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mercoledì 26 giugno 2024

L’ITALIA NON È UNO “SBAGLIO”, MA UN’ECCEZIONE

Da sempre si cerca di estirpare dal Paese la sua profonda radice cristiana. L'intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio al convegno di "Sui tetti"

Alfredo Mantovano

Pubblichiamo l’intervento che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha pronunciato al “Festival dell’Umano tutto intero”, nella sessione dedicata a “L’eccezione (antropologica) italiana per l’Europa e il mondo”. L’evento è stato organizzato dal network di associazioni “Ditelo sui tetti” e si è svolto a Roma il 19 giugno.

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Alfredo Mantovano

“L’Italia è un Paese sbagliato. Può dispiacerci, ma è così. È stato quasi sempre dalla parte sbagliata. Ha perduto tutti gli appuntamenti più significativi con la Storia: al momento della rivolta luterana è rimasto con la Chiesa cattolica; ha vissuto sì il Rinascimento, ma conferendo a esso un’impronta di fede; ha mostrato scarso entusiasmo per la Rivoluzione francese, tant’è che quando Napoleone ha condotto in Italia i lumi del progresso sulle baionette dei propri soldati, tutti i popoli della Penisola, chi più chi meno, si sono ribellati; sembrava aver estromesso il potere clericale con la formazione dello Stato unitario, ma poi lo sciagurato Concordato lo ha ripristinato. E così via, fino ai giorni nostri, che vedono nel governo Meloni l’apoteosi dell’anomalia: quella di un popolo che elegge una maggioranza sulla base di un programma elettorale, e questa maggioranza sostiene un governo che prova a essere coerente con quel programma. Sbaglio che più grave non si può, in controtendenza con la felice esperienza dell’ultimo decennio, che invece aveva visto formarsi governi a prescindere dalla variegata e mutevole volontà popolare”.

Questo è l’abstract di storia patria redatta a cura degli establishment europeisti e internazionalisti più illuminati, le cui posizioni sono ben espresse da importanti cartelli editoriali italiani, europei e occidentali.

C’è un momento in cui questo “sbaglio” ha impresso il suo sigillo nella pietra. È descritto in uno di quei romanzi che non dovremmo stancarci di leggere coi nostri figli o coi nostri nipoti: si tratta di Quo vadis?, del polacco Henryk Sienkiewicz, a cui per quest’opera nel 1905 fu riconosciuto il premio Nobel per la letteratura. La storia è conosciuta: a Roma infuria la persecuzione di Nerone, e i cristiani convincono Pietro ad allontanarsi dall’Urbe perché altrimenti sarebbe stato ucciso. Era una preoccupazione fondata, era più di un rischio: e peraltro da sempre i cristiani pregano per il Papa affinché «non tradat eum in ánimam inimicórum éius». Così Pietro esce da Roma e inizia a percorrere la via Appia e, nel luogo dal quale adesso parte la strada che conduce alle catacombe di S. Callisto, incrocia un Uomo che invece si dirige verso Roma; non lo riconosce subito, anche se il viandante ha una immagine familiare. Gli domanda: «Quo vadis, Domine?». La risposta svela a Pietro chi è quell’Uomo e qual è il destino dell’Apostolo: «Eo Romam, iterum crucifigi» (vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente). Pietro comprende e torna sui suoi passi.

L’incontro, ripreso nel romanzo, deriva da una antichissima tradizione popolare, ricordata dal magistero pontificio. In quel sito sorge la piccola chiesa del “Domine quo vadis”: fu visitata nel 1983 da Giovanni Paolo II, che definì quel luogo di “speciale importanza nella storia di Roma e nella storia della Chiesa”. Perché di “speciale importanza”? Perché segna l’indissolubile originario legame fra Roma e la fede cristiana, e quindi fra l’Italia che ha Roma al centro, e il cristianesimo. Non è un legame solo confessionale: è un legame storico e culturale, che ha impresso nella nostra Nazione un sigillo materiale. Sì, anche quando non esisteva politicamente come Nazione, l’Italia è stata unita nella cultura e nella fede.

Il legame fra Roma e l’Italia si è dilatato in Europa e nel mondo. Lo ha ricordato di recente Ernesto Galli della Loggia, in un’editoriale sul Corriere della sera, quando ha elencato quelli che ha definito i caratteri ambientali, visivi e sonori tipici dell’Europa, che si ritrovano anche oltre gli Oceani, lì dove gli europei si sono radicati. Quei caratteri sono partiti da Roma e, percorrendo le vie consolari, hanno raggiunto ogni angolo dell’Europa e del mondo.

Quel sigillo ha lasciato il segno nella pietra, nel senso più concreto del termine: la piccola chiesa è stata edificata attorno all’impronta dei piedi che, sempre secondo la tradizione, Cristo ha impresso sul selciato della via Appia. Luogo di “speciale importanza nella storia di Roma e nella storia della Chiesa”: nel momento in cui Pietro, pietra angolare su cui viene edificata la Chiesa, viene unito a Roma, perfino le pietre di Roma ne diventano testimoni per i millenni che seguiranno.

Quello che una robusta corrente del pensiero, della politica, dell’economia e della finanza considera da secoli uno “sbaglio”, inizia proprio da lì. Per Giovanni Paolo II non era uno “sbaglio”, lo definiva al contrario una “eccezione”, la c.d. “eccezione italiana”: il Papa Santo usava questa espressione per intendere la straordinaria resistenza della nostra Nazione attorno ai suoi principi identificativi.

Non voglio aprire il capitolo di quanto di questa eccezione sopravviva oggi. Il mix costituito da sentenze della Corte costituzionale, sentenze dei giudici di legittimità e di merito, e di leggi su materie eticamente sensibili approvate nelle ultime legislature, in particolare durante il governo Renzi, hanno circoscritto notevolmente l’area della eccezione.

Questi provvedimenti hanno inciso sul comune sentire. Le immagini sintetizzano meglio delle parole. Circa tre mesi fa a Milano viene impedita la posa in pubblico di una statua: l’opera in bronzo, intitolata “Dal latte materno veniamo”, rappresenta una donna che allatta al seno un neonato, è stata realizzata dalla scultrice Vera Amodeo, ed è stata donata al capoluogo lombardo dai figli dell’artista. La sua posa doveva avvenire in piazza Duse, ma ha avuto il parere contrario della commissione del Comune, con la seguente motivazione: “La scultura rappresenta valori rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, ragion per cui non viene dato parere favorevole all’inserimento in uno spazio condiviso”. E con questo – ma evidentemente non solo per questo – è ben certificato che viviamo un periodo in cui ci stiamo allontanando dall’essere eccezione (viene in mente la furia che in alcune città USA ha portato alla rimozione delle statue di Colombo, et similia)! Anche se poi coi componenti della Commissione vorrei tanto condividere – sia ben chiaro, in un contesto inclusivo e rispettoso della transizione ecologica e delle differenze di genere -, la riflessione su come ciascuno di loro è venuto al mondo!

Ma, grazie a Dio, qualche residuo di anormalità in Italia c’è ancora. Se ne ha traccia non solo nello scandalo di un governo che si è formato in coerenza col voto popolare, ma pure in qualche profilo che, dalla prospettiva che affrontiamo oggi, e in particolare in questo panel, è stato poco scandagliato.

Il G7 dei capi di Stato e di Governo ha attestato l’importanza dell’avvio da parte dell’Italia del “piano Mattei per l’Africa”. L’Italia non arriva certamente per prima in Africa. Ma costituisce una eccezione il modo in cui, fra mille difficoltà, affrontando mille ostacoli, con mille incertezze, essa ha proposto e sta seguendo l’avvio del Piano. È una eccezione quanto alla modalità di interlocuzione con le singole Nazioni africane. Fa eccezione certamente rispetto a come in questi anni Russia e Cina intervengono in Africa: la Russia con contingenti in armi, aprendo nuove basi militari, appoggiando rivolgimenti violenti, tutelando l’estrazione delle materie prime nelle aree a maggiore rischio; la Cina con la sua finora inarrestata espansione infrastrutturale, commerciale e tecnologica.

Ma il modo italiano è differente anche rispetto ad altre Nazioni europee, che fino a un recente passato hanno utilizzato – e in parte ancora utilizzano – le incredibili ricchezze dell’Africa, con scarso ritorno per le popolazioni locali: adesso ne pagano il prezzo, essendo costrette a ridimensionare la loro presenza e a ritirarsi. Il Piano Mattei risponde a una logica differente: quella di un approccio paritario, che certamente distingue fra le Nazioni che mettono a disposizione le risorse, e le Nazioni destinatarie delle risorse medesime. Ma poi identifica i progetti di sviluppo non decidendo a Roma o a Bruxelles che cosa è utile per la Mauritania o per la Costa d’Avorio, bensì concordandolo sulla base delle esigenze prospettate. Rispondo a chi critica il Piano perché non sarebbe preciso nei dettagli: noi abbiamo scelto di stabilire la governance e le linee di fondo, e non intendiamo imporre nulla dall’alto. Il Piano Mattei non è un diktat: è un orizzonte entro il quale definire ogni singolo passo sulla base di un confronto paritario con gli interlocutori africani, rendendo sempre stretti i reciproci legami di fiducia e di collaborazione.

Questo vuol dire guardare all’Africa con spirito costruttivo e non predatorio. A chi dice che pensiamo di conferire risorse a Paesi di origine o di transito dei migranti, quasi fosse un corrispettivo perché loro controllino le partenze, rispondo che questa era l’impostazione dell’Unione europea nei confronti degli Stati europei di primo approdo prima che il governo italiano – quello in carica – la ribaltasse: in sintesi, denaro in cambio del trattenimento dei migranti. La dinamica del Piano Mattei è diversa: favorendo lo sviluppo negli Stati di origine, si creano le condizioni per non emigrare; curando la formazione di chi comunque intende lasciare il proprio Paese, ci si assicura già a monte, attraverso flussi migratori regolari, un percorso di integrazione anzitutto lavorativa.

Abbiamo iniziato mettendo ordine nella quantità frammentata di risorse del nostro sistema di cooperazione: fermando gli interventi a pioggia, concentrandoci su progetti che lascino traccia. La collaborazione con gli Stati che rendono disponibili proprie risorse, che nel G7 ha conosciuto un passaggio significativo, incrementerà non solo la quantità e la qualità dei progetti, ma anche un comune approccio allo sviluppo: e confidiamo che l’eccezione diventi la regola.
È un approccio che rispetta non soltanto i popoli africani e i loro governanti, ma anche le singole persone. Dobbiamo stroncare la prospettiva che il modo per arrivare in Italia e in Europa sia quello di affidare il proprio denaro e la propria vita ai trafficanti, e di affrontare viaggi disperati. L’eccezione italiana deve essere anche questa, non quella di sostenere ong che si collochino al limite delle acque territoriali libiche o tunisine per raccogliere chi parte sui barchini: perché quel sostegno, anche solo finanziario, fatto anche con le migliori intenzioni, è un incentivo ai traffici di morte.AFRICA

L’eccezione italiana fuori dall’Italia ha un altro scenario di riferimento, del quale cominceremo a parlare in modo più coordinato fra breve, ma che è già da tempo operativo con iniziative importanti: è quello latinoamericano e si declina nella collaborazione per il contrasto al narcotraffico. I clan criminali mettono in ginocchio troppe aree del Sud e del Centro America, condizionano la vita quotidiana, distorcono l’economia, corrompono la politica. L’Italia fornisce know-how e concreta collaborazione per combattere questa deriva: la nostra legislazione è presa a modello, nostri funzionari e ufficiali delle forze di polizia svolgono attività di addestramento, nostri magistrati suggeriscono percorsi di indagini. Ne riparleremo, ma anche su questo terreno l’eccezione italiana si manifesta con efficacia.

Non voglio tirarla molto alle lunghe, ma anche nel modo di trattare le crisi internazionali, a cominciare da quella in Ucraina e da Gaza, l’Italia fa valere il suo tratto. Penso, al netto degli aiuti in termini di difesa, a quanto l’Italia ha fatto e sta facendo per garantire l’energia elettrica in una parte significativa del territorio ucraino e all’avvio dei progetti per la ricostruzione a Odessa. Oppure, quanto a Gaza, all’impegno congiunto della nostra Difesa, dell’intelligence, degli Esteri, e della Salute, che finora ha permesso di tirare fuori da quell’inferno 58 bambini gravemente feriti e 98 maggiorenni, loro familiari, per condurli nei principali ospedali della nostra Penisola, per lo più pediatrici. È un gesto di concreta vicinanza a ciascuno di loro, ma è al tempo stesso un segnale di pace in quell’area: come abbiamo condannato l’attacco terroristico contro Israele, così soccorriamo, per quello che ci viene permesso, i piccoli che ne subiscono le conseguenze. E attraverso questo proviamo a stabilire condizioni di reciproca fiducia che permettano le interlocuzioni necessarie per comporre la crisi.

Chiudo da dove ho iniziato: dal legame fra Roma e Pietro, che è all’origine della eccezione italiana. Ci sono stati momenti in cui Pietro si è allontanato da Roma: non sono stati anni felici. S. Caterina da Siena è stata proclamata Patrona d’Italia anche per il suo impegno per riportare il Papa da Avignone a Roma. Sono molto grato alle associazioni che costituiscono il network Sui tetti, a chi lo promuove, e a chi ha organizzato questa due giorni di riflessione perché fornisce il suo contributo a che questo legame continui a esserci.

Nel 2001, dopo aver assistito alla proiezione di un nuovo film tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz, Giovanni Paolo II commentò in questo modo: «Non si può capire l’odierno quadro della Chiesa e della spiritualità cristiana (se) non ritornando alle vicende religiose degli uomini che, entusiasmati dalla Buona notizia su Gesù Cristo, divennero i Suoi testimoni. Bisogna ritornare a questo dramma che si verificò nelle loro anime, in cui si confrontarono l’umano timore e il sovrumano coraggio, il desiderio di vivere e la volontà di essere fedele fino alla morte, il senso della solitudine davanti all’impassibile odio e nello stesso tempo l’esperienza della potenza che scaturisce dalla vicina, invisibile presenza di Dio e dalla comune fede della Chiesa nascente. Bisogna ritornare a quel dramma perché nasca la domanda: qualcosa di quel dramma si verifica in me?».

Le giornate che stanno per concludersi attestano quanto voi intendiate essere non soltanto testimoni ma soprattutto protagonisti, ciascuno per il suo, di questo incredibile dramma, in una Nazione eccezionale qual è l’Italia.

 

domenica 2 giugno 2024

L’UNIONE EUROPEA È L ANTI-EUROPA

Stefano Fontana

L’Unione Europea di Maastricht e Lisbona non passa l’esame di Dottrina sociale.

Nella Chiesa cattolica è molto diffusa l’idea che l’Unione Europea sia una valida incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa. Ne nasce un appoggio incondizionato e pensare e agire da europeo sembra essere una delle principali esigenze evangeliche, mentre non allinearsi a questa Europa è considerato un atteggiamento egoista e sciovinista. Continua a circolare anche l’enfasi sulla fede cattolica dei tre “padri fondatori” sicché il cattolicesimo sarebbe all’origine dell’intero processo che ha condotto fino alla Von der Layen.

Trattato di Maastricht firme di adesione

Viene dimenticato che Schumann, Adenauer e De Gasperi avevano creato una Comunità, mentre l’Unione che nasce da Maastricht e Lisbona è un’altra cosa. I cattolici che richiamano i Padri fondatori per battezzare tutto il percorso unitario europeo fino ai nostri giorni fingono di non sapere che alla base dell’europeismo c’è anche il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni, che si propone obiettivi assolutamente contrastanti con la Dottrina sociale della Chiesa secondo una linea che oggi sembra vincente.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano espresso un magistero molto alto sull’Europa e, per contrasto, anche molto critico rispetto all’Unione Europea che, nell’ansia di coincidere con l’Europa, finiva per distruggerne l’eredità culturale, rattrappirne il respiro e ridurre la Magna Europa ad una Parva Europa. Ma oggi nella Chiesa chi solleva qualche critica sullo stato dell’Unione? Non certo la Comece, la Commissione dei vescovi cattolici dei Paesi aderenti all’Unione, che segue docilmente l’agenda di Bruxelles.

Ecco i motivi per cui può essere utile confutare l’idea che l’Unione Europea sia una valida incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa.

Il bene comune

Il primo dei principi fondamentali della Dottrina sociale è quello del bene comune come fine della politica e su questo punto la lontananza dei due termini del nostro confronto è molto forte. Il bene comune è da intendersi in senso verticale, ossia fondato ultimamente su Dio, che è il Bene stesso. Ma l’Unione ha rifiutato di parlare nel suo progetto di Costituzione, peraltro in seguito naufragato, non solo del Dio di Gesù Cristo, non solo di un Dio generico all’americana, ma addirittura di accennare semplicemente alle radici cristiane dell’Europa. In questo modo l’Unione si è dissociata dalla stessa Europa le cui radici religiose cristiane sono più che evidenti. Non può esistere un bene comune senza una visione in comune del Bene: su questo punto l’Unione Europea contrasta apertamente con la Dottrina sociale della Chiesa.

Il bene comune è anche analogico, ossia ha diversi significati per le diverse aggregazioni sociali e politiche. Non c’è un unico bene comune per l’intera Unione Europea, uniforme, uguale, piatto, ma ogni organismo sociale e politico ha il proprio specifico bene comune di cui è il primo responsabile. L’Unione Europea sembra invece determinata ad uniformare dall’alto, entrando perfino in ambiti che gli stessi trattati lasciano ad altri soggetti.

Qui si nota l’onda lunga del Manifesto di Ventotene per il quale la rivoluzione europea doveva essere socialista, la proprietà privata abolita, il popolo guidato da élite cooptate di esperti, gli organismi popolari utilizzati, e bisognava dare “la prima disciplina sociale alle nuove masse”. Questa visione tipica del “progressismo illuminato” è stata sempre molto presente nell’Unione ed oggi lo è ancor di più, come se le istituzioni europee fossero portatrici di una nuova verità e il ceto dirigente dell’Unione avesse il dovere di uniformare ed educare tutti i cittadini per introdurli in una nuova era.

Il bene comune è un concetto morale. La parola “bene”, infatti rientra nella morale e l’aggettivo comune significa che deve riguardare tutti gli uomini e ogni uomo. Ma chi stabilisce cosa sia il bene? L’Unione Europea assume questa visione dell’etica: da un lato essa viene rimessa alla autodeterminazione dei singoli cittadini, per cui un bene comune non può più esistere, sostituito da una serie di desideri individuali assoluti, dall’altro essa lo rimette al Grande Individuo rappresentato dalle istituzioni comunitarie stesse. Così convivono il libertarismo individualista che corrode lo spirito di comunità e il centralismo istituzionale, il quale fa del rispetto di quella libertà priva di criteri la propria ideologia morale. Il bene comune diventa il soddisfacimento dei bisogni individuali oppure di quelli del Leviatano, ambedue cose private più che comuni.

Stato e sovranità

L’Unione Europea ha assunto un concetto di Stato opposto a quello inteso dalla Dottrina sociale della Chiesa e lo usa sia quando si riferisce agli Stati membri sia rispetto a se stessa. La Dottrina sociale intende lo Stato come uno strumento di cui la comunità politica si serve per perseguire il proprio bene comune. Prima dello Stato viene la comunità politica, realtà organica fatta di famiglie, municipi, regioni, patrie, popoli e nazioni con i loro doveri e i loro diritti, le loro consuetudini e la loro storia nella quale si sono configurati i loro caratteri naturali. Prima dello Stato c’è, come scriveva Christopher Dawson, una “comunità di comunità”.

Ma con l’Unione, l’idea di Comunità è stata superata e dallo Stato moderno – il Leviatano che è uomo, animale, Dio e macchina  – è stata assunta l’idea di sovranità. L’Unione Europea nasce da trasferimenti di sovranità dai singoli Stati così intesi al nuovo Super-Stato. Il concetto di sovranità è completamente estraneo alla Dottrina sociale della Chiesa ed è una invenzione della modernità politica di Hobbes e Rousseau. Nella “comunità di comunità” il governo era prima di tutto autogoverno e non si trattava di un potere sciolto da legami, ossia sovrano, ma sottoposto alle leggi naturali, alle autonomie della società organica, alle differenti tradizioni e alla civiltà sedimentata nella storia. Molte tendenze attuali spingono per un progressivo accentramento di sovranità in continuità con la visione modernista dello Stato: si vuole maggiore unità bancaria, si prefigura una unica struttura di difesa e si mette in atto una sistematica formazione dell’”uomo europeo” perché fatta l’Europa bisogna fare gli europei. La formazione alla storia e ai principi dell’Unione nelle scuole pubbliche e il progetto Erasmus, omogeneizzatore delle menti dei giovani cittadini, sono due esempi di questo accentramento di sovranità, anche educativa. Accade anche che agli Stati candidati ad entrare nell’Unione si chiedano preventivamente riforme legislative, specialmente sulla nuova concezione libertaria dei diritti, per conformarsi previamente alla cultura artificiale dell’Unione.

Il principio di sussidiarietà

Il trattato di Maastricht aveva fatto proprio il principio di sussidiarietà e questo aveva corroborato l’idea di quanti sostenevano il collegamento stretto tra Unione Europea e Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta infatti di un principio fondamentale, capace di essere rivoluzionario se inteso e applicato correttamente.

Si dice che esso organizza la società dal basso verso l’alto, sostenendo che le società di livello superiore non vengono prima ma dopo quelle di livello inferiore e non possono sostituirle ma semmai aiutarle a fare meglio quanto spetta loro fare. Gli Stati che sono entrati nell’Unione erano strutturati secondo questo principio? No, essi rispondevano alle caratteristiche dello Stato moderno accentrato e burocratico. Il trasferimento di sovranità all’Unione è avvenuta secondo questo principio? No, perché anche l’Unione è stata intesa nello stesso modo. L’Unione ha impresso una spinta generale ad incarnare meglio la sussidiarietà? No, perché l’ha violata per prima nei confronti delle realtà sociali e politiche ad essa inferiori.

Oggi nell’Unione la sussidiarietà viene intesa come attribuzione dall’alto di funzioni decentrate e come strumento funzionale per rendere più efficiente il sistema tramite la cosiddetta vicinanza al cittadino. Il punto è che la sussidiarietà richiede una visione della società come un ordine organico e finalistico nel quale, dal basso all’alto, ogni realtà naturale o aggregata sia posta in grado di fare da sé. Ma nessun documento fondativo dell’Unione Europea e nessuna prassi delle sue istituzioni fanno riferimento ad un ordine di questo tipo.

La “laicità” europea

L’Unione Europea è il primo finanziatore dell’aborto nel mondo, spinge perché gli Stati membri adottino legislazioni a favore dei nuovi diritti, la giurisprudenza europea stabilisce precedenti per le legislazioni nazionali nel sovvertimento del diritto naturale, le nazioni vengono considerate in senso prevalentemente folklorico e la difesa delle identità culturali vituperata come nazionalismo, non ha un progetto di governo delle immigrazioni, proclama un totale indifferentismo religioso, pensa di avere una alta cultura da difendere ma questa in fondo si riduce alla tutela di una vuota libertà, coltiva e plasma un impossibile e artificiale uomo europeo che non sia né francese né italiano, né cristiano né islamico, è incapace di vera vita democratica pur indicando nella democrazia la propria anima, è governata da una rete di contatti corporativi e da grossi centri di potere privato.

L’Unione Europea designa una terra desolata che essa chiama “laicità” europea. Si tratta del distacco dal cristianesimo tramite l’assunzione di una nuova religione a carattere irreligioso: l’europeismo ideologico. L’Unione Europea non è laica, è laicamente irreligiosa, ma proprio per questo elabora una cultura decadente e di decadenza. Laici come Habermas o Böckenförde hanno evidenziato come sia impossibile un’etica che si fondi su se stessa, e per questo Giovanni Paolo II voleva il riferimento a Dio nella Costituzione europea e Benedetto XVI lanciava agli europei il provocatorio invito a vivere come se Dio fosse: etsi Deus daretur.

Stefano Fontana

(Foto: Trattato di Maastricht  firme di adesione , Museum der Bayerischen Geschichte; Wikipedia, Di User Mateus2019)

 

 

 

lunedì 20 maggio 2024

RIPARTIRE DALL’EUROPA SIGNIFICA TORNARE ALLE RADICI

L'intervento del sottosegretario di Stato al convegno del Centro Studi Livatino. Il solstizio di Newgrange, il piano Mattei e l'Africa, la speranza di Péguy e le parole di Giovanni Paolo II.

Alfredo Mantovano


Pubblichiamo l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al convegno organizzato dal Centro Studi Livatino “Ripartire dall’Europa. Ripensare l’Unione” svoltosi il 15 maggio 2024 a Roma.

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1. Le relazioni che si sono articolate finora hanno affrontato in modo magistrale vari profili del tema posto a base del convegno. Farò scendere il livello – ma tanto poi il prof Ronco provvederà a farlo rialzare – proponendovi non delle considerazioni, ma delle cartoline: delle immagini di luoghi che in Europa hanno qualche senso, o di luoghi che, pur non trovandosi in Europa, in questo momento sull’Europa incidono.

La prima cartolina è dall’Irlanda. Drogheda è una graziosa città a nord di Dublino. A pochi chilometri da essa, in campagna, sorge Newgrange, un enorme monumento sepolcrale a forma di tronco di cono, con un diametro di circa 100 metri e un’altezza di 9 metri. È stato realizzato fra il 3.000 e il 2.700 a. C., con materiale condotto sul posto da centinaia di chilometri di distanza. Un passaggio lungo poco meno di 20 metri conduce alla camera sepolcrale, nella quale si aprono tre loculi disposti a croce rispetto al passaggio. L’architetto che ha progettato Newgrange è stato così preciso che da circa 5.000 anni la luce del sole penetra nella camera per qualche minuto una sola volta all’anno, alle nove del mattino del 21 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno.

Perché ne parlo d’esordio? Perché, molto prima che i Cristiani si diffondessero sul suolo europeo, l’Europa attendeva, in modo implicito ma non per questo meno reale, il sorgere del sole vero, quello che è venuto al mondo in coincidenza del solstizio d’inverno di 2024 anni or sono.

Se dalla periferia ci spostiamo al centro dell’Europa precristiana e ci avviciniamo al più importante dei solstizi d’inverno, quello dal quale continuiamo gli anni, è difficile dimenticare la realizzazione dell’Ara Coeli sul Campidoglio, che la tradizione attribuisce ad Augusto in onore del figlio di Dio (è la seconda cartolina che mi permetto di proporvi). E forse non è un caso se i trattati dai quali nel 1957 hanno tratto vita le istituzioni europee siano stati firmati a pochi metri di distanza da esso.

Il “partito anti-italiano” esiste eccome

Mantovano, l’identità italiana e quelli che «la democrazia è un peso morto»

Mantovano: «Il governo Meloni rompe la logica del partito anti-italiano»

2. Che cosa voglio dire? Voglio dire che non c’è angolo d’Europa che non sia stato illuminato dalla luce che in un posto così periferico come Drogheda veniva evocata per indicare la speranza nella vita oltre la morte. Non c’è opera letteraria o artistica europea che possa prescinderne, anche solo per provare a spegnarla. Lo attesta perfino la bandiera dell’Unione Europea, con le dodici stelle su fondo azzurro, che rinvia direttamente alla Madre del figlio di Dio, al di là della consapevolezza del suo significato da parte di chi l’ha adottata.

Non rivendico primazie confessionali. È sempre attuale la magistrale lezione di papa Benedetto XVI a Ratisbona, quando – riprendendo il dialogo di Manuele Paleologo col saggio sufi – sottolineava che la fede non si impone con la spada. Quello che vorrei dire è un’altra cosa: a prescindere dalla religione di riferimento, e perfino per un ateo, è certo che senza la radice cristiana, che ha inverato e vivificato le radici greca e romana, l’Europa sarebbe rimasta una penisola occidentale del grande continente asiatico: tale è geograficamente. Se l’Europa è qualificata come continente è esclusivamente per ragioni storiche e culturali: è perché sulle terre che avevano visto espandersi e rovinare gli imperi greci e romani hanno arato e seminato in tanti, da San Benedetto in poi, i quali hanno fatto crescere i contadi e le città, e in esse le università, i luoghi di cura, le cattedrali, e poi le strutture politiche e gli ordinamenti giuridici.

Ripartire dall’Europa e ripensare l’Unione, come recita il titolo di questo convegno, è concretamente praticabile se si vince un paradosso, che ha preso piede da anni, anzi da decenni: quello di istituzioni europee che puntano a rendere tutto eguale, da Stoccolma a La Valletta, dalle dimensioni degli ortaggi alle realizzazioni del PNRR, ma poi rifiutano il solo elemento realmente che identifica e unisce l’Europa. Irrigidiscono elementi di dettaglio e rendono fluido quello che invece esige compattezza e decisione: nella verifica preordinata al pagamento di una delle rate del PNRR vi è stato, per es., il minuzioso accertamento, stanza per stanza, dei posti effettivamente occupati dagli studenti ai fini del finanziamento dell’housing universitario, ma poi ogni Nazione europea sembra andare per conto proprio di fronte alle crisi in atto su scenari importanti e critici, interni ed esterni all’UE.

 

venerdì 28 luglio 2023

A LISBONA UNA GMG SENZA CRISTO?

Le inattese e inopinate parole di mons. Américo Aguiar, responsabile della GMG di Lisbona e appena nominato cardinale, che non vuole assolutamente «convertire i giovani a Cristo», hanno implicazioni molto serie: su tutte l'illusione della fede e l'inutilità della Chiesa

Mons. Amerigo Aguiar

«Non vogliamo convertire i giovani a Cristo o alla Chiesa cattolica. Niente di tutto questo, assolutamente».

Queste parole, pronunciate nel corso di un’intervista alla Radio Televisione Portoghese (RTP) lo scorso 6 luglio dal vescovo ausiliare di Lisbona, Américo Aguiar, per spiegare il senso della prossima Giornata Mondiale dei Giovani (GMG) che si svolgerà a Lisbona dall’1 al 6 agosto, hanno fatto molto scalpore e provocato  reazioni . Si dà il caso infatti che monsignor Aguiar non solo è il responsabile della GMG di Lisbona ma figura tra i 21 nuovi cardinali annunciati il 9 luglio da papa Francesco e che riceveranno la berretta rossa nel Concistoro del prossimo 30 settembre.

Come spesso accade in queste situazioni, davanti alla reazione dell’opinione pubblica cattolica e visto che nel frattempo è stato nominato cardinale, monsignor Aguiar ha cercato di riparare con un’altra intervista – questa volta ad ACI Digital - per precisare meglio, lamentandosi della strumentalizzazione delle sue parole, estrapolate dal contesto: «La GMG – ha detto – è un invito a tutti i giovani del mondo per fare esperienza di Dio», sulla strada tracciata dall’enciclica Fratelli tutti.

Dunque, qual è il succo del suo discorso? Che con Fratelli tutti è cambiata la missione della Chiesa: non più annunciare Cristo, ma fare una bella esperienza di tante persone diverse per apprezzare la ricchezza della diversità; e questo sarebbe fare esperienza di Dio. «La GMG è un grido di questa Fraternità universale – aveva detto a RTP -, vuole essere una scuola pedagogica per vedere il gusto e la gioia di conoscere il diverso. Il diverso deve essere inteso come una ricchezza. Cattolici, non cattolici, religiosi, con la fede, senza la fede: la prima cosa è capire che la diversità è una ricchezza».
E ancora, dopo la ferma risoluzione di non voler convertire nessuno: «Vogliamo che sia normale che un giovane musulmano, un ebreo o di un’altra religione non abbia problema a decidere chi sei, e che tutti comprendiamo che la diversità è una ricchezza. Così il mondo sarà oggettivamente migliore».

C’è ben poco da fraintendere: il neo-cardinale portoghese semplicemente non crede che Gesù Cristo sia la risposta vera e definitiva alle domande più profonde di ogni uomo che, in modo particolare, sono vive tra i giovani. Altrimenti vivrebbe casomai la febbre della missione, creerebbe le occasioni per comunicare al mondo di aver trovato la risposta a quelle domande che tutti hanno. Esattamente quello che ha spinto san Giovanni Paolo II a istituire la GMG, un evento che fin dall’origine è stato assolutamente Cristocentrico. Ricordiamo, per capire, le parole che Giovanni Paolo II pronunciò in una memorabile omelia durante la veglia di preghiera alla GMG del Duemila a Roma, davanti a due milioni di giovani:
«In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna».

San Giovanni Paolo II aveva ben chiaro che una società più umana e fraterna può nascere solo dall’incontro con Cristo. Ciò che oggi viene negato dal neo cardinale Aguiar, il quale però trae spunto dalla visione espressa in Fratelli tutti.
Una fraternità senza un padre comune riconosciuto, una GMG senza Cristo (o comunque con un Cristo irrilevante, alla pari con Maometto, Budda, Confucio e chi altro). È l’affermazione dell’inutilità della Chiesa, ridotta a un agente sociale, una copia dell’ONU con qualche spruzzo di spiritualità.

Le parole di Aguiar rendono ancora più vero e concreto il giudizio di Benedetto XVI che attribuiva la crisi della Chiesa alla crisi della fede, soprattutto dei sacerdoti. Semplicemente non si crede più che Cristo sia il Salvatore, al massimo l’ispiratore di buoni sentimenti per sistemare le cose del mondo.

In tutto questo un piccolo segno di speranza sta nel venire a sapere che in Portogallo buona parte del clero e tanti fedeli sono rimasti scandalizzati dalla nomina cardinalizia di monsignor Aguiar. Vuol dire comunque che nella Chiesa in Portogallo c’è ancora una base cattolica fedele. Si deve solo pregare che il Signore la mantenga tale malgrado l'inadeguatezza dei suoi pastori.

RICCARDO CASCIOLI

La nuova bussola

domenica 2 luglio 2023

PAPA FRANCESCO E I «METODI IMMORALI» DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE.

LEONARDO LUGARESI

(con una nota finale del Crocevia)

Ieri il papa ha nominato il nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nella persona di mons. Victor Manuel Fernandez, finora arcivescovo di La Plata (Argentina), ed ha voluto accompagnare la pubblicazione della nomina con una sua lettera che è stata resa nota contestualmente all’annuncio dell’incarico.

Mons. Victor Manuel Fernandez

Non è una prassi abituale: questa lettera, indirizzata al neoeletto e per conoscenza a tutti noi, è dunque un documento importante, che merita un’attenzione particolare. Si tratta infatti di un atto ufficiale, che il papa ha specificamente voluto compiere per spiegare il senso che ha inteso dare alla scelta di mons. Fernandez ed esplicitare la missione che affida al nuovo prefetto. Nulla di ciò che contiene può dunque essere considerato alla stregua di un obiter dictum e tantomeno come un’espressione “dal sen fuggita” nel corso di una conversazione, come si potrebbe sostenere, ad esempio, per le tante interviste che il papa ha concesso in questi ultimi tempi.

Per questo motivo ritengo doveroso, per un semplice fedele come me, riflettere sull’affermazione che si trova quasi in apertura della lettera, al secondo capoverso: «El Dicasterio que presidirás en otras épocas llegó a utilizar métodos inmorales». Se traduco bene: «Il DIcastero che presiederai in altre epoche è arrivato ad usare metodi immorali». Mi sembra una frase grave e sconcertante. L’accusa di immoralità, lanciata da un papa ad un organo supremo della Santa Sede, a mia conoscenza non ha precedenti.

Diventa perciò assolutamente necessario anzitutto chiarire a chi e a che cosa si riferisce papa Francesco. Il che cosa è forse, almeno in parte, spiegato nella frase immediatamente successiva: «Fueron tiempos donde más que promover el saber teológico se perseguían posibles errores doctrinales». Cioè, sempre se capisco bene: «Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali».

Questa affermazione mi pare molto problematica: non è facile comprendere perché mai il compito di difendere l’ortodossia della dottrina della Chiesa, da sempre affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, debba dare adito ad accuse di immoralità, e ci si potrebbe anche chiedere se una visione in cui la promozione della conoscenza teologica spetta in prima battuta a un organo del governo centrale della chiesa piuttosto che alla libera ricerca dei teologi non sia, in definitiva, ben più verticistica di quella in cui all’autorità gerarchica è riservata piuttosto una funzione di “sorveglianza” (“episcopale” appunto) nei riguardi di tale lavoro, al fine di mettere in guardia i fedeli contro errori dottrinali, che non sono solo astrattamente “possibili” ma di fatto si sono verificati molte volte nella storia della chiesa. Ma lasciamo stare: da semplice laico non mi considero certo all’altezza di poter affrontare argomenti così delicati e complessi.

Più urgente per me è capire di chi sta parlando il papa quando parla di «metodi immorali». Se ci si lascia distrarre dalla espressione temporale «en otras épocas», così vaga da significare tutto e nulla, si potrebbe pensare che è impossibile rispondere a tale domanda. L’accusa perciò resterebbe grave e sconcertante, ma finirebbe per avere la rilevanza di una “denuncia contro ignoti”. Si può temere, purtroppo, che quel finto complemento di tempo sia stato inserito a bella posta, per dire e non dire. Che sia un’astuzia, in altre parole. Il messaggio sarebbe più o meno questo: “Alla Congregazione per la Dottrina della Fede usavano metodi immorali”. “Ma quando? E chi è stato?”. “Un tempo. E non si sa chi”.

Però la terza frase di quel terribile paragrafo mi sembra che chiarisca a sufficienza il pensiero del papa. Egli scrive infatti al nuovo prefetto: «Lo que espero de vos es sin duda algo muy diferente». Che in italiano si traduce: «Quello che mi aspetto da voi è sicuramente qualcosa di molto diverso». Ora, non è chi non veda che una frase del genere ha senso soltanto in relazione ad un passato recente.

Di conseguenza, le “altre epoche” in cui secondo il papa la CDF faceva cose immorali non sono quelle di un remoto passato, di una fase storica della Chiesa ormai finita da un pezzo, e così lontana dal nostro mondo e dalla nostra mentalità per cui i termini delle questioni si ponevano allora in modo del tutto diverso da come si fa oggi, eccetera eccetera … (ammesso e non concesso che anche in questo caso l’accusa di immoralità sia giustificata). No, il papa sta evidentemente parlando della “chiesa di ieri”, non di quella di cinque secoli fa. Per dirla tutta: non della “Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione” di Paolo III e nemmeno della “Sacra Congregazione del Sant’Uffizio” di san Pio X, ma della “Congregazione per la Dottrina della Fede” di san Paolo VI, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ancor più brutalmente: non sta parlando dei tempi del cardinal Carafa (XVI secolo), ma del cardinale Ratzinger. Se le cose stanno così, a rendere ancor più “problematica” per un cattolico l’accusa di immoralità rivolta alla CDF sta il fatto che essa ha sempre agito in obbedienza e comunque con l’assenso dei pontefici regnanti: san Paolo VI, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Di conseguenza diventerebbe impossibile sottrarre quei santi pontefici al rimprovero di essere stati come minimo conniventi con i «metodi immorali» della CDF. Solo io resto senza parole di fronte a una prospettiva del genere?

Tutto ciò è per me, come semplice fedele cattolico, fonte di un enorme imbarazzo, per non dire di scandalo, ma francamente non mi pare che l’affermazione del papa possa essere intesa in altro modo. La comunicazione ha le sue regole e neanche un papa può ignorarle. Provo a spiegarmi ancora meglio con un esempio. Poniamo che il rettore di una scuola, presentando ai docenti e agli alunni un nuovo insegnante che ha appena nominato, dica: «Un tempo in questa scuola si usavano metodi violenti. Da lei mi aspetto sicuramente qualcosa di molto diverso». Chi mai potrebbe pensare che quel rettore si riferisca, che ne so, ai tempi degli antichi Romani e al plagosus Orbilius di oraziana memoria?

Tutti capirebbero che intende alludere al predecessore o ai predecessori immediati del nuovo docente. Altrimenti la sua frase sarebbe priva di senso, quanto lo sarebbe oggi dichiarare di aspettarsi che il nuovo prefetto del dicastero vaticano non scriva con la penna d’oca, non faccia il viaggio dall’Argentina a Roma su un veliero e non si rechi al lavoro in carrozza.

LEONARDO LUGARESI

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NOTA DEL CROCEVIA

Mons Fernandez è da sempre in prima linea per aprire la comunione ai divorziati risposati, favorevole alle leggi per le unioni civili, aperto al cardinalato delle donne. Ha pubblicato un libro in Argentina nel 1995, un bestseller col titolo di: “Saname con tu boca. El arte de basar”. Si legge:” Nell’intento di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita, sono venute fuori queste pagine afavore del bacio che , spero, ti aiutino a baciare meglio, e ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere”.

Niente di male in tutto questo.

Ma molta strada è stata fatta da quando i Prefetti della Dottrina della fede avevano come best seller titoli come “Introduzione al Cristianesimo”

 

sabato 15 aprile 2023

FARNETICANTI E CRIMINALI LE AFFERMAZIONI SU SAN GIOVANNI PAOLO II

 

ACCUSE ASSURDE E INFAMANTI

 


Pensate che cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse andato in televisione ad affermare, sulla base di un “sentito dire” proveniente da una fonte anonima e senza lo straccio di un riscontro o testimonianza anche soltanto di terza mano, che vostro padre o vostro nonno di notte usciva di casa e insieme a qualche “compagno di merende” andava in giro a molestare ragazze minorenni. E immaginate che cosa sarebbe successo se il vostro parente, ormai defunto, fosse universalmente conosciuto e da tutti stimato, a motivo di qualche importante ruolo ricoperto. Non avremmo forse letto commenti ed editoriali indignati per il modo inqualificabile con cui è stata lesa la buona fama di questo grande uomo, amato da tanti?

È accaduto davvero, purtroppo, con san Giovanni Paolo II, pontefice della Chiesa cattolica dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005. L’accusa è stata lanciata da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa nel centro di Roma in un pomeriggio di giugno del 1983. Pietro, in presenza del suo avvocato Laura Sgrò che annuiva, ha raccontato nel corso della trasmissione Di martedì condotta su La7 in prima serata da Giovanni Floris, che Papa Wojtyła la notte usciva in compagnia di qualche monsignore per andare a cercare ragazzine. Il tutto è stato presentato come indiscrezione credibile, accompagnata da qualche sorrisino ammiccante, come se si parlasse di un segreto di Pulcinella.

Prove? Nessuna. Indizi? Men che meno. Testimonianze almeno di seconda o terza mano? Neanche l’ombra. Solo anonime accuse infamanti. Parole che Pietro Orlandi ha accompagnato all’audio attribuito ad un sedicente membro della Banda della Magliana il quale asserisce — anche lui senza prove, indizi, testimonianze, riscontri o circostanze — che Giovanni Paolo II «pure insieme se le portava in Vaticano quelle», intendendo Emanuela e altre ragazze: per porre fine a questa “schifezza” il segretario di Stato di allora si sarebbe rivolto alla criminalità organizzata per risolvere il problema.

Una follia. E non lo diciamo perché Karol Wojtyła è santo o perché è stato papa. Anche se questo massacro mediatico intristisce e sgomenta ferendo il cuore di milioni di credenti e non credenti, la diffamazione va denunciata perché è indegno di un Paese civile trattare in questo modo qualunque persona, viva o morta, che sia chierico o laico, papa, metalmeccanico o giovane disoccupato. È giusto che tutti rispondano degli eventuali reati, se ne hanno commessi, senza impunità alcuna o privilegi. È sacrosanto che si indaghi a 360 gradi per cercare la verità sulla scomparsa di Emanuela. Ma nessuno merita di essere diffamato in questo modo, senza neanche uno straccio di indizio, sulla base dei “si dice” di qualche sconosciuto personaggio del sottobosco criminale o di qualche squallido anonimo commento propalato in diretta Tv.

di ANDREA TORNIELLI Da L’Osservatore Romano

14 aprile 2023

 

Nota del Crocevia

Durante un telegiornale, e stata data con una certa enfasi l’informazione che l’Orlandi era stato ascoltato «per otto ore», fino a notte fonda, dal Promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi. Otto ore sono tante, e mettere in risalto il particolare da parte dei media ha un significato molto chiaro, a livello di sottotesto: “quelli di prima volevano coprire le cose, quelli di adesso invece sì che vogliono vederci chiaro e andare fino in fondo!».

Dopo la pratica demolizione del magistero di Giovanni Paolo II, in corso da diversi anni fuori e dentro la chiesa, negli ultimi tempi si scorgono i segni di un attacco diretto alla sua persona. In un contesto del genere, esporsi da parte di una tv anche solo al sospetto di fare da sponda a personaggi come quell'Orlandi, responsabile di affermazioni infami come quelle che sono state formulate, sarebbe un pericoloso segnale della fine della credibilità di un giornalismo straccione e miserabile.

 

 

lunedì 27 marzo 2023

GERMANIA RITORNO A LUTERO?

Il Cammino sinodale tedesco si è concluso con il via libera a un programma di svolta che in autunno minaccia di travolgere Roma.

 Anche perché la Germania è solo l’avanguardia di una Chiesa che vuole profonde riforme. Ora che il Synodale Weg, il Cammino sinodale tedesco si è concluso, le carte sono tutte ben visibili sul tavolo, ed è quindi possibile capire la portata delle richieste avanzate, anche se non si sa bene a chi, considerato che più d’un vescovo e molti laici che hanno partecipato al lungo percorso hanno fatto intendere – chi più esplicitamente, chi meno – che l’opinione di Roma conta, ma fino a un certo punto.

Statua di Martin Lutero nella sala Paolo VI

Lo stesso presidente della Conferenza episcopale, mons. Georg Bätzing, in una recente intervista televisiva ha dichiarato la propria (ovvia) disponibilità a discutere con il Vaticano, anche se – ha precisato – “la nostra azione non cambierà”.
A ogni modo, è innegabile che il Cammino sinodale della Chiesa tedesca abbia avuto, e continui ad avere, una rilevanza globale. I delegati erano 230, rigorosamente divisi in gruppi di lavoro (i quattro forum), vi hanno partecipato tutti i vescovi e moltissimi laici. Si potrebbe dire che il “Popolo di Dio”, che è infallibile in credendo, era presente a Francoforte, parentesi su Zoom causa lockdown compresa.

Ma cosa hanno deliberato in Germania?

Innanzitutto, il via libera alla benedizione delle coppie formate da persone dello stesso sesso, quindi il sì al riaccostamento all’eucarestia per i divorziati risposati.

Sono stati approvati testi importanti (quindici, nel complesso), come quello che punta al diaconato femminile chiedendo – stavolta al Papa – che sia resa possibile, un domani, anche l’ordinazione sacerdotale delle donne. Voto favorevole all’eliminazione dell’obbligo del celibato per i preti, al fatto che le donne e i laici predichino durante la messa.


E poi la diversità di genere, che va capita, compresa e accompagnata: 38 vescovi hanno votato sì, 7 no e 13 hanno preferito astenersi. Qui l’assemblea ha penato parecchio: la prima bozza, intitolata “Vivere in rapporti che funzionano. Linee di fondo di un’etica sessuale rinnovata”, era stata bocciata lo scorso settembre, non avendo ottenuto i due terzi dei voti favorevoli. Alla fine, dopo settimane di lavoro, è stato trovato un compromesso che ha deluso quanti spingevano sull’acceleratore. Eppure, nel testo approvato, si leggono critiche al “Magistero che ignora l’esistenza di varianti non binarie” e si arriva a chiedere che nei registri battesimali sia consentito di non indicare il genere del bambino o, se proprio non si vuole lasciare libera la casella, la facoltà di scrivere “diverso”. Esulta, per l’approvazione del documento sul diaconato femminile, il vescovo di Fulda, mons. Michael Gerber, che ora auspica che tale apertura sia intesa per tutti i ministeri ordinati. Dopotutto, l’80 per cento dei vescovi ha approvato la richiesta che il Pontefice riveda l’Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II, che si conclude in un modo che più netto non si potrebbe: “Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.

 Definitivo, dunque. Lo stesso Papa Francesco più volte s’è soffermato su tale parola, per dire che “la questione è chiusa”. Qualcuno, come la superiora francescana Katharina Ganz, la pensa diversamente e avrebbe sperato in qualcosa di più: s’è detta dispiaciuta che la priorità ce l’abbia il diaconato femminile. Lei avrebbe voluto subito il sì alle donne prete sull’altare. Le conclusioni del Synodale Weg non sono mai state in dubbio: senza considerare il laicato attivo in Germania, la schiacciante maggioranza dell’episcopato era a favore del “piano di riforme”, a cominciare dall’ex presidente, il cardinale Reinhard Marx, che pure guida la diocesi di Monaco, madre della Baviera da sempre fedele a Roma. Fu lui, durante il Sinodo universale sulla famiglia a far capire che le acque del Reno erano tornate a scorrere impetuose nel Tevere, dicendo a confratelli, giornalisti e popolo che non sarebbe stata più Roma “a dirci quello che dobbiamo fare qua”. A quasi un decennio di distanza, gli fa eco il confratello mons. Franz-Josef Overbeck, stanco dei freni imposti dal Vaticano: a suo giudizio, la Chiesa in Germania può anche fare da sola in certi campi, senza attendere arcaici nulla osta spediti da Oltretevere.

Matteo Matzuzzi, da Il Foglio

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