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mercoledì 26 giugno 2024

L’ITALIA NON È UNO “SBAGLIO”, MA UN’ECCEZIONE

Da sempre si cerca di estirpare dal Paese la sua profonda radice cristiana. L'intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio al convegno di "Sui tetti"

Alfredo Mantovano

Pubblichiamo l’intervento che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha pronunciato al “Festival dell’Umano tutto intero”, nella sessione dedicata a “L’eccezione (antropologica) italiana per l’Europa e il mondo”. L’evento è stato organizzato dal network di associazioni “Ditelo sui tetti” e si è svolto a Roma il 19 giugno.

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Alfredo Mantovano

“L’Italia è un Paese sbagliato. Può dispiacerci, ma è così. È stato quasi sempre dalla parte sbagliata. Ha perduto tutti gli appuntamenti più significativi con la Storia: al momento della rivolta luterana è rimasto con la Chiesa cattolica; ha vissuto sì il Rinascimento, ma conferendo a esso un’impronta di fede; ha mostrato scarso entusiasmo per la Rivoluzione francese, tant’è che quando Napoleone ha condotto in Italia i lumi del progresso sulle baionette dei propri soldati, tutti i popoli della Penisola, chi più chi meno, si sono ribellati; sembrava aver estromesso il potere clericale con la formazione dello Stato unitario, ma poi lo sciagurato Concordato lo ha ripristinato. E così via, fino ai giorni nostri, che vedono nel governo Meloni l’apoteosi dell’anomalia: quella di un popolo che elegge una maggioranza sulla base di un programma elettorale, e questa maggioranza sostiene un governo che prova a essere coerente con quel programma. Sbaglio che più grave non si può, in controtendenza con la felice esperienza dell’ultimo decennio, che invece aveva visto formarsi governi a prescindere dalla variegata e mutevole volontà popolare”.

Questo è l’abstract di storia patria redatta a cura degli establishment europeisti e internazionalisti più illuminati, le cui posizioni sono ben espresse da importanti cartelli editoriali italiani, europei e occidentali.

C’è un momento in cui questo “sbaglio” ha impresso il suo sigillo nella pietra. È descritto in uno di quei romanzi che non dovremmo stancarci di leggere coi nostri figli o coi nostri nipoti: si tratta di Quo vadis?, del polacco Henryk Sienkiewicz, a cui per quest’opera nel 1905 fu riconosciuto il premio Nobel per la letteratura. La storia è conosciuta: a Roma infuria la persecuzione di Nerone, e i cristiani convincono Pietro ad allontanarsi dall’Urbe perché altrimenti sarebbe stato ucciso. Era una preoccupazione fondata, era più di un rischio: e peraltro da sempre i cristiani pregano per il Papa affinché «non tradat eum in ánimam inimicórum éius». Così Pietro esce da Roma e inizia a percorrere la via Appia e, nel luogo dal quale adesso parte la strada che conduce alle catacombe di S. Callisto, incrocia un Uomo che invece si dirige verso Roma; non lo riconosce subito, anche se il viandante ha una immagine familiare. Gli domanda: «Quo vadis, Domine?». La risposta svela a Pietro chi è quell’Uomo e qual è il destino dell’Apostolo: «Eo Romam, iterum crucifigi» (vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente). Pietro comprende e torna sui suoi passi.

L’incontro, ripreso nel romanzo, deriva da una antichissima tradizione popolare, ricordata dal magistero pontificio. In quel sito sorge la piccola chiesa del “Domine quo vadis”: fu visitata nel 1983 da Giovanni Paolo II, che definì quel luogo di “speciale importanza nella storia di Roma e nella storia della Chiesa”. Perché di “speciale importanza”? Perché segna l’indissolubile originario legame fra Roma e la fede cristiana, e quindi fra l’Italia che ha Roma al centro, e il cristianesimo. Non è un legame solo confessionale: è un legame storico e culturale, che ha impresso nella nostra Nazione un sigillo materiale. Sì, anche quando non esisteva politicamente come Nazione, l’Italia è stata unita nella cultura e nella fede.

Il legame fra Roma e l’Italia si è dilatato in Europa e nel mondo. Lo ha ricordato di recente Ernesto Galli della Loggia, in un’editoriale sul Corriere della sera, quando ha elencato quelli che ha definito i caratteri ambientali, visivi e sonori tipici dell’Europa, che si ritrovano anche oltre gli Oceani, lì dove gli europei si sono radicati. Quei caratteri sono partiti da Roma e, percorrendo le vie consolari, hanno raggiunto ogni angolo dell’Europa e del mondo.

Quel sigillo ha lasciato il segno nella pietra, nel senso più concreto del termine: la piccola chiesa è stata edificata attorno all’impronta dei piedi che, sempre secondo la tradizione, Cristo ha impresso sul selciato della via Appia. Luogo di “speciale importanza nella storia di Roma e nella storia della Chiesa”: nel momento in cui Pietro, pietra angolare su cui viene edificata la Chiesa, viene unito a Roma, perfino le pietre di Roma ne diventano testimoni per i millenni che seguiranno.

Quello che una robusta corrente del pensiero, della politica, dell’economia e della finanza considera da secoli uno “sbaglio”, inizia proprio da lì. Per Giovanni Paolo II non era uno “sbaglio”, lo definiva al contrario una “eccezione”, la c.d. “eccezione italiana”: il Papa Santo usava questa espressione per intendere la straordinaria resistenza della nostra Nazione attorno ai suoi principi identificativi.

Non voglio aprire il capitolo di quanto di questa eccezione sopravviva oggi. Il mix costituito da sentenze della Corte costituzionale, sentenze dei giudici di legittimità e di merito, e di leggi su materie eticamente sensibili approvate nelle ultime legislature, in particolare durante il governo Renzi, hanno circoscritto notevolmente l’area della eccezione.

Questi provvedimenti hanno inciso sul comune sentire. Le immagini sintetizzano meglio delle parole. Circa tre mesi fa a Milano viene impedita la posa in pubblico di una statua: l’opera in bronzo, intitolata “Dal latte materno veniamo”, rappresenta una donna che allatta al seno un neonato, è stata realizzata dalla scultrice Vera Amodeo, ed è stata donata al capoluogo lombardo dai figli dell’artista. La sua posa doveva avvenire in piazza Duse, ma ha avuto il parere contrario della commissione del Comune, con la seguente motivazione: “La scultura rappresenta valori rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, ragion per cui non viene dato parere favorevole all’inserimento in uno spazio condiviso”. E con questo – ma evidentemente non solo per questo – è ben certificato che viviamo un periodo in cui ci stiamo allontanando dall’essere eccezione (viene in mente la furia che in alcune città USA ha portato alla rimozione delle statue di Colombo, et similia)! Anche se poi coi componenti della Commissione vorrei tanto condividere – sia ben chiaro, in un contesto inclusivo e rispettoso della transizione ecologica e delle differenze di genere -, la riflessione su come ciascuno di loro è venuto al mondo!

Ma, grazie a Dio, qualche residuo di anormalità in Italia c’è ancora. Se ne ha traccia non solo nello scandalo di un governo che si è formato in coerenza col voto popolare, ma pure in qualche profilo che, dalla prospettiva che affrontiamo oggi, e in particolare in questo panel, è stato poco scandagliato.

Il G7 dei capi di Stato e di Governo ha attestato l’importanza dell’avvio da parte dell’Italia del “piano Mattei per l’Africa”. L’Italia non arriva certamente per prima in Africa. Ma costituisce una eccezione il modo in cui, fra mille difficoltà, affrontando mille ostacoli, con mille incertezze, essa ha proposto e sta seguendo l’avvio del Piano. È una eccezione quanto alla modalità di interlocuzione con le singole Nazioni africane. Fa eccezione certamente rispetto a come in questi anni Russia e Cina intervengono in Africa: la Russia con contingenti in armi, aprendo nuove basi militari, appoggiando rivolgimenti violenti, tutelando l’estrazione delle materie prime nelle aree a maggiore rischio; la Cina con la sua finora inarrestata espansione infrastrutturale, commerciale e tecnologica.

Ma il modo italiano è differente anche rispetto ad altre Nazioni europee, che fino a un recente passato hanno utilizzato – e in parte ancora utilizzano – le incredibili ricchezze dell’Africa, con scarso ritorno per le popolazioni locali: adesso ne pagano il prezzo, essendo costrette a ridimensionare la loro presenza e a ritirarsi. Il Piano Mattei risponde a una logica differente: quella di un approccio paritario, che certamente distingue fra le Nazioni che mettono a disposizione le risorse, e le Nazioni destinatarie delle risorse medesime. Ma poi identifica i progetti di sviluppo non decidendo a Roma o a Bruxelles che cosa è utile per la Mauritania o per la Costa d’Avorio, bensì concordandolo sulla base delle esigenze prospettate. Rispondo a chi critica il Piano perché non sarebbe preciso nei dettagli: noi abbiamo scelto di stabilire la governance e le linee di fondo, e non intendiamo imporre nulla dall’alto. Il Piano Mattei non è un diktat: è un orizzonte entro il quale definire ogni singolo passo sulla base di un confronto paritario con gli interlocutori africani, rendendo sempre stretti i reciproci legami di fiducia e di collaborazione.

Questo vuol dire guardare all’Africa con spirito costruttivo e non predatorio. A chi dice che pensiamo di conferire risorse a Paesi di origine o di transito dei migranti, quasi fosse un corrispettivo perché loro controllino le partenze, rispondo che questa era l’impostazione dell’Unione europea nei confronti degli Stati europei di primo approdo prima che il governo italiano – quello in carica – la ribaltasse: in sintesi, denaro in cambio del trattenimento dei migranti. La dinamica del Piano Mattei è diversa: favorendo lo sviluppo negli Stati di origine, si creano le condizioni per non emigrare; curando la formazione di chi comunque intende lasciare il proprio Paese, ci si assicura già a monte, attraverso flussi migratori regolari, un percorso di integrazione anzitutto lavorativa.

Abbiamo iniziato mettendo ordine nella quantità frammentata di risorse del nostro sistema di cooperazione: fermando gli interventi a pioggia, concentrandoci su progetti che lascino traccia. La collaborazione con gli Stati che rendono disponibili proprie risorse, che nel G7 ha conosciuto un passaggio significativo, incrementerà non solo la quantità e la qualità dei progetti, ma anche un comune approccio allo sviluppo: e confidiamo che l’eccezione diventi la regola.
È un approccio che rispetta non soltanto i popoli africani e i loro governanti, ma anche le singole persone. Dobbiamo stroncare la prospettiva che il modo per arrivare in Italia e in Europa sia quello di affidare il proprio denaro e la propria vita ai trafficanti, e di affrontare viaggi disperati. L’eccezione italiana deve essere anche questa, non quella di sostenere ong che si collochino al limite delle acque territoriali libiche o tunisine per raccogliere chi parte sui barchini: perché quel sostegno, anche solo finanziario, fatto anche con le migliori intenzioni, è un incentivo ai traffici di morte.AFRICA

L’eccezione italiana fuori dall’Italia ha un altro scenario di riferimento, del quale cominceremo a parlare in modo più coordinato fra breve, ma che è già da tempo operativo con iniziative importanti: è quello latinoamericano e si declina nella collaborazione per il contrasto al narcotraffico. I clan criminali mettono in ginocchio troppe aree del Sud e del Centro America, condizionano la vita quotidiana, distorcono l’economia, corrompono la politica. L’Italia fornisce know-how e concreta collaborazione per combattere questa deriva: la nostra legislazione è presa a modello, nostri funzionari e ufficiali delle forze di polizia svolgono attività di addestramento, nostri magistrati suggeriscono percorsi di indagini. Ne riparleremo, ma anche su questo terreno l’eccezione italiana si manifesta con efficacia.

Non voglio tirarla molto alle lunghe, ma anche nel modo di trattare le crisi internazionali, a cominciare da quella in Ucraina e da Gaza, l’Italia fa valere il suo tratto. Penso, al netto degli aiuti in termini di difesa, a quanto l’Italia ha fatto e sta facendo per garantire l’energia elettrica in una parte significativa del territorio ucraino e all’avvio dei progetti per la ricostruzione a Odessa. Oppure, quanto a Gaza, all’impegno congiunto della nostra Difesa, dell’intelligence, degli Esteri, e della Salute, che finora ha permesso di tirare fuori da quell’inferno 58 bambini gravemente feriti e 98 maggiorenni, loro familiari, per condurli nei principali ospedali della nostra Penisola, per lo più pediatrici. È un gesto di concreta vicinanza a ciascuno di loro, ma è al tempo stesso un segnale di pace in quell’area: come abbiamo condannato l’attacco terroristico contro Israele, così soccorriamo, per quello che ci viene permesso, i piccoli che ne subiscono le conseguenze. E attraverso questo proviamo a stabilire condizioni di reciproca fiducia che permettano le interlocuzioni necessarie per comporre la crisi.

Chiudo da dove ho iniziato: dal legame fra Roma e Pietro, che è all’origine della eccezione italiana. Ci sono stati momenti in cui Pietro si è allontanato da Roma: non sono stati anni felici. S. Caterina da Siena è stata proclamata Patrona d’Italia anche per il suo impegno per riportare il Papa da Avignone a Roma. Sono molto grato alle associazioni che costituiscono il network Sui tetti, a chi lo promuove, e a chi ha organizzato questa due giorni di riflessione perché fornisce il suo contributo a che questo legame continui a esserci.

Nel 2001, dopo aver assistito alla proiezione di un nuovo film tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz, Giovanni Paolo II commentò in questo modo: «Non si può capire l’odierno quadro della Chiesa e della spiritualità cristiana (se) non ritornando alle vicende religiose degli uomini che, entusiasmati dalla Buona notizia su Gesù Cristo, divennero i Suoi testimoni. Bisogna ritornare a questo dramma che si verificò nelle loro anime, in cui si confrontarono l’umano timore e il sovrumano coraggio, il desiderio di vivere e la volontà di essere fedele fino alla morte, il senso della solitudine davanti all’impassibile odio e nello stesso tempo l’esperienza della potenza che scaturisce dalla vicina, invisibile presenza di Dio e dalla comune fede della Chiesa nascente. Bisogna ritornare a quel dramma perché nasca la domanda: qualcosa di quel dramma si verifica in me?».

Le giornate che stanno per concludersi attestano quanto voi intendiate essere non soltanto testimoni ma soprattutto protagonisti, ciascuno per il suo, di questo incredibile dramma, in una Nazione eccezionale qual è l’Italia.

 

lunedì 20 maggio 2024

RIPARTIRE DALL’EUROPA SIGNIFICA TORNARE ALLE RADICI

L'intervento del sottosegretario di Stato al convegno del Centro Studi Livatino. Il solstizio di Newgrange, il piano Mattei e l'Africa, la speranza di Péguy e le parole di Giovanni Paolo II.

Alfredo Mantovano


Pubblichiamo l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al convegno organizzato dal Centro Studi Livatino “Ripartire dall’Europa. Ripensare l’Unione” svoltosi il 15 maggio 2024 a Roma.

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1. Le relazioni che si sono articolate finora hanno affrontato in modo magistrale vari profili del tema posto a base del convegno. Farò scendere il livello – ma tanto poi il prof Ronco provvederà a farlo rialzare – proponendovi non delle considerazioni, ma delle cartoline: delle immagini di luoghi che in Europa hanno qualche senso, o di luoghi che, pur non trovandosi in Europa, in questo momento sull’Europa incidono.

La prima cartolina è dall’Irlanda. Drogheda è una graziosa città a nord di Dublino. A pochi chilometri da essa, in campagna, sorge Newgrange, un enorme monumento sepolcrale a forma di tronco di cono, con un diametro di circa 100 metri e un’altezza di 9 metri. È stato realizzato fra il 3.000 e il 2.700 a. C., con materiale condotto sul posto da centinaia di chilometri di distanza. Un passaggio lungo poco meno di 20 metri conduce alla camera sepolcrale, nella quale si aprono tre loculi disposti a croce rispetto al passaggio. L’architetto che ha progettato Newgrange è stato così preciso che da circa 5.000 anni la luce del sole penetra nella camera per qualche minuto una sola volta all’anno, alle nove del mattino del 21 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno.

Perché ne parlo d’esordio? Perché, molto prima che i Cristiani si diffondessero sul suolo europeo, l’Europa attendeva, in modo implicito ma non per questo meno reale, il sorgere del sole vero, quello che è venuto al mondo in coincidenza del solstizio d’inverno di 2024 anni or sono.

Se dalla periferia ci spostiamo al centro dell’Europa precristiana e ci avviciniamo al più importante dei solstizi d’inverno, quello dal quale continuiamo gli anni, è difficile dimenticare la realizzazione dell’Ara Coeli sul Campidoglio, che la tradizione attribuisce ad Augusto in onore del figlio di Dio (è la seconda cartolina che mi permetto di proporvi). E forse non è un caso se i trattati dai quali nel 1957 hanno tratto vita le istituzioni europee siano stati firmati a pochi metri di distanza da esso.

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2. Che cosa voglio dire? Voglio dire che non c’è angolo d’Europa che non sia stato illuminato dalla luce che in un posto così periferico come Drogheda veniva evocata per indicare la speranza nella vita oltre la morte. Non c’è opera letteraria o artistica europea che possa prescinderne, anche solo per provare a spegnarla. Lo attesta perfino la bandiera dell’Unione Europea, con le dodici stelle su fondo azzurro, che rinvia direttamente alla Madre del figlio di Dio, al di là della consapevolezza del suo significato da parte di chi l’ha adottata.

Non rivendico primazie confessionali. È sempre attuale la magistrale lezione di papa Benedetto XVI a Ratisbona, quando – riprendendo il dialogo di Manuele Paleologo col saggio sufi – sottolineava che la fede non si impone con la spada. Quello che vorrei dire è un’altra cosa: a prescindere dalla religione di riferimento, e perfino per un ateo, è certo che senza la radice cristiana, che ha inverato e vivificato le radici greca e romana, l’Europa sarebbe rimasta una penisola occidentale del grande continente asiatico: tale è geograficamente. Se l’Europa è qualificata come continente è esclusivamente per ragioni storiche e culturali: è perché sulle terre che avevano visto espandersi e rovinare gli imperi greci e romani hanno arato e seminato in tanti, da San Benedetto in poi, i quali hanno fatto crescere i contadi e le città, e in esse le università, i luoghi di cura, le cattedrali, e poi le strutture politiche e gli ordinamenti giuridici.

Ripartire dall’Europa e ripensare l’Unione, come recita il titolo di questo convegno, è concretamente praticabile se si vince un paradosso, che ha preso piede da anni, anzi da decenni: quello di istituzioni europee che puntano a rendere tutto eguale, da Stoccolma a La Valletta, dalle dimensioni degli ortaggi alle realizzazioni del PNRR, ma poi rifiutano il solo elemento realmente che identifica e unisce l’Europa. Irrigidiscono elementi di dettaglio e rendono fluido quello che invece esige compattezza e decisione: nella verifica preordinata al pagamento di una delle rate del PNRR vi è stato, per es., il minuzioso accertamento, stanza per stanza, dei posti effettivamente occupati dagli studenti ai fini del finanziamento dell’housing universitario, ma poi ogni Nazione europea sembra andare per conto proprio di fronte alle crisi in atto su scenari importanti e critici, interni ed esterni all’UE.

 

domenica 4 febbraio 2024

ESISTE UN’ALTERNATIVA AL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE

 L'intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio al convegno "Il suicidio dell’Occidente" tenutosi oggi nella Biblioteca del Senato. L'eugenetica, il caso Indi Gregory e la necessità di «aprire una crepa in un muro ideologico che appare intangibile»

Alfredo Mantovano

Pubblichiamo l’intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio al convegno “Il suicidio dell’Occidente” tenutosi presso la Biblioteca del Senato il 31 gennaio 2024. All’incontro hanno partecipato anche il cardinale arcivescovo emerito di Genova Angelo Bagnasco, il presidente della Commissione per la Biblioteca e l’Archivio storico del Senato Marcello Pera, il responsabile nazionale di Alleanza Cattolica Marco Invernizzi, il vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino Domenico Airoma e il responsabile della Biblioteca del Senato Francesco Pappalardo.

1. Il suicidio dell’Occidente non è espressione nuova: la usò una quindicina di anni fa Roger Scruton come titolo per un suo libro. Più di recente – con una variante, Suicidio occidentale – l’ha ripresa, per una pubblicazione, Federico Rampini, mentre – se intendiamo restare nell’area concettuale, non solo terminologica, di una civiltà che sta scomparendo – è trascorso oltre un secolo dall’uscita dell’opera di Oswald Spengler Il Tramonto dell’Occidente.

“Suicidio” è parola più efficace di “tramonto” per qualificare la volontarietà dell’autolesionismo di una civiltà. Lo sottolinea Luciano Violante, in un suo recente intervento: oggi «la morte si presenta come ragionevole alternativa alla vita, anche fuori dei casi di gravi intollerabili patologie»; Violante ricorda una ricerca del maggio 2023, secondo cui in Canada, parte qualificata dell’Occidente, il 28% dei cittadini consentirebbero a una richiesta di suicidio assistito se proveniente da una persona senza dimora, e il 27% se l’unico motivo di afflizione fosse la povertà, senza alcuna malattia in corso.

In Olanda si è passati dalle 2000 eutanasie praticate nel 2002 alle 10.000 di oggi, anche sui bambini. In Italia, come confermano le cronache delle ultime settimane, esistono le basi culturali, giuridiche e politiche per percorrere la strada della morte a richiesta: il dibattito è concentrato non già su come affiancare e aiutare il disagio del paziente o dell’anziano (ciò a cui inizia a provvedere la recente legge sugli anziani), ma su come garantirgli di porre fine alla propria esistenza. La morte viene prospettata quale soluzione obbligata per uscire dalla solitudine collettiva nella quale siamo immersi.

2. Non sono un filosofo, come il presidente Pera, né un teologo, come il card. Bagnasco. Ho trascorso gran parte della mia vita a fare il giudice penale. Poiché nel penale il fatto è centrale, vorrei partire, e far ruotare le mie riflessioni, da un fatto concreto, accaduto poche settimane fa in Inghilterra: la vicenda di Indi Gregory. Non la ripercorro nel dettaglio, è conosciuta da tutti voi, ma comincio con elencarne i protagonisti, come nella locandina di una tragica rappresentazione teatrale:

§  Indi, appunto, una bambina nata il 24 febbraio 2023, affetta da una seria patologia mitocondriale;

§  la sua famiglia, composta dai genitori, Dean e Claire, e da due sorelle più grandi di lei;

§  i medici del Queen’s medical center, l’ospedale dove la piccola era ricoverata, che hanno deciso non soltanto che Indi non dovesse ricevere più alcuna cura ma che, oltre che da loro, lei non potesse averla da nessuno,

§  i giudici di varie corti britanniche, ai quali i genitori di Indi si sono rivolti perché fosse garantita la salute e il mantenimento in vita della figlia,

§   l’opinione pubblica e i media,

§  il governo italiano e un importante ospedale della S. Sede che ha sede in Italia, il Bambin Gesù.

3. Chi è, anzi chi era, Indi, la protagonista centrale? Un malato terminale, nei cui confronti ogni trattamento sanitario sarebbe stato sproporzionato? Il dato obiettivo non permette di dire, come qualcuno in Italia ha sostenuto, che fosse un caso di “accanimento terapeutico”. Era una disabile, affetta da una patologia per la quale ancora non esiste una terapia convenzionale efficace: in grado di interagire con chi la avvicinava – per es. stringendo con la manina il dito della mamma o dell’infermiera -, come hanno mostrato tanti video che la ritraggono.

Qui apro una parentesi, per avvicinarmi al tema del nostro incontro. L’Occidente è stato descritto come la sintesi fra la filosofia greca, che ruota attorno all’uomo, il diritto romano, centrato sulla realtà dell’essere, e il personalismo cristiano; la prima conseguenza di questa sintesi è la considerazione della persona come unica e irripetibile: è uno dei pilastri della cultura occidentale.

È stata la civiltà occidentale ad aver superato la visione dell’uomo, propria di tanti imperi pre cristiani, quale parte di un meccanismo, da scartare se è inidoneo a contribuire al successo di una collettività. Ma questa visione è stata nuovamente ribaltata con l’irruzione del darwinismo nelle scienze sociali, e col conseguente ingresso di una scienza biologica, che è diventata dottrina politica, e che ha teso a cambiare radicalmente la condizione umana in una prospettiva di selezione artificiale dei più adatti al progresso della società.

L’eugenetica sociale fondata sull’evoluzionismo ritiene che per garantire il progresso autentico è necessario prevenire la riproduzione dei soggetti inadatti, degli unfit. Tra la fine del XIX sec. e l’inizio del XX l’ideologia eugenetica si è sviluppata parallelamente in Germania e in area anglosassone. Non è rimasta allo stadio teorico: nel 1927 negli Usa ebbe notevole rilievo la sentenza della Corte Suprema – i giudici sono da sempre centrali in queste vicende – che ritenne rientrante nei poteri di polizia dello Stato (nella specie la South Virginia) la sterilizzazione forzata di una giovane donna, Carrie Buck, della quale era stata accertata una maturità inferiore a quella effettiva. Per la cronaca la bimba avuta da Carrie prima della sterilizzazione, Vivian, frequentò poi brillantemente la scuola. Quando si parla di eugenetica imposta per legge o per sentenza si pensa alla Germania nazionalsocialista: ma fino alla fine degli anni 1930 negli Usa sono state compiute legalmente circa 20.000 sterilizzazioni forzose.

Non è stato necessario attendere l’avvento del nazismo per assistere al diffondersi di correnti ideologiche eugenetiche. Altri Stati europei, come la Svezia nel 1934, introdussero leggi di sterilizzazione dei malati di mente e delle persone mentalmente disturbate.

I frutti più coerenti della politica biologica di derivazione darwinistica furono però l’eutanasia e il sostegno attivo al suicidio. Le tappe di questa espansione ideologica e delle sue ricadute normative sono ben descritte nel volume Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?, edito da Giappichelli, curato dal prof. Mauro Ronco e dal Centro studi Livatino. Il libro è interessante perché consente di cogliere radici non recenti, che elaborano già dalla seconda metà del XIX secolo categorie quali quelle delle vite senza valore, delle vite non degne di essere vissute.


Connie e Chris Gard, i genitori del piccolo Charlie, altro bambino britannico la cui vicenda medico-giudiziaria nel 2017 si concluse in modo analogo a quella di Indi Gregory (foto Ansa)

4. Il nesso fra l’eugenetica evoluzionistica e l’eutanasia è sempre stato evidente, non solo sul piano teorico. Il 12 novembre 1915 in un ospedale di Chicago avviene un episodio che costituisce uno spartiacque nel passaggio da misure eugenetiche preventive ad atti propriamente eutanasici. Una donna di nome Anna Bollinger partorisce un bambino. L’ostetrica avverte il capo dello staff di chirurgia dell’ospedale che il piccolo presentava una serie di anomalie, anzitutto una ostruzione anale. Il medico, Harry Haiselden, rifiuta di costruire artificialmente un’apertura anale al bambino, e lo lascia morire, pur potendolo salvare, perché quello era “il miglior interesse” del neonato: sarebbe sopravvissuto, ma sarebbe stato infelice.

Nei due decenni successivi negli Usa il tema dell’eutanasia si concentra non tanto sul dolore insopportabile o sull’autodeterminazione del paziente, ma sul valore della vita di soggetti deboli mentalmente o malformati: costoro sono visti come una minaccia dalla quale la società deve difendersi.

martedì 28 novembre 2023

LUIGI NEGRI UOMO DI FEDE E DI CULTURA

DI GIULIO LUPORINI

PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE CULRTURALE “TU FORTITUDOMEA”

Il 26 novembre 2023 ricorre l’ottantaduesimo anniversario della nascita di mons. Luigi Negri. Credo sia significativo ricordarlo a partire dall’importante evento, al quale la nostra Associazione ha aderito, svoltosi ieri a San MarinoFede, ragione e missione. Convegno in onore di mons. Luigi Negri, uomo di fede, maestro di cultura. Un convegno (organizzato dal Centro Internazionale Giovanni Paolo II, da Culturacattolica.it e dall’Associazione culturale La Contea degli Insorgenti, in collaborazione con la Diocesi di San Marino-Montefeltro) non su mons. Luigi Negri ma in suo onore perché è stato dedicato ad alcune tematiche rispetto alle quali egli ha dato certamente un contributo significativo. I titoli delle due sessioni, quella mattutina e quella pomeridiana, sono stati infatti i seguenti: Fede e ragione: un incontro per il bene dell’uomoMissione: “autorealizzazione” della Chiesa.

Non cercherò qui di riprendere i contenuti delle relazioni degli autorevolissimi ospiti, particolarmente profonde e articolate, che speriamo di avere modo di recuperare e approfondire in seguito, quanto piuttosto di soffermarmi sulle parole che sono state dedicate a mons. Luigi Negri.

Innanzitutto il ricordo personale e commovente di mons. Elio Ciccioni, vicario generale al tempo dell’episcopato di San Marino-Montefeltro. Egli ha ricordato come, al di là della prima impressione, «quella di un carattere un po’ burbero, forse timido», «nel rapporto personale si dimostrò subito accogliente, capace di dialogo e di relazioni profonde». Ne ha parlato come di un Vescovo «paterno e comprensivo con gli errori e con le debolezze di noi sacerdoti» che, tuttavia, «non ammetteva scorciatoie sulla dottrina, sulla fede», «una fede che doveva essere illuminata dalla ragione e diventare cultura». Un Vescovo caratterizzato da una «grande sollecitudine per i fedeli della diocesi ai quali rivolgeva con varie modalità e iniziative il suo magistero» e ancora di più da quella che egli ha definito un’«ansia della missionarietà, della diffusione del Vangelo, dell’Annuncio». «Un uomo di una vastissima cultura, filosofica, teologica ed umanistica» ma «dotato anche di una grande sensibilità, pronto ad intervenire per aiutare concretamente le persone quando gli era richiesto e gli era possibile». Ha inoltre precisato che «era intellettualmente onesto» in quanto «sapeva riconoscere la validità di tutti i cammini di fede» perché per lui «la cosa essenziale era che le persone arrivassero a conoscere Cristo». Dal punto di vista umano «una persona capace di amicizie fedeli che duravano nel tempo e sempre finalizzate all’aiuto reciproco e, soprattutto, per sostenersi reciprocamente nel cammino di fede». Per quanto riguarda il suo episcopato, egli ha affermato che «il suo nome resterà scritto tra i Vescovi più significativi di questa Diocesi» per diverse ragioni: «per la sua personalità; per la grande statura di fede e di cultura»; «per avere ottenuto che, il 19 giugno 2011, il Santo Padre Benedetto XVI visitasse questa Chiesa di San Marino- Montefeltro»; «per il suo magistero e per la sua sollecitudine per la ripresa della fede tra la gente».

Il cardinal Gerhard Ludwig Muller, che ha sviluppato una lectio magistralis molto importante sul bisogno e sul coraggio di aprirsi alla ragione seguendo l’insegnamento di Benedetto XVI, definito come «uno dei più importanti teologi sul soglio di Pietro», ha ricordato il suo primo incontro con mons. Luigi Negri: «Ricordo molto bene il primo incontro con il Vescovo Luigi Negri quando sono stato nominato Prefetto della congregazione per la dottrina della fede», «uno dei primi a farmi visita», e, in quell’occasione, «abbiamo parlato più di un’ora su questo tema, fede e ragione, soprattutto nella prospettiva del grande discorso di Benedetto XVI a Ratisbona». Ha inoltre aggiunto che da quel momento si è «sviluppata una grande amicizia» che li ha portati a collaborare a diversi convegni, uno dei quali per il Meeting di Rimini.

Rocco Buttiglione, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha ricordato come insieme a don Negri, hanno imparato, seguendo don Giussani, la ragionevolezza della fede, senza la quale la vita non può essere vissuta adeguatamente, perché solo nella fede l’uomo può trovare la risposta al bisogno costituivo del cuore. Degli anni con Giussani, ha detto, «la prima cosa che ricordo, ma penso sia la prima che ricordava anche Luigi, è la scoperta del cuore come sintesi della persona (…) il cuore è quel fascio di evidenze ed esigenze con cui siamo gettati nel paragone della vita». Evidenze ed esigenze che trovano una risposta piena in «Cristo, centro del cosmo e della storia».


Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, dopo avere sottolineato che, «come spesso capita, quando non c’è più una persona cara, più il tempo passa, più se ne sente la mancanza», riguardo a Negri ha detto: «ci manca la sua generosità, la sua vicinanza, la sua passione, il suo richiamo ai fondamenti antropologici della nostra fede». Ha poi sviluppato, proprio «sulla scia dell’insegnamento di mons. Negri», anche lui una riflessione sul «discorso tenuto da papa Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, un discorso tanto criticato e contestato quanto non meditato e, probabilmente neanche letto, soprattutto dal ceto intellettuale e politico europeo». La lezione di Benedetto XVI è stata indicata come estremamente utile per affrontare la situazione di oggi, così profondamente segnata da atteggiamenti di carattere nichilistico per i quali l’uomo, in particolare nella nostra Europa, sembra destinato a dimenticare le proprie radici cristiane e, con esse, le dimensioni più profonde e costitutive di sé. Ha concluso il suo intervento ricordando che proprio don Negri è stato uno di quegli uomini che «ci hanno fatto uscire dal torpore, che ci hanno donato ragioni e fede per combattere la buona battaglia».

Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo emerito di Trieste, intervenuto sul tema della missione, ha dichiarato che mons. Luigi Negri è stato «una delle figure più significative della Chiesa italiana», spiegando così le motivazioni della sua presenza al convegno: «sono venuto qui per saldare un debito di gratitudine verso mons. Negri (…) che anche per me fu un uomo di fede e un maestro di cultura. Sono venuto soprattutto per dirgli grazie per un legame di amicizia che insieme abbiamo avuto. Quest’amicizia è stata una grazia, un dono di Dio che abbiamo coltivato insieme». Prima di sviluppare le sue considerazioni, egli ha voluto evidenziare che «il tema della missione era un tema molto caro a mons. Negri», affermando che egli è stato capace di tradurlo «nell’impegno di illuminare di verità e di speranza la presenza e l’azione dei cattolici nella società italiana». Soprattutto ha detto che egli «era sostenuto dalla certezza che la fede nella Rivelazione in Cristo Salvatore, unitamente al corretto uso della nostra ragione, che deriva da Cristo, non hanno perso». Per questo mons. Luigi Negri «non era un uomo scoraggiato, era un uomo combattivo; non era un uomo che si era arreso, ma continuava ad andare avanti». Egli era sostenuto dalla convinzione «che Cristo era ancora in grado di illuminare e animare in senso pieno la presenza e l’azione dei cristiani nella società».

Madre Monica Della Volpe

Anche madre Monica della Volpe, badessa emerita del Monastero di Valserena, ha spiegato la sua presenza, oltre che per l’importanza del tema della missione, «per l’amicizia che ci lega sia personalmente, io stessa e, soprattutto, la mia badessa suor Francesca Righi, sia come monastero di Valserena a mons. Negri», il quale «voleva molto bene al nostro monastero». Ha così iniziato la sua testimonianza ricordando l’importanza delle figure di don Giussani e di don Negri per la loro storia: «Con mons. Negri anche noi siamo profondamente convinte che credere e sapere per esperienza che Gesù Cristo è la Salvezza di ogni uomo e dell’umanità è il fondamento, la base per stabilire una convivenza sociale realmente umana, stabile e duratura. Ma non basta. Occorre anche quell’impeto incontenibile di amore per Cristo che abbiamo conosciuto in don Giussani e in mons. Negri, come in ogni santo testimone che Dio ha messo sulla nostra strada. Quell’impeto che può nascere solo dall’averLo incontrato e da non averLo più lasciato andare, per avere quindi acquisito una profondità personale nella conoscenza di Lui, cioè per essere arrivati a capire che Egli è la salvezza di ogni uomo, della mia vita prima di tutto e poi di tutta l’umanità (…) Chi incontrava davvero Giussani e lo seguiva davvero diventava un testimone e così mi è apparso Luigi Negri, non ancora monsignore e neanche don, alla prima riunione a Varigotti in cui l’ho incontrato (…) Un uomo capace di segnare la strada, capace di verità e di amicizia come pochi perché aveva dato la sua vita a Cristo, quindi uno di cui ci si poteva affidare».

Infine il professor Marco Cangiotti, docente di Filosofia Politica presso l’Università di Urbino, affrontando anche lui il tema della missione ma con particolare riferimento alla questione educativa, soprattutto alla difficile situazione che Benedetto XVI, già nel 2007 definì come emergenza educativa, ovvero il «profondo disorientamento in ordine alle questioni del valore della persona, del senso della vita, del significato della verità e del bene, disorientamento che passa attraverso quella che possiamo definire un logoramento della relazione fra i padri e i figli», ha indicato nell’educazione «uno dei temi fondamentali dell’azione sacerdotale, pastorale e culturale di mons. Luigi Negri».

NOTA

(Il CROCEVIA unitamente a don Agostino Tisselli, ispiratore e guida della nostra associazione, ricorda con gratitudine Mons. Luigi Negri, maestro di fede e di vita, per l'amicizia e la vicinanza al nostro cammino e la partecipazione a numerosi incontri e convegni. Questa amicizia non può non essere accompagnata dalla responsabilità di conservare e diffondere il suo magistero, maturato e sviluppato nel corso del tempo, intorno alla fede, alla cultura, alla dottrina sociale, alla teologia, alla filosofia e alla storia. )

https://tufortitudomea.it/eventi/oggi-82-anni-fa-nasceva-don-luigi-negri/?fbclid=IwAR2Y9bmz8KgIxeEZz1gSyZx-pkgwLVdtLPFHjrtDFFOz0sC_sPb3KPB9l5U

NOTA FINALE

L’Associazione Culturale TU FORTITUDO MEA

è stata costituita con l’intento di custodire e promuovere la memoria e la conoscenza della persona e dell’opera di mons Luigi Negri (1941 – 2021). Una figura estremamente significativa per la Chiesa, per il Movimento di Comunione e Liberazione, nonché per la vita culturale e sociale della nostra epoca.

sabato 29 luglio 2023

L’UTERO IN AFFITTO REATO UNIVERSALE

Diritti, mercato, schiavitù. Su Avvenire Assuntina Morresi spiega bene cosa c'è in gioco nella proposta del centrodestra per rendere la maternità surrogata fatta all'estero perseguibile in Italia

 

Maria Carolina Varchi abbraccia il ministro della famiglia Eugenia Roccella dopo la discussione e il voto, positivo, sulla legge maternità surrogata (foto Ansa)

Mercoledì la Camera ha detto sì alla proposta del centrodestra di rendere la maternità surrogata – già vietata per legge in Italia – un reato universale, cioè perseguibile nel nostro paese anche se fatta all’estero. Prima di diventare legge dovrà passare anche dal Senato, ma la compattezza della maggioranza sul tema (con in più l’appoggio di parte del Terzo Polo) fa pensare che entro l’anno il nostro paese sarà il primo al mondo ad avere una norma del genere.

La ministra Eugenia Roccella ha parlato di legge «all’avanguardia» e si è augurata che adesso possa aprirsi un «dibattito mondiale».

L’utero in affitto e i diritti di donne e bambini

Parlandone alla festa di Tempi a Caorle lo scorso giugno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva detto che «sta scomparendo l’identità della donna, ed è una tragedia», con la pratica dell’utero in affitto «siamo alla linea di confine, siamo consapevoli che questa è una battaglia che non può essere combattuta solo con una norma penale, ma è una modifica normativa che dà il segno di un cambio di passo».

Per capire questo cambio di passo l’ideale è leggere l’editoriale che Assuntina Morresi ha scritto ieri sulla prima pagina di Avvenire, spiegando in che senso l’Italia con questa legge può essere considerata «un’avanguardia nella promozione, a livello internazionale, dei diritti fondamentali di donne e bambini».

Leggere Assuntina Morresi aiuta a non cadere nella trappola di chi in nome dei “diritti” pensa che tutto ciò che è tecnicamente possibile e egoisticamente desiderabile debba essere lecito (è il caso di Elena Stancanelli che sulla Stampa definisce la proposta di legge approvata dal Senato una «intimidazione» e una «buffonata» e la butta in caciara parlando di divorzio e aborto) o di chi fa pelosi distinguo per dire che «l’utero in affitto è un concetto ben diverso dalla gestazione per altri» (è il caso di Vladimir Luxuria, guarda caso anche lei sulla Stampa).

Il materno sotto attacco e il “trucco” della surrogata

Nella battaglia politica e culturale portata avanti dal governo contro la maternità surrogata «in gioco infatti è, imprescindibilmente connessa, la concezione stessa del materno, cioè di quel rapporto unico che lega ogni donna al proprio figlio: rapporto che si forma durante l’esperienza della gestazione e del parto, eventi che segnano la differenza fra un uomo e una donna, caratterizzante la specie umana», scrive Morresi.

E di «battaglia per eliminare la maternità» aveva parlato proprio Eugenia Roccella in un’intervista a Tempi: «Lo vediamo anche in fenomeni come l’utero in affitto o le tecniche di riproduzione che consentono di definire “madre” tre, quattro, cinque persone diverse. Quindi, sì, è la potenza del materno che è sotto attacco. La società è stata costruita sull’individuo, letteralmente “ciò che non si può dividere”, mentre la donna, quando diventa madre, è colei che si divide, è l’uno che si fa due».

E la maternità surrogata è un attacco al materno, spiega ancora Morresi: «Certamente diventare madre non è riconducibile al solo dato biologico: si può vivere la dimensione della maternità anche al di fuori della generazione fisica di un figlio, ma è lo straordinario vissuto della gravidanza e del partorire a esserne il paradigma. Un paradigma che la surroga di maternità muta radicalmente».

Se l’utero in affitto consiste nella cessione di un neonato a seguito di un contratto appositamente stipulato fra più soggetti, il “trucco” della surrogata sta nella tempistica: «nella surroga una donna si impegna a cedere il figlio appena partorito a una coppia, etero od omosessuale, o a una singola persona, secondo modalità stabilite da un contratto stipulato prima del concepimento. Lo stesso contratto, se stipulato dopo il concepimento (o dopo la nascita), è sostanzialmente già reato universale», trattandosi di compravendita di un bambino.

Utero in affitto, cambio di paradigma del materno

Stiamo parlando di un mercato, non di diritti delle donne. Ancora Morresi: «È un cambio di paradigma del materno quindi, quello che porta la maternità surrogata, che in quanto tale non può che essere un mercato con le sue dinamiche e i suoi costi, regolato da una contrattualistica ad hoc, che coinvolge necessariamente i genitori committenti, chi cede i propri gameti, le donne che si prestano come gestanti, e poi cliniche, studi legali e agenzie specializzate. Le donne, in particolare, sono il “mezzo” necessario per ottenere il “prodotto finale”: bambini». Ridurre gravidanza e parto a una prestazione d’opera contrattualizzata significa violare la dignità e i diritti di chi ne è oggetto, «i nati, chi fornisce i propri gameti e le gestanti».

La questione va dunque oltre il dettaglio comunque non secondario del pagamento in denaro della prestazione – e qui casca l’asino Luxuria –: l’idea della “surrogata solidale” proposta in un emendamento dal radicale Magi (e bocciata) è un inganno dialettico. «Se per sanzionare lo sfruttamento degli esseri umani dovessimo dipendere dalla percezione personale o dalle dichiarazioni di volontà delle persone oggetto di trattamento degradante – scrive ancora Morresi su Avvenire –, verrebbe a cadere il fondamento stesso dei diritti umani. Se l’abuso di esseri umani non fosse oggettivamente riconoscibile, ma dipendesse dalle sensibilità individuali, sarebbe inevitabilmente regolato dalla legge del più forte (il mercato). Non a caso, non è consentito stipulare “liberi contratti di schiavitù”».

Una battaglia da fare anche sul piano culturale

Non basterà questa legge da sola, diceva ancora Mantovano a Caorle: la battaglia «va fatta sul piano culturale, descrivendo cosa è una pratica di utero in affitto, raccontando quante donne vedono il proprio corpo devastato, umiliato. Il Parlamento sta facendo la sua parte, attorno a questa proposta c’è un consenso più ampio della maggioranza, ma sappiamo che da sola non risolve. Sarà l’occasione per discussione mediatica, stiamo pronti. Non è una faccenda da preti, non c’entra la fede, c’entrano la donna, l’uomo, il dato antropologico. È una battaglia laica che va fatta coinvolgendo più energie possibili, cercando coesione, solo così si può partire alla riscossa per ricostruire i fondamentali di una sana antropologia. Se la perdiamo sarà tutto più complicato». Il sì della Camera è un ottimo inizio.

 

Redazione di Tempi

sabato 1 luglio 2023

UN GOVERNO NON PUÒ GESTIRE IL MALE, MA DEVE INVERTIRE LA ROTTA

“GIORNATA MONDIALE CONTRO LE DROGHE”

ROMA 29-6-2023

Dal 1989 il 26 giugno è presentato dalle Nazioni unite come la “Giornata internazionale contro l’abuso di droga e il traffico illecito”.

Al convegno tenutosi per la Giornata mondiale contro le droghe sono intervenuti: il Presidente della Camera Lorenzo Fontana, Andrea Abodi, Ministro per lo Sport e i Giovani, Maurizio Gasparri, Vicepresidente del Senato, Alfredo Mantovano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con la conclusione dei lavori del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

ll messaggio che parte dal convegno è che c’è un mondo che non si rassegna, un mondo fatto di Giovani, di famiglie, di personaggi del mondo dello spettacolo. un mondo che vede al suo fianco le istituzioni che mette in comune le esperienze maturate sul campo per circoscrivere il più possibile questa deriva e per invertire la rotta: comunità, sert, regioni, professioni a vario titolo coinvolte (psichiatri, psicologi, medici di ogni specializzazione). Prevenzione informazione, educazione vicinanza prima dei pure importanti articoli di legge sono il terreno di confronto.

Vedi il video completo dell’evento: https://www.youtube.com/watch?v=8sqTUKzxRLI

Alfredo Mantovano Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministricon delega di funzioni in materia di politiche antidroga  ha evidenziato preliminarmente come sia fondamentale per una piena consapevolezza del fenomeno nella lotta alla droga una corretta informazione specie tra gli adolescenti. Oggi circolano più stupefacenti rispetto a qualche anno fa e lo attestano i dati ufficiali, aggiornati del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio, nella relazione che tra qualche giorno sarà inviata ai presidenti delle Camere.

Ci sono tra le centinaia di pagine due dati molti significativi: nel 2022, 4 milioni e novecento mila persone hanno fatto uso di almeno una sostanza stupefacente (il dieci per cento della popolazione italiana) tra loro ci sono persone che guidano veicoli e che svolgono attività lavorative importanti e cruciali per la vita del Paese. Sempre nel 2022 vi è stato un aumento di consumo tra gli studenti: sono poco meno di un milione i ragazzi tra i 15 e i 19 anni (il quaranta per cento del totale per la loro fascia di età) che riferiscono di aver consumato droga almeno una volta nella propria vita120.000 (quasi il cinque per cento) hanno riferito di aver usato venti o più volte la cannabis nel mese precedente alla domanda che è stata loro rivolta.

Il messaggio pertanto che parte dal convegno è che c’è un mondo che non si rassegna, un mondo fatto di giovani, di famiglie, di personaggi del mondo dello spettacolo, un mondo che vede al suo fianco le istituzioni che mette in comune le esperienze maturate sul campo per circoscrivere il più possibile questa deriva e per invertire la rotta: comunità, sert, regioni, professioni a vario titolo coinvolte (psichiatri, psicologi, medici di ogni specializzazione).

Come spiega Alfredo Mantovano dall’ avvio dell’attività di questo governo c’è stata la volontà di rendere questa condivisione effettiva e concreta con incontri periodici e tavoli tecnici per entrare nel dettaglio e trovare le soluzioni ad ogni tipo di dipendenza. Il sottosegretario sottolinea che bisogna, a tal proposito, ampliare le competenze del dipartimento politiche anti droga ricomprendendo tutti i tipi di dipendenza. Urge, pertanto, calendarizzare una nuova conferenza per porre al centro del dibattito politico e culturale la questione fondamentale che non è la sostanza ma la persona finalmente posta al centro nell’ interlocuzione.

In particolare- continua Mantovano- col ministro della Salute è stato posto l’accento sul diritto di scelta: non è possibile che se un paziente intende sottoporsi a una cura ha la possibilità di farlo in ogni zona del territorio nazionale e poi per chi invece intende affrontare un percorso di recupero dalla tossicodipendenza si venga vincolati al territorio dove risiede quando la varietà degli approcci al recupero può far preferire una soluzione più adeguata.

Mantovano conclude affermando un concetto fondamentale nella lotta alle dipendenze e cioè che la sfida veramente cruciale è quelle educativa.

Le istituzioni non possono attestarsi sulla riduzione del danno perché significherebbe rassegnarsi alla “gestione del male” ed un governo non può gestire il male ma deve invertire la rotta.

Quello che interessa realmente non sono i milligrammi in più o in meno di ciascuna delle sostanze riportate dalle tabelle, la linea di confine è su qualcosa di più importante è sul significato da conferire a termini come libertà e come responsabilità.

Prevenzione informazione, educazione vicinanza prima dei pure importanti articoli di legge sono il terreno di confronto e- ammonisce Mantovano- se necessario di scontro.

 

Nella conclusione dei lavori il Presidente Giorgia Meloni ha ribadito che nella lotta alla droga “questo governo non intende voltarsi dall’altra parte e ignorare il problema ma affrontarlo con coraggio e determinazione. Sarebbe molto più comodo sul piano del consenso far finta di niente, come hanno fatto altri, ammiccare alle dipendenze per sembrare anticonformisti ma credo che non ci sia niente di più anticonformista di dire le cose come stanno assumendoci la responsabilità. Una politica che non garantisce la scuola, una prospettiva, un futuro ai giovani e in cambio dice ‘fumati una canna’ non sarà mai la mia politica. E’ finita la stagione dell’indifferenza, del lassismo, del disinteresse. Il messaggio è che lo Stato intende fare la sua parte per combattere un fenomeno che è fuori controllo“.

Mi interrogavo quando ero rappresentante studentesco su come si faccia” a combattere la droga e oggi “voglio dire a questi ragazzi che quando voi finirete il percorso di recupero ricordatevi che siete migliori di tanti altri, c’è tanto che potete insegnare e dare, non vi definisce che siete finiti nel tunnel della droga ma che siete riusciti ad uscirne“, ha aggiunto Giorgia Meloni. “Voglio dire alle associazioni e agli operatori di questo campo: so che è stato un percorso nel quale spesso vi siete sentiti soli, da domani non lo sarete più” ha concluso la premier.