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venerdì 25 novembre 2022

DOMANI LA COLLETTA ALIMENTARE, RUSSI E UCRAINI INSIEME

In un supermarket di Milano anche un gruppo parrocchiale della Chiesa ortodossa partecipa domani alla raccolta del cibo per chi ha bisogno. E nel carcere minorile di Catania i detenuti offriranno la loro spesa: i volontari della Colletta saranno in pettorina arancione. Fulvio Fulvi per Avvenire.

«Quest' anno, con la Colletta alimentare, la solidarietà diventa un gesto di pace concreto. Domani a Milano, in un supermercato di via Monti, anche la comunità ortodossa parteciperà, con una ventina di persone, alla raccolta di prodotti destinati ai più bisognosi. Ucraini, moldavi, russi, saranno fianco a fianco per testimoniare che la pacifica convivenza è possibile e che la guerra è un'offesa alla dignità dell'uomo. Il gruppo sarà guidato da padre Ambrogio Makar, archimandrita del Patriarcato di Mosca, nato nel Donbass e parroco della chiesa di San Vito al Pasquirolo, zona San Babila. «Preghiamo insieme tutti i giorni, russi e ucraini, perché questo è l'unico modo per alleviare la nostra sofferenza e far crescere in tutti la speranza, e la Colletta alimentare è un'occasione ulteriore per dire che il nostro futuro deve essere insieme, due popoli in pace» afferma il sacerdote ortodosso. «Papa Francesco ha detto che viviamo una carestia di pace, una pace di cui abbiamo tanto bisogno, che si costruisce artigianalmente attraverso la condivisione - sottolinea Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare, che organizza l'iniziativa - e la partecipazione di russi e ucraini alla Colletta è un gesto concreto che va oltre la solidarietà, è il contributo a una convivenza civile pacifica, realizzata portando aiuto a tanti che hanno bisogno». 


 In tutta Italia saranno 140mila i volontari con la pettorina arancione che, distribuiti in gruppi nei circa 11mila supermercati che hanno aderito all'iniziativa, per tutta la giornata di domani inviteranno i clienti a comprare prodotti a lunga conservazione da donare a chi si è rivolto a 7.600 strutture caritative presenti sul territorio, dalle mense per i poveri alle comunità per i minori, dai banchi di solidarietà ai centri d'accoglienza. Come succede ormai da 26 anni, chi vuole potrà mettere nel sacchetto fornito all'ingresso dai volontari, verdure, tonno e carne in scatola, polpa o passata di pomodoro, olio, omogeneizzati, latte in polvere o altri alimenti non deperibili che andranno a integrare quello che il Banco Alimentare recupera tutti i giorni combattendo lo spreco di cibo. «Siamo preoccupati per la situazione che stiamo vedendo nel nostro Paese con sempre più persone e famiglie che si trovano in povertà assoluta o che rischiano di scivolarci nonostante abbiano un lavoro - commenta Bruno - è fondamentale quindi continuare a sensibilizzare tutti coloro che possono compiere un atto concreto di aiuto: partecipare a questa iniziativa significa contrastare l'indifferenza e favorire la condivisione.

 Dall'inizio dell'anno ad oggi sono state 85mila in più le richieste ricevute che hanno fatto salire a 1 milione e 750mila le persone aiutate dalla nostra Onlus».

E si ripete anche nell'edizione 2022 la colletta alimentare nelle carceri, un'esperienza che non si è fermata nemmeno durante la pandemia. In istituti di pena di Catania, Lecce, Bari, Taranto, Padova e Milano i detenuti offriranno una parte della loro spesa ai poveri, mentre a Napoli, Verona e Opera quelli autorizzati dal magistrato di sorveglianza avranno la possibilità di uscire e affiancarsi agli altri volontari nei punti vendita. «La Colletta è un gesto che arriva a tutti e i ragazzi del carcere minorile di Catania hanno dimostrato una grande sensibilità - racconta Marianna Vita, volontaria che insegna inglese nella scuola della Casa circondariale - hanno bisogno anche loro di abbracciare e di volersi bene e hanno capito quanto sia prezioso donare e donarsi. L'anno scorso, Giuseppe, uno di loro, si è presentato con due buste ricolme di brioche, cioccolate e biscotti, le uniche cose che possono ordinare i detenuti qui e ha detto: "Ecco, queste sono per chi ha più bisogno di me, io stavolta ne posso fare a meno"».

 La Fondazione Banco Alimentare è una ONLUS italiana che si occupa della raccolta di generi alimentari e del recupero delle eccedenze alimentari della produzione agricola e industriale 

https://www.bancoalimentare.it/it/comeaiutarci

mercoledì 8 aprile 2015

TOTÒ CUFFARO: IN CARCERE RITROVO DIO

LETTERA DI TOTO' CUFFARO AL DIRETTORE DI AVVENIRE



Caro direttore, 
il Papa è voluto essere uno di noi, il suo amore e la sua Misericordia sono Cristo. Il carcere non è luogo sconsacrato: «Dove dimora il dolore il suolo è sacro». Cristo arriva e porta pace alla disperazione degli uomini che sono al varco del confine, nelle urne del pianto. Arriva e libera gli spiriti legati alle catene. Cristo è uno dei nostri, fatica con noi per riscattare il nostro passato e per ripristinare i nostri giorni. Lo sentiamo camminare accanto a noi, consola la nostra libertà crocifissa, e a ogni passo sentiamo che il giogo diventa più sopportabile. Lui è stato crocifisso, ma quando vede crocifissi noi detenuti, diventa Cireneo, ci aiuta a portare il peso della croce e cammina insieme a noi e ci rende creature nuove e forti.
Così, sulle macerie delle parole e degli ascolti, dentro il deserto del carcere, poveri in mezzo ai poveri e tutti nella miseria, abbiamo sperato ancora. È proprio dentro questo vivere che abbiamo capito che è cambiata la nostra storia e la nostra vita. 

È in questo luogo che molti di noi hanno trovato l’appuntamento decisivo per l’incontro fondamentale con Chi eravamo convinti di avere incontrato e invece non conoscevamo a fondo. Credevamo di averlo trovato nella liturgie a cui avevamo preso parte, di averlo raggiunto nei pellegrinaggi che avevamo fatto, di esserci stati accanto in meditazione nei ritiri spirituali, ma oggi possiamo dire che l’incontro che veramente ce lo ha fatto conoscere è accaduto qua dentro. In questo luogo, senza cercarla né aspettarla abbiamo sentito la Sua voce: inconfondibile. In questo luogo che tenta di far scomparire l’uomo Lui ci ha svelato la sua dimensione essenziale.

È disumano voler annullare l’uomo. Nessuna disumanità è più grande che far scomparire la persona che ognuno di noi è: precisamente questa è la disumanità del nostro tempo. E lo Stato oggi dà per legge, come mandato al carcere, proprio questa disumanità, mortificare e far sparire l’«io» dei detenuti. Ma un avvenimento che ha la forma di un incontro può salvare. L’incontro fa percepire e fa scoprire il senso della propria dignità. E siccome la personalità umana è composta di intelligenza, di affettività e di libertà, in quell’incontro l’intelligenza si desta in una volontà di verità nuova e l’«io» incomincia a fremere di una affezione alla vita, a sé, agli altri, che prima non aveva. Ma l’avvenimento deve essere riconosciuto ed è necessario «un "io" che lo accolga», soprattutto se è un «io» mortificato qual è quello del detenuto, che ha però un cuore liberamente disponibile ad accoglierlo. Senza cuore, senza che tu abbia cuore, senza che tu sia capace di conservare il cuore che ti è stato dato, senza cuore Dio non può far nulla. Essere se stessi è la risorsa più importante per frenare l’invadenza del carcere, per salvaguardare la propria coscienza e allontanare il pericolo che il carcere alimenta, lusingando la sperdutezza della memoria.

È così, direttore, abbiamo riconosciuto la Sua voce: l’uomo ha questa capacità di riconoscere la "voce buona" che chiama all’incontro decisivo. La voce è inconfondibile. Possiamo non risponderle e tapparci l’animo. Ma è impossibile non riconoscerla. In tanti abbiamo risposto con il più forte grido di dolore che si potesse emettere, perché meglio fosse raccolto dal Cielo: abbiamo gridato e ci siamo sentiti liberi. Abbiamo sentito dentro la nostra carne il dolore, abbiamo capito che dentro il nostro dolore c’era anche la sofferenza degli altri e la sofferenza Sua.

Per questo, direttore, vogliamo gridare ancora più forte, vogliamo riuscire a gridare al posto di chi qua dentro non ha la capacità o la forza di gridare nonostante soffra molto. Vogliamo gridare il dolore di chi non vuole ascoltare e non sa rispondere alla "voce buona". Soffrire per gli altri è una grande forma di amore e se gridiamo il nostro e il loro dolore, liberiamo la nostra libertà. Giovedì 2 aprile 2015 la voce del Papa era stanca e addolorata ma era "la voce buona", noi detenuti l’abbiamo riconosciuta subito. Lui era Cristo. Grazie, Francesco.
Totò Cuffaro
Detenuto nel carcere di Rebibbia

sabato 4 agosto 2012

LA CARCERAZIONE PREVENTIVA? MEGLIO PARLARE DEI CANI.

INSIPIENZA  E  MALAFEDE DELLA POLITICA  E DI CHI "AMMINISTRA " LA GIUSTIZIA

di Antonio Simone
Tratto da Tempi il 02-08-2012

«Mi permetto di fare alcune precisazioni (…) in merito alla carcerazione preventiva e all’istituto del giudizio immediato che moltiplica per due, per tre, per quattro il periodo di custodia cautelare in carcere prima di una condanna definitiva oppure prima dell’Assoluzione». Scrive così Antonio Simone – di cui tempi.it pubblica le lettere da San Vittore da mesi – in un articolo pubblicato oggi dal Foglio. «Eppure la Corte europea aveva sentenziato che “il termine tortura designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore e sofferenze acute, fisiche e psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o esercitare pressioni su di lei”. Aggiungo facendo leva su affetti interrotti bruscamente fuori dalle mura carcerarie. È quanto succede nel nostro amato paese».

«La carcerazione preventiva – continua – è un rimedio primitivo che produce una condizione personale tremenda, talvolta orribile». Secondo Simone, sono due le patologie «gravi e inaccettabili» che spingono i magistrati ad abusare della custodia cautelare: «L’intento di “indurre” l’indagato a confessare, magari chiamando in correità altri soggetti, e quello di infliggergli di fatto una pena che probabilmente all’esito del giusto processo non sconterebbe. Ma dove è andato a finire l’articolo 13 della Carta costituzionale, sempre invocata dai moralisti giustizialisti? Lì viene proclamata l’intangibilità della libertà personale vietando ogni forma di violenza nei confronti dei detenuti, figuriamoci nei confronti di un presunto innocente in carcerazione preventiva, rinchiuso nelle fetide, maleodoranti patrie galere, tagliato dal mondo, cancellato dall’anagrafe, in attesa di un “giusto giudizio”, e rinchiuso in alcuni casi non rari, purtroppo, secondo schemi e teoremi accusatori partoriti da menti perverse, teoremi e schemi in alcuni casi fantasiosi, faziosi, colmi di preconcetti, di ideologia, di interpretazioni distorte della realtà».

La carcerazione preventiva, nata in origine «per essere applicata e richiesta dal pm entro e non oltre 90 giorni dall’iscrizione nel registro degli indagati della persona sottoposta a indagini quando esistevano gravi indizi anzi prove certe di colpevolezza, oggi, a far data dal 2008 per effetto di un emendamento stupido e atroce del Pdl e della Lega, si applica anche quando un individuo sotto indagine da mesi e mesi viene arrestato e qualche giorno prima rispetto alla scadenza dei termini di custodia cautelare viene richiesto dal pubblico ministero e avallato ovviamente dal gip il giudizio immediato, e così si raddoppiano i termini della custodia cautelare e della tortura. Si agisce così a consolidare il potere ricattatorio sugli indagati che non solo scontano una pena preventiva abnorme ma subiscono il raddoppio dei termini custoditali che normalmente comportano l’assurda situazione detentiva in carcere nella fase processuale e dibattimentale contro ogni norma».

E ancora: «Immaginiamo la lesione del diritto alla difesa dei casi di presunti reati finanziari dove necessita per l’indagato la consultazione, la ricerca di scritture contabili, atti giuridici, contabili, contratti di impossibile consultazione nelle tetre celle di 7 mq. condivise da 6 persone che devono “brandizzarsi” per poter coabitare ventiquattro ore al giorno contemporaneamente in tali angusti spazi, più angusti rispetto anche ai rapporti aereoilluminati minimi previsti per legge e per i maiali. Solamente l’insipienza politica circa i contenuti di una giustizia scandalosa e la malafede di taluni organi della magistratura, generano mostri giudiziari e giuridici degni delle peggiori dittature, altro che Stalin e Cina popolare degli anni di Mao!».

«Cari amici, (…) qui continuiamo a parlare giustamente di scudo anti spread, di euro, (…) però giustamente dimentichiamo di rendere coerenti le legislazioni nazionali ai dettami della Corte europea in materia di diritti minimi dell’uomo! Ma come facilmente e quotidianamente si può appurare tale problematica è inesistente sugli ordini del giorno del Parlamento italiano e del governo ed è inesistente sugli organi di stampa, dove invece abbondano pagine e pagine sulla situazione dei nostri amati cani».

lunedì 19 dicembre 2011

A REBIBBIA INCONTRO A GESU'

BENEDETTO XVI A COLLOQUIO CON I DETENUTI

Quelle che seguono sono le ultime due domande e risposte del colloquio che Benedetto XVI ha avuto con i detenuti del carcere romano di Rebibbia, la mattina del 18 dicembre, quarta domenica di Avvento.



PERCHÉ PARLAR BENE ANCHE DI CHI HA FATTO DEL MALE

D. – Santità, sono Federico, parlo a nome dei persone detenute del G14, che è il reparto infermeria. Cosa possono chiedere degli uomini detenuti, malati e sieropositivi al papa? Al nostro papa, già gravato dal peso di tutte le sofferenze del mondo, chiedono che preghi per loro? Che li perdoni? Che li tenga presente nel suo grande cuore? Sì, noi questo vorremmo chiedere, ma soprattutto che portasse la nostra voce dove non viene sentita. Siamo assenti dalle nostre famiglie, ma non nella vita, siamo caduti e nelle nostre cadute abbiamo fatto del male ad altri, ma ci stiamo rialzando. Troppo poco si parla di noi, spesso in modo così feroce come a volerci eliminare dalla società. Questo ci fa sentire sub-umani. Lei è il papa di tutti e noi la preghiamo di fare in modo che non ci venga strappata la dignità, insieme alla libertà. Perché non sia più dato per scontato che recluso voglia dire escluso per sempre. La sua presenza è per noi un onore grandissimo! I nostri più cari auguri per il Santo Natale, a tutti.

BENEDETTO XVI – Si, mi ha detto parole veramente memorabili, siamo caduti, ma siamo qui per rialzarci.
Questo è importante, questo coraggio di rialzarsi, di andare avanti con l’aiuto del Signore e con l’aiuto di tutti gli amici. Lei ha anche detto che si parla in modo feroce di voi, purtroppo è vero, ma vorrei dire non solo questo, ci sono anche altri che parlano bene di voi e pensano di voi. Io penso alla mia piccola famiglia papale, sono circondato da quattro suore laiche e parliamo spesso di questo problema, loro hanno amici in diverse carceri, riceviamo anche doni da loro e diamo da parte nostra il nostro dono, quindi questa realtà è in modo molto positivo presente nella mia famiglia e penso in tante altre. Dobbiamo sopportare che alcuni parlano in modo feroce, parlano in modo feroce anche contro il papa e tuttavia andiamo avanti. Mi sembra importante incoraggiare tutti che pensino bene, che abbiano il senso delle vostre sofferenze, abbiano il senso di aiutare nel processo di rialzamento e diciamo che io farò il mio per invitare tutti a pensare in questo modo giusto, non in modo dispregiativo, ma in modo umano, pensando che ognuno può cadere, ma Dio vuole che tutti arrivino da lui, e noi dobbiamo cooperare con lo Spirito di fraternità e di riconoscimento anche della propria fragilità, perché possano realmente rialzarsi e andare avanti con dignità e trovare sempre rispettata la propria dignità, perché cresca, e possano così anche trovare gioia nella vita, perché la vita ci è donata dal Signore e con una sua idea. E se riconosciamo questa idea di Dio che è con noi, anche i passi oscuri hanno il loro senso per darci più la riconoscenza di noi stessi, per aiutare e diventare più noi stessi, più figli di Dio e così e realmente essere felici di essere uomini, perché creati da Dio anche in diverse condizioni difficili. Il Signore vi aiuterà e noi siamo vicini a voi.

IL PERDONO DI DIO E QUELLO DELLA CHIESA

D. – Mi chiamo Gianni, del Reparto G8. Santità, mi è stato insegnato che il Signore vede e legge dentro di noi, mi chiedo perché l’assoluzione è stata delegata ai preti? Se io la chiedessi in ginocchio, da solo, dentro una stanza, rivolgendomi al Signore, mi assolverebbe? Oppure sarebbe un’assoluzione di diverso valore? Quale sarebbe la differenza?

BENEDETTO XVI – Sì: è una grande e vera questione quella che lei porta a me. Direi due cose. La prima: naturalmente, se lei si mette in ginocchio e con vero amore di Dio prega che Dio perdoni, perdona. È sempre la dottrina della Chiesa che se uno, con vero pentimento, cioè non solo per evitare pene, difficoltà, ma per amore del bene, per amore di Dio chiede perdono, riceve il perdono da Dio. Questa è la prima parte. Se io realmente conosco che ho fatto male, e se in me è rinato l’amore del bene, la volontà del bene, il pentimento che non ho risposto a questo amore, e chiedo da Dio che è il bene, il perdono lo dona. Ma c’è un secondo elemento: il peccato non è solamente una cosa “personale”, individuale, tra me e Dio; il peccato ha sempre anche una dimensione sociale, orizzontale. Con il mio peccato personale, tuttavia, anche se forse nessuno lo sa, ho danneggiato anche la comunione della Chiesa, sporcato la comunione della Chiesa, sporcato l’umanità. E perciò questa dimensione sociale, orizzontale del peccato esige che sia assolto anche a livello della comunità umana, della comunità della Chiesa, quasi corporalmente. Quindi, questa seconda dimensione del peccato che non è solo contro Dio ma concerne anche la comunità, esige il sacramento, che è il grande dono nel quale posso, nella confessione, liberarmi di questa cosa e posso realmente ricevere il perdono nel senso anche di una piena riammissione nella comunità della Chiesa viva, del Corpo di Cristo. E così, in questo senso, l’assoluzione necessaria da parte del sacerdote, il sacramento, non è una imposizione che limita la bontà di Dio ma, al contrario, è un’espressione della bontà di Dio perché mi dimostra che anche concretamente, nella comunione della Chiesa, ho ricevuto il perdono e posso ricominciare di nuovo. Quindi, io direi di tenere presenti queste due dimensioni: quella verticale, con Dio, e quella orizzontale, con la comunità della Chiesa e dell’umanità. L’assoluzione del prete, l’assoluzione sacramentale è necessaria per realmente risolvermi, assolvermi da questo legame del male e ri-integrarmi nella volontà di Dio, nell’ottica di Dio, completamente nella sua Chiesa, e darmi la certezza, anche quasi corporale, sacramentale: Dio mi perdona, mi riceve nella comunità dei suoi figli. Penso che dobbiamo imparare a capire il sacramento della penitenza in questo senso: una possibilità di trovare, quasi corporalmente, la bontà del Signore, la certezza della riconciliazione.