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domenica 2 luglio 2023

PAPA FRANCESCO E I «METODI IMMORALI» DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE.

LEONARDO LUGARESI

(con una nota finale del Crocevia)

Ieri il papa ha nominato il nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nella persona di mons. Victor Manuel Fernandez, finora arcivescovo di La Plata (Argentina), ed ha voluto accompagnare la pubblicazione della nomina con una sua lettera che è stata resa nota contestualmente all’annuncio dell’incarico.

Mons. Victor Manuel Fernandez

Non è una prassi abituale: questa lettera, indirizzata al neoeletto e per conoscenza a tutti noi, è dunque un documento importante, che merita un’attenzione particolare. Si tratta infatti di un atto ufficiale, che il papa ha specificamente voluto compiere per spiegare il senso che ha inteso dare alla scelta di mons. Fernandez ed esplicitare la missione che affida al nuovo prefetto. Nulla di ciò che contiene può dunque essere considerato alla stregua di un obiter dictum e tantomeno come un’espressione “dal sen fuggita” nel corso di una conversazione, come si potrebbe sostenere, ad esempio, per le tante interviste che il papa ha concesso in questi ultimi tempi.

Per questo motivo ritengo doveroso, per un semplice fedele come me, riflettere sull’affermazione che si trova quasi in apertura della lettera, al secondo capoverso: «El Dicasterio que presidirás en otras épocas llegó a utilizar métodos inmorales». Se traduco bene: «Il DIcastero che presiederai in altre epoche è arrivato ad usare metodi immorali». Mi sembra una frase grave e sconcertante. L’accusa di immoralità, lanciata da un papa ad un organo supremo della Santa Sede, a mia conoscenza non ha precedenti.

Diventa perciò assolutamente necessario anzitutto chiarire a chi e a che cosa si riferisce papa Francesco. Il che cosa è forse, almeno in parte, spiegato nella frase immediatamente successiva: «Fueron tiempos donde más que promover el saber teológico se perseguían posibles errores doctrinales». Cioè, sempre se capisco bene: «Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali».

Questa affermazione mi pare molto problematica: non è facile comprendere perché mai il compito di difendere l’ortodossia della dottrina della Chiesa, da sempre affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, debba dare adito ad accuse di immoralità, e ci si potrebbe anche chiedere se una visione in cui la promozione della conoscenza teologica spetta in prima battuta a un organo del governo centrale della chiesa piuttosto che alla libera ricerca dei teologi non sia, in definitiva, ben più verticistica di quella in cui all’autorità gerarchica è riservata piuttosto una funzione di “sorveglianza” (“episcopale” appunto) nei riguardi di tale lavoro, al fine di mettere in guardia i fedeli contro errori dottrinali, che non sono solo astrattamente “possibili” ma di fatto si sono verificati molte volte nella storia della chiesa. Ma lasciamo stare: da semplice laico non mi considero certo all’altezza di poter affrontare argomenti così delicati e complessi.

Più urgente per me è capire di chi sta parlando il papa quando parla di «metodi immorali». Se ci si lascia distrarre dalla espressione temporale «en otras épocas», così vaga da significare tutto e nulla, si potrebbe pensare che è impossibile rispondere a tale domanda. L’accusa perciò resterebbe grave e sconcertante, ma finirebbe per avere la rilevanza di una “denuncia contro ignoti”. Si può temere, purtroppo, che quel finto complemento di tempo sia stato inserito a bella posta, per dire e non dire. Che sia un’astuzia, in altre parole. Il messaggio sarebbe più o meno questo: “Alla Congregazione per la Dottrina della Fede usavano metodi immorali”. “Ma quando? E chi è stato?”. “Un tempo. E non si sa chi”.

Però la terza frase di quel terribile paragrafo mi sembra che chiarisca a sufficienza il pensiero del papa. Egli scrive infatti al nuovo prefetto: «Lo que espero de vos es sin duda algo muy diferente». Che in italiano si traduce: «Quello che mi aspetto da voi è sicuramente qualcosa di molto diverso». Ora, non è chi non veda che una frase del genere ha senso soltanto in relazione ad un passato recente.

Di conseguenza, le “altre epoche” in cui secondo il papa la CDF faceva cose immorali non sono quelle di un remoto passato, di una fase storica della Chiesa ormai finita da un pezzo, e così lontana dal nostro mondo e dalla nostra mentalità per cui i termini delle questioni si ponevano allora in modo del tutto diverso da come si fa oggi, eccetera eccetera … (ammesso e non concesso che anche in questo caso l’accusa di immoralità sia giustificata). No, il papa sta evidentemente parlando della “chiesa di ieri”, non di quella di cinque secoli fa. Per dirla tutta: non della “Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione” di Paolo III e nemmeno della “Sacra Congregazione del Sant’Uffizio” di san Pio X, ma della “Congregazione per la Dottrina della Fede” di san Paolo VI, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ancor più brutalmente: non sta parlando dei tempi del cardinal Carafa (XVI secolo), ma del cardinale Ratzinger. Se le cose stanno così, a rendere ancor più “problematica” per un cattolico l’accusa di immoralità rivolta alla CDF sta il fatto che essa ha sempre agito in obbedienza e comunque con l’assenso dei pontefici regnanti: san Paolo VI, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Di conseguenza diventerebbe impossibile sottrarre quei santi pontefici al rimprovero di essere stati come minimo conniventi con i «metodi immorali» della CDF. Solo io resto senza parole di fronte a una prospettiva del genere?

Tutto ciò è per me, come semplice fedele cattolico, fonte di un enorme imbarazzo, per non dire di scandalo, ma francamente non mi pare che l’affermazione del papa possa essere intesa in altro modo. La comunicazione ha le sue regole e neanche un papa può ignorarle. Provo a spiegarmi ancora meglio con un esempio. Poniamo che il rettore di una scuola, presentando ai docenti e agli alunni un nuovo insegnante che ha appena nominato, dica: «Un tempo in questa scuola si usavano metodi violenti. Da lei mi aspetto sicuramente qualcosa di molto diverso». Chi mai potrebbe pensare che quel rettore si riferisca, che ne so, ai tempi degli antichi Romani e al plagosus Orbilius di oraziana memoria?

Tutti capirebbero che intende alludere al predecessore o ai predecessori immediati del nuovo docente. Altrimenti la sua frase sarebbe priva di senso, quanto lo sarebbe oggi dichiarare di aspettarsi che il nuovo prefetto del dicastero vaticano non scriva con la penna d’oca, non faccia il viaggio dall’Argentina a Roma su un veliero e non si rechi al lavoro in carrozza.

LEONARDO LUGARESI

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NOTA DEL CROCEVIA

Mons Fernandez è da sempre in prima linea per aprire la comunione ai divorziati risposati, favorevole alle leggi per le unioni civili, aperto al cardinalato delle donne. Ha pubblicato un libro in Argentina nel 1995, un bestseller col titolo di: “Saname con tu boca. El arte de basar”. Si legge:” Nell’intento di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita, sono venute fuori queste pagine afavore del bacio che , spero, ti aiutino a baciare meglio, e ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere”.

Niente di male in tutto questo.

Ma molta strada è stata fatta da quando i Prefetti della Dottrina della fede avevano come best seller titoli come “Introduzione al Cristianesimo”

 

lunedì 7 settembre 2020

QUANDO PAOLO VI SALVO' LA CHIESA DAL DISASTRO


INTERVISTA CON DON LUIGI GIUSSANI
Ecco qui di seguito i passaggi essenziali di quella intervista, raccolta da Renato Farina e uscita sul settimanale “Il Sabato” del 9 agosto 1988

D. – Il mese di agosto del 1978 morì Paolo VI e venne papa Albino Luciani. Poi ci fu l’avvento del “papa venuto da lontano”. Ricorda le ore in cui fu annunciata la morte di Paolo VI?
R. – “Ricordo quei momenti. […] Versava in tali condizioni la Chiesa che la perdita di quella guida mi parve gravissima. Era stato Paolo VI che, con tutta buona fede, aveva visto favorevolmente una certa evoluzione della Chiesa. Ma tanta era la verità del suo amore alla Chiesa che, a un certo punto, dovette accorgersi del disastro cui la dinamica delle cose – pur [da lui] approvate – portava. Fu allora che si aprì totalmente all’esperienza di Comunione e Liberazione. Che papa Montini venisse meno allora fu come l’assentarsi di una possibile guida. Aveva visto e avallato; conosceva le intime connessioni di quel processo di distruzione. Ora, intendeva andare contro corrente: ed era lui il più indicato a farlo, il migliore”.
D. – Da quando data questa volontà nuova di Paolo VI?
R. – “È a far data dal suo famoso ‘Credo’, il 30 giugno del 1968, che avviene la svolta. L’’Humanae Vitae’ e gli inauditi attacchi cui fu sottoposto lo confermarono nel suo giudizio. Il culmine della sua disillusione si ha con il referendum sul divorzio in Italia, nel 1974, quando proprio i dirigenti dell’Azione Cattolica e della FUCI, che egli aveva amato e protetto, gli volsero le spalle. È in questo clima, probabilmente, che Paolo VI si accorge della capacità di rinnovamento dell’avvenimento cristiano e di risposta all’uomo che Comunione e Liberazione implicava. È dal 1975 che si sono moltiplicati i segni di questa sua nuova e forte simpatia. Per la Domenica delle Palme di quell’anno egli chiamò i giovani di tutti i gruppi cattolici a Roma […]. Chiamò tutti. Si trovò da solo coi diciassettemila di CL”.
D. – E poi come andò?
R. – “[…] Finita la messa, era circa mezzogiorno, mi sento chiamare da un prelato: ‘Don Giussani, il papa la vuole’. Ero nel pronao della basilica di San Pietro, avevo la pisside con ostie consacrate tra le mani, e sentii quella voce. Tentai di affibbiare, nell’emozione, la pisside a un alabardiere, che si ritrasse. Finalmente potei correre verso il papa. Comparvi dinanzi a lui proprio sulla porta della chiesa. Mi sono inginocchiato, ero così confuso… Ricordo con precisione solo queste parole: ‘Coraggio, questa è la strada giusta: vada avanti così’”.

mercoledì 10 gennaio 2018

CL IN CATTOLICA: UNA PRESENZA “POPOLARE” INDIGESTA ALLE VISIONI ELITARIE DOMINANTI


 Dopo lo sgradevole intervento di Melloni su Repubblica, ci aspettavamo una replica da parte del Movimento.   … ma forse questo non è importante


Ecco allora un intervento  di Mauro Grimoldi, insegnante di lettere al liceo Don Carlo Gnocchi di Carate Brianza, in risposta all’articolo di Alberto Melloni  e incentrato sulla presunta «egemonia di Cl» all’interno dell’ateneo milanese «decisa» secondo lo storico della Chiesa da san Giovanni Paolo II negli anni Ottanta e proseguita fino a oggi.

Inaugurazione anno accademico 2017 (foto La Presse)
Quando Giovanni Paolo II, durante la visita a Milano del maggio 1983, l’annus horribilis indicato da Melloni nel suo articolo del 4 gennaio su Repubblica, si rivolse ai docenti dell’Università cattolica, verso la fine del suo intervento si espresse in questo modo: «Sarà grazie all’impegno generoso di tutte le forze operanti nell’Università, in costante dialogo con quelle diffuse nel Paese, che si giungerà ad elaborare una vigorosa cultura cattolica e popolare, in cui liberamente si riconosca sempre più la nazione italiana nella sua tradizione rinnovata e nei suoi valori più autentici».
Lo ricordo bene, dal momento che in quegli anni ero studente in Cattolica e, con altri amici, condividevo la responsabilità della locale comunità di CL.
In fondo credo che la vera differenza tra l’impostazione di Melloni e quella di Giovanni Paolo II e Cl si comprenda a partire da questa citazione.(…)

Quella che viene presentata come «egemonia» di Cl frutto della decisione del Papa polacco (per la verità la presenza di Cl in Cattolica è iniziata nel 1969, quasi dieci anni prima dell’elezione di Giovanni Paolo II) è in realtà la proposta di una «vigorosa cultura cattolica e popolare», la cui elaborazione definisce lo scopo, secondo il testo papale, a cui tutte le componenti dell’Università, in dialogo con le forze operanti nel paese, dovrebbero tendere. Bisogna peraltro osservare che molti tra i docenti, i dirigenti e gli studenti della Cattolica, in quell’occasione e anche negli anni successivi, non hanno affatto dimostrato simpatia e accordo con il modo di intendere del Pontefice.

Al netto di ogni polemica, la differenza tra la posizione di Melloni e quella da lui indicata come propria di Giovanni Paolo II e Cl è qui: da una parte una visione elitaria (verrebbe da dire sacerdotale) della cultura e dell’educazione, dall’altra una visione popolare (laica) delle stesse.

In effetti, la nascita e lo sviluppo del movimento di Cl, e non solo, ha rappresentato un fenomeno “popolare” di grande rilievo: diverse generazioni di giovani, per cui il cristianesimo era finito, lo hanno riscoperto quanto mai vivo, capace di ridare significato e vigore alle loro esistenze, tanto da volerlo proporre a tutti in ogni ambiente della società e ad ogni livello di responsabilità fossero impegnati.

Non uno scelto manipolo di professionisti preparati, ma una “presenza” comunitaria e comunionale, non solo nelle parrocchie, ma in ogni ambiente di vita e di lavoro, che non ha generato uomini “delle” istituzioni, “dei” partiti, “di” cultura (le mitiche figure di «riserva» per dirla con Melloni), ma cattolici riconoscibili come tali (quelli “di” CL si è sempre detto), impegnati in piena e totale responsabilità personale, nelle istituzioni, nei partiti, nella cultura e via dicendo.


Così in anni in cui gli ambiti consueti di educazione cattolica si erano spopolati da un pezzo (ricordiamo ancora piazza San Pietro semideserta nella domenica delle Palme del 1975, quando i giovani cattolici convocati da Paolo VI erano in grande maggioranza i ragazzi di Cl), nelle scuole, nelle fabbriche, nelle università, negli uffici, nelle periferie e nei diversi palazzi del paese riprendeva vita una vivace, ingombrante e fastidiosa per molti, presenza di cristiani, decisi a dar ragione della loro presenza, tanto negli anni duri del terrorismo (e forse si deve a loro, insieme ai giovani del Pci, aver impedito che i gruppi armati arrivassero a giocare un ruolo, quello sì egemone, nelle scuole e nelle università) quanto in tempi solipsistici, rancorosi, come si dice, e non meno violenti come quelli che stiamo vivendo oggi.

domenica 13 agosto 2017

DIALOGO? NO, GRAZIE. MEGLIO LA DISPUTA


ALDO MARIA VALLI
Oggi «abbiamo a che fare con un’inflazione del dialogo. Si vuole “aprire un dialogo” con ognuno e possibilmente con tutti… Non è tanto importante l’argomento che trattiamo; è più importante la relazione che intessiamo nel dialogo. Il percorso è la meta».
Questa critica del dialogo ecumenico fine a se stesso, coltivato come un bene in sé, al di là della questione su cui si dialoga, non arriva da qualche rappresentante del conservatorismo cattolico. Anzi, l’autore non è nemmeno cattolico. Si tratta infatti di Jürgen Moltmann (Amburgo, 1926), il teologo evangelico già docente a Tubinga e autore del celebre «Theologie der Hoffnung», «Teologia della speranza», del 1964.
La riflessione sul dialogo è contenuta nel suo articolo «La Riforma incompiuta. Problemi irrisolti, risposte ecumeniche», pubblicato in «Concilium» (n. 2, 2017, pag. 142), ed è resa ancora più interessante dal fatto che Moltmann introduce una distinzione tra «dialogo» e «disputa». Scrive infatti: «Il dialogo dei nostri giorni non è funzionale alla verità», bensì alla «comunione», ed è così che subisce una sorta di edulcorazione. Il tentativo di evitare gli spigoli porta all’appiattimento, e la teologia ne risente.
«In passato – scrive il novantunenne Moltmann dall’alto della sua lunga esperienza – la gente si lamentava della voglia di litigare che avevano i teologi (“rabies theologicorum”); oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione».
Alla ricerca della comunione, le asperità sono limate fin quasi a scomparire. E ciò che resta è spesso una tolleranza priva di contenuti che sacrifica la passione per la verità.
Moltmann è esplicito nel suo elogio della disputa: «Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni».
Più chiaro di così l’anziano teologo evangelico non potrebbe essere, ed è significativo che la sua rivalutazione della disputa, contro l’inflazione del dialogo, arrivi proprio nell’anno in cui, tra molteplici inni al dialogo e ben poca attenzione per la questione della verità, si celebra il mezzo millennio dalla Riforma. «Comunione e verità non procedono più di pari passo?», si chiede  Moltmann.
«C’è anche l’evidenza – commenta Silvio Brachetta su «Vita nuova», il settimanale cattolico di Trieste – della scomparsa della via di mezzo: le discussioni odierne possono essere dialoghi o polemiche. Quasi mai c’è un dibattito costruttivo, per la dimostrazione di un qualcosa. Si assiste ad incontri rilassati, a basso contenuto scientifico; e si oscilla tra qualche considerazione in serenità o all’impeto eristico di chi cerca di avere ragione con foga. In genere si preferisce il monologo, perché ha il pregio di non dover essere dimostrato a tutti i costi: l’interlocutore non deve fare la fatica di controbattere, ma oppone semplicemente un altro suo monologo».
Osservazioni condivisibili, alle quali però il professor Stefano Fontana, sempre su «Vita nuova», aggiunge un’ulteriore riflessione: «Silvio Brachetta ha ragione a dire che il dialogo senza verità è morto e a lodare il teologo protestante Jürgen Moltmann per averlo detto. Però non va dimenticato che l’assolutizzazione del dialogo deriva proprio dalla penetrazione nella Chiesa cattolica della mente protestante».
«La questione dell’abuso cattolico del dialogo – scrive Fontana – è antica. Già le opere preconciliari di Karl Rahner ponevano le basi per un dialogo senza contenuti. Il conciliarismo successivo al Vaticano II ha applicato e sviluppato il concetto, utilizzando maldestramente l’enciclica “Ecclesiam Suam” di Paolo VI». È vero: «Oggi si dialoga senza sapere più per quali contenuti dialogare», ma, proprio in omaggio alla verità, non bisognerebbe dimenticare che «questo vizio è dovuto alla penetrazione del protestantesimo nella mente cattolica».
È d’altra parte significativo che il fastidio per il dialogo fine a se stesso sia manifestato da un protestante come Moltmann. «Vuoi vedere – si chiede Fontana  – che i protestanti si ravvedono prima dei cattolici?».
E qui il professore fa un approfondimento necessario: «La teologia cattolica ha sempre insegnato che la fede è composta di due aspetti: la “fides qua”, ossia l’atto personale di fede, e la “fides quae”, ossia i contenuti rivelati che si credono per l’autorità di Dio rivelante. Lutero separa i due aspetti, anzi elimina il secondo, sicché la fede è solo un rapporto soggettivo di coscienza del fedele con Dio. È una fede “fiduciale”, un fidarsi cieco, un mettersi nelle mani di Uno senza motivi di contenuto. La fede protestante è infatti una fede senza dogmi e la Chiesa è solo spirituale, fatta cioè da tutti coloro che si affidano, in questo modo “fiduciale”, a Cristo. Per questo motivo l’unità non è data dalla comune confessione degli stessi contenuti di fede, come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato a cominciare, appunto, dai Confessori della Fede, ma è data dal con-venire delle singole soggettività in un unico atto di fiducia. Il con-venire soggettivo sostituisce i motivi rivelati del convenire stesso».
«L’accento si sposta sull’atto e non più sui contenuti dell’atto. Ecco perché oggi, anche nella Chiesa cattolica, la pastorale “come azione ecclesiale” viene prima della dottrina, ne è indipendente e, addirittura, riformula la dottrina. Si tratta di una concezione di origine protestante. Ecco perché ad ogni convegno ecclesiale si insiste sulla bellezza del con-venire, anche se in queste convention poi si sentono mille eresie dal punto di vista dogmatico. Ecco perché si parla di una Chiesa “plurale” o “aperta”, secondo l’indicazione di Karl Rahner –  che era cattolico nella forma ma protestante nei contenuti  –  della quale possono fare parte tutti, compresi eretici ed atei. La “fides quae” viene persa di vista o, comunque, considerata di importanza derivata. L’eresia viene derubricata a diversità di opinione».
L’argomentazione di Fontana è cristallina e non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, ma è l’autore stesso ad attualizzare il tutto con un riferimento a una vicenda che ha causato tanto dolore: «Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano “Avvenire” ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità».
Stefano Fontana nel suo articolo accenna all’«Ecclesiam Suam» di Paolo VI (1964), che può essere effettivamente considerata l’origine della «svolta dialogica» in teologia. Tuttavia papa Montini nel documento non dice che il dialogo ha valore in sé, ma che occorre dialogare per convertire, e sebbene Romano Amerio, in «Iota Unum», parli di equazione incoerente e impossibile «tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo», bisogna ricordare che Paolo VI  esalta il «dialogo della sincerità» e, a proposito di ecumenismo, precisa:  «Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati» perché «nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità», però «dobbiamo pur dire che non è in nostro potere transigere sull’integrità della fede e sulle esigenze della carità».
Paolo VI non esita nemmeno a mettere in guardia dal relativismo, eppure la sua enciclica è stata abbondantemente utilizzata in senso relativistico.
Eliminati tutti i punti in cui Montini stigmatizza il «compromesso ambiguo» così come l’irenismo e il sincretismo («Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede… Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo»), l’«Ecclesiam Suam» è stata ridotta a manifesto di una superficiale e indistinta amicizia tra la Chiesa e il mondo, e, come giustamente ricorda Brachetta, bisognerà aspettare Joseph Ratzinger, con la «Dominus Iesus» (anno 2000) per una denuncia di quella «ideologia del dialogo»  che, penetrata anche nella Chiesa cattolica, «si sostituisce alla missione e all’urgenza dell’appello alla conversione».
Insomma, a dispetto delle preoccupazioni di Paolo VI, il relativismo è entrato nella Chiesa ed ha usato l’idea di dialogo in modo strumentale. Ecco perché chi ha a cuore la questione della Verità dovrebbe far sua la proposta di Moltmann e rivalutare la disputa, lo scambio vivace di opinioni, la controversia che mette sul tavolo ragioni diverse.

Solo che, per disputare, occorre saper ragionare, e proprio questo, oggi, è il problema. Perché la nostra è sì crisi di fede, ma forse, prima ancora, è crisi della ragione.

giovedì 12 maggio 2016

SEGNO DEI TEMPI: AVVENIRE LGBT


Il quotidiano cattolico Avvenire, in un promozionale articolo dei "cristiani LGBT", riprende, tra l'altro, questa affermazione del gesuita padre Piva che si inserisce, oramai, nel consueto armamentario fatto di "porte aperte", "muri da abbattere" e "ponti da costruire".

Dice infatti padre Piva qui che anche per le persone omosessuali, «la pastorale della Chiesa è chiamata ad innescare processi di cambiamento, conversione, promozione, liberazione. Questo significa optare per la formazione della coscienza che sappia scorgere la volontà di Dio nel quotidiano, qui ed ora, piuttosto che una generica e spersonalizzante affermazione di PRINCIPI ASTRATTI ». I principi astratti sarebbero la dottrina.


Cascioli qui sulla Nuova Bussola osserva che: "Ad Avvenire non viene neanche in mente che a proposito di piano di Dio ci sarebbe prima da risolvere quel problemino legato al racconto della Creazione secondo cui Dio creò l’uomo maschio e femmina, con il compito di popolare la terra. Ma non è solo il problema del riferimento alla Scrittura – un teologo che sistema brillantemente qualsiasi situazione lo si trova sempre -, piuttosto il rispetto della realtà di persone che vivono una condizione di sofferenza, e non a causa del rifiuto della Chiesa. In questo Avvenire avalla la solita menzogna secondo cui fino a ieri le porte delle chiese erano chiuse a tutti quelli che non erano “giusti”, “a posto con le regole”, e oggi finalmente quelle porte si aprono per accogliere e accompagnare ogni persona “ferita”. Tale narrazione è un insulto a migliaia di sacerdoti che da sempre accolgono, consigliano, accompagnano persone e gruppi che hanno ferite profonde nella loro vita e che solo in una chiesa trovano qualcuno disponibile ad ascoltare e condividere.

Tale narrazione è però funzionale al vero obiettivo di tutta questa campagna, che non è accogliere le persone che vivono la condizione omosessuale, ma cambiare la dottrina della Chiesa imponendo l’accettazione del comportamento omosessuale, il peccato insieme al peccatore. Parlare di comportamenti “contro natura” diventa così una bestemmia per il nuovo linguaggio inclusivo, e di conseguenza usando Amoris Laetitia, Avvenire manda definitivamente in pensione anche Benedetto XVI che da papa aveva definito il gender la sfida più grande per la Chiesa di oggi, e che da cardinale aveva scritto nel 1986 una lettera chiarificatrice «per la cura pastorale delle persone omosessuali». "

La Valanga arcobaleno travolgerà il mondo, bisogna che qualcuno resista alla sua furia, che non si stanchi di vivere come se Dio esistesse, avendo misericordia per il peccatore, ma condannando il peccato, dicendo cosa è bene e cosa è male per l’uomo, insegnando ai figli che non viviamo rifiutando la modernità, ma rifiutando che si travesta da modernità qualcosa che è contrario al bene per l’uomo.

Pochi mesi prima di morire, l’8 settembre 1977 in un colloquio con Jean Guitton, Paolo VI ebbe a dire:
"C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia".


Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia. Non dimentichiamolo, lo dobbiamo alle generazioni future.

sabato 23 aprile 2016

QUELLA DOMANDA CRUCIALE CHE ACCOMUNAVA PAPA MONTINI A GIUSSANI


Articolo tratto dall’Osservatore romano – 22 aprile 2016

Susciterà ricordi. Innescherà dibattitiGioventù studentesca. Storia di un movimento cattolico dalla ricostruzione alla contestazione di Marta Busani (in libreria dal 30 aprile per i tipi di Studium) è un libro che lascerà segni significativi nella storiografia del cattolicesimo nella seconda metà del Novecento perché, superando tanta memorialistica e altrettanta libellistica, documenti alla mano, colloca la storia di un’esperienza giovanile tanto importante quanto criticata, nell’ampio quadro ecclesiologico che caratterizza il xx secolo, dall’uscita dalla guerra mondiale alle grandi trasformazioni sociali e culturali che radicano nel Sessantotto italiano.


E soprattutto inquadra la nascita dell’esperienza ecclesiale che darà origine al movimento di Comunione e Liberazione, all’interno delle dinamiche e dei fermenti che hanno caratterizzato la diocesi milanese guidata da Giovanni Battista Montini. Storia diocesana, dunque, almeno in radice. Storia di multiformità, di sedimentazioni, di piani paralleli e poi di intrecci. Storia di uomini, di sacerdoti e vescovi, di giovani poi emersi nei decenni successivi come protagonisti in campi differenti. Storia di un’idea, di una sfida, di una visione che ruota intorno alla multiforme e spesso ambigua idea di modernità.
Giovinezza e scuola, cultura e fede, relazioni e politica: Marta Busani ripercorre con minuzia straordinaria, documento dopo documento, il formarsi e il trasformarsi di un’intuizione tutta ambrosiana, che all’ombra del grande episcopato di Giovanni Battista Montini, si è andata evolvendo e diffondendo fino a conquistarsi un’autonomia significativa, non pacifica, sempre esposta alla critica.

Giovanni Battista Montini e don Luigi Giussani: due figure che meriterebbero un’indagine incrociata, perché le innegabili diversità, generazionali e culturali, a un’attenta e onesta lettura lasciano trasparire consonanze inattese, preoccupazioni comuni, linguaggi carichi di parole condivise come quel “senso religioso” che diverrà una delle chiavi montiniane che nelle mani di Giussani aprirà porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse e lasciate in balia di una modernità atrofizzante e di una trascendenza anoressica. Il tutto legato da una passione per la gioventù — anzi, per la giovinezza — come terreno straordinario e fertile per l’incontro appassionato con Gesù Cristo.
Storia milanese, si diceva, in cui il tema dei grandi cambiamenti culturali e l’imporsi quasi ideologico della modernità, diviene l’orizzonte di riferimento, la domanda cruciale. Come far sopravvivere un’esperienza di fede in questo clima nuovo? E soprattutto: come non perdere i giovanissimi al contatto con l’aria destrutturatrice delle mode, degli insegnamenti, dei comportamenti e degli stili di vita?

Domanda tutta montiniana, cui don Giussani, chiamato dall’arcivescovo a occuparsi di una porzione giovanile di Azione cattolica, offrirà via via risposte nuove e in qualche caso dirompenti.
Il libro della Busani è innanzitutto un libro di storia in cui, accanto al dispiegarsi delle idee e dei metodi, con chiarezza vengono ricostruite le dinamiche e le posizioni. Nomi e cognomi, detti e contraddetti, in un quasi quotidiano dispiegarsi di posizioni, accuse e difese, scelte e loro contraccolpi, in un viavai appassionante di fatti che raccontano il formarsi storico dell’esperienza di Gioventù studentesca. Un libro, insomma, che serve per comprendere. Non per giudicare.
Si delineano così le relazioni con l’Azione cattolica, il difficile rapporto con la Fuci nel momento in cui Gioventù studentesca sbarca nell’università, le diffidenze dei parroci. Anche in questo caso con un alternarsi di consonanze e strappi, che danno il senso della complessità evolutiva dell’opera di Giussani. Amici e nemici, tutti animati da indiscutibile passione. Ma è la storia a decretare ragioni e torti, prospettive ed errori di prospettiva, nei rispettivi campi.
Così, se «la prima Gioventù studentesca — sorta nel contesto milanese intorno alla figura di Giancarlo Brasca — rappresenta un tentativo di tradurre anche in Italia quell’idea che era stata all’origine della Jeunesse Étudiante Chrétienne francese e belga, motivata dalla necessità di una presenza dell’Azione cattolica all’interno della scuola, con un carattere più specifico rispetto all’apostolato parrocchiale» come scrive Edoardo Bressan nell’introduzione al volume, «la proposta di don Giussani appare subito incentrata sulla libertà dell’adesione dei giovani e sulla sintonia con il loro vissuto personale, senza la quale l’annuncio cristiano, in una società secolare, non può essere più inteso».

La storia conduce — con un susseguirsi di esperienze, non ultima quella della caritativa nella Bassa e nelle periferie e quella ancor più importante della missionarietà in Brasile — alla nascita di Comunione e Liberazione e alle trasformazioni di tutta l’esperienza maturata in un quindicennio, in vero e proprio movimento ecclesiale.

Siamo nel cuore del Sessantotto. La storia si fa per taluni versi drammatica e passa dalla porta stretta delle lacerazioni, degli abbandoni, delle fascinazioni provenienti dal nuovo clima culturale e dalla contestazione. Storia dolorosa che, proprio nel momento in cui si fa lacerante — scrive l’autrice — «il travaglio di quegli anni, dovuto al tentativo di ridefinire i contenuti della propria autocoscienza e il proprio posto nella Chiesa in un momento di grande tensione nei rapporti con gli organi direttivi dell’Azione Cattolica ambrosiana», vede l’allontanamento imposto dal cardinale Colombo di Giussani da Gioventù studentesca.
In tale travaglio, tra separazioni e fedeltà, maturano le premesse della nascita, nel 1969, del movimento di Comunione e Liberazione. «Questi fatti furono decisivi perché ingenerarono nei responsabili laici di Gioventù studentesca un processo di ripensamento della propria storia che li portò, in un cammino lento e a tratti confuso, verso la presa di coscienza di essere un movimento nuovo nella Chiesa».


Nomi e cognomi, fatti, idee, scelte. Tutto è narrato con fedeltà assoluta al documento e con passione autentica. «Fugacità e preziosità»: questo il mistero del tempo passato secondo Montini di «Coscienza universitaria». Il resto è ricordo, rimpianto, in qualche caso risentimento, che poco hanno a che fare con la storia.

foto Ansa

giovedì 20 agosto 2015

JOSEPH RATZINGER : IL CORAGGIO DI PAOLO VI


Dall'omelia funebre pronunciata  dal Card. Ratzinger il 10 agosto 1978 come Arcivescovo di Monaco

"Un papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. 

Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede. 

È per questo che in molte occasioni ha cercato il compromesso: la fede lascia molto di aperto, offre un ampio spettro di decisioni, impone come parametro l’amore, che si sente in obbligo verso il tutto e quindi impone molto rispetto. 

È per questo che ha potuto essere inflessibile e deciso quando la posta in gioco era la tradizione essenziale della Chiesa. 

In lui questa durezza non derivava dall’insensibilità di colui il cui cammino viene dettato dal piacere del potere e dal disprezzo delle persone, ma dalla profondità della fede, che lo ha reso capace di sopportare le opposizioni".

PUNTI FERMI: IL DIALOGO

PAOLO VI
ECCLESIAM SUAM

111. “Poi intorno a noi vediamo delinearsi un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano: è quello degli uomini innanzi tutto che adorano il Dio unico e sommo, quale anche noi adoriamo; alludiamo ai figli, degni del nostro affettuoso rispetto, del popolo ebraico, fedeli alla religione che noi diciamo dell'Antico Testamento; e poi agli adoratori di Dio secondo la concezione della religione monoteistica, di quella musulmana specialmente, meritevoli di ammirazione per quanto nel loro culto di Dio vi è di vero e di buono; e poi ancora i seguaci delle grandi religioni afroasiatiche.

Noi non possiamo evidentemente condividere queste varie espressioni religiose, né possiamo rimanere indifferenti, quasi che tutte, a loro modo, si equivalessero, e quasi che autorizzassero i loro fedeli a non cercare se Dio stesso abbia rivelato la forma, scevra di ogni errore, perfetta e definitiva con cui egli vuole essere conosciuto, amato e servito; chè anzi, per dovere di lealtà, noi dobbiamo manifestare la nostra persuasione essere unica la vera religione ed essere quella cristiana, e nutrire speranza che tale sia riconosciuta da tutti i cercatori e adoratori di Dio.

112. Ma non vogliamo rifiutare il nostro rispettoso riconoscimento ai valori spirituali e morali delle varie confessioni religiose non cristiane; vogliamo con esse promuovere e difendere gli ideali che possono essere comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile.
In ordine a questi comuni ideali un dialogo da parte nostra è possibile e noi non mancheremo di offrirlo là dove, in reciproco e leale rispetto, sarà benevolmente accettato”

      91. L’arte dell’apostolato è rischiosa. La sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede. L’apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai principi di pensiero e di azione che devono qualificare la nostra professione cristiana. L’irenismo e il sincretismo sono in fondo forme di scetticismo rispetto alla forza e al contenuto della Parola di Dio, che vogliamo predicare.
Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo.


92. E solo chi vive in pienezza la vocazione cristiana può essere immunizzato dal contagio di errori con cui viene a contatto.

martedì 21 ottobre 2014

QUANDO PAOLO VI SALVÒ LA CHIESA DAL DISASTRO

Intervista con don Luigi Giussani
Di Renato Farina, Il Sabato 9 agosto 1988



D. – Il mese di agosto del 1978 morì Paolo VI e venne papa Albino Luciani. Poi ci fu l’avvento del “papa venuto da lontano”. Ricorda le ore in cui fu annunciata la morte di Paolo VI?

R. – “Ricordo quei momenti. [...] Versava in tali condizioni la Chiesa che la perdita di quella guida mi parve gravissima. Era stato Paolo VI che, con tutta buona fede, aveva visto favorevolmente una certa evoluzione della Chiesa. Ma tanta era la verità del suo amore alla Chiesa che, a un certo punto, dovette accorgersi del disastro cui la dinamica delle cose – pur [da lui] approvate – portava. Fu allora che si aprì totalmente all’esperienza di Comunione e Liberazione. Che papa Montini venisse meno allora fu come l’assentarsi di una possibile guida. Aveva visto e avallato; conosceva le intime connessioni di quel processo di distruzione. Ora, intendeva andare contro corrente: ed era lui il più indicato a farlo, il migliore”.

D. – Da quando data questa volontà nuova di Paolo VI?


R. – “È a far data dal suo famoso ‘Credo’, il 30 giugno del 1968, che avviene la svolta. L’’Humanae Vitae’ e gli inauditi attacchi cui fu sottoposto lo confermarono nel suo giudizio. Il culmine della sua disillusione si ha con il referendum sul divorzio in Italia, nel 1974, quando proprio i dirigenti dell’Azione Cattolica e della FUCI, che egli aveva amato e protetto, gli volsero le spalle. È in questo clima, probabilmente, che Paolo VI si accorge della capacità di rinnovamento dell’avvenimento cristiano e di risposta all’uomo che Comunione e Liberazione implicava. È dal 1975 che si sono moltiplicati i segni di questa sua nuova e forte simpatia. Per la Domenica delle Palme di quell’anno egli chiamò i giovani di tutti i gruppi cattolici a Roma [...]. Chiamò tutti. Si trovò da solo coi diciassettemila di CL”.

D. – E poi come andò?

R. – “[...] Finita la messa, era circa mezzogiorno, mi sento chiamare da un prelato: ‘Don Giussani, il papa la vuole’. Ero nel pronao della basilica di San Pietro, avevo la pisside con ostie consacrate tra le mani, e sentii quella voce. Tentai di affibbiare, nell’emozione, la pisside a un alabardiere, che si ritrasse. Finalmente potei correre verso il papa. Comparvi dinanzi a lui proprio sulla porta della chiesa. Mi sono inginocchiato, ero così confuso... Ricordo con precisione solo queste parole: ‘Coraggio, questa è la strada giusta: vada avanti così’”.

D. – Fu qualcosa di inaspettato?

R. – “Totalmente inaspettato. Ma non furono parole estemporanee di incoraggiamento. [Anni dopo] ne ebbi la prova certa dalla viva voce del cardinale Benelli, che fu il più stretto collaboratore gerarchico di Paolo VI. Mi disse che, negli ultimi anni del suo pontificato, a ogni sua visita, papa Montini gli chiedeva di Comunione e Liberazione. E gli diceva: ‘Eminenza, quella è la strada’. Benelli mi commentò: ‘Se Paolo VI fosse vissuto ancora un anno, le assicuro che tutti i suoi problemi ecclesiastici sarebbero stati già risolti’. Paolo VI avrebbe avuto il coraggio di dirlo e di farlo. [...] Una conferma notevole del cambiamento di Paolo VI fu del resto evidente nell’esonero dalla cura dell’Azione Cattolica del suo intimo amico monsignor Franco Costa, che aveva determinato il corso dell’associazionismo cattolico negli ultimi decenni”.

D. – Con quelle parole l’antico collaboratore di Paolo VI intendeva anche esprimere un preciso giudizio sulla Chiesa?

R. – “[Quella sua frase] significava l’affermazione della bontà dell’ispirazione di CL, come valida per la Chiesa. E questo di fronte all’impostazione di tutto l’associazionismo cattolico di quegli anni, che nel suo corpus dirigenziale votò e fece votare [nel referendum sul divorzio] non secondo i desideri del papa. La linea della ‘scelta religiosa’ aveva portato l’associazionismo cattolico a rifugiarsi in ogni specie di sinistra politica: e lì, tra l’altro, si propagandò tranquillamente il divorzio”. 

D. – Da anni lei desidera che siano ripetute e conosciute da tutti le parole che Paolo VI disse all’amico Jean Guitton, l’8 settembre del 1977, dove si parla di ‘un pensiero non cattolico’ e della resistenza di un ‘piccolo gregge’. Perché?

R. – “Perché è così che sta accadendo. La prego di rileggermi quelle parole”.

D. – Eccole: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: ‘Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?’. Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. [...] Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

R. – “Sono le parole sintetiche della riflessione del papa sulla situazione e il destino della Chiesa. Qui si connette l’apertura a CL”. [...]

lunedì 13 ottobre 2014

IL FUMO DI SATANA






“Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani  il più forte.
Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia.”

PAOLO VI, 1977


“Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio.  … Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole, per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata dfi nuvole, di tempesta, di buio.”

PAOLO VI, 1972

martedì 24 giugno 2014

IL FUMO DI SATANA E' ENTRATO NEL TEMPIO


"Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio.... si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta e di buoi" (Paolo VI, 1972)

"Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta prevalere un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia." (Paolo VI, 1977)

ANTONIO SOCCI, 22 GIUGNO 2014

La Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”.
Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, “inventato” da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco (“reo” di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave).
Dunque – se le parole hanno un senso – la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille.
In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: “ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)”.
Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire “privilegi” della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato).
Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica “scalfariana”.
A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro?
Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno).
E’ giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i “privilegi” e i soldi alla Chiesa.
Anche se certi proclami sarebbero più credibili se – oltre alle parole – il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille.
Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: “L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura”).

TV ANTICATTOLICA

La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000  (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi).
Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà “un piano editoriale” per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti.
Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici.
Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano “Vieni via con me”, programma contro cui – per la sua unilateralità – polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici.
Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.
E’ voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di  Sacha Guitry: “Ci sono persone che parlano, parlano…finché non trovano qualcosa da dire”.
Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il “riportino” ideologico.
Galantino lo fa spesso. Anche ieri.

LA GALANTINATA

Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui “principi non negoziabili” che pure sono magistero ufficiale della Chiesa. E ha bocciato “certe adunate” del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger.
Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che “diventano ideologia” (senza spiegare che significa).
Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: “Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori”.
Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima “galantinata”.
Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo.
Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida.
Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare “senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità”.
Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza”.
A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui “visi inespressivi” di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?).
Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande “popolo della vita” suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.
Raffaello, Louvre
San Michele sconfigge Satana
C’è stata un’ondata di indignazione.
Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere – in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi – talora partecipano gli stessi vescovi.
Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi.
Ma il vescovo di Cassano Jonico – ormai abbonato alle gaffe – non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: “Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono”.

VUOL ESSERE MEGLIO DI GESU’ ?

Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a “disturbare” i peccatori.
Anzi lo ha rivendicato: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!” (Matteo 10,34).
In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio ai non credenti se quelli si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi.
Ma al “combattimento” cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che – in queste settimane – si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano.
Per queste cose Galantino non s’indigna.
Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue “galantinate” alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali.
Come diceva Chesterton, “non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno d una Chiesa che muova il mondo”.


Antonio Socci