Visualizzazione post con etichetta BRUEGEL IL VECCHIO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BRUEGEL IL VECCHIO. Mostra tutti i post

venerdì 6 marzo 2020

CAMUS E IL CORONAVIRUS


Giuseppe Frangi il sussidiario.net
In tempi di coronavirus, Camus invita non darsi per vinti davanti a quel nemico astratto (“La peste”) che pregiudica la possibilità di felicità per gli uomini
In questi giorni di coronavirus scattano anche automatismi intelligenti: la classifica di vendite di Amazon ad esempio rivela che un grande libro come La peste di Albert Camus è entrato nella classifica dei libri più venduti. C’è davvero da sperare che le persone lo leggano. La peste è un grande libro che Camus scrive tra 1941 e 1946, mentre attraversa la cupa esperienza della Francia assediata dalle truppe hitleriane. 
Bruegel il Vecchio, Il trionfo della morte, Il Prado, Madrid

È un libro in cui, fatte le debite proporzioni, si possono trovare tante coincidenze con la situazione che parti di Italia stanno vivendo in questi giorni: le città chiuse, l’incontrollabilità del contagio, l’improvvisazione nell’organizzazione dei soccorsi, la girandola fuori controllo delle informazioni, la ricerca affannosa della medicina in grado di fermare l’epidemia.
Il virus nel libro di Camus ha la forma di topi che infestano in modo inesorabile la città in cui la storia è ambientata, Orano. Ma quello che rende interessante e quasi necessaria la lettura della Peste è la ragion d’essere di questo libro: Camus lo scrive non perché gli interessi documentare un incubo, ma all’opposto perché gli interessa testimoniare la possibilità di un antidoto.

Se La peste è nella sostanza una metafora che fotografa la caduta morale di un popolo e di una comunità umana, la risposta di Camus è una risposta radicalmente antinichilista.
Non si affida alle ideologie, ai proclami, agli eroismi e neanche ai santi, data la sua matrice laica. Si affida allo sguardo del narratore, il dottor Bernard Rieux, che con pragmatismo e assoluta dedizione affronta questa battaglia che per lui è insieme professionale e umana. Rieux attraversa il tunnel della peste rimboccandosi le maniche, senza mai tirarsi indietro, mosso dalla coscienza del suo compito ma insieme desideroso di cercare un perché. Il perché, scrive Camus, “di quella tetra lotta tra la felicità di ogni uomo e l’astratto della peste”.

La peste è dunque un “astratto”, cioè una negazione dell’umano. E contro questo nemico il dottor Rieux combatte senza massimalismi: “Non ho inclinazione per l’eroismo e la santità”, dice di sé. “Essere un uomo, questo mi interessa”. Riconosce che per lui la peste è professionalmente “un’interminabile sconfitta”. Ma questo non lo esime dal fare come “il minimo prete di campagna, che amministra i suoi parrocchiani e ha sentito il respiro dei moribondi: cura la miseria prima di volerne dimostrare la perfezione”.
Camus è uno scrittore ostinatamente umano (“in mezzo ai flagelli si impara che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”, scrive) e in questo rappresenta qualcosa di davvero unico nel panorama della cultura europea del 900.

La squadra che nel libro agisce, insieme a Rieux, nello scenario della peste è mossa dalla sua stessa ostinazione a non darsi per vinti davanti a quel nemico “astratto” che pregiudica la possibilità di felicità per gli uomini.
Poco alla volta nel corso del libro in Rieux si fa largo timidamente la luce di una consapevolezza rivelatrice.
Scrive Camus: “Rieux sapeva che un mondo senza amore era come un mondo morto e che viene sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro e del coraggio, per domandare il viso d’una creatura e un cuore che l’affetto riempie di stupore”.

Le pagine finali del libro, con i fuochi d’artificio che nella notte illuminano il cielo di Orano e riempiono di allegria le persone nel festeggiare la fine della peste, sono la rappresentazione di un desiderio che è nel cuore di ogni uomo, a cominciare evidentemente dal nostro di uomini nella morsa del Covid-19.

Ma è felicità affidabile, avvisa con realismo e con amore Camus per bocca del suo dottore, se non si smarrisce la consapevolezza che “questa non può essere la cronaca di una vittoria definitiva”.


venerdì 14 novembre 2014

LUSSURIA

Così sembra che Vladimir Guadagno, in arte Luxuria, per ora non sarà ospite degli studi di TV2000, la televisione dei vescovi italiani.

L’uomo, punta di diamante (se così si può dire) di uno stile di vita non proprio casto e puro, non sarebbe andato negli studi per cercare Dio ma per comunicarci quella sua visione del mondo, abbattendo il muro della chiesa in cui noi cristiani siamo evidentemente rinchiusi.
Bruegel il vecchio, i peccati capitali

E’ importante sapere che si vuole dialogare anche con la Luxuria, nel caso avesse qualcosa di importante da dirci che ci era sfuggito.
 Spero che prossimamente inviteranno anche Ira, Avarizia, Accidia, Gola, Superbia e Invidia. Ognuno di loro avrà il suo punto di vista di cui tenere conto e imparare e al quale si saprà rispondere con la consueta chiarezza.
Chi vorrà seguire Luxuria nel frattempo dovrà provare altri canali.

Berlicche
berlicche.wordpress.com

sabato 16 febbraio 2013

IL PAPA IL SUO GRIDO LA NOSTRA SORDITA'


 
lunedì 11 febbraio 2013

... in un quadro di Bruegel il vecchio. Sì gli artisti sono sempre profeti, quando sono artisti veri. Tra le lacrime, oggi, riassaporavo questo dipinto di Bruegel: la predica di San Giovanni Battista. Ho chiuso gli occhi e ho visto noi, in quest'ora dura della storia. La sapremo riconoscere?
Il dolore sottile delle opere di Bruegel mi sta accompagnando in quest’ora difficile della storia.
Nessuno lo ha ascoltato il Santo Padre, nessuno lo ha ascoltato quando con la sua gentilezza e affabilità, con la sua finezza linguistica e culturale ci ha ammonito. Ha ammonito i giovani e i vecchi, la gente del popolo e i suoi vescovi, li ha avvertiti circa l’inganno, lo svuotamento delle parole che rendono vero il falso e bene il male.
Ci ha avvertito sempre ad ogni passo di questo mondo impazzito. Nessuno lo ha ascoltato, proprio come il Battista di Bruegel. Ci dividono 450 anni da Bruegel, eppure le sue opere parlano. Parlano di un mondo dissestato, dilaniato dalle lotte civili, fra cattolici e protestanti, dilaniato da guerre di potere tra Stati cristiani e non cristiani.
Sono passati cinque secoli, ma la folla assiepata all’ascolto del Battista non è cambiata.
San Giovanni il Battista è dimesso, bruno come gli alberi del luogo dove predica, è al centro della scena eppure confuso tra i mille che affollano la radura. Non è il profeta che sta alto sulla cima di un colle o sull’altura e parla a una folla attenta e silenziosa. No, è uno fra i tanti, uno la cui parola è opinabile. Proprio come Benedetto XVI oggi.

Attorno al profeta, del resto, si accalca una folla incurante. Attorno a un albero, giovani assonnati; un uomo approfitta della folla per fare delle avances alla contadina che gli sta appresso. Un mago in primo piano legge la mano all’uomo d’affari che vuole capire come si volgerà il destino per lui. Il mago si volge verso una donna, pare la sua compagna per l’affinità nell’abbigliamento, la donna tiene fra le braccia un bimbo, rosso come il fuoco che guarda un cane accovacciato accanto al mago.
Distratti, disinteressati, dormienti. Tutti presi dalle loro piccole e grandi passioni, mentre sfugge loro l’unica passione per la quale vivere, quella dell’anima.
C’è qualcuno che ascolta ed è la gente del popolo, semplice e tranquilla, ma ci sono altri che ascoltano con la malizia nel cuore. Come, ad esempio, il soldato vestito alla turca; come l’uomo vestito di azzurro e rosso: i colori dell’inganno e della maldicenza. Sono gli unici a mostrare consapevolezza, ad attendere l’ora.
È il nostro mondo diviso fra alcuni che pensano di poter andare avanti così, che la fede rimarrà salda sempre, a dispetto di tutto, che il Battista continuerà a parlare, e altri che invece stanno in agguato per cogliere il profeta in fallo, per trarlo in inganno per assaporarne la sconfitta.
Così la voce del Papa si è persa nel rigagnolo twitteriano. Un mondo di cinguettii che pensa di essere il nuovo traguardo dell’informazione, della comunicazione, il luogo dove formare le coscienze e che invece si è rivelato vacuo, inconsistente, ingannevole come l’uomo in blu e rosso.

Al santo Padre, come all’antico profeta, al Battista, non resta che offrire se stesso e la sua coerenza di vita. Il Papa sta giocando l’ultima carta che possiede per lanciare il grido di allarme al nostro mondo ridanciano e carnevalesco, dove le prediche non sortiscono più alcun effetto e i Battista di turno non sono più nemmeno uccisi, sono semplicemente beffeggiati, ridicolizzati.
Il Papa si dimette. Una notizia che sconcerta e scuote, forse come la testa del Battista venduta per una danza di donna, 2000 anni fa. Il Papa si dimette e dice al mondo: attenzione l’ora è grave. Il tempo della lotta non è finito ma inizia. Quella che viviamo è solo una tregua, ma occorre prendere coscienza di ciò che sta per accadere.
C’è un solo uomo che guarda verso di noi nella predica del Battista di Bruegel: è nascosto dietro l’albero e non può nascondere la spada che riposa, per ora, dentro al fodero. Presto la esibirà per tagliare la testa al predicatore: «Che la Chiesa non parli più. Che ci lasci fare. Che ci lasci vivere secondo i comandamenti scelti da noi, i valori che noi crediamo tali. Che non ci rovini più con le sue prediche sterili!»
È l’urlo di guerra da cui il Papa ci vuole proteggere. Ma noi abbiamo gli occhi chiusi, come l’autore del dipinto, Bruegel che si è ritratto mescolato tra la folla sulla destra, proprio accanto a due monaci grigi. Egli tiene gli occhi chiusi. Come tutti noi.
Possa il grido che il Papa lancia con la sua scelta, farceli aprire.
Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire
Clicca per ingrandire