzione dell’Unione Sovietica è purtroppo reale. In questo nuovo bipolarismo l’Italia la sua scelta di campo l’ha fatta, ed è una scelta netta. Stiamo dalla parte della libertà e della democrazia, senza se e senza ma, e questo è il modo migliore per attualizzare il messaggio del 25 Aprile. Perché con l’invasione russa dell’Ucraina la nostra libertà è tornata concretamente in pericolo.

È, questa, una convinzione che ho rafforzato grazie all’incontro con una donna straordinaria, Paola Del Din . Durante la Resistenza combatteva con le Brigate Osoppo, le formazioni di ispirazione laica, socialista, monarchica e cattolica. Fu la prima donna italiana a paracadutarsi in tempo di guerra. Il suo coraggio le è valso una Medaglia d’oro al valor militare, che ancora oggi, quasi settant’anni dopo averla ricevuta, sfoggia sul petto con commovente orgoglio. Della Resistenza dice: «Il tempo ci ha ribattezzati Partigiani, ma noi eravamo Patrioti, io lo sono sempre stata e lo sono ancora». Nell’Italia repubblicana è stata insegnante di Lettere e, nonostante i suoi quasi cento anni, continua ad accettare gli inviti a parlare nelle scuole di Italia e del valore della Libertà.

Dedico questo giorno a lei, madre di quattro figli e nonna di altrettanti nipoti, ma anche, idealmente, di tutti gli italiani che antepongono l’amore per la propria Patria a ogni contrapposizione ideologica.

 


venerdì 27 gennaio 2023

PAZZI CRIMINALI


Per quel quasi nulla che so e capisco io, la guerra attualmente in corso tra Russia e Ucraina – che forse sarebbe ormai più corretto chiamare guerra tra Russia e Occidente per interposta Ucraina – può finire solo in due modi: o per mezzo di una trattativa o con un disastro di proporzioni immani, cioè a occhio e croce con la distruzione del “nostro mondo”, così come l’abbiamo conosciuto finora. Dopo un anno di battaglie, pare infatti assodato – come l’altro giorno ha potuto dire, e non in un qualche sito “complottardo e putinista” ma su La Stampa (!), anche un reputato analista quale Lucio Caracciolo, mica un “impresentabile” – che la sconfitta militare della Russia non possa essere ottenuta senza un coinvolgimento pieno e diretto (e non parziale e indiretto come ora) della Nato nel conflitto, cioè con la terza guerra mondiale (e non “a pezzi” o metaforica come la conosciamo ora, ma proprio quella vera, quella che con ogni probabilità conduce – come ho detto sopra – “alla distruzione del nostro mondo così come l’abbiamo conosciuto finora”).

Una trattativa è, per definizione, un processo negoziale attraverso il quale due parti contrapposte – cioè portatrici di visioni del mondo e di interessi opposti e confliggenti, che, in quanto tali, di norma considerano se stesse “buone” e gli avversari “cattivi” – cercano una soluzione di compromesso, in cui ciascuna delle due a qualcosa rinuncia e qualcosa ottiene. La proporzione di ciò che si guadagna e di ciò che si perde varia in funzione dei rapporti di forza sul campo e un po’ anche dell’abilità di coloro che svolgono il negoziato, ma è scontato che alla fine ciascuna delle due parti consideri ingiusto ciò che l’esito della trattativa assegna all’avversario. È sempre stato così, perché è così che funziona. Nel caso specifico, pur non intendendomi affatto di queste cose, azzarderei l’ipotesi che vi siano le condizioni per limitare ciò che la Russia può ottenere, dato l’altissimo costo che la prosecuzione della guerra comporta anche per quel paese – e questa è, se ci si pensa, l’unica ragione vagamente decente per “giustificare” la prosecuzione del conflitto. Ma è (o dovrebbe essere) ovvio che qualcosa debba ottenere: da una trattativa non può ottenere nulla, perché mai dovrebbe trattare? Ed è (o dovrebbe essere) altrettanto ovvio che ciò che ottiene alla nostra pubblica opinione sembri “ingiusto”. Ma, ripeto, è così che funziona, da sempre.

Durer: Apocalisse

Invece la linea ufficiale – e obbligatoria, pena l’accusa di putinismo! – qui da noi in Occidente mi pare che sia: “la Russia deve prima rinunciare a tutto quello che ha illegittimamente conquistato, compresa la Crimea; poi si tratta”. Il che equivale a dire, come è evidente, che non si tratta affatto. Ora, ci potrebbe anche stare che questo venga proclamato dalla propaganda – siamo in guerra, no? Quindi è normale che pubblicamente si dicano solo bugie – ma a condizione che nel frattempo, sotto traccia, una trattativa vi sia. Non pare proprio che sia così.

È vero che i popoli non sanno mai niente di quello che fanno veramente i capi, ma in questo momento dell’esistenza di una qualche forma di negoziato non si ha il minimo sentore, neanche il vago sospetto.

Pare proprio che i nostri governanti ci stiano portando, chi per convinzione e chi per pusillanime servilismo, dritti alla guerra totale.

Se è così, sono dei pazzi criminali.

 


mercoledì 25 gennaio 2023

QUIRICO: ZELENSKY CREDE ALLA SUA MASCHERA

 Domenico Quirico sulla Stampa: il presidente dell’Ucraina rischia oggi di incarnare un ruolo superato, inadatto. Deve interpretare il “secondo atto” e non l’ha compreso.


«Uno dei ruoli più spiacevoli e dannosi che possano capitare a un uomo politico è quello di finire per rappresentare la propria figura del passato. I suoi gesti diventano allora simili a smorfie. Per un Paese impegnato in una sfida mortale, come è l’Ucraina, che ha bisogno di soluzioni per il futuro poiché la geografia la condanna ad avere come vicino la Russia, chiunque sia colui che comanda al Cremlino, tutto ancor più si complica. È letale esser guidati da qualcuno segnato dal passato. Anche se questo passato è positivo, perfino eroico. La guerra richiede, nella prassi, metodi diversi e a volte uomini differenti. Colui che era formidabile e necessario nella resistenza e nella prima fase della lotta diventa, con il procedere dei fatti, sempre implacabili, superato, inadatto. Talvolta perfino dannoso.

Soprattutto se quel capo comincia a credere lui stesso agli slogan che pronunciava in una fase diversa, inizia a credere al proprio personaggio. A Zelensky, forse, questo non è ancora accaduto e vorremmo che non accadesse. Forse ha meritato di meglio. Ho sempre pensato, fino dalla prima fase della guerra, che Zelensky, l’ex attore Zelensky ma anche il presidente Zelensky, fosse un personaggio, potentemente o pateticamente, pirandelliano. Così se a Kiev, dove coraggiosamente e ostinatamente si continua, anche tra i sibili delle sirene e i resoconti di battaglie infernali, a tener viva la vita culturale, si dovessero allestire due spettacoli teatrali che siano specchio tragico e riflesso sulla realtà, (questo è il teatro) sarebbero I sei personaggi e l’Enrico IV. 


Zelensky di prima del 24 febbraio, prima della invasione russa, era un attore, e soprattutto un leader, scialbo, alla ricerca di un copione giusto, di una maschera di cartone che lo sollevasse dalla mediocrità di una recita senza profumo. Sillabava, povera animuccia prigioniera di questo secolo di ferro, in un luogo d’Europa dove geografia e Storia sono in pericolosa contraddizione perpetua, la parte del microscopico oligarca periferico: una comparsa, in fondo. Dopo le pagine alte del dramma di Maidan, le barricate di ghiaccio, il misticismo e la rivoluzione, a lui toccavano le battute della politica bassa, una guerra ignorata e marcia, la corruzione di sempre, il restare a galla tra il vicino sempre più minaccioso e l’Europa capace solo di promettere meraviglie, ma a parole. Rischiava di soccombere al mal di mare dell’invisibile. 

 

È Putin che ha scritto sciaguratamente, con l’aggressione, la parte perfetta per lui, quella che non avrebbe mai immaginato da solo: il leader che guida la resistenza eroica di un popolo intero contro una prepotenza condotta con metodo stalinista e brutale, spregiudicato, combattivo, una forza della natura nel suo vitalismo di piccola belva. Tanto da far sembrare, al confronto, il nemico, lo zar, un mediocre addetto impiegatizio del Male.

Zelensky ha recitato la parte con efficacia in questo imbrogliato scorcio del terzo millennio che sembra recedere alla più selvaggia preistoria: le passeggiate nella Kiev deserta e spettrale dei primi mesi a fianco dei leader occidentali, o al fronte tra le macerie riconquistate, i discorsi serali alla nazione, in perenne costume guerresco, la maglietta verdognola che allude a iconologie mistico consumistiche alla Guevara, gli interventi continui, incalzanti, assertivi via video per non dar scampo ad alleati tiepidi o riluttanti. 


Zelensky sa che nel nostro Occidente stanco, esausto, un discorso all’Onu, ormai ingombrante retrovia burocratica della impotenza, non conta quasi nulla. Molto più efficace irrompere al festival di Sanremo o sulla Croisette di Cannes.

Zelensky è consapevole che la sua persona, ovvero quello che era, è qualcosa di indistinto, informe, probabilmente mediocre e banale. Molti dei suoi connazionali, e non solo i filorussi, lo detestavano. L’importante dunque è ruotare attorno a un perno fissato nel gioco delle parti della vita e della politica, e ripetere sempre lo stesso dramma. Nel ruolo di eroica guida suprema degli ucraini Zelensky ha trovato l’inconfondibile, l’indistruttibile, forse l’eterno. Non a caso il suo anno terribile e memorabile non è un composto di atti, di decisioni: in realtà non ha fatto nulla di politicamente o militarmente memorabile. I russi aggressori e gli americani hanno deciso tutto per lui


Vive, teatralmente, tutto nelle parole che ha pronunciato sul palcoscenico tragico della guerra. È come se scandisse un interminabile monologo quasi astratto, quasi parlasse a se stesso o a un interlocutore inesistente: vinceremo... La Russia è criminale… Abbiamo bisogno di armi... Tutto, appunto, molto pirandelliano. In realtà sa che l’unico spettatore in prima fila che conta è Biden.


Perché è dagli Stati Uniti che dipende la sopravvivenza del suo Paese e il suo personaggio; dalla volontà americana di preservare la centralità della onnipotenza americana in campo internazionale contro qualsiasi tentazione anti egemonica. Il tutto senza l’uso diretto della forza che comporti anche minime perdite americane. Questo finora. 

Il rischio per Zelensky è di cominciare a credere al copione che finora ha recitato, di persistere, come accade al protagonista dell’Enrico IV, nella parte che ha recitato, anche se sa che è finzione, non corrisponde più alla realtà. Costringendo gli altri a uniformarsi. Ciò significa credere che la vittoria totale contro la Russia, la eliminazione diretta o indiretta di Putin, sia l’unica opzione possibile. 

E che invece non sia arrivato il tempo del secondo atto. Non cedere al prepotente, che con quanto è accaduto in questi mesi, ovvero la efficace resistenza di Kiev e il consolidarsi quasi inesauribile della forza ucraina grazie all’aiuto occidentale, è una ipotesi superata dai fatti; ma, sfruttando le evidenti debolezze russe, saper trattare i margini della vittoria. Altrimenti il sapore del finale rischia di essere di cenere».

 

24 GENNAIO 2023 ripreso da :”La versione di Banfi”