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lunedì 11 luglio 2022

SAN BENEDETTO PATRONO D’EUROPA

 CIOÈ DI QUALCOSA CHE ORMAI NON ESISTE PIÙ.

 

SAN BENEDETTO
Bernardo Daddi 
XIV  secolo

In questo giorno dedicato alla memoria di Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa, nel rivolgergli il nostro pensiero e le nostre pressanti richieste di intercessione per questo disgraziato continente è necessario partire, come sempre, dalla verità delle cose, perché nella menzogna o nella dissimulazione niente riesce bene, neanche la preghiera. E la verità è che “l’Europa” ormai non esiste più. Ne esistono forse dei pezzi, dei frammenti, dei relitti più o meno ingombranti. Non la vivente unità di un corpo.

Restano ancora un po’ di “europei”, in parte ancora aggregati nei brandelli di popoli che permangono, o nei simulacri di nazioni che ancora in qualche modo resistono; oppure isolati, clandestini, confusi tra la folla, forse smarriti in un mondo che non riconoscono più. Comunque, questo è il gregge di Benedetto (patrono degli Europei, a questo punto) e per essi noi, che ci gloriamo di farne parte, chiediamo il suo celeste patrocinio.

Ma che cos’era l’Europa? Perché è finita? Che cosa potrebbe essere anche oggi, per il bene di tutto il pianeta, e come continuare a farla vivere, almeno nel nostro “paese interiore” se non ci è possibile farlo nello spazio esterno della politica? Per riflettere su queste domande e cercare una risposta io non saprei quale lettura consigliare migliore di questa: 

https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1982/october/documents/hf_jp-ii_spe_19821005_conferenze-episcopali-europa.html.

 


Si tratta, a mio avviso, di uno dei più memorabili discorsi di san Giovanni Paolo II, tenuto al V Simposio delle Conferenze episcopali europee, nel 1982. Sono passati quarant’anni, e quel discorso appare remoto (nella chiesa sembra che sia passato un millennio, tanto siamo lontani da quel magistero e da quel grado di consapevolezza della realtà; quanto alla situazione dell’Europa di allora confrontata con quella di oggi è meglio non parlare …) ma al tempo stesso attualissimo. È un testo che ha acquisito, mi pare, la stessa “eccentrica pertinenza” all’attualità che hanno i grandi classici del passato o, per stare all’interno della cultura cristiana, i Padri della Chiesa.

Il mio modo di celebrare la festa di san Benedetto oggi sarà dunque rileggere e meditare questo discorso. Mi permetto di invitare gli eventuali avventori di questo piccolo blog a fare altrettanto e, per invogliarli, ne riporto un brano, che dice una cosa fondamentale:

«La Chiesa e l’Europa. Sono due realtà intimamente legate nel loro essere e nel loro destino. Hanno fatto insieme un percorso di secoli e rimangono marcate dalla stessa storia. L’Europa è stata battezzata dal cristianesimo; e le nazioni europee, nella loro diversità, hanno dato corpo all’esistenza cristiana. Nel loro incontro si sono mutuamente arricchite di valori che non solo sono divenuti l’anima della civiltà europea, ma anche patrimonio dell’intera umanità. Se nel corso di crisi successive la cultura europea ha cercato di prendere le sue distanze dalla fede e dalla Chiesa, ciò che allora è stato proclamato come una volontà di emancipazione e di autonomia, in realtà era una crisi interiore alla stessa coscienza europea, messa alla prova e tentata nella sua identità profonda, nelle sue scelte fondamentali e nel suo destino storico. L’Europa non potrebbe abbandonare il cristianesimo come un compagno di viaggio diventatole estraneo, così come un uomo non può abbandonare le sue ragioni di vivere e di sperare senza cadere in una crisi drammatica. È per questo che le trasformazioni della coscienza europea spinte fin alle più radicali negazioni dell’eredità cristiana rimangono pienamente comprensibili solo in riferimento essenziale al cristianesimo. Le crisi dell’uomo europeo sono le crisi dell’uomo cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana».

Se i cristiani d’Europa, per pochi che siano, riprendessero un’adeguata coscienza di questa relazione essenziale tra cristianesimo ed Europa l’opera di Benedetto (che non è appena un’opzione) potrebbe ricominciare immediatamente, pure in questa “terra desolata” che sta diventando l’Europa.

LEONARDO LUGARESI

11 LUGLIO 2022

 

 

venerdì 22 marzo 2019

IN MORTE DI ANNA MARIA CÀNOPI


È morta nella festa di San Benedetto la fondatrice del monastero Mater Ecclesiae di San Giulio, sul lago d’Orta. Aveva 87 anni
Madre Anna Maria Cànopi era luce. Luce i suoi occhi, luce il suo sorriso, luce il suo pensiero.
Riprendiamo da Avvenire del 24/12/2011  un’intervista di 
Marina Corradi a Madre Anna Maria Cànopi.

Il cielo di dicembre è grigio sopra lo specchio calmo del lago. Nes­suno, nella piazzetta di Orta. Un battello trasborda sull’isola San Giu­lio. Come sbarchi, ti meraviglia il si­lenzio in cui sprofondi, un silenzio rotto soltanto dallo sciabordio del­l’acqua, al molo. Ti inoltri per il vi­colo verso il monastero benedetti­no Mater Ecclesiæ, seguita solo dal rumore dei tuoi passi. L’edificio del­l’ex seminario, affidato nel 1973 a sei monache, oggi ne ospita 75, di cui 10 novizie e 2 postulanti. Appe­si al portone gli orari della giornata: dalle lodi mattutine delle 4,50 il tem­po è scandito fra preghiera e lavoro fino a compieta, a sera; poi, si leg­ge, è il 'grande silenzio' della not­te. Un silenzio ancora più grande di questo? ti domandi, tu già un po’ smarrita e quasi assordata da que­sta pace.

Anna Maria Cànopi, 80 anni, la Ma­dre superiora, è una donna esile, con due vivi occhi azzurri sul volto magro. È la fondatrice: quando ar­rivò con le prime sorelle, racconta sorridendo, l’edificio era in abban­dono, mancava luce, telefono, per­fino l’acqua bisognava andare a prendere, a un pozzo. Come una fondazione monastica di evi antichi qui, in questo alto Piemonte, a un’o­ra da Milano.

Siamo venuti nel silenzio della clausura a parlare di speranza.

Ma­dre, quanto delle paure e delle an­sie di fuori arriva fra queste mura?

Ho l’impressione che arrivi tutto, perfino ciò che non viene detto. Nel Signore si percepisce ogni cosa, in questo silenzio si sente anche ciò che non è pronunciato. Per iscritto, per e-mail, o di persona, la dome­nica a messa nella basilica di San Giulio o nella settimana, sono mi­gliaia ogni anno le persone che ven­gono a chiedere sostegno per la lo­ro fede, o semplicemente il coraggio di vivere. Questo soprattutto: do­mandano il coraggio di vivere. Tut­ta la vita nostra e la nostra preghie­ra sono date per chi domanda que­sto aiuto, e anche per chi non può o non vuole venire, o non sa neanche di noi; la nostra vita è soprattutto per gli abbandonati, per quelli di cui nessuno si ricorda. Abbiamo una vocazione di materna supplenza a ciò che manca, di fede e di speran­za, agli uomini.

In tempi di crisi la pressione di que­sta domanda di speranza si fa più forte?

Sì, le difficoltà economiche accre­scono l’insicurezza e lo smarrimen­to. C’è perciò sempre più gente che si affida alla nostra preghiera. Ven­gono anche persone che non cre­dono in Dio, ma ci chiedono ugual­mente: pregate per noi! Come cer­cando nel buio una mano che li so­stenga e li accompagni.

La vostra prima preghiera, lei dice, è per gli abbandonati, per gli sco­nosciuti miserabili di cui ignorate anche il nome. Dunque su quest’i­sola apparentemente lontana da­gli uomini voi percepite profonda­mente il dolore che grava sul mon­do.

Certo, sentiamo addosso a noi il pe­so del dolore e del male; anzi, ci sen­tiamo noi stesse peccatrici. La vo­cazione claustrale è interamente immersa nel mistero della Croce. Chi viene qui ci dice: Beate voi, che vivete in questa pace! Sì, è vero: Cri­sto è la nostra pace. Ma questa no­stra casa non è affatto estranea al mondo, e la pace di Cristo non è spensieratezza; è la pace delle Bea­titudini, che annunciano: Beato chi soffre... Qui partecipiamo della Cro­ce, che continua nella storia umana, ma Cristo è risorto e ci libera dalla tristezza e dalla morte.

Non fanno più fatica gli uomini, og­gi, a mantenere la speranza cri­stiana?

In un tempo in cui con la rapida informazione sappiamo ciò che av­viene in tutto il mondo, credo che oggi per molti il rischio sia di sentirsi schiacciati da tante sciagure, care­stie e cataclismi che un tempo i­gnoravamo. Si vive, inoltre, dentro un nichilismo che nega la speran­za. Allora si finisce con il chiedersi: ma è vita, questa? Però, come dice­vo anche stamattina a un’ospite af­franta, io sono certa che non c’è confronto fra le tribolazioni del­l’oggi e la gioia eterna che ci atten­de. Anche la madre che perde un fi­glio deve sapere, nel suo dolore straziante, che quel figlio ora vive in Cristo, e non le è mai stato co­sì vicino, e non le verrà mai più tolto.

Risuona, tra le mura del mo­nastero, una campanella squillante. Chiama all’ora Nona. Madre Cànopi si avvia alla cappella dove, oltre la grata, le monache sono una schiera ordina­ta di veli neri, o bianchi, quelli del­le novizie. Cantano, con le loro vo­ci chiare. Quanti anni avranno le ra­gazze che attendono di pronuncia­re i voti? Come si sceglie, a vent’an­ni, una vita dentro a questo silen­zio? Sull’altra sponda, nei bar di Or­ta, le radio e le tv accese combatto­no contro la densa pace del lago. Che qui sull’isola invece si allarga, sovrana. 

Perché fuori di qui abbiamo così paura del silenzio?

Sorride la Cànopi: un giorno sono andata in città, dal dentista, per u­na operazione. Per tutto il giorno in studio lì si tiene accesa la radio – canzoni, battute, parole vuote. Ma non la spegnete mai?, ho doman­dato. No, non la si spegne… Il ru­more consente di evadere. Se si rien­tra in se stessi si deve cambiare: al­lora si preferisce stordirsi. Chi vie­ne al monastero a volte, all’inizio, è spaventato dal silenzio. Poi si abi­tua e lo gusta, e quando va via desi­dera ritornare.

Anche la vecchiaia fa molta paura, fuori. Lei ha compiuto 80 anni. Co­me vive la sua età?

Si teme la vecchiaia perché non se ne capisce più il valore. Certo, l’uo­mo esteriore invecchia e deperisce, ma nella fede l’uomo interiore cre­sce fino alla statura di Cristo, cioè fino alla vita eterna. Io trovo oggi la mia vita più ricca, più piena che da giovane. Quest’anno sono stata malata due mesi. Non ho avu­to paura, però: la vita vera è Cristo dentro di me.

Ci opprime, fuori, una an­goscia del futuro; molti non hanno figli non solo per ragioni economiche, ma per paura del 'brutto mondo' in cui li mette­rebbero.

Noi non sappiamo come sarà il mondo domani, ma sappiamo che Cristo è il Signore della storia. E sappiamo anche che ogni bambino che viene al mondo porta una nuova speranza. Tutta la vita è nelle mani di Dio; è in questa cer­tezza che sorge il desiderio di dare al mondo nuovi figli.

Come porta, come trasmette lei, a chi viene a cercarla, la certezza del­la sua fede?

Se si crede nella risurrezione di Cri­sto, questa certezza si legge sui no­stri volti.

Ma c’è gente che vorrebbe questa certezza, e non la trova.

Bisogna avere allora l’umiltà di do­mandare, e di accettare anche un piccolo lume, perché diventi fiac­cola. Bisogna attaccarsi alla spe­ranza di chi ce l’ha, come fanno quelli che ci dicono: non ho fede, però preghi per me. Quell’implora­zione è già un principio di speran­za.

Madre, cos’è il Natale per lei?

È un evento che si fa presente, che avviene oggi. La Liturgia ci fa dire: Cristo è nato oggi. Hodie, 'oggi', cantiamo in latino il giorno di Na­tale. E per questa certezza a Natale siamo liete, come quando in una ca­sa nasce un bambino. Nasce davve­ro per noi Gesù, la speranza del mondo.

Chi è Madre Anna Maria Cànopi
Madre Anna Maria Cànopi: originaria dell’Oltrepò pavese, si laurea in Lettere all’Università Cattolica di Milano; dopo un periodo di lavoro come assistente sociale, nel 1960 entra nell’abbazia benedettina di Viboldone. Nel 1973, dietro richiesta dell’allora vescovo di Novara, monsignor Aldo Del Monte, insieme con altre cinque monache dà inizio alla vita benedettina sull’Isola San Giulio, fondando l’Abbazia Mater Ecclesiae, di cui è abbadessa. Benedetta dal Signore, la comunità dell’isola ha raggiunto in breve tempo un sorprendente sviluppo, tanto da rendere possibile la fondazione del Priorato Regina Pacis a Saint-Oyen (Aosta) e quello della Santissima Annunziata a Fossano (Cuneo).


lunedì 24 settembre 2018

L'OPZIONE BENEDETTO: PARTE PRIMA


INTERVENTO DI ROD DREHER , MILANO 17 SETTEMBRE

«Ho scritto questo libro pensando ai cristiani di destra americani convinti che il problema del cristianesimo oggi sia politico, che si debbano vincere le elezioni per salire al potere e difendere il cristianesimo: volevo spiegare loro che le cose non stanno così, che il problema è un altro», ha esordito Rod Dreher. «Il problema è che la famiglia naturale perde posizioni e l’ideologia gender cresce, e che noi non riusciamo a trasmettere la fede ai nostri figli: per affrontare questi problemi occorre mettere al primo posto Dio, e non la politica. Poi mi sono accorto che il mio messaggio poteva suscitare interesse anche fuori dagli Stati Uniti: infatti L’Opzione Benedetto è stata tradotta in 10 lingue».

«I giovani cristiani europei capiscono il messaggio dell’Opzione Benedetto perché qui in Europa il processo di secolarizzazione è più avanzato che negli Stati Uniti, ma anche negli Usa procede. 
La Chiesa sta attraversando la sua più grande crisi dai tempi della Riforma protestante e il mondo occidentale la sua più grande crisi dai tempi della caduta dell’Impero Romano. I tassi di fertilità sono crollati, i tassi di nuzialità pure: in pochi anni la percentuale di persone sposate nelle classi di età fra i 25 e i 54 anni è calata dal 51 al 19 per cento! 
L’immigrazione di massa, la crisi del liberalismo, la pervasività della tecnologia, la ristrutturazione del capitalismo, la crisi ambientale provocano instabilità. 
Cosa dobbiamo fare noi cristiani? 

A Roma, attorno all’anno 500, un giovane voltava le spalle alla città e si dirigeva verso le montagne. Si chiamava Benedetto da Norcia. Lì trascorse tre anni della sua vita in una grotta. Poi accettò di fare da guida ad altri monaci, fondò monasteri, scrisse la sua Regola. Questa non era destinata ai monaci, ma ai laici. 
La regola di san Benedetto è uno dei documenti più influenti della società occidentale, di fatto l’ha salvata. Benedetto non voleva salvare la civiltà, voleva poter cercare Dio, essere fedele a Lui e vivere in comunità dove si potesse insegnare a vivere la vita cristiana. Ma il risultato è stato anche la salvezza della civiltà».

«Benedetto è un esempio per noi oggi, come ha sottolineato Benedetto XVI quando ha detto che l’Occidente sta attraversando una crisi spirituale profonda. La gente è abituata a considerare l’Italia un paese molto religioso, il 70 per cento degli italiani si dichiara cattolico, ma solo il 13 per cento va regolarmente in chiesa; un recente studio di Franco Garelli ha appurato che solo nel 22 per cento dei casi le famiglie cristiane impegnate riescono a trasmettere ai loro figli la stessa intensità di impegno religioso. Questo assomiglia molto a un suicidio spirituale».

ABBAZIA DI SENANQUE, PROVENZA
«Noi cristiani di oggi ci troviamo nelle stesse condizioni di Benedetto 15 secoli fa: dobbiamo decidere se vogliamo Dio o il mondo. Troppo spesso i nostri leader ci dicono: “Rilassatevi, sorridete, va tutto bene: apritevi al mondo, siate moderni, siate al passo coi tempi!”. 

Ma la realtà è che sta arrivando un diluvio, e dobbiamo metterci al riparo. Di fronte al diluvio è tempo di un cambiamento radicale. Dobbiamo essere, come ha scritto Benedetto XVI, una minoranza creativa in un mondo ostile al cristianesimo, dove viviamo come degli esiliati. I cristiani sono chiamati a condurre una vita più monastica, se vogliono ritrovare la dimensione sacra della vita. Dobbiamo recuperare il senso dell’ordine delle cose non semplicemente seguendo alcune regole, ma ristabilendo il nostro rapporto con Dio

E per fare questo è necessario istituire forme di vita cristiana in comune, nessuno può sopravvivere da solo al diluvio. Per rifiutare la dittatura del relativismo ed educare alle tradizioni che hanno fatto grande la nostra civiltà è necessaria una forma di vita comunitaria. Non dobbiamo lasciarci assimilare dal mondo, anche se siamo chiamati a rendere la nostra testimonianza nel mondo e non possiamo vivere tutti in monasteri. Papa Francesco ha ragione quando dice che dobbiamo essere nel mondo, ma per essere nel mondo assolvendo la nostra vocazione dobbiamo poter dare qualcosa al mondo; e non possiamo dare ciò che non abbiamo più!».

«Ci sono già cattolici che stanno vivendo l’Opzione Benedetto, come la Compagnia dei tipi loschi di San Benedetto del Tronto. Non sono gente rabbiosa e impaurita, sono persone attive e gioiose, e pienamente controculturali. Mi diceva il loro leader, Marco Sermarini: “Non abbiamo inventato nulla, abbiamo riscoperto la tradizione che era chiusa a chiave dentro a una vecchia cassa”. Loro vivono nella grotta e nel mondo allo stesso tempo, dalla grotta tornano nel mondo per condividere i loro doni. Perché per salvare il mondo dobbiamo stare un po’ più tempo lontani dal mondo. 

Non si tratta di salvare solo la Chiesa, ma il mondo tutto intero. Ma non possiamo dare al mondo ciò che non abbiamo: abbiamo perso le nostre risorse spirituali e dobbiamo ritrovarle per poterle donare al mondo. Non si tratta di essere nostalgici, ma creativi. L’obiettivo è la santità, qualsiasi cosa meno di questo sfocerà nell’ateismo

Alasdair MacIntyre ha scritto che in questa crisi d’epoca “stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio assai diverso”. Forse quel san Benedetto diverso siete voi, ognuno di voi che è seduto qui ad ascoltarmi».


lunedì 31 luglio 2017

“DOPO LA VIRTÙ”


Alasdair MacIntyre, 1980. 
ULTIMA PAGINA

Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.

Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta.

Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”.
Dalla prefazione alla seconda edizione, 2006.
La grandezza di Benedetto sta nell‘aver reso possibile l’istituzione del monastero centrato sulla preghiera, sullo studio e sul lavoro, nel quale e intorno al quale le comunità potevano non solo sopravvivere, ma svilupparsi in un periodo di oscurità sociale e culturale. Gli effetti della visione fondazionale di Benedetto e la loro ricaduta istituzionale grazie a quanti in modi diversi hanno seguito la sua regola erano in gran parte imprevedibili per quei tempi. 
Quando scrissi quella frase conclusiva nel 1980, era mia intenzione di suggerire che anche la nostra epoca è un tempo di attesa di nuove e inattese possibilità di rinnovamento. Allo stesso tempo, è un periodo di resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell’ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata. Questa era la situazione ventisei anni fa, e tale ancora oggi rimane.”

lunedì 31 ottobre 2016

30 OTTOBRE 2016


Abbiamo visto, nelle foto dopo la scossa di terremoto di questa mattina, la cattedrale di Norcia a pezzi, e sappiamo che le vittime sono state evitate per miracolo, grazie all'ora legale. Abbiamo visto la preghiera in piazza di preti, monache e persone inginocchiate e imploranti. Abbiamo il dolore dei morti e i disagi enormi delle migliaia di sfollati che hanno perso tutto.

Norcia è il cuore della cristianità europea, la patria di San Benedetto e Santa Scolastica. E' da qui che, in un mondo senza più certezze, dopo la fine dell'impero che aveva costituito il perno dell'Occidente e della sua cultura, il santo è partito per ricostruire dalle radici spirituali un'Europa smarrita, una civiltà senza più riferimenti.
Come ha scritto Papa Ratzinger: "Abbiamo bisogno di uomini come San Benedetto da Norcia, il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, fino a risalire alla luce,  ritornare e fondare Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo. Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli. Le raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua regola, sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie".

La rinascita di Norcia e della sua cattedrale ci porterà fuori anche dalle macerie e dalla crisi di una civiltà smarrita.

sabato 11 luglio 2015

11 LUGLIO: SAN BENEDETTO PATRONO D'EUROPA

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro Mercoledì, 9 aprile 2008
(...)

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. 
Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. 

Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. 
Abbazia Benedettina di Melk, Austria

Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. 

Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. 

Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). 

Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

Leggi anche 
L Europa Nella Crisi Delle Culture: L'ultima Conferenza Del Cardinale Joseph Ratzinger (Subiaco, 1° Aprile 2005)

http://magisterobenedettoxvi.blogspot.it/2008/02/leuropa-nella-crisi-delle-culture.html



lunedì 6 luglio 2015

RITORNARE A BENEDETTO

Ben venga l’Opzione Benedetto, purché sia Benedetto XVI (con Francesco)

Abbandonare il campo di battaglia (anche politico) per creare spazi di libertà formativi, educativi e scolastici per sopravvivere? 
Non funzionerà, dice Introvigne. Così a vincere sarà il “Padrone del mondo”

di Massimo Introvigne | 05 Luglio 2015

Ferve negli Stati Uniti, dove mi trovo, il dibattito sull’Opzione Benedetto proposta da Rod Dreher, che il Foglio ha avuto il merito di fare conoscere in Italia. 

La tesi di Dreher va capita bene. Non è una “scelta religiosa” che invita i cristiani a ritirarsi nelle sagrestie. Non chiede di disinteressarsi dei grandi problemi antropologici e morali. Ma sostiene che interessarsene è possibile solo con una lunga marcia che parta, nello stile di san Benedetto, dalla formazione e dalle piccole comunità

Lo scontro frontale porterebbe invece alla sconfitta. La culture war – pensa Dreher – è stata combattuta con onore ma è finita e, come dimostra la sentenza della Corte suprema sulle nozze gay, i cristiani l’hanno persa. In Italia queste tesi sembrerebbero portare acqua al mulino di chi ha scelto di non partecipare alla manifestazione del 20 giugno a piazza San Giovanni e anche di qualche ecclesiastico d’alto bordo che la pensa nello stesso modo. Ma non è colpa di Dreher. Vorrei dunque esaminare la sua tesi prescindendo, almeno in prima battuta, dal caso italiano.


Leggendola da sociologo, penso anzitutto che la strategia Dreher possa sedurre e sembrare inizialmente ragionevole: anche perché ha un precedente storico di successo. L’ha adottata, di fronte alle sconfitte politiche e militari, il fondamentalismo islamico. Negli anni Ottanta, dopo l’assassinio di Sadat (1918-1981) in Egitto (1981) e il colpo di stato militare in Turchia (1980), le dittature militari medio orientali hanno sconfitto il fondamentalismo islamico sul piano della repressione e della polizia. Molti suoi leader sono stati impiccati. Mentre una minoranza ha reagito con il terrorismo, la dirigenza più avveduta dell’islam politico, almeno in Egitto e in Turchia, ha proposto un patto non scritto al laicismo dominante dei regimi militari. Il patto suonava più o meno così: voi gestite lo stato in modo (più o meno) laico, con leggi che ci ripugnano, e noi non reagiamo a queste leggi con la violenza. In cambio, tacitamente, ci lasciate creare degli spazi islamizzati, delle micro società dove noi e i nostri figli possiamo vivere in pace secondo la nostra interpretazione del Corano. Questo patto è poi saltato nel XXI secolo – anche se oggi in Egitto, a fronte di un terrorismo che il regime non riesce a controllare, c’è chi pensa di riproporlo – ma è andato avanti per decenni con risultati perfino spettacolari. I regimi laicisti sono sopravvissuti senza scossoni per molti anni, e nel frattempo le micro società islamizzate dei fondamentalisti sono cresciute e sono prosperate.


Non credo affatto che Dreher abbia consapevolmente in mente i Fratelli musulmani o l’islam politico turco negli anni precedenti alle vittorie elettorali di Erdogan, ma oggettivamente una somiglianza c’è. Ed è un modello che a lungo ha funzionato. Tutto bene, allora? Non proprio. Per due motivi. Il primo è che il relativismo occidentale è molto più raffinato e intrinsecamente malvagio della logica da caserma, sia pure talora condita con una salsa massonica, di qualche dittatura militare medio orientale. Non a caso Papa Francesco ha paragonato più di una volta la dittatura del “pensiero unico” in occidente con il regime dell’Anticristo nel vecchio romanzo “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson (1871-1914). Questo significa che, a differenza di un qualche generale del medio oriente, i “padroni del mondo” occidentali capiranno il pericolo, anzi lo hanno già capito, e – san Benedetto o no – stroncheranno senza pietà i ridotti alternativi dove si vive e si forma in modo diverso dal pensiero unico.

Ce ne sono già le avvisaglie nel nord Europa, dove i protestanti fondamentalisti e conservatori fanno esattamente quello che suggerisce Dreher: non partecipano al gioco politico, non contestano in modo militante le leggi ostili alla vita e alla famiglia ma cercano di vivere in pace, formarsi e formare altri in comunità e scuole protette e separate

Di recente ho intervistato i responsabili di due di queste comunità protestanti. Entrambe sono continuamente vessate da ispezioni della polizia e delle autorità scolastiche. In un caso – una scuola svedese – le ispezioni hanno ammesso che il livello dell’insegnamento è ottimo, ma hanno minacciato la chiusura se l’uniforme scolastica continuerà a essere diversa per ragazzi (pantaloni) e ragazze (gonna), il che è contrario all’ideologia di genere il cui insegnamento teorico e pratico è obbligatorio in Svezia anche nelle scuole non statali. Nell’altro caso, in Germania, il fatto che i bambini siano talora corretti con punizioni corporali – non si tratta di chissà quali tremende violenze, ma di qualche sculacciata – ha portato alla sottrazione ai genitori dei figli, che sono stati dati in affido a famiglie “normali”. In una serie di raid poliziotti tedeschi in assetto di guerra hanno messo a soqquadro la comunità e portato via i bambini. Si dirà che si tratta di “sette”: ma è il principio che conta, e comunque per un certo laicismo è una “setta” chiunque insegna ai bambini cose che non piacciono ai poteri forti. Non illudiamoci. Nell’Europa del politicamente corretto le isole di vita alternativa non saranno tollerate. E neppure negli Stati Uniti. Anche lì ci sono già le avvisaglie, con pasticcieri cristiani costretti a preparare torte per i “matrimoni” omosessuali e i primi pastori denunciati perché si rifiutano di “sposare” persone dello stesso sesso.

Un secondo motivo che mi rende perplesso sulla proposta di Dreher è che, quand’anche i “padroni del mondo” stipulino una qualche sorta di patto non scritto per lasciare sussistere le isole “benedettine”, questi patti non sono mai stipulati senza riserve mentali. Era successo così anche in medio oriente. Il laicismo dominante fingeva di tollerare gli spazi islamizzati ma nello stesso tempo metteva in atto tante piccole strategie per farli sparire. Come accennato, queste strategie da noi sono molto più raffinate e nello stesso tempo talora più brutali. Quanto agli islamici, non pensavano di rimanere nelle loro riserve islamizzate in eterno. Di lì un giorno volevano uscire per prendere il potere. Ha funzionato – e continua, con qualche scossone, a funzionare – in Turchia. Ha funzionato per poco in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno prima conquistato e poi perso il potere. Ma la strategia era chiara. Il patto c’era, ma nessuno lo aveva stipulato in buona fede.

Questa è, ultimamente, la domanda da porre a Dreher. Spazi di libertà, soprattutto formativi, educativi e scolastici, per fare che cosa? Semplicemente per sopravvivere? Non funzionerà. 

Verrà la polizia a scuola per portarci via i bambini, magari inventando maltrattamenti e preti pedofili inesistenti. E se anche questo non dovesse succedere, la stretta dall’esterno si farà sempre più soffocante, fino a uccidere. Diamo retta a Papa Francesco: rileggiamo “Il padrone del mondo” e sapremo che ci aspettano, come ha detto il Pontefice, i “sacrifici umani”. Oppure, come per i Fratelli musulmani o l’islam politico turco, pensiamo a spazi da fare crescere in silenzio per trasformarli un giorno in un progetto politico che punti all’egemonia sulla società? In questo secondo caso, la domanda ulteriore è se è possibile immaginare la riconquista, a partire da spazi che crescono, di una società che nel frattempo si sarà moralmente sfasciata. Comunque lo si giri, un patto che preveda di accettare senza combattere – in piazza e nella politica, non solo in piccoli mondi alternativi – processi socialmente distruttivi come il “matrimonio” e le adozioni omosessuali sembra infilare i “buoni” che lo sottoscrivono in una trappola per topi da cui non c’è via d’uscita. E dove non c’è neppure molto formaggio.

Altrove, invece, il formaggio c’è. Non un sondaggio, ma i risultati dei referendum celebrati negli anni scorsi negli Stati Uniti hanno rivelato che in Mississippi l’86 per cento dei cittadini si oppone al “matrimonio” omosessuale, e in Georgia – dove c’è una delle grandi tecno-metropoli americane, Atlanta, sede di quella società Coca-Cola che ha celebrato in modo particolarmente enfatico la sentenza della Corte suprema – il 76 per cento. I sondaggi sono meno certi dei dati elettorali, ma da uno affidato dal Mattino di Napoli alla Ipr Marketing quattro giorni dopo piazza San Giovanni è emerso che l’85 per cento degli italiani è contrario alle adozioni omosessuali, cioè – almeno implicitamente – alla legge Cirinnà, che di fatto apre alle adozioni. Prima di dire che gli oppositori – cristiani e non – si sono ridotti a una piccola minoranza, proporrei di ripetere certi conteggi.

L’Opzione Benedetto è allora totalmente sbagliata? No, se integra prima san Benedetto con Benedetto XVI e poi Benedetto XVI con Papa Francesco. Benedetto XVI, almeno per l’Europa, aveva in mente anche lui un cattolicesimo di minoranza che trovasse la sua forza nella cultura e nella formazione, ma – dove si poteva, come nell’Italia del Family day del 2007 – non era contrario a che si scendesse in piazza. E prima di dichiarare perdute le battaglie le combatteva: pensiamo ai suoi interventi sul caso Lautsi, cioè sulla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di vietare la presenza del crocefisso nelle scuole italiane, poi rovesciata in Appello grazie anche all’attivismo della Santa Sede.

Certo, per combattere le battaglie ci vogliono persone disposte ad ascoltare il richiamo della chiesa secondo cui un mondo diverso è possibile. Ce ne vogliono di più. E qui Benedetto XVI va integrato con Papa Francesco, che ha ripreso nell’enciclica Laudato si’ la grande lezione di Papa Ratzinger sul dominio della tecnocrazia e dei poteri forti e la necessità di resistere. Distratti dal dibattito sul clima, molti non hanno visto che sta lì il cuore dell’enciclica. Come resistere però alla tecnocrazia? Papa Francesco propone due vie: riscoprire l’amore di Dio a partire dalle prime verità della fede e riscoprire la bellezza. A questo servono le comunità “benedettine” di Dreher: ben vengano. Ma poi, per ripetere la parola più usata da Papa Francesco, da queste comunità bisogna “uscire” per giocare la partita e cercare di vincerla. Senza farsi imporre dai poteri forti la tesi secondo cui non c’è più nessuna partita perché è stata fischiata la fine e si tratta solo di accettare la sconfitta. Papa Francesco ripete spesso che “il tempo è superiore allo spazio”. Non siamo topi in un labirinto il cui percorso è già stato stabilito per noi dai poteri forti, ma uomini e donne liberi di creare il nostro futuro. Basta crederci. Il tempo non è scaduto.


sabato 13 giugno 2015

RUINI, SAN BENEDETTO E LA TESTIMONIANZA PUBBLICA DEI CATTOLICI

Ruini: «Spero che manifestazione per la famiglia abbia un forte successo»

Giugno 12, 2015 TEMPI  Redazione

Oggi sul Foglio appare una bellissima intervista di Matteo Matzuzzi al cardinale Camillo Ruini. La chiacchierata spazia su diversi argomenti, che ruotano tutti intorno alla famiglia e alle modalità più opportune per i cattolici di testimoniare le proprie convinzioni.


Ad un certo punto, il giornalista chiede al cardinale se ha ancora senso oggi mobilitarsi per contrastare disegni di legge che minano le fondamenta della famiglia. Risponde Ruini:

«Le società occidentali, Italia compresa,
sono sottoposte da molto tempo a una grande pressione, che c’era già dieci anni fa e ora è aumentata. Si tratta di una pressione sia mediatica sia alimentata dai pronunciamenti delle magistrature, rivolta a cambiare le strutture fondamentali che reggono la famiglia. È da mettere in conto che questa pressione non sia priva di effetti, specialmente tra i giovani. Però, quanto all’Italia, sono convinto che la partita rimanga aperta e che la disponibilità a impegnarsi sia ampiamente presente. Spero poi di cuore che le iniziative che proprio ora si stanno prendendo su questi punti abbiano un forte successo, a cominciare
da quella del 20 giugno prossimo».


Il cardinale risponde anche a domande sull’assuefazione da parte dei cattolici a comportamenti non in linea con la morale cattolica.
Non sono una novità, dice Ruini: «Pensiamo solo alle resistenze che incontrò la Humanae vitae». La Chiesa, certamente, può fare di più, soprattutto attraverso il linguaggio, per farsi capire dai giovani. La questione, però, è che questo cambiamento «non si fa per decreto», ma attraverso persone, testimoni, come lo fu Giovanni Paolo II e come lo è oggi papa Francesco.

Dunque bisogna mandare in soffitta le battaglie culturali?, chiede il giornalista, facendo riferimento al dibattito statunitense, dove c’è chi ha proposto l'”opzione Benedetto” (cioè fare come Benedetto da Norcia e ritirasi dal mondo per ricostruire a partire dai monasteri). No, dice Ruini che così argomenta:

«Benedetto di Norcia si è ritirato dal mondo
non perché disperasse di convertirlo, ma perché cercava soltanto Dio e riteneva di poterlo trovare nel modo migliore nella vita monastica. La sua è stata un’intuizione, o meglio, una vocazione estremamente feconda e determinante per la storia della nostra civiltà. Non si tratta di fare le “guerre culturali”, ma di esprimere la concezione cristiana dell’uomo, con le parole ma anche con la prassi di vita e con comportamenti concreti, tenendo sempre uniti la verità e l’amore al prossimo. Come non dobbiamo aggredire nessuno, così non dobbiamo assolutamente rinunciare a dire chiaramente la verità e a testimoniarla con la vita».