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venerdì 17 dicembre 2021

ECCO LA RETE SOTTERRANEA DEI SINDACI DI SINISTRA PER RIESUMARE IL DDL ZAN

"Ready" propone azioni ideologiche su tutta la popolazione. 
Ecco chi ha già aderito


Francesco Giubilei

Con la bocciatura da parte del Parlamento del Ddl Zan, sembrava scampato il pericolo di una legge che, partendo dal giusto contrasto a ogni forma di discriminazione, proponesse in realtà una visione ideologica della società imponendo il tema del gender e limitando la libertà di espressione dei cattolici ma purtroppo così non è.

Negli ultimi mesi vari comuni hanno infatti aderito alla rete Re.a.dy (Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) che riunisce «rappresentati istituzionali di Pubbliche Amministrazioni, tra Regioni ed Enti Locali da tutta Italia» con l'obiettivo di offrire «alle pubbliche amministrazioni locali uno spazio di condivisione e interscambio di buone prassi finalizzate alla tutela dei Diritti Umani delle persone Lgbt e alla promozione di una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze».

Sulla carta si tratta di un'iniziativa per contrastare forme di discriminazione ma in realtà è un ddl Zan mascherato e un'iniziativa nata per promuovere l'agenda Lgbt nel Paese. Non a caso la rete nasce nel 2006 «nell'ambito del Pride nazionale» quindi con una precisa connotazione ideologica e nella Carta d'Intenti tra le ipotesi di intervento si legge: «Azioni di informazione e sensibilizzazione pubblica rivolta a tutta la popolazione»; «azioni informative e formative rivolte al personale dipendente degli Enti partecipanti» e «azioni informative e formative rivolte al personale impegnato in campo educativo, scolastico, socio-assistenziale e sanitario». Lecito chiedersi se con la formula «tutta la popolazione» si intendono anche i bambini e il rischio che avvenga un vero e proprio indottrinamento ideologico dietro l'espressione «azioni informative e formative» è concreto.

Le adesioni sono state molteplici (ne fanno parte Regioni e comuni come Torino, Milano, Roma...), dalla Puglia all'Emilia Romagna dove nel comune di Cesena si è sviluppata una vera e propria polemica dopo la scelta dell'amministrazione di centrosinistra di entrare a far parte della rete e la presa di posizione della diocesi che, con una nota del Consiglio pastorale e del Consiglio diocesano, ha condannato la decisione parlando di un «fatto grave verificatosi nella città, passato sotto silenzio, le cui conseguenze sono attuali e lo saranno anche in futuro».

Aderendo a Re.a.dy, un'amministrazione si lega de facto a un'iniziativa che sostiene attività come il Gay Pride promuovendo, più o meno direttamente, progetti nelle scuole sull'identità di genere. Si tratta, in sostanza, di un tentativo di imporre un ddl Zan in miniatura a livello locale attraverso i consigli comunali. Non a caso, nella sezione «buone prassi» del sito di Re.a.dy, si promuove l'«adesione alle date significative» come il 28 giugno in cui avviene il Pride.

In realtà, il fatto che la rete voglia sostenere quanto contenuto nel ddl Zan, non è un segreto poiché, tra le principali attività promosse negli ultimi mesi, c'è l'invito alle amministrazioni partner «ad un'azione congiunta della rete a sostegno dell'iter parlamentare del testo unificato della proposta di legge: Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale e all'identità di genere, presentato dal deputato Zan».

È doveroso chiedersi, anche da un punto di vista istituzionale, nel momento in cui il Parlamento boccia una legge, se sia lecito cercare di imporre a livello locale ai cittadini contenuti analoghi o se sia doveroso rispettare il volere della massima entità che esprime la volontà popolare.

IL GIORNALE 14 Dicembre 2021

 

sabato 30 ottobre 2021

DDL ZAN, LA FAVOLA DEL «PAESE REALE PIÙ AVANTI DELLE ISTITUZIONI» NON REGGE

 Il Pd accusa la destra di oscurantismo per nascondere i propri errori strategici in Senato. I progressisti si ostinano a dividere il mondo in buoni e cattivi, ma la politica non è fatta di emotività e piazze "giuste"

Lorenzo Castellani TEMPI  30 Ottobre 2021

Il ddl Zan è finito come molti pronosticavano già da mesi. Alla volontà di non mediare, e di farne una bandiera di battaglia ideologica, è corrisposto nessun risultato. Il problema è tutto interno al centrosinistra, alla vecchia maggioranza del Conte 2 per capirci.

1.     Il Pd reciti un mea culpa.


Addossare alla destra qualche responsabilità fa parte della cortina fumogena per mascherare errori strategici gravi del senatore Alessandro Zan e del segretario del Pd Enrico Letta. La destra fa la destra, difende i suoi valori e la sua visione del mondo. Nessun centrodestra del mondo occidentale avrebbe votato una legge così scritta e concepita, che per altro non allargava i diritti di nessuno ma erigeva soltanto meccanismi punitivi e mirava a introdurre un controllo del linguaggio. Chi grida al clerico-fascismo, al bigottismo, alla reazione in realtà non vuole far altro che continuare il gioco della polarizzazione in cui si è voluta infilare la sinistra.

La destra aveva persino offerta la sua disponibilità alla trattativa a fronte di una modifica del testo, cosa ci si sarebbe dovuto aspettare di diverso da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia? Il problema è tutto interno al recinto di Letta, di una coalizione sempre più debole e sgangherata. E che vede in Matteo Renzi un killer implacabile dell’alleanza progressista a favore della costruzione di un centro autonomo capace di far da ago della bilancia nel prossimo futuro. Ma tutto questo si sapeva oramai da anni. La caccia ai colpevoli e ai traditori è insensata, e nel Pd andrebbe piuttosto recitato un mea culpa.

2.   La piazza “piena” non significa molto

Se lo stratagemma di addossare alla destra o a Renzi la responsabilità del fallimento è ridicola, lo è forse ancor di più il tentativo di sostenere che il paese reale sia su questo più avanti delle istituzioni, con il Parlamento nel ruolo di presunto ostaggio di maggioranze oscurantiste. Nessuno conosce gli orientamenti dell’intero corpo elettorale sul ddl Zan, sappiamo soltanto che esistono minoranze fortemente a favore e minoranze fortemente contrarie. Per il resto: nessun sondaggio, nessun referendum e nessun partito che nelle elezioni degli ultimi anni abbia messo in cima alle priorità un provvedimento volto a perseguire presunti reati di omo e transfobia.

Esistono delle manifestazione di piazza certo, ma su quale tema non ci sono adunate pubbliche? Questo del paese “più avanzato” delle istituzioni è lo stesso argomento che si usa per la presunta emergenza climatica, ma anche in questo caso nessuno sa realmente cosa pensi l’intera popolazione dei mezzi per migliorare la qualità dell’ambiente. Anche perché sappiamo come funzionano questi processi: chiunque desidera vivere in un ambiente più salubre e sostenibile, ma le divisioni esplodono quando veniamo ai mezzi (tasse, incentivi, divieti, impatto economico ecc). Tra il desiderio e il risultato pratico delle politiche ci sono di mezzo i sacrifici, i patrimoni, i lavori, la vita delle persone.

3.   Il mondo diviso tra buoni e cattivi


L’idea che il paese reale, gli abbonati di Netflix e i telespettatori di X-Factor, siano “più avanti” (leggere: più civili) dei loro rappresentanti è l’ennesima bolla costruita ad hoc da chi fatica a digerire la sconfitta. Semplicemente perché non sappiamo se questo sia vero o meno. E potrebbe pure essere che gran parte della popolazione non sia per nulla interessata a discutere dell’omofobia, che abbia altre priorità o non si sia formata una precisa opinione sull’argomento. Soltanto una visione ideologica e militante pretende di sapere cosa voglia o pensi il popolo, quanto questo sia civile o meno.

Ed è questa visione che ha condannato il centrosinistra sulla legge Zan. Un modo aggressivo di porsi dei progressisti che fa dei loro programmi una perenne battaglia di civiltà fondata sul manicheismo: buoni e cattivi, civili e incivili, fascisti e antifascisti, scienziati e negazionisti. Un sistema che forse può garantire l’egemonia in alcune nicchie della società e istillare una sorta di regime del terrore psicologico in certe categorie professionali, ma che è destinato a sbattersi contro la realtà della democrazia, delle istituzioni e delle relazioni internazionali.

Il progressismo ha oramai trasformato la propria politica in emotività e sentimentalismo. Niente di più sbagliato e dannoso per la vita della democrazia parlamentare. Le istituzioni e le procedure esistono proprio per evitare che le emozioni e i sentimenti prendano il sopravvento nella sfera pubblica. Sono strutture fredde, implacabili, ma necessarie. Si sono formate proprio per frenare le passioni e l’emotività fanciullesca delle fazioni politiche oltre che per delimitare i confini di azione del sovrano. Insomma, puoi anche essere il buon Samaritano, ma senza maggioranza in Parlamento la tua proposta di legge non passa.

4.   Una gigantesca ipocrisia

E poi non si può accusare ogni giorno gli avversari di demagogia e irrazionalità per poi comportarsi allo stesso modo; non si possono difendere le istituzioni solo quando queste svantaggiano i nemici; non si possono sempre condannare le pulsioni popolari per poi rivendicarle quando si deve metabolizzare un suicidio parlamentare; non si possono fare campagne contro l’hate speech («non esiste diritto all’odio») per poi utilizzarlo verso la classe politica che non realizza i desiderata delle associazioni LGBTQ. E’ una gigantesca ipocrisia.

Viene da domandare ai progressisti che cosa siano diventati oggi. Per anni si sono fatti portatori di istanze di razionalità e responsabilità nel dibattito pubblico per poi sconfessare del tutto questa posizione finendo nel cul-de-sac dell’ideologia e della identity politics radicale. La Ragione tanto riverita dall’establishment progressista s’è persa in favore dell’emotività, del tribalismo, dell’isteria, della paranoia. L’intervento del Vaticano nel dibattito sul ddl Zan ha dimostrato, invece, cosa siano la tradizione, le istituzioni, la ragionevolezza. Un semplice comunicato d’impostazione diplomatica per delineare i profili problematici della legge in discussione sul piano dei rapporti fra Stato Italiano e Vaticano. Fine.

5.    C’è un burrone tra le parti politiche

Nessun influencer, nessuna dichiarazione roboante, nessun appello, nessuna drammatizzazione, nessun complotto. Pura politica, agire razionale dell’istituzione nella sfera pubblica per raggiungere un certo obiettivo. Ed è forse su questo che il mondo progressista dovrebbe riflettere: come si è diventati così irrazionali, ideologici, emotivi? E’ questo un atteggiamento che aiuta la causa o piuttosto contribuisce a sabotarla e a chiudersi nei recinti? Di questo perfettismo, la tendenza a perseguire “il meglio” per sé stessi a qualunque costo senza tenere conto delle condizioni e del contesto, il progressismo non riesce a liberarsi.

Oggi la sinistra, come modi e forme, è esattamente lo specchio della destra nazionalista che tanto critica. Con l’aggravante che per l’inclinazione gramsciana che portano nella genetica i suoi intellettuali, essi pretendono di indottrinare, moraleggiare, indirizzare, esercitare una pedagogia petulante e soprattutto di delegittimare con ogni mezzo tutte quelle posizioni valoriali che non corrispondono alle proprie.

Senza il riconoscimento reciproco tra avversari non può esistere democrazia liberale. Senza l’impiego della ragione individuale nell’agire politico non può esserci concretezza. Senza mediazione, compromesso, dialogo e analisi c’è soltanto una maionese impazzita ed inconcludente di emotività e piagnistei. C’è un burrone sempre più profondo tra le parti politiche, tra le istituzioni e la società; lo scivolamento verso sabotaggi, delegittimazioni, partigianerie distruttive, ideologie ossessive. E sulla gravità di questo pericolo andrebbero per primi civilizzati proprio i progressisti e il loro insostenibile radicalismo.

venerdì 29 ottobre 2021

IL DOGMA DEL DIALOGO, E LA MEMORIA ORIGINALE DEL BENE E DEL VERO

Secondo Avvenire l’archiviazione dello Zan «non è un bel giorno per la società italiana» e se la prende con gli «odiatori e menatori seriali»; e monsignor Paglia si rammarica del dialogo mancato. Ci sono situazioni in cui bene e male si contrappongono frontalmente. Purtroppo la Chiesa del dialogo non riesce più a vederle. 

“Abbiamo vinto!”: il sollievo di associazioni e singoli cattolici impegnati a bloccare il disegno di legge Zan sull’omofobia, che avrebbe introdotto ulteriormente – dopo la legge Cirinnà - l’ideologia gender nel sistema giuridico italiano, è comprensibile. Il disegno di legge, però, non è stato affossato perché ritenuto ingiusto secondo le motivazioni di chi ora esulta. Motivazioni, in buona sostanza, di diritto naturale, ma per una serie di convergenze di atteggiamenti politici che hanno fatto girare la ruota in questo senso.

Michela Murgia:"le scuole cattoliche dovranno insegnare il gender"
La vittoria non è stata culturale, mentre alla lunga contano veramente solo le vittorie culturali, quelle ottenute perché alcune idee sono diventate patrimonio comune. Se così fosse stato, potremmo dormire sonni tranquilli per il futuro dopo l’affossamento dello Zan, mentre invece sappiamo che lo scontro è solo rimandato, che c’è stata una battaglia vinta, ma la guerra è tuttora in corso. Da qui a quando essa riprenderà, sarà sempre sulla cultura politica che si dovrà insistere.

Da questo punto di vista, la lunga battaglia contro il disegno di legge Zan è stata condotta da una piccola avanguardia, decisa e agguerrita ma comunque piccola e comunque avanguardia. La cultura prevalente nell’Italia di oggi, quella dominante più o meno in tutti i partiti, ed anche quella presente nell’apparato ecclesiale hanno ben altre idee, molto lontane dalle concezioni di famiglia e di doveri e diritti di chi ha animato e condotto la lotta allo Zan. I cattolici che hanno lottato lo hanno fatto nella solitudine e perfino nel disprezzo dell’apparato ecclesiale ad ogni livello, ma soprattutto ai livelli superiori.

Disprezzo che si nota benissimo, per esempio, nell’editoriale di ieri del direttore di Avvenire Marco Tarquinio. I cattolici che hanno lottato contro l’approvazione del disegno di legge Zan, sono chiamati da Tarquinio “odiatori e menatori seriali”, “seminatori di slogan a buon mercato”, autori di “violenza verbale”. L’archiviazione dello Zan “non è un bel giorno per la società italiana”: così sostiene Tarquinio secondo cui c’è stata come una scatola spaccata a metà, da una parte gli “ideologi dell’indifferenza”, ossia i sostenitori dell’equivalenza delle relazioni sessuate, e dall’altra, appunto, gli “odiatori e menatori seriali”.

Questo quadro, però, è solo nella testa di Tarquinio, il quale, anteponendo dogmaticamente il dialogo ai contenuti, non riesce ormai più a concepire che una legge possa essere irrimediabilmente ingiusta e che su di essa l’unico dialogo possibile con chi invece la sostiene sia la competizione culturale e politica. Lamentare che in questa occasione è mancato il dialogo, come fa appunto Tarquinio, significa negare l’esistenza di leggi talmente ingiuste da interdire moralmente lo stesso dialogo, se non nella versione della disputa, dato che il dialogo non può mai farsi a proposito del male, ma solo nel bene. Il disegno di legge Zan era una di queste leggi, la piccola avanguardia l’aveva capito, i media dell’apparato ecclesiale no.

Anche monsignor Paglia, in un suo commento alla vicenda, dimentica che ci sono situazioni in cui bene e male si contrappongono frontalmente. Purtroppo la Chiesa del dialogo non riesce più a vederle e infatti Paglia dice che quel disegno di legge bastava correggerlo, si augura che venga ripresentato e che, sbolliti gli animi, si possa ancora dialogare su di esso. Paglia sottolinea la gravità dell’omofobia – che in realtà è pressoché inesistente nel nostro Paese – ma non sottolinea per niente la ben più rilevante gravità del riconoscimento politico della relazione omosessuale, che disarticola e corrode i legami matrimoniali, familiari, la figliazione, l’educazione e così via. Paglia parla di sovranità del popolo in democrazia e del bisogno di tener conto dei “diritti di tutti”: ma dove trova simili concezioni? Non certo nella Dottrina sociale della Chiesa. Anche lui si dissocia dalla piccola avanguardia e si lamenta per l’occasione perduta.

Quando si lotta in pochi, il merito aumenta. E quindi onore al merito a quanti, specialmente tra i cattolici, si sono impegnati. Però bisogna essere consapevoli che non si avrà l’appoggio della Chiesa organizzata, delle strutture diocesane e pastorali quando si intraprendono simili battaglie. Bisogna farle sulla propria pelle e questo è stato ampiamente dimostrato dalle vicende che si sono concluse con l’affossamento di un testo di legge intrinsecamente iniquo che l’apparato ecclesiastico voleva limitarsi a modificare qua e là.

Il giorno precedente la votazione in Senato che ha condannato a morte il disegno di legge Zan, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva inviato una lettera a Pro Vita & Famiglia, precisando una cosa che purtroppo non precisa nulla, ossia che sulla questione gender i cattolici devono rifarsi al Magistero. La cosa era ovvia già prima della precisazione. I problemi stanno altrove. Spesso su queste cose il magistero stesso non si rifà al magistero precedente.

Spesso succede che davanti alle scelte concrete il magistero viene dimenticato e chi lo vuole ricordare e applicare viene chiamato “odiatore e menatore seriale” dai nemici interni, fedeli al magistero. Spesso, adducendo motivi pastorali di apertura, il magistero loda e si relaziona con personaggi e gruppi che fanno l’esatto opposto di quanto esso aveva insegnato. Sulla questione omosessualità tutto questo si è verificato in molte occasioni e possiamo realisticamente ritenere che – a meno di cambi repentini stabiliti dalla provvidenza – avverrà anche nel prossimo futuro.


STEFANO FONTANA LA NUOVA BUSSOLA

29-10-2021

 

lunedì 12 luglio 2021

L’IDENTITÀ, IL NUOVO VITELLO D’ORO.


Cultura, politica e antropologia nel dibattito sul Ddl Zan


 Sul DdL Zan anche il CROCEVIA ha un’opinione, opinabile come tutte le opinioni.

Per riassumerla in breve: serve una sanzione penale dei crimini commessi contro omo-transessuali. Si deve intendere come ulteriore e integrativa rispetto a quelle già previste dalla Legge Mancino n. 205 del 25 giugno 1993, la quale punisce frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio e alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali? Serve una legge? Se è vero che le leggi non creano una nuova etica pubblica, però aiutano parecchio a creare un costume. La repressione introiettata genera un ethos.

D’altronde, ricerche e sondaggi documentano da anni che nella società civile esiste tuttora una forte minoranza, che non riconosce come reati i comportamenti anti-omo/transfobici. E, dunque, esiste nello schieramento politico una minoranza che rappresenta direttamente in Parlamento questa mentalità e che la dilata, le offre voce, per l’appunto, la alimenta per ricavarne consenso elettorale da spendere in ben altre sfere della vita civile del Paese. La società è questa, la democrazia reale è questa. Occorre però che questa legge non generi nuove minoranze e nuove oppressioni.

…..

Si è comunque creata nel paese una maggioranza trasversale che converge sull’obbiettivo minimo/massimo: quello di sanzionare i comportamenti  omo-transfobici.

Sanzionare anche le idee? Qui i giuristi discutono, la Commissione Affari costituzionali della Camera ha fornito saggi consigli e raccomandazioni al riguardo. Se non si precisano i confini penali tra opinioni, propaganda, istigazione, il rischio è di consegnare a ogni singolo giudice la determinazione di quei confini, fino a pregiudicare la libertà di opinione. Fin qui tutto ragionevole?

No! Perché Enrico Letta ha deciso che il progetto di Legge si deve approvare così com’è. 

LE RAGIONI DI UNA POSIZIONE POLITICA OSTINATA

Restano da comprendere le ragioni di tanta ostinazione, considerato che al Senato una maggioranza non ci sia, e che anche all’interno del PD le obiezioni siano rilevanti e crescenti.

Le ragioni sono due. 

Una è di pura e semplice manovra politica. Non avendo voluto appoggiare fino in fondo e fin dall’inizio il Governo Draghi e avendo perseguito fino all’ultimo il disegno di un’alleanza con Giuseppe Conte, che si accingeva, all’ombra del semestre bianco, alla guerriglia e agli agguati contro il Governo, Letta si trova ora in una scomoda posizione. Come disincagliarsi?

 Innalzando la bandiera identitaria della sinistra contro la destra. Mentre Mattarella ha proposto e Draghi ha praticato un governo politico di unità nazionale, dentro il quale ciascuno smussa qualche spigolo, Letta cerca lo scontro, nell’illusione di “farsi vedere”. Ha un bell’accusare la destra di fare manovra politica, utilizzando il DdL Zan.

Sta assumendo simmetricamente la stessa postura. Si tratta di una mossa cinica, perché porta all’omicidio del Disegno di legge, a tutto svantaggio di una categoria di cittadini che pure si proclama con tutta intransigenza di voler proteggere. Fin qui, si potrebbe riconoscere sconsolatamente, nulla di nuovo: “così fan tutte”… le forze politiche. 

La crisi d’identità del Partito democratico

Ma c’è una ragione più profonda, che attiene al contenuto dell’identità che si vuole affermare. Già, quale identità? E qui la seconda ragione si spacca in due sotto-ragioni, reciprocamente intrecciate, l’una peggiore dell’altra.

La prima è il mood identitario di origine “democrats” all’americana.

La seconda è il contenuto dell’identità come metodo.

Il Partito democratico americano ha cessato di essere il partito dei lavoratori-classe media per trasformarsi in un amalgama di identità: etnie, gruppi di interesse, culture, tra cui, crescenti, quella del “gender” e del “cancel culture”, il tutto convogliato dentro la cloaca maxima dei social e dei like. Biden ha vinto, perché è riuscito a tornare, almeno provvisoriamente, al “vecchio” Partito democratico rooseveltiano-kennediano e perché Trump ha fallito di fronte alla sfida interna del Covid e a quella del disordine mondiale, che ha preteso di affrontare senza alleati. 

Il Partito democratico italiano si trova nella stessa condizione. Se la sinistra storica italiana, PCI e PSI, aveva quale asse sociale principale la produzione, vista principalmente dal lato del lavoro, il PD ha smarrito questa eredità. Si dirà: e il sindacato non è forse legato al PD? I dirigenti sindacali sì, i sindacalizzati no: tessera del sindacato, ma voto politico ballerino tra destra e sinistra. Cos’è allora il PD oggi? Un puzzle disordinato di sotto-identità. Ne ha troppe, non ne ha nessuna.

Se difendere le persone LBGTQUIA è un dovere etico-politico – è una questione di fedeltà al principio-persona –  assumere le visioni antropologiche del loro movimento no! Così, più l’identità è debole e più viene gridata. E più viene buttata in manovra politica. Così il PD si trova al traino di Fedez-Ferragni. Ecco perché il DdL Zan rischia di schiantarsi sugli scogli. In attesa che incominci il penoso rimpallo delle responsabilità del suo annegamento.

In conclusione: chi ha una posizione dogmatica intransigente sul testo (finta o sincera che sia) in realtà pensa già di trarre vantaggio da qualunque risultato: se il DDL verrà bocciato, griderà alla scandalo, emetterà scomuniche, stilerà la lista dei cattivi ed avrà titoli e argomenti per molto tempo (forse preferisce sotto sotto proprio questa soluzione); se vincerà, idem.

Ma c’è forse in giro un'Italia migliore, più umana, più "open", che proprio ora comincia ad apparire? I segnali non sono molti, ma un nuovo inizio è possibile.

 

Nota: il testo riprende in parte un articolo di Giovanni Cominelli apparso sul Web Magazine della Diocesi di Bergamo

 

martedì 22 giugno 2021

IL CUORE DEL PROBLEMA: LA LIBERTAS ECCLESIAE

SE LA LIBERTÀ È A RISCHIO, LA CHIESA INTERVIENE

«La grande lezione del cristianesimo primitivo è stata la libertà di coscienza»: così John Acton condensava l’esperienza delle prime comunità cristiane che, loro malgrado, furono perseguitate proprio perché non accettarono passivamente la sottomissione ai dettami spirituali e morali dell’impero romano il quale pretendeva di controllarne le coscienze o vietandone il culto o pretendendo che esso fosse inserito all’interno del panteismo imperiale.



La storia della Chiesa, dunque, nasce come spazio di rivendicazione della libertà di coscienza contro l’imperialismo morale dello Stato che non si accontenta di governare le azioni dei sudditi, dei cittadini, dei consociati, ma pretende di modellarne le idee, di forgiarne le menti, di plasmarne le coscienze.

In fondo, la tragica storia del XX secolo costituisce il più fulgido esempio in questo senso, cioè non soltanto chiarendo come ad una massiccia de-cristianizzazione della civiltà occidentale conseguono inevitabilmente regimi di inumana ferocia, ma per di più che proprio espungendo l’energia cristiana dalla società lo Stato si auto-idolatra, trovando nel pensiero razziale o in quello classista, (e oggi in quello genderista) il veicolo preferenziale per degenerare in tirannia.

Alla Chiesa cattolica il ddl Zan non piace proprio per niente e per farlo capire senza giri di parole al governo italiano, il Vaticano ha adottato per la prima volta lo strumento più potente che ha a disposizione: il Concordato

Il 17 giugno monsignor Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” della Santa Sede, ha consegnato all’ambasciata italiana presso il Vaticano una “nota verbale”, cioè «nel lessico della diplomazia, una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata».

«Il ddl Zan viola il Concordato»

Il documento sottolinea che il ddl Zan sul contrasto all’omotransfobia, approvato alla Camera il 4 novembre e attualmente in discussione in commissione Giustizia al Senato, viola il Concordato. Secondo il Corriere, «si tratta di un atto senza precedenti nella storia del rapporto tra i due Stati, destinato a sollevare polemiche e interrogativi. Mai, infatti, la Chiesa era intervenuta nell’iter di approvazione di una legge italiana, esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi (e dalle loro successive modificazioni, come in questo caso)».

In particolare, la nota verbale sottolinea che alcuni punti del ddl Zan «riducono la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato» del 1984. Sono i commi che assicurano alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» (comma 1); e garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (comma 2).

Libertà di pensiero, scuole a rischio

Sotto accusa c’è l’articolo 7 del ddl Zan, che metterebbe in discussione la “libertà di organizzazione” perché, scrive il Corriere, «non esenterebbe le scuole private dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia». Ritenuto inaccettabile anche il famigerato articolo 4, quello che in teoria dovrebbe garantire la libertà di espressione, ma che di fatto affida a un giudice il delicato compito di decidere se le opinioni espresse dai cittadini italiani possono incitare «al compimento di atti discriminatori e violenti». In questo caso, sarebbero punite anche con il carcere. L’articolo 4, secondo il Vaticano, compromette «la libertà di pensiero» dei cattolici. La Santa Sede ha chiesto dunque al governo italiano di «accogliere le nostre preoccupazioni». E ora che cosa succede? In teoria, come stabilisce l’articolo 14 del Concordato, potrebbe essere attivata la commissione paritetica.

Non era mai accaduto prima

Anche il Corriere nota il «salto di qualità» delle critiche della Chiesa, che in precedenza erano state espresse in maniera più morbida dalla Cei. «Ma mai si era attivata la diplomazia. Mai lo Stato Vaticano era andato a bussare alla porta dello Stato Italiano chiedendo conto, direttamente, di una legge».

Cosa farà ora il governo, soprattutto il premier Mario Draghi, cui la lettera è stata recapitata settimana scorsa, per evitare il clamoroso incidente diplomatico?

Nel frattempo, non ci si può che felicitare dell’iniziativa forte del Vaticano dal momento che il ddl Zan, come abbiamo più volte scritto, è una norma liberticida che con la scusa di combattere la discriminazione introduce nell’ordinamento italiano il riconoscimento dell’identità di genere, restringendo la libertà di espressione e introducendo a forza l’ideologia gender nelle scuole.

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Come Redazione del Crocevia vogliamo ricordare che il crocevia è nato proprio in nome della LIBERTAS ECCLESIAE  COME RIPORTA LA NOTA NELLA HOME PAGE DEL BLOG

LA LIBERTAS ECCLESIAE

"E' fondamentale che l'intera comunità cattolica negli Stati Uniti riesca a comprendere le gravi minacce alla testimonianza morale pubblica della Chiesa che presenta un secolarismo radicale, che trova sempre più espressione nelle sfere politiche e culturali. La gravità di tali minacce deve essere compresa con
chiarezza a ogni livello della vita ecclesiale. Particolarmente preoccupanti sono certi tentativi fatti per limitare la libertà più apprezzata in America, la libertà di religione.
Molti di voi hanno sottolineato che sono stati compiuti sforzi concertati per negare il diritto di obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni cattolici per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive.
Altri mi hanno parlato di una preoccupante tendenza a ridurre la libertà di religione a una mera libertà di culto, senza garanzie per il rispetto della libertà di coscienza"

BENEDETTO XVI
: discorso ai Vescovi degli Stati Uniti in visita ad limina, Roma 19 gennaio 2012

domenica 30 maggio 2021

DL ZAN, LA SINISTRA VUOLE CONDIZIONARE IL PENSIERO

 Gli effetti della legge non si manifesteranno solo nei tribunali. La norma penale diventa strumento per condizionare e manipolare il pensiero

La reclusione può essere strumento “pedagogico” per sanzionare chi non si allinea con la “cultura dell’indifferenza sessuale”? Considerazioni di Pietro Dubolino, presidente emerito di sezione della Corte di Cassazione, a margine dell’articolo del prof. Giuseppe Savagnone, comparso su Giustizia insieme: il quale difende il filo conduttore delle nuove disposizioni, pur al prezzo di negare l’antico brocardo “Cogitationis poenam nemo patitur”.

* * *

1.  Nell’ambito dell’ormai strabocchevole pubblicistica che, dalle opposte trincee, ha per oggetto il Ddl Zan sulla “omotransfobia”, mette conto segnalare l’articolo comparso il 25 maggio scorso sulla rivista giuridica Giustizia insieme a firma di Giuseppe Savagnone, professore emerito di storia e filosofia nei licei statali e direttore, per molti anni, dell’ufficio per la pastorale della cultura della diocesi di Palermo.

Articolo, quello anzidetto, che, pur provenendo da una sponda dichiaratamente di sinistra, e quindi comunque favorevole al disegno di legge in questione, vuole tuttavia caratterizzarsi per un approccio apparentemente moderato e conciliativo, manifestato in particolare nel richiamo, in termini di apprezzamento, se non anche di condivisione, alla presa di posizione di alcune associazioni femministe contrarie al concetto di “identità di genere”, accomunato, nel testo approvato dalla Camera ed attualmente in discussione al Senato, a quelli di “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale” e definito come “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso”. Si tratta, però, di un’unica concessione che, guarda caso, viene rivolta ad un mondo, quello appunto delle associazioni femministe, tradizionalmente vicinissimo alla sinistra e delle cui opinioni, quindi, sarebbe assai sconsigliabile non tenere conto.

2. Quanto al resto, il sostegno al Ddl Zan, nella sua attuale formulazione risulta, pur nell’apprezzabile pacatezza del linguaggio, assoluto e granitico. Il che non lo renderebbe particolarmente interessante se non fosse per il fatto che l’Autore, per un verso, minimizza quello che dovrebbe essere il contenuto meramente precettivo della norma in gestazione, affermando che essa prevederebbe “soltanto l’estensione ai comportamenti violenti ‘fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità’ [del]le aggravanti che già il nostro ordinamento prevede per quelli che riguardano i reati commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso”; per altro verso riconosce espressamente che il Ddl Zan, in realtà, vuole avere un “carattere simbolico e pedagogico” e, pertanto, “non si limita a difendere i diritti delle persone omosessuali” ma, proprio per tale suo carattere, “pone le basi per una educazione capillare alla cultura dell’indifferenza sessuale”, per cui “si può facilmente prevedere che i suoi effetti non si manifesteranno [solo – N.d.R.] nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa”.

3.  Ora, con riguardo alla prima di tali affermazioni, può anzitutto osservarsi che, a parte l’implicito “assist” che essa offre al disegno di legge del centro destra, anch’esso incentrato sulla previsione di un semplice aggravamento delle pene per tutti i reati (e non solo per quelli caratterizzati da violenza) se commessi per motivi legati agli orientamenti sessuali delle vittime, non può neppure dirsi vero che il Ddl Zan si limiti solo ad estendere la sfera di operatività della già esistente circostanza aggravante prevista per i reati “commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso” a quelli commessi per motivi “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”.

Il Ddl in questione, infatti, interviene non soltanto sull’attuale art. 604 ter del codice penale, che in effetti contiene la suddetta aggravante, ma anche sull’art. 604 bis, il quale prevede come autonome fattispecie di reato quelle costituite dalla commissione o dalla istigazione a commettere “atti di discriminazione”, la cui punibilità dovrebbe quindi essere estesa ai casi  in cui anch’essi essi siano motivati dalle stesse finalità da aggiungersi a quelle previste per l’aggravante. E gli “atti di discriminazione”, per assumere rilievo penale, non debbono essere necessariamente violenti (qualora lo siano il reato è punito più severamente), per cui, nonostante la definizione che ne viene data dalla Convenzione di New York del 7 marzo 1966, recepita in Italia con la legge n. 654/1975, resta assai ampio il margine di discrezionalità nell’ambito del quale il giudice può riconoscerne o negarne la sussistenza

Di qui la legittimità del timore che le proposte modifiche normative diano luogo a derive liberticide, da aggiungersi a quelle che già possono facilmente prodursi sulla base della legge esistente, la cui formulazione è tale da poterla frequentemente porre in potenziale rotta di collisione con il principio della libertà di manifestazione del pensiero tutelato dall’art. 21 della Costituzione.

4. Ma quel che risulta più preoccupante, ed al tempo stesso rivelatore del vero obiettivo del Ddl Zan è quel che si afferma, nell’articolo in questione, a proposito, come si è sopra riportato, della finalità “educativa” che la nuova norma dovrebbe avere, per favorire l’affermarsi di una “cultura dell’indifferenza sessuale”, non solo “nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa”. Risulta così confessata (con una buona dose, se vogliamo, di ingenuità) proprio quella finalità recondita che i più callidi e accorti sostenitori della nuova legge cercano invano di negare, per far leva soltanto sull’argomento di più facile presa consistente nella asserita recrudescenza di atti di aggressione ai danni di soggetti omosessuali o transessuali (peraltro del tutto indimostrata ed, anzi, platealmente smentita da incontestate risultanze statistiche provenienti da organismi ufficiali quali, in particolare, l’Oscad).

In realtà una norma di legge, specie quando si tratti di una norma penale, dovrebbe occuparsi soltanto di comportamenti materiali da vietarsi o da imporsi, a seconda dei casi, sotto comminatoria di adeguata punizione in caso di inosservanza. L’unico legittimo effetto “educativo” di una tale norma dovrebbe essere, quindi, quello consistente nella dissuasione del maggior numero possibile di consociati, mediante la minaccia della sanzione, dalla eventuale tentazione di contravvenire a tutti e soli quei divieti od obblighi che nella stessa norma trovino specifica previsione.

E ciò tanto più vale in quanto, come si verifica nel caso della norma che si vuole introdurre con il Ddl Zan, essa non sia espressione di valori universalmente condivisi ma sia piuttosto il frutto di scelte proprie di una parte politica che, se ed in quanto maggioranza, può anche avere il diritto di imporle alla minoranza, ma non ha certamente quello di ergersi a maestra di pensiero nei confronti di quanti a quelle scelte siano stati e continuino ad essere legittimamente contrari e magari, una volta diventati maggioranza, intendano revocarle.

5. Può essere il caso, a questo proposito, di ricordare l’antico e saggio brocardo secondo cui “Cogitationis poenam nemo patitur”. Esso infatti non soltanto esprime l’ovvia impossibilità di sanzionare penalmente ciò che, rimanendo confinato nella inaccessibile sfera del pensiero, non può essere conosciuto, ma, inteso in senso più lato, vuol anche significare che non è comunque lecito ai pubblici poteri pretendere di utilizzare la norma penale come strumento per condizionare e manipolare il pensiero, potendo essa intervenire solo sulle sue eventuali manifestazioni esterne, se ed in quanto, trasformandosi in “comportamenti”,  assumano carattere di pericolosità.

Ciò segna la differenza tra gli ordinamenti di tipo statuale e quelli di tipo religioso, con particolare riguardo a quello nel quale trovano collocazione i precetti della morale cattolica e possono quindi configurarsi anche i “peccati di pensiero”, con la conseguente necessità di “educare” i fedeli ad evitarli. Differenza, quella anzidetta, che si spiega facilmente considerando che finalità degli ordinamenti di tipo statuale è soltanto quella di garantire una ordinata, pacifica e proficua convivenza sociale, che nessun recondito pensiero può, quindi, mettere oggettivamente in pericolo.

I precetti della morale cattolica sono invece finalizzati, in primo luogo a salvaguardare quello che ancora adesso viene definito, nel Catechismo, come il “bene supremo”, costituito dalla “salvezza delle anime”. E questa può essere messa in pericolo anche dai “peccati di pensiero”, conoscibili, come tali, solo da Dio e consistenti nella volontaria coltivazione di desideri moralmente riprovevoli che solo per condizionamenti esterni non vengono alla luce e non si traducono in azioni malvage.

6.  Volendo quindi trarre, a questo punto, una conclusione da quanto finora osservato sembra potersi dire una cosa molto semplice, e cioè che la pretesa di attribuire ad una legge statale, sol perché sostenuta dalla sinistra, una funzione “educativa”, nel senso voluto dal sostenitori del Ddl Zan, altro non rappresenti se non la conferma di un antico sospetto; quello, cioè, che la sinistra non aspiri semplicemente a governare come un normale partito politico, accettando perciò come naturale la diversità delle opinioni sulle scelte da essa compiute e la possibilità che queste ultime siano soggette a revisione quando il potere passi ad un altro partito, ma tenda piuttosto ad accreditare sé stessa  come giudice supremo del bene e del male, in quanto legittima rappresentante  del Padreterno sulla terra.

Pietro Dubolino – Presidente emerito di sezione della Corte di Cassazione

Fonte: Centro Studi Livatino