sabato 30 luglio 2022

JONE ECHARRI E DON GIUSSANI

“COME SARÀ ESSERE TOCCATI DALL'ESSERE!”

Jone Echarri è la fisioterapista che ha curato don Giussani. 

Qui un estratto dalla sua testimonianza alle Giornate internazionali dedicate al fondatore di CL (Madrid, 31 marzo-2 aprile 2022).

Da Tracce di luglio/agosto

 

Jone Echarri con suo marito, Jesús Carrascosa, al 78° compleanno di don Giussani

 

Luigi Giussani è un uomo che è stato sorpreso, sedotto e catturato per sempre dall’Avvenimento di Cristo. Questo incontro ha dominato tutta la sua vita ed è stato la ragione della sua intera esistenza: vivere e testimoniare la Bellezza che lo aveva chiamato e alla quale aveva risposto con tanta passione. Questa appartenenza ha attraversato tutta la sua vita.

Ciò di cui sono più grata nel mio rapporto con lui è l’aver visto coi miei occhi il raro spettacolo di un uomo unito, che è la caratteristica più importante di ciò che Gesù ha promesso: “il centuplo quaggiù”. Unito in tutto, anche nelle situazioni più drammatiche, in cui si manifestavano debolezza e dolore, di cui dirò più avanti. Prima vorrei parlare di alcuni aspetti del suo quotidiano, che mostrano chiaramente chi era, cioè la sua autocoscienza. Perché nel momento della malattia diventa chiaro come e perché si vive.

Giussani iniziò la fisioterapia grazie a un’amica, Carmen Giussani, che venne nel mio studio e vide il trattamento che stavo praticando ai miei pazienti neurologici. Quando andò a Milano, gli spiegò quello che aveva visto: «Penso che questa terapia potrebbe farti bene». Qualche giorno dopo Giussani mi chiamò e mi disse: «Perché non vieni a curarmi per un fine settimana?». Era il 1994.

Le prime volte ho voluto che fosse curato dalla mia insegnante di Londra, una professionista riconosciuta a livello internazionale. Gli fece fare una seduta di fisioterapia e Giussani provò un forte sollievo dai sintomi. Con molta naturalezza disse: «Se una persona prova un così grande beneficio quando viene toccata dalle mani di un’altra persona, come sarà essere toccati dall’Essere!». Tutti noi presenti rimanemmo in silenzio, perché la malattia stava già mostrando il suo volto duro, eppure disse: «Cosa sarà essere toccati dall’Essere!». Da quel giorno ho voluto sapere cosa significasse quello che diceva, cosa significasse nella sua vita quotidiana.

Marx diceva che «la religione è l’oppio dei popoli». Al contrario, don Giussani diceva sempre che l’uomo religioso è quello che vive intensamente la realtà, e io ho detto: «Voglio osservare come tu vivi intensamente la realtà», perché è lì che si capisce tutto. E osservandolo attentamente, giorno dopo giorno, ho cominciato a vedere cose sorprendenti.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il modo in cui si alzava al mattino. Era commovente. Si alzava in attesa degli eventi che sarebbero accaduti e dai quali, nonostante l’età avanzata, avrebbe potuto imparare. Mi diceva: «Jone, apri la finestra perché dobbiamo capire cosa dobbiamo imparare oggi». Dopo diversi giorni che lo sentivo ripetere quelle parole, un giorno gli chiesi: «Ma cos’è che dobbiamo imparare?», e lui mi rispose: «Che tutto questo giorno ci è dato per conoscerLo e amarLo».

Anche lì rimasi in silenzio e capii che lui voleva vivere la realtà scoprendo ogni mattina non solo cosa accadeva in essa, ma Chi c’era al fondo della realtà. Quel “Chi” è colui che dà valore e senso a tutte le cose; si percepiva un rapporto personale e familiare con il Mistero, che gli faceva vivere la realtà come un dono, qualcosa di donato a lui, alla sua stessa vita, a cui voleva aderire con cuore di bambino. Lì ho capito il senso della vita come vocazione in azione.

lunedì 25 luglio 2022

LE FERITE DELLA CHIESA E LE VIE DI GUARIGIONE

di Erik Varden  

OCSO (1974), già abate trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra, dal 2020 è vescovo di Trondheim, in Norvegia.


Una delle prime definizioni extrabibliche che abbiamo della cena del Signore è un riferimento nella “Lettera agli Efesini” in Ignazio di Antiochia.

Ignazio chiama l’Eucaristia “phármakon athanasías”, la medicina dell’immortalità. La morte è il male per il quale l’Eucaristia è principalmente un rimedio. E la morte, si sa, è “il salario del peccato” (Romani 6, 23). Commetteremmo un errore se cercassimo in qualche modo di separare l’Eucaristia dall’effettivo svolgimento della nostra redenzione. […] Dobbiamo comprendere il sacramento nei termini di tutto il mistero di Cristo, come agente di distruzione della morte. […]

Cola Dell'Amatrice (1520): la Comunione degli Apostoli
Ascoli Piceno, Pinacoteca Civica

Purtroppo, questo ideale è stato troppo spesso calpestato nel fango da uomini che avrebbero dovuto incarnarlo e da esso farsi trasformare. […] Lo scandalo degli abusi è una questione a cui tutti preferiremmo non pensare. L’implacabile, apparentemente senza fine, disfacimento dell’orrore può sembrare più di quanto possiamo sopportare. Ma dobbiamo affrontarlo. Solo la verità ci rende liberi. […]

Lunedì 28 maggio 2018, quattro giorni dopo il referendum irlandese sull’aborto, John Waters ha scritto un pezzo per l’edizione online di “First Things” intitolato “Ireland: An Obituary”. […] Waters stabilisce così la posta in gioco: “Per la prima volta nella storia, una nazione ha votato per togliere il diritto alla vita ai nascituri. Le vittime di questa terribile scelta saranno le più indifese, quelle totalmente senza voce né parole. Questo è il ponderato verdetto del popolo irlandese, non – come altrove – un editto delle élite, imposto con decreto parlamentare o ‘fiat’ giudiziario. Gli irlandesi sono ora quelle persone felici che sbattono i propri figli contro le rocce (cfr. Salmo 137, 9)”. […]

Come si è acceso un furore così spaventoso? Ahimè, la risposta è a portata di mano. Il crollo della credibilità della Chiesa, non solo in Irlanda ma nel mondo, è stato enorme. Le continue rivelazioni di abusi – abuso di potere, abuso di status, abusi sessuali e violenti – hanno spinto ampi settori della nazione irlandese, e di molte altre nazioni, a guardare alla Chiesa con repulsione, e quindi a rifiutare l’identità cattolica e, per riempire il vuoto, abbracciare un’agenda radicalmente secolarista. Il riserbo della Chiesa alla vigilia del referendum irlandese può essere compresa solo in questo contesto: all’estero c’era la sensazione che qualsiasi cosa la Chiesa potesse dire avrebbe solo peggiorato le cose.(1)

Questa è la situazione in cui noi cattolici ci troviamo, […] La densità e la vastità dell’ombra oscura sono immense. È probabile che l’ultimo mezzo secolo, che all’inizio fu salutato come l’alba di una nuova Pentecoste, sarà ricordato come un periodo di apostasia. Non sto cercando di essere inutilmente apocalittico. Sono convinto che sia fondamentale leggere questa crisi in una prospettiva teologica e formulare una risposta teologica.

A livello pratico, molto è già stato fatto, grazie a Dio. È doloroso ma utile mappare l’entità dell’abuso. La cura delle vittime è essenziale. Gli autori degli abusi devono rispondere delle loro azioni. Le riforme giuridiche e canoniche per garantire l’efficacia del giusto processo sono buone. È bene disporre di procedure di salvaguardia chiare. È bene che abbiamo trovato le parole per denunciare una corruzione che per troppo tempo è dilagata silenziosamente.

Tuttavia, se dobbiamo affrontare questa crisi come credenti, è necessario fare di più. Perché non dobbiamo affrontare solo un’eredità di criminalità. Siamo di fronte a un’eredità di peccato.

Il peccato, lo sappiamo, può essere perdonato. La Chiesa ha sempre insegnato, in sintonia con la Sacra Scrittura, che Dio è pronto a perdonare. Quotidianamente l’Eucaristia viene offerta “per il perdono dei peccati”. Il fatto che un peccato sia stato perdonato, tuttavia, non rimuove il danno causato da esso, sia al peccatore che a coloro che sono colpiti dalla conseguenza del peccato. Potrebbe esserci ancora bisogno di riparazione e purificazione, sia in questa vita che nella prossima. La teologia parla austeramente della “punizione temporale per i peccati già perdonati”. Personalmente, trovo utile pensare in termini di “salario del peccato”. Sappiamo per esperienza come un peccato commesso lasci una ferita nella nostra anima, una ferita sulla quale dobbiamo continuare a versare il balsamo della misericordia di Dio. Più grave è il peccato, più la ferita è contagiosa e la guarigione lenta. Essere cattolico oggi è, direi, vivere all’interno di una ferita enorme, infetta, ulcerosa che chiede la guarigione. Chi fa propria questa ferita, per tenerla davanti a Dio affinché, alla fine, la salute possa essere ripristinata?

Per spiegare cosa intendo con questa domanda, vorrei tracciare un parallelo con l’inizio del XIX secolo. Sulla scia della Rivoluzione francese e degli orrori commessi in suo nome, la Francia cattolica cadde in ginocchio in una preghiera di riparazione. Il grande monumento a questo crescente rimorso è la basilica di Montmartre, dedicata al Sacro Cuore. Nella sua cupola si legge, a lettere d’oro, questa dedica: “Sacratissimo Cordi Iesu Gallia poenitens et devota et grata”: “Al Sacro Cuore di Gesù dalla Francia penitente, devota e riconoscente”. La basilica è stata costruita come pegno penitenziale, uno spazio dedicato alla preghiera ininterrotta davanti al Santissimo Sacramento, per invocare la grazia eucaristica di Cristo su una nazione distrutta.

Ciò che la basilica rappresenta esteriormente è stato vissuto come una realtà interiore, segreta, da un innumerevole numero di anime. Non capiremo mai la rinascita della vita religiosa dopo la Rivoluzione francese se perdiamo di vista questo aspetto; né apprezzeremo il fervore del misticismo del XIX secolo. Le misteriose parole di san Paolo sul dare “compimento a ciò che manca dei patimenti di Cristo” sono state da molti percepite come una chiamata personale. Il sacrificio salvifico è stato compiuto sul Calvario una volta per tutte. È “perfetto”. Ma non è terminato. Si dispiega all’interno della Chiesa, corpo di Cristo, attraverso una presenza reale. Pascal scrisse nei “Pensieri”: “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo. Non bisogna dormire durante questo tempo”. Molti buoni cristiani hanno assunto la loro parte nel compito di riparare, per mezzo di Cristo, in Lui e con Lui, il danno fatto da altri.

Per noi, ciò può sembrare terribilmente superato, anche un po’ imbarazzante. […] Eppure poggia su solide fondamenta. Prima che il peccato sia “tolto”, deve essere assunto e sopportato. Questo è il significato della Croce, che Cristo ci chiama a condividere per mezzo di un mistero racchiuso nella struttura dell’Eucaristia. L’Agnello vittorioso è inseparabile dall’Agnello sacrificale, l’Agnello che porta il peccato del mondo. […]

Penso che ci sia da fare un immenso lavoro di purificazione e condivisione del dolore nella Chiesa oggi. Penso che questa sopportazione, assunta consapevolmente e liberamente, sia una condizione preliminare per la guarigione. […]

Quando guardiamo al mondo di oggi, è chiaro che questo lavoro è ancora estremamente necessario. Se il potenziale di guarigione del mistero salvifico si dimostrerà efficace nel nostro tempo dipenderà in gran parte da noi, chiamati da Cristo a vivere come membra del suo corpo, da come esercitiamo la custodia della grazia a noi affidata.

Il Nuovo Testamento culmina in una maestosa descrizione di come, dal trono dell’Agnello, sgorgano fiumi di acqua viva verso l’estremità della terra. I fiumi sono circondati dai germogli dell’albero della vita il cui frutto è inesauribile e le cui foglie sono “per guarire le nazioni” (Apocalisse 22, 1ss). Lasceremo che il nostro vivere e il nostro morire siano un corso d’acqua lungo il quale possa diffondersi la guarigione di Cristo, per raggiungere i luoghi desertici, colpiti dalla morte del nostro mondo e del cuore umano? Il Veggente di Patmos ha concluso il suo libro con un chiaro “Amen”. Facciamo che, allo stesso modo, questa sia la nostra nota finale.

Tratto da Vita e Pensiero

(1) Fu proprio ai cattolici dell’Irlanda che Benedetto XVI indirizzò nel 2010 la lettera che rappresenta la sua riflessione più profonda sullo scandalo degli abusi e sulle vie per guarirlo. Anche lì con l’esortazione a un percorso penitenziale che abbia nell’Eucaristia il suo nutrimento.

E ancor più intenso fu il rimando di Joseph Ratzinger al “phármakon”  dell’Eucaristia nel testo da lui offerto come contributo al summit sugli abusi sessuali nella Chiesa convocato da papa Francesco in Vaticano nel febbraio del 2019.

 

domenica 24 luglio 2022

DEMOCRAZIE OCCIDENTALI IN CRISI, E I CATTOLICI?

Don Samuele Cecotti

 LUG 18, 2022

Questa estate sarà ricordata per la crescente instabilità dei sistemi politici occidentali, una crisi sistemica che cresce da decenni ora si fa sempre più visibile. Il Regno Unito sta ora attraversando una crisi di governo che non è certo ancora quando sarà risolta e così Londra si trova nella inedita situazione di avere un Primo Ministro ancora in carica pur non essendo più il leader del partito di maggioranza.

In Francia l’appena rieletto presidente Macron ha perso le elezioni legislative così da non avere più una maggioranza parlamentare. La Francia oggi non ha un governo in pienezza di poteri perché non c’è maggioranza parlamentare.

Di questi giorni i venti di crisi di governo anche in Italia con il Movimento 5 Stelle di Conte sempre più distante dal presidente Draghi e poi le fibrillazioni tra PD e Lega con Berlusconi che chiede di verificare se vi sia ancora una maggioranza politica a sostegno del governo. (NOTA: l’articolo è stato scritto prima della crisi di governo)

Uscendo dall’Europa potremmo considerare due Paesi “simbolo”: gli Stati Uniti d’America e lo Stato d’Israele. Israele è da giugno in “crisi di governo”, sono state indette elezioni anticipate per novembre e così in soli tre anni sarà la quinta volta che gli israeliani voteranno per il Parlamento. Gli Stati Uniti sono invece governati da un Presidente, Joe Biden, che tutti i sondaggi dicono essere il più impopolare di sempre e che con ogni probabilità perderà clamorosamente le midterm elections di Camera e Senato.

Cosa sta succedendo alle democrazie occidentali? Molte potrebbero essere le considerazioni al riguardo ma di certo si deve notare un po’ ovunque la scomparsa dei partiti storici (basti pensare a socialisti e gollisti in Francia) e la nascita di nuovi soggetti politici di difficile classificazione, l’emergere di forze anti-sistema e il compattarsi delle “forze di sistema” in amalgama improbabile con “destra” e “sinistra” relativizzate dall’esigenza di governare assieme. Ciò è più evidente in Italia e in Francia ma, se si osserva bene, si possono rilevare processi analoghi anche negli altri Paesi.

In tutto questo i cattolici dove sono? Se negli USA il cattolicesimo politico è vivace, specie nel mondo conservatore e sul fronte bioetico, e certamente darà il suo contributo alla ridefinizione degli equilibri dopo questa fase di crisi, è in Europa che la presenza cattolica in politica è particolarmente irrilevante e debole.

Albrecht Durer, Gesù fra i dottori, 1506, 
Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Due Paesi tradizionalmente cattolici come Italia e Francia vedono la quasi completa assenza di una proposta politica cattolica. La Dottrina sociale della Chiesa, con i suoi principi e con la sua idea alta di politica ancorata ad una concezione giusnaturalista e ad una antropologia metafisicamente fondata, è completamente assente dal dibattito politico. Sembra che il cattolicesimo non sia più capace di generare cultura politica, giuridica, economica, di indicare un modello di società.

Forse sarebbe proprio un rinnovato protagonismo cattolico in politica la via per rianimare le sfibrate democrazie europee, per ridare spinta ideale alla politica, per rimettere al centro questioni di valore e non mere beghe di potere o d’interesse.

Sarebbe però necessario un cattolicesimo politico culturalmente forte e intellettualmente attrezzato, capace di attingere alla Dottrina con sicurezza per poi tradurre i principi perenni in concreti progetti politici. Servirebbero abili uomini politici filosoficamente e teologicamente formati. Servirebbero soggetti politici (partiti, movimenti, liste civiche) interessati alle questioni di principio e a una visione di sistema secondo la Tradizione Cattolica.

Ad oggi non vi è nulla di tutto ciò. È necessario ripartire per ricostruire.

 

Don Samuele Cecotti

Osservatorio Van Thuan

LA CHIESA NON SCAMBI LA CRONACA PER LA RIVELAZIONE

Stefano Fontana

 LUG 22, 2022

Il filosofo tedesco Hegel aveva previsto che la preghiera mattutina dell’uomo moderno sarà leggere il giornale. La cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice sarà la nuova Rivelazione e la preghiera consisterà nel prenderne atto. Il cardinale Martini diceva che la Chiesa è in ritardo di 200 anni. In ritardo rispetto a cosa? In ritardo rispetto alla cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice, che è la nuova Rivelazione di cui la Chiesa non avrebbe ancora preso atto. Francesco sembra essersi incaricato di accorciare o anche annullare questo ritardo, col rischio che la Chiesa scambi la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice per la Rivelazione, che la preghiera voglia dire prendere atto.

Ogni giorno Francesco concede una intervista a qualche giornale. Chiacchiera di cronaca, di attualità, di quello che la storia ci dice. Non valuta se non alla luce di qualche opinione, anche questa legata alla cronaca. Non giudica alla luce di una dottrina sottratta alla cronaca, prende atto di quanto accade, pone questioni, lancia qualche sasso nello stagno, contando che la cronaca possa fare qualche sussulto e possa far emergere il nuovo.

L’espressione del cardinale Martini, diventata l’agenda di Francesco, lascia intendere che a dire cosa sia vero è il mondo nella sua storia, e che la Chiesa deve affrettarsi a seguirlo. È la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice ad essere la nuova Rivelazione.

Uno dei temi del ritardo della Chiesa era per il cardinale la morale sessuale. E infatti la Chiesa di Francesco sta correndo per recuperare il terreno perduto. 

La Pontificia accademia delle scienze sociali apre a contraccezione e a fecondazione omologa [QUI e QUI] e qualche agenzia preannuncia una prossima enciclica del papa sull’argomento. Francesco cambierà certamente il tradizionale insegnamento a proposito – inutile farsi illusioni – e il motivo sarà uno solo: la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice è diverso e bisogna prenderne atto: le lodi mattutine sono la rassegna stampa. Siccome oggi pochissimi mettono in pratica gli insegnamenti della Humanae vitae e – si dice – perfino le coppie cattoliche usano i contraccettivi … allora la Chiesa deve cambiare il proprio insegnamento. A dettare legge è l’effettualità.

Del resto, quale era il motivo del cambiamento della dottrina sulla pena di morte? Il fatto che sociologicamente fosse cambiata la sensibilità generale in proposito. E qual era il motivo di cambiare la proposta cattolica sull’adulterio come ha fatto Amoris laetitia se non lo stesso, ossia che l’opinione corrente e la pratica diffusa erano ormai tutt’altra cosa?

Vorrei invitare il lettore di queste righe ad indicarmi un tema di attualità sul quale la Chiesa di Francesco mantiene una posizione dura e antitetica rispetto a quella del mondo, una posizione di resistenza e di opposizione.

 Le migrazioni? Il globalismo? L’ecologismo? Le transizioni? L’agenda ONU? Il modello cinese? La pianificazione familiare? L’abolizione della proprietà privata sostituita dallo sharing globalista? L’omosessualismo? Perfino il transumanesimo viene sdoganato, per ora da importanti riviste teologiche, domani anche più in su nella gerarchia ecclesiale.

L’aborto, che dovrebbe essere il primissimo argomento di lotta col mondo, è ormai ampiamente tollerato e un impegno pubblico contro di esso da parte della Chiesa viene giudicato come ideologico e non pastorale. La Chiesa si limita a “prendere atto” di una sentenza che impedisce che un bambino venga liquefatto o estratto a pezzi dal ventre di sua madre, o addirittura che venga estratto il suo corpo mentre la sua testa rimane ancora dentro e poi il medico lo uccide incidendo il midollo spinale.

Il progetto di Martini, oggi in atto, si basa sul principio che l’esistenza precede l’essenza. Un principio questo, implicito nella previsione della preghiera mattutina come lettura del giornale, dato che sarebbe la cronaca – ossia l’esistenza – a dirci cosa dobbiamo pensare e cosa dobbiamo fare. È stato però Jean Paul Sartre a dirla con maggiore chiarezza: l’esistenza precede l’essenza. Anche la Chiesa ha un’essenza, immutabile, fondata da Cristo e sorretta nella sua indefettibilità dallo Spirito Santo, ed ha poi una esistenza nella cronaca, nell’attualità, nella storia.

È la prima, l’essenza, a dover dare indicazioni alla seconda e non il contrario. È dalla sua essenza che derivano la missione e la pastorale della Chiesa e non il contrario. Quello che la Chiesa insegna deve trarre origine dalla sua essenza e dalla sua missione e non dalla cronaca, dall’attualità e da quello che dice la storia. Se la contraccezione, o l’adulterio, o l’omosessualità, o l’aborto … sono contrari al bene naturale e soprannaturale, la Chiesa deve continuare a dirlo, in coerenza con la propria essenza e missione, anche se le statistiche demoscopiche sui comportamenti effettivi delle persone dicessero tutto il contrario.

Questa è oggi la più grande questione per la Chiesa. Se si dimentica l’essenza, l’esistenza non viene più illuminata da alcuna luce. Essa si imporrà per cieca effettualità, e la vita della Chiesa sarà solo “tempo”, che tutto porta via con sé nella sua rapina.

Setafno Fontana

Ttratto da VANTHUANOBSERVATORY

martedì 19 luglio 2022

LUIGI “TEMPESTA DI VITA”

Don Giussani, un giorno di tanti anni fa, mi fissò e mi disse d’improvviso: «Come ama lui… non c’è nessuno». Ecco la presentazione del libro "Luigi Amicone, l'anarcoresurrezionalista"

Annalena Valenti

Il testo pubblicato di seguito è la postfazione di Annalena Valenti, moglie di Luigi Amicone, alla raccolta di scritti scelti del fondatore di Tempi edita da Itaca, in libreria dal 15 luglio. Sabato 16 luglio il libro – Luigi Amicone, l’anarcoresurrezionalista (176 pagine, 15 euro) –è stato presentato a Caorle (Ve) in piazza Vescovado alle 21.30 da Giuliano Ferrara (autore della prefazione), Gian Micalessin e Davide Prosperi all’evento “Chiamare le cose con il loro nome”, prima edizione del premio Luigi Amicone per il giornalismo e la comunicazione.

LUIGI AMICONE 

* * *

«Non sei più corpo: non sei più travaglio:
solo sei luce: trasparente luce
d’ottobre, al cui tepor nulla matura
perché già tutto maturò: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo».

Ada Negri

Quando mi chiedono come sto, non so cosa rispondere. Quando mi chiedono cosa avresti detto e scritto di Putin, della guerra, della Nato, di Biden, non so cosa rispondere. Perché sì, sappiamo tutti cosa pensavi e scrivevi, ma come immaginare l’imprevedibilità del tuo pensiero qui ed ora, se non della tua presenza? Ma quando mi chiedono cosa lasci nel mondo, cosa c’è ora di te, so cosa rispondere. E solo di questo voglio parlare. Di ciò che c’è, perché non conta l’aver amato, ma l’amare, scrive il tuo amico Pasolini (e non oso pensare alla grandezza ora tra voi).

E così ho già introdotto l’unica parola di cui voglio parlare per far capire a chi leggerà questo libro da dove nasca tutto quello che hai fatto, scritto e generato. La sola parola non pronunciata ma sottesa, l’ordito nella trama di telegrammi, articoli, lettere personali intravista da tutti, proprio tutti quelli che hanno scritto e detto di te dopo la tua morte. La parola che non si osa dire, forse perché svuotata del suo significato, eppure inseguita da tutti, ripetuta oggi all’infinito senza che l’infinito traspaia mai, la più potente che esista, forza creatrice, la più vera a descriverti e che solo il nostro grande amico Giussani osava pronunciare sempre, per sempre e in tutta la sua potenza trasformatrice, con la lettera maiuscola perché dipendente da Altro: Amore.

Senza introdurre questa parola non si può comprendere del tutto Luigi, né l’anarcoresurrezionalista, come lo chiamate a Tempi, e neppure tutto quel che ha scritto e che trovate in piccolissima parte in questo libro, né lo sguardo di simpatia all’uomo, chiunque fosse, e neanche da dove nascesse l’ipotesi sempre positiva con cui Luigi accostava la realtà tutta.

Mi disse Giussani, un giorno di tanti anni fa, mentre immagino, anche se non ricordo precisamente, mi stessi lamentando di qualcuno dei problemi in cui Luigi mi lasciava, ecco Giussani mi fissò, tanto da essere costretta a fissarlo negli occhi a mia volta, io che non lo facevo mai, e mi disse d’improvviso: «Come ama lui… non c’è nessuno», proprio così disse.


L’Amore di Luigi per la realtà in quanto “dato”, “mistero”, “dono”, “miracolo”, che coincideva con quello che aveva scritto e trovato in Hannah Arendt, quando ce la fece conoscere. L’Amore per il gran mare dell’essere lo ha stupito e interessato a tutto ciò che esisteva ed era esistito. Nessuna continuità spazio-temporale. Neppure il rapporto con la morte gli faceva paura, andare dagli amici malati era accompagnarsi al destino. Totale, ragionevole e affettivo, sempre coniugato al presente era il coinvolgimento nel rapporto con Wałęsa, Havel, e Bruno e il giornalaio sotto casa e Testori, e anche Pasolini, Leopardi e il vicino dei Cinque stelle e poi le donne, Flannery, Marina, Chiara, Hannah, Angelica, Anna, e la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, letto appena privato di metà polmone, e L’Annuncio a Maria, e tutto Giussani, sempre letto, animato dalla stessa passione fosse stato gettarsi nella bolgia televisiva o in quella condominiale (e tutto questo è minuscola goccia nel grande mare dell’essere in cui Luigi si tuffava), e il mitico muro di Trinità d’Agultu e poi Dante, Kafka, i diari e Grossman, la Madonna Sistina e Eliot (solo il Signore tolkieniano e fantastico non siamo mai riusciti a fargli digerire io e il suo amico), e la politica, Berlusconi, Pannella, non c’è persona o cosa che sia entrata nel suo campo visivo e che non sia stata investita da Luigi “Tempesta di vita”.

L’Amore in Luigi è stato generatore di vita, visione positiva e certa dell’esistenza, e lo continua ad essere, e non solo perché insieme abbiamo fatto sei figli, che alla fine è la cosa più grande lasciata al mondo, intendo l’amore generatore come rapporto, che parrebbe impossibile, con l’altro, amore incondizionato, unica strada percorribile all’amore vero, solo motivo per cui si può riconoscere l’altro per quello che è. Concentrato in quello sguardo che penetra e da cui ti senti incredibilmente attratto, amato, tanto da volere, magari per un secondo, essere anche tu così. Di questo mi hanno parlato tante persone, di quello sguardo e affetto amoroso e positivo da cui si sono sentiti abbracciati, sostenuti, spinti, spronati, sfidati anche all’ultimo duello, e non crediate che da lì dov’è non continui. I nostri figli e nipoti, i suoi studenti, i giovani giornalisti lanciati nel mondo, gli amici di sempre, gli amici “comunisti” e gli amici speciali “fine pena mai”, i colleghi giornalisti e quelli del Consiglio comunale, tutti travolti da quell’amore che assomiglia più a qualcosa che ti investe come un mistero che a un’azione che fai tu.

Quando mi incontrate, allora, parlatemi di voi e della Tempesta di vita, e con questa espressione coniata da Giussani, non intendendo solo il fatto che ho registrato come puro avvenimento il giorno 18 dicembre 2021, ore 11.34, quando, durante il matrimonio di nostra figlia, mentre il prete aveva da poco detto che comunque «Luigi è qui presente», e l’emozionata lettrice recitava la prima lettura, Cantico dei cantici 8, lì dove si dice «perché forte come la morte è l’amore», a Milano si è registrato un terremoto. Non voglio assolutamente scioccare il sentimentalismo di chi pensa che esista solo ciò che si vede, traendo qualche riflessione mistica. L’ho registrato, da vera razionalista mammaoca che vive nel Regno delle fate, come puro fatto capitato, insieme a qualche altro, di cui neppure dico, a meno che non me lo chiediate quando mi incontrate.

Perché l’Amore continua ad agire, se non ci fosse più niente? Perché la tristezza, e piangere e ridere insieme, e l’angoscia che si annida nel cuore della felicità? Perché? Perché bramiamo il per sempre? E il tempo, cos’è il tempo, e l’uomo, perché te ne curi? L’amore è così forte che assume in sé anche la morte, dicevi, perché l’impossibile c’è. Da che venne Cristo la tigre.

Incredibile, assurdo, profetico osa dire qualcuno, che ne avessimo appena parlato, così come, sempre il 17 ottobre, abbiamo letto insieme la poesia che dovevo pubblicare, «chiarezza che della terra fa cosa di cielo», parlando della grandezza di Ada Negri che sempre rilancia oltre le parole: la chiarezza limpida e sicura di quel ponte tracciato tra terra e cielo, tra le cose della terra e il loro senso. La trasparente luce che ora vedi. Per sempre.

A voi ancora non nati, e che pur vedo dedico questi canti.
Quando voi li leggerete, io, che ero visibile, sarò diventato invisibile,
e voi saldi, visibili, realizzando questi poemi, cercandomi,
immaginerete quanto sareste felici, se io potessi stare fra voi e diventar vostro compagno;
Sia come se fossi tra voi. (Né siate troppo sicuri che io con voi non sia già ora).

Walt Whitman

 

domenica 17 luglio 2022

IL TEMPO E GLI EVENTI

 I tempi della terra e le tante variabili delle attuali conoscenze. La scienza del clima è ancora nella sua infanzia ed è difficile dire se il riscaldamento attuale della terra sia un fenomeno naturale o sia davvero indotto dai comportamenti dell’uomo.

 

FRANCO PRODI


IL TEMPO E GLI EVENTI

«C'è il tempo dell'uomo, dalla nascita alla morte, scandito nella sua singola esistenza. C'è il tempo del pianeta Terra, da cinque miliardi di anni fa a oggi.

C'è il tempo dell'umanità, dagli albori dell'homo sapiens, nelle due tappe fondamentali: la nascita del linguaggio e la nascita della scienza. Fino all'attuale dominio dell'uomo sul pianeta.

C'è il tempo della Storia e delle storie, che si inserisce in quello dell'umanità intera, con la pretesa di spiegare nascita e decadenza di civiltà e popoli.

C'è il tempo della politica e del politico, che deve indicare e, potendo, imporre le scelte nell'arco del mandato ricevuto e nel rapporto con coloro che glielo hanno affidato. 

 

Poi ci sono eventi, come la tragedia sul ghiacciaio della Marmolada, generata dalla colata di ghiaccio e rocce, che ci portano a interrogarci se non ci sia un Tempo, con la T maiuscola, che scorra oggettivamente, e al quale devono raccordarsi tutti i tempi citati, e tutti i diversi accadimenti, ora che non ci sono più continenti da scoprire, terre nuove da colonizzare, ma c'è solo un pianeta sul quale dobbiamo tutti vivere in pace.

Uomo e natura, ghiacciai e clima, storia del pianeta, sfruttamento eccessivo delle risorse, loro gestione per le generazioni future, economia e tecnologie, sono rapporti da studiare, interrogativi da affrontare. Tanto più nel momento nel quale la guerra fa di nuovo la sua comparsa alle porte di casa, incredibilmente, con il suo carico terribile di morte, distruzione, sofferenze indicibili e, non ultimo, di offesa al pianeta. 

 

LA FISICA DELL’ATMOSFERA

 

Pretesa ambiziosa, la mia, di proporre alcune riflessioni in questo ambito.

La giustifico solo esponendovi qualche tratto di una vita spesa interamente nella geofisica, in particolare la fisica dell'atmosfera, nell'interrogare la natura per carpirle alcuni segreti che si sono rivelati poi cruciali nella comprensione del sistema clima. In anni lontani ho cominciato con la formazione della grandine, da fisico dello stato solido, un materiale interessantissimo. Del quale i meteorologi puri conoscevano assai poco. Poi la struttura ed evoluzione dei temporali, col radar meteorologico. Poi le nubi, che hanno un ruolo importantissimo nel traffico dei fotoni solari in arrivo alla superficie terrestre e di quelli infrarossi che dalla superficie devono uscire verso lo spazio esterno. Quando ho preso questa strada di ricerca (era il lontano 1966) eravamo quattro gatti. Nei decenni successivi è risultato evidente, non solo a noi ma a tutto il mondo della ricerca, che le nubi sono al centro del sistema climatico e che purtroppo è molto difficile introdurle, coi loro effetti, in modo realistico, nei modelli, anche se negli ultimi decenni questi si sono sviluppati enormemente. 

 

Con essi è nata la necessità di un dialogo fra le Nazioni Unite e gli scienziati. Da questa necessità è nato il Panel ora famoso, l'Ipcc, ( Gruppo sul Cambiamento climatico dell’Onu) che tuttavia ha preso la mano, tanto da divenire per il grande pubblico l'unico ambito depositario della stessa scienza del clima.

Questo equivoco continua, tanto che sono costretto a ripetere le ragioni della mia critica che ci devono guidare verso una realtà sullo stato vero della scienza.

 

 In sintesi la scienza del clima è ancora nella sua infanzia, con aspetti sia complicati che difficili: appunto il ruolo delle nubi, dell'aerosol fuori dalle nubi, di tutti i gas serra (non solo la CO2), le emissioni vulcaniche, il flusso di calore dall'interno della Terra, le interazioni oceano-atmosfera ecc.

 

LA CAUSA ASTROFISICA

 

Poi ci sono le due grandi cause naturali di cambiamento climatico, da sempre:

-       gli effetti gravitazionali degli altri pianeti sull'orbita della Terra intorno al Sole e sull'inclinazione dell'asse di rotazione sul piano dell'eclittica - causa astronomica

-       e la variabilità del Sole che ci invia un flusso di fotoni e vento solare in maniera non proprio costante nel tempo

 

Dalla mia esperienza di fisico sperimentale viene dunque la raccomandazione di non considerare le previsioni dell'Ipcc (sia sul riscaldamento globale, che sull'innalzamento del livello dei mari) come sicure ma solo come scenari sui quali non si possono basare le scelte future dell'umanità intera. 

 

Fatta questa doverosa e lunghissima premessa torno al discorso iniziale sul tempo.

Il periodo nel quale abbiamo misure fisiche della temperatura dell'aria al suolo rappresentative di tutto il pianeta (detta quindi globale) è di due secoli, ed essa è aumentata di sette decimi di grado per secolo. Poiché questo periodo coincide esattamente col passaggio dell'uomo da semplice animale a uomo industriale che brucia carbone, poi carbone e petrolio, poi carbone, petrolio e gas naturale, poi scava minerale uranifero per le centrali nucleari, l'attribuzione all'uomo industriale del riscaldamento globale si è fatta strada in maniera inarrestabile.

 

Il tempo del pianeta ci mostra che vi sono stati nel passato cicli di centinaia migliaia di anni, con sotto-cicli dei quali l'ultimo, nel 1600-1750, della piccola glaciazione. Per gli scienziati favorevoli alla spiegazione naturale il riscaldamento attuale non sarebbe altro che il seguito della piccola glaciazione.


Risulta chiaro che l'obiettivo primario per la scienza è la quantificazione dell'effetto antropico, che certamente esiste, ed è l'unico sul quale possiamo pensare di agire.

Ogni azione che prescinda da questa quantificazione (basata sul cosiddetto principio di precauzione) è rischiosa e può essere controproducente. Non si può fare nulla allora? Torniamo al tempo, questa volta il tempo del fossile, quello che ci separa da ora al momento dell'esaurimento completo, in tutte le sue manifestazioni, carbone, petrolio, gas naturale, minerale uranifero.

 

La storia dell'umanità è completamente cambiata dall'invenzione della macchina a vapore di Watts (1795) e conseguente uso del carbone: è uscita dal ciclo naturale di sole e vento. Bruciando o consumando fossile noi immettiamo un flusso di calore che non ci sarebbe altrimenti, ridiamo calore ai fotoni solari immagazzinati nel fossile da milioni di anni. Tornando al tempo, è tempo che chi sa quale sia il tempo del fossile parli. E' uno dei segreti meglio custoditi.



FERMARE IL TRENO DELLA CO2 NON BASTA



 Mi devo avvicinare alle conclusioni di queste riflessioni sui tempi e mi accorgo che ne restano fuori alcune fondamentali. 

Un'indicazione sicura è di fermare il treno della CO2 e dell'Ipcc, finché non siamo in grado di quantificare l'effetto antropico, ma di farne ripartire simultaneamente un altro sul rispetto del pianeta e la sua protezione assoluta che non può non basarsi sulla smilitarizzazione totale, su un pacifismo assoluto; non può non basarsi sulla critica condivisa da tutta l'umanità all'equazione Pil=energia. Non è il caso di puntare sulla sobrietà energetica e sulla ricerca per ottimizzarla?

 

Altri punti di riflessione per una politica vera di lungo termine per tutta l'umanità.

Si porranno grandi problemi giuridici: di chi è la proprietà dei fotoni solari? Di chi è il vento? Quante guerre del passato sono state sulla proprietà del fossile e quante guerre generate dalla disponibilità del fossile…

 

Ritorno con dolore alla tragedia della Marmolada e partecipo al lutto dei famigliari di questi appassionati della montagna. Penso ai loro ultimi momenti, una preghiera. Un ricordo personale: non molto distante dalla Marmolada c'è il Castelletto delle Tofane, noi ragazzi (estate del 1956) usciamo dalla galleria della Grande guerra sul nevaio. Ho uno zaino pesante, mi scivola il tallone, il Nevaio è a schiena d'asino, prendo velocità e cado nel canalone che la neve fa con la roccia. Rotolo nel buio senza perdere conoscenza, ma con un dolore alla testa tremendo. Mi soccorrono e mi portano al Codivilla di Cortina: commozione cerebrale, ma mi sono salvato. 

E' necessario un grande rispetto per la montagna, non sfruttiamola fino all'ultimo: è una risorsa di spiritualità per tutta l'umanità».

 

Franco Prodi (4 giugno 1941) è un fisico, accademico e meteorologo italiano, studioso di fisica dell'atmosfera, meteorologia e climatologia. È stato professore ordinario di Fisica dell'atmosfera presso l'Università degli Studi di Ferrara.

 

TRATTO DA ILFOGLIO

 

 

sabato 16 luglio 2022

EUGENIO E FRANCESCO: QUAL ERA IL PAPA?

Eugenio Scalfari era il pontefice del mainstream cui tutti hanno finito per allinearsi, compreso il mondo cattolico: prima, nonostante Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, poi con la collaborazione di Francesco. Il Papa pensava di dialogare con un laico, senza accorgersi che era quest’ultimo a mettergli in bocca la sua dottrina.

di STEFANO FONTANA

Eugenio Scalfari, morto due giorni fa, non è stato solo un giornalista. È stato molto di più. È stato un Papa. Il suo giornale – La Repubblica – è diventato un nuovo vangelo da lui ispirato, guidato, e della cui dottrina era l’interprete ufficiale e il garante. Repubblica è stata la Summa del radicalismo borghese irreligioso della postmodernità italiana. Sin da subito si è imposto come quotidiano militante, religioso nel suo laicismo dogmatico, più avanti del Manifesto o de L’Unità, perché completamente post-ideologico. Scalfari e Repubblica hanno confermato e sviluppato le istanze del modernismo nichilista della modernità italiana, hanno seminato l’età dei “nuovi diritti”, hanno esercitato un potere ideologico di interdizione, di scomunica, di estradizione nei confronti degli intellettuali non allineati all’autoritarismo del nuovo.

Scalfari era il Papa della chiesa dell’anti-Chiesa, rigida nei suoi assunti, per niente tollerante con i dissenzienti, inquisitoria, attiva nel proscrivere quanti non si allineavano. Repubblica era il nuovo vangelo letto dai preti e dalle suore postconciliari, cui erano abbonati i seminari di tutta Italia, poi copiato da Avvenire che, alla fine, divenne anch’esso un piccolo Repubblica. Oggi, tutti i giornali italiani, tolto qualche reprobo opportunamente vituperato dal sistema di potere mediatico, sono RepubblicaRepubblica aveva conquistato alla propria ideologia anche il Corriere, ma Il Giornale che da quella consapevolezza nacque, alla fine tornò ad essere anch’esso una specie di Repubblica.
Pannella, Bonino, i radicali, i verdi, la sinistra cattolica, il Partito Democratico trasformatosi dal vecchio PCI, Renzi, i Cinque Stelle, tutti coloro che ora vogliono occupare il “centro”, il presidente Mattarella… null’altro esprimono se non l’ideologia di Repubblica e di Scalari: laicismo, soggettivismo radicale, nuovi diritti, cultura borghese allo stato puro, proceduralismo istituzionale.

Scalfari ha dettato l’orizzonte di comprensione dell’Italia di oggi, l’Italia del divorzio e dell’aborto, della legge Cirinnà e del ddl Zan, l’Italia anti-famiglia e anti-vita, l’Italia prona ai poteri forti internazionali, l’Italia che vuole + Europa e - Italia, l’Italia che reclama le “transizioni” presentandole come la salvezza. Scalfari era un Papa, era capo di una religione e annunciava la salvezza. Il mondo cattolico ne è stato catturatoRepubblica entrò nelle parrocchie. Ricordo quando Giovanni Reale chiamò Scalfari a parlare alla Cattolica di Milano per dire che noi uomini siamo come delle formichine sperdute nell’universo, senza senso, senza capo, senza un fine.

Il cattolico che non leggesse Repubblica era considerato fuori tempo e fuori dal proprio tempo. Nessun quotidiano pensò mai, come Repubblica, di essere una nuova Bibbia. Nessun giornalista pensò mai, come Scalfari, di essere un nuovo evangelista.
Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI Repubblica e Scalfari fecero man bassa tra i cattolici, ma era chiaro che ciò avveniva nonostante quei Pontefici. Comunione e Liberazione non leggeva Repubblica, la Comunità di Sant’Egidio, l’Azione cattolica e gli Scout leggevano Repubblica.
Con Francesco è come se tutti i cattolici leggano ora solo Repubblica. Tutti sono ormai allineati al nuovo credo. Oggi sono i cattolici a chiedere divorzio e aborto, sono i vescovi cattolici a volere la legge Cirinnà e il suicidio assistito. Nel Nuovo Testamento di Repubblica si incontrano le fedi di Cappato e di Avvenire.

Appena eletto Papa, Francesco cominciò ad incontrare Eugenio Scalfari. Francesco doveva essere il Papa, e Scalfari il laico. Invece Francesco era il laico e Scalfari il Papa. La religione di Scalfari era definita, a tutto tondo, con dogmi ben precisi, intollerante e capace di inquisizione, voleva convertire e fare proseliti anche Oltretevere, voleva far valere la propria superiorità argomentativa, provocare, dissacrare. Nei colloqui con Francesco, Scalfari interpretava lo stesso Francesco, che non rettificava, gli metteva in bocca le proprie parole, che l’altro pronunciava, gli faceva contraddire le verità di fede cattolica, e l’altro ubbidiva.

Scalfari era il Papa che insegnava, esplicando il proprio magistero di Papa, senza paura e privo di un minimo senso ecumenico. Per lui – ateo, nichilista e disperato – la verità era una sola.

Francesco giocava di rimando, non precisava quando l’altro, il Papa, gli faceva dire cose non da Papa, era interessato al dialogo anche se era a senso unico, si compiaceva di scandalizzare con le parole suggeritagli da Eugenio. Voleva essere laico, pensava di avere davanti a sé un laico, ma aveva un Papa, il Papa della nuova religione della irreligione.


La storia di Francesco e di Eugenio Scalfari è la storia di una Chiesa che fa di tutto per essere laica e non più una religione e che non si accorge che il laicismo è la nuova religione e che non è per niente laico. Mentre il Papa gioca a non fare più il Papa, altri Papi ne occupano il ruolo.

Mentre la Chiesa cattolica tollera e dialoga, le nuove chiese del laicismo postmoderno pontificano.

 tratto da LA NUOVA BUSSOLA