A giudizio del cardinale Pierbattista Pizzaballa, in Terra Santa sta
accadendo una tragedia che “è senza precedenti”. Senza precedenti e senza soluzioni già
scritte, di una gravità unica al mondo. Perché è così immenso il carico di
dolore, di conflitti, di incomprensioni accumulato nel tempo che una pace vera
potrà lì germinare “solo dopo un lungo percorso di purificazione della
memoria”, politica e religiosa.
Pierbattista PIZZABALLA
Pizzaballa, 59 anni, bergamasco, frate francescano, studioso della Bibbia e dell’ebraismo, per dodici anni custode della Terra Santa, è dal 2016 patriarca di Gerusalemme dei Latini. Il 10 ottobre 2023, tre giorni dopo la strage compiuta da Hamas con più di 1200 vittime inermi e col sequestro di oltre 240 persone di tutte le età, egli offrì se stesso in cambio della libertà dei bambini presi in ostaggio. Il suo nome è da annotare per un futuro conclave.
Il suo giudizio sulla guerra in corso a Gaza e sull’azione che la Chiesa vi
può svolgere l’ha espresso nella “lectio
magistralis” che ha tenuto a Roma il 2 maggio nell’aula magna della Pontificia
Università Lateranense, col titolo
“Caratteri e criteri per una
pastorale della pace”.
Alla parola “pace”, dice Pizzaballa, occorre anzitutto ridare il suo significato pieno. È “una realtà che viene da Dio e dalla relazione con lui”, è il “compimento delle promesse messianiche”, è la pace “annunciata da Gesù risorto”. Quindi “ogni azione pastorale della Chiesa, come ogni sua opera sociale, non può esser mai in nessun modo disgiunta dall’evangelizzazione”. E chi evangelizza sa che deve “annunciare la pace anche ai nemici, proprio come fece Pietro a Cornelio, che era – e non bisogna mai dimenticarlo di questi tempi – centurione delle forze militari che occupavano la sua terra”. Al fratello-nemico bisogna andare incontro anche con la consapevolezza del proprio limite, della propria debolezza, come Giacobbe che quando abbracciò Esaù era zoppicante e stremato per la sua lotta con l’angelo, eppure arrivò ad esclamare: “Ho visto il tuo volto come si vede il volto di Dio” (Genesi 33,10)
Ma oltre che realtà divina, la
pace è una realtà umana e sociale. Che è molto di più
che tregua, armistizio, assenza di guerra, perché “si fonda sulla verità della
persona umana”. Solo “nel contesto di uno sviluppo integrale dell’uomo,
nel rispetto dei suoi diritti, può nascere una vera cultura della pace”, con i
suoi testimoni di cui “il mondo ha quanto mai bisogno, anche a costo di essere
perseguitati e tacciati come utopici e visionari. Per la pace si deve
rischiare, sempre. Si deve essere disposti a perdere l’onore, a morire come
Gesù”.
Di conseguenza, “il
nostro stare in Terra Santa come credenti non può rinchiudersi in intimismo
devozionale, né può limitarsi solamente al servizio della carità per i più
poveri, ma è anche ‘parresìa’” (cfr. Giovanni 16,8-11), cioè “capacità di
ascoltare tutte le voci, ma anche di giudicare
criticamente e profeticamente il presente”.
Da qui nasce, a giudizio di Pizzaballa, una “responsabilità essenziale” per
le leadership religiose in Medio Oriente, tutte, quella di saper orientare e
guidare le comunità: “Invece di essere il supporto religioso di regimi politici
poco credibili, la leadership religiosa dovrebbe diventare una voce
libera e profetica di giustizia, diritti umani e pace”.
La fede religiosa, infatti, “ha un ruolo fondamentale nel ripensamento
delle categorie della storia, della memoria, della colpa, della giustizia, del
perdono, che pongono in contatto direttamente la sfera religiosa con quella
morale, sociale e politica. Non si supereranno i conflitti interculturali se
non si rileggono e si redimono le letture diverse e antitetiche delle proprie
storie religiose, culturali e identitarie”.
E questo “anche a costo di pagare un prezzo alto in termini di solitudine, incomprensioni e rifiuto”.