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venerdì 7 gennaio 2022

MONS. DELPINI: L’APPARTENENZA DI LUIGI NEGRI A CRISTO, ALLA CHIESA, A MILANO E A COMUNIONE E LIBERAZIONE

 L'arcivescovo di Milano, mons. Delpini, ha celebrato in Duomo le esequie dell'arcivescovo emerito di Ferrara: «Qui ha incontrato, scelto, coltivato il carisma di don Giussani e la sua appartenenza a Comunione e Liberazione. Qui ora gli amici e tutta la Chiesa ambrosiana lo accompagnano con la preghiera, l’affetto, la gratitudine per il bene compiuto»

 


Pubblichiamo l’omelia integrale tenuta dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, durante la celebrazione in Duomo delle esequie per mons. Luigi Negri, sacerdote ambrosiano, deceduto il 31 dicembre scorso e arcivescovo emerito di San Marino e di Ferrara.  Dopo la celebrazione, la salma è stata tumulata al cimitero di Vignate nella tomba di famiglia, secondo le volontà del defunto.

Il luogo in cui si trovavano i discepoli 

1. I discepoli: l’appartenenza.

Non si distinguono per santità, non si distinguono per una esemplare armonia e facilità di rapporti, non si distinguono per una inclinazione all’eroismo o per il coraggio della testimonianza. Sono uomini come tutti, santi e peccatori, mediocri e litigiosi, generosi e disponibili. I discepoli si riconoscono perché “sono quelli che sono stati con Gesù” e formano la comunità che si raduna nella memoria e nel nome di Gesù. Gesù, come testimonia il vangelo che è stato proclamato, li raduna, li istruisce, li rimprovera, li rende partecipi delle sue confidenze, celebra con loro la Pasqua desiderata, in quell’ultima sera. Gesù si manifesta a loro radunati in casa a porte chiuse per timore dei Giudei, in quel primo giorno.

La fede, la povera fede dei discepoli, l’obbedienza al Signore, l’obbedienza contrastata e inquieta dei discepoli, prendono la forma dell’appartenenza alla comunità che si raduna nel suo nome. La cura di Gesù, la preghiera di Gesù, la priorità di Gesù sono per dare forma a una comunità di discepoli che con l’essere una cosa sola e con lo stile della loro fraternità siano segno per la fede del mondo.

Perciò la Chiesa. Ciò che separa dalla comunità impoverisce, esaurisce la fede delle persone. L’individualismo che l’epoca moderna ha insinuato anche nella gente della nostra terra suggerisce di indebolire le appartenenze, di cercare nel privato il principio della propria tranquillità e la condizione per realizzare la propria identità. I discepoli di Gesù reagiscono all’individualismo e si radunano nella comunità imperfetta e irrinunciabile, nell’appartenenza decisiva per custodire la fede e praticare la carità ed essere testimoni della speranza seminata dalla risurrezione di Gesù.

Mons Luigi Negri ha vissuto con intensità la sua appartenenza alla Chiesa, la sua appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione con i suoi modi perentori e il suo linguaggio tagliente. E noi celebriamo oggi la Pasqua di Gesù perché si compia per lui quell’essere di Cristo che introduce nell’appartenenza alla Chiesa nella comunione dei santi.

2. La vita della comunità: la grazia e il perdono.

La vita della Chiesa è la grazia della convocazione che dà forma alla comunità cristiana. È la grazia di cui tutti viviamo. È grazia! Il tesoro però è posto in vasi di creta, in uomini e donne segnate dalla fragilità e dalla meschinità. Perciò Gesù anche nell’ultima cena, ancora una volta corregge i discepoli che ha scelto. Le loro discussioni rivelano quanto siano lontani dal condividere i sentimenti di Gesù: litigano per distribuirsi ruoli e discutono su chi sia da considerare più importante.

Nelle parole di Gesù si coglie forse un’eco di una certa esasperazione: voi però non fate così: chi tra voi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve (Lc 22,26). Come potranno questi discepoli, così presi dalle loro beghe interne, diventare testimoni di Gesù che si fa offerta e sacrificio per loro, per la nuova alleanza che raduna un popolo nuovo? Gesù risorto, dopo aver molto insegnato, dopo aver molto sofferto, infine effonde nel luogo dove si trovavano i discepoli lo Spirito della riconciliazione: a colui a cui perdonerete…

La comunità dei discepoli non è una città ideale costruita nella sua perfezione ammirevole, non è una organizzazione perfetta definita per un funzionamento garantito. È una comunità di peccatori perdonati, è sempre una trama di rapporti da ricucire, è sempre una fraternità che chiede riconciliazione, è sempre un popolo un cammino che conosce le stanchezze e le tentazioni, i doni di grazia e l’ardore per giungere fino alla terra promessa.

La comunità dei discepoli non può restare un luogo chiuso per timore delle ostilità e antipatie del mondo che sta intorno: con il dono dello Spirito diventa docilità al Signore risorto, diventa missione: come il Padre ha mandato me, anche io mando voi (Gv 20,21).

Celebriamo questo sacrificio della nuova alleanza per accompagnare Mons Negri nel suo congedo da questa terra chiedendo che con i suoi scritti e il suo insegnamento, con il suo ministero e le sue sofferenze, anche ora interceda invocando per tutti lo Spirito della riconciliazione.

Così vogliamo ricordare e ringraziare Mons Luigi Negri, proprio in questa cattedrale, proprio in questa città. In questa terra, in questa Chiesa, Mons. Negri ha scelto, approfondito, vissuto la sua appartenenza, si è sentito milanese e ambrosiano, come attesta la sua scelta che il suo funerale fosse celebrato anche nella chiesa di Milano, in rito ambrosiano.

Qui ha incontrato, scelto, coltivato il carisma di don Giussani e la sua appartenenza a Comunione e Liberazione.

Qui ora si celebra questo momento solenne del funerale con il mistero della nuova ed eterna alleanza che fa sintesi del suo ministero di prete, di intellettuale, di vescovo di San Marino e di Ferrara.

Qui ora gli amici e tutta la Chiesa ambrosiana lo accompagnano con la preghiera, l’affetto, la gratitudine per il bene compiuto.

Qui ora chiediamo che Mons. Negri preghi per noi per rendere più profondi i nostri rapporti, più intenso il senso di appartenenza, più abituale le vie del perdono e della riconciliazione.

 


venerdì 31 marzo 2017

CON PIETRO CONTRO I "PAPISTI"



C’ero anch’io nel Parco di Monza per la messa con papa Francesco. Il motivo è semplice e lo ha ricordato il cardinale Angelo Scola nel saluto al termine della messa, citando Sant’Ambrogio: «Dove è Pietro, là dunque è la Chiesa». E prosegue la citazione: «Dove è la Chiesa, là non c’è la morte, ma la vita eterna». 


Andare all’incontro con il Papa è anzitutto riconoscere e affermare questa realtà, che è fondante la nostra identità. Tutto il resto – simpatie o antipatie, sintonia o perplessità e così via – viene dopo, è un altro livello, non può mettere in discussione il dato fondante. E questo vale per qualsiasi successore di Pietro: è garanzia della appartenenza oggettiva al Corpo di Cristo. Trovarsi ieri nel Parco di Monza - così come era già accaduto nel Parco Nord a Bresso con Benedetto XVI e tante altre volte con san Giovanni Paolo II – è stata una esperienza vera di Chiesa. Quel popolo presente ieri a Monza è lo stesso del 2012 a Bresso con papa Benedetto XVI e delle due visite a Milano (1983 e 1984) di san Giovanni Paolo II. È un popolo che si stringe attorno a qualsiasi successore di Pietro, perché – senza discettare di teologia - sa che la Chiesa non è di Francesco come di nessun altro: la Chiesa è di Cristo, e questo basta. 

Perché dico queste cose? Perché è deprimente leggere in questi giorni (e non solo) commenti sui giornali o sui social dove ci si preoccupa di dividere sempre il campo in pro e contro papa Francesco. E a guidare questo giochino sono anche firme note, carrieristi di successo, ideologi interessati, personaggi in cerca di una nuova verginità, semplici leccaculo (leccacalzini li chiama papa Francesco all’argentina). Tutti ansiosi di mettersi in mostra e di farsi vedere nel campo “giusto”, tutti zelanti nell’indicare chi sono i nemici del Papa, chi è “contro”, chi è da lasciare fuori dalla porta (nel mentre dicono di abbattere i muri). Trattano la Chiesa come fosse un partito, impongono un regime: qualsiasi domanda, qualsiasi perplessità, viene stroncata e negata in nome dell’obbedienza al Papa, abbassando il successore di Pietro al livello di qualsiasi tiranno che può fare il bello e il cattivo tempo nel suo regno, che ha potere di vita e di morte sui suoi sudditi. 

Noi siamo con Pietro. Sempre. Ma proprio per questo ci sentiamo liberi di domandare, esprimere perplessità, esigere chiarezza su questioni che sono fondamentali per la nostra fede e per la Chiesa, così come di formulare giudizi diversi su materie opinabili. Come del resto prevede il Catechismo e prescrive il Codice di Diritto canonico. 

 di Riccardo Cascioli

26-03-2017

domenica 3 maggio 2015

IL NUOVO INNO NAZIONALE: SIAM PRONTI ALLA RESA

Il sangue di un poliziotto può essere versato, ma quello di un manifestante no. 
Giammai. Sono ragazzi.
Andrea Cangini
Da Ilrestodelcarlino

NON C’È un nesso diretto, è chiaro, però...
 Però l’aver voluto proditoriamente metter mano alle parole dell’Inno di Mameli incoraggiando il coro che ha inaugurato l’Expo a sostituire il noto “siam pronti alla morte” col più ecumenico ed angelicato “siam pronti alla vita”, aiuta a capire il clima culturale nel quale venerdì hanno avuto luogo le violenze milanesi.
E le difficoltà incontrate dalle forze dell’ordine nel reprimerle. Reinterpretare un inno nazionale è, di per sé, un’operazione spericolata. Farlo in ossequio ai canoni del politicamente corretto è un suicidio. Un suicidio culturale: il presupposto all’impotenza. Quel “siam pronti alla morte” rende infatti onore agli eroismi risorgimentali, rammenta che la guerra può rappresentare una necessaria evoluzione della politica, ci ricorda che lo Stato può, e in alcuni casi deve, esercitare la violenza di cui detiene legittimamente il monopolio. Giustapponendo la parola “vita” alla parola “morte” salta uno schema secolare e si inibisce agli stati l’uso della forza. Ovvio che un contesto del genere renda onnipotenti e incontenibili anche le più esigue minoranze, purché debitamente aggressive.

SI È dunque creata una realtà nella quale la parola «guerra» è proscritta, non è tollerabile la morte di un solo soldato, non è accettabile l’uso del manganello da parte di un poliziotto o di un carabiniere. Perciò, dal capo della polizia in giù, ieri erano tutti lì a celebrare lo straordinario successo del giorno prima, quando alcune centinaia di black bloc hanno messo a ferro e fuoco Milano. Il motivo di tale vanto? Aver «evitato il contatto fisico» tra manifestanti violenti e forze dell’ordine. Una follia, una posizione grottesca, chiaro segno di una frustrazione profonda. La frustrazione di chi sa di non poter svolgere adeguatamente la propria funzione, perché il sangue di un poliziotto può essere versato, ma quello di un manifestante no. Giammai. Sono ragazzi. L’esiguo, e pertanto imbarazzante, numero di arresti risponde dunque a questa logica: per arrestarli bisogna fermarli, per fermarli occorre la forza, ma l’uso della forza è vivamente sconsigliato. E quand’anche li si arresta, la magistratura non convalida il fermo.
E QUAND’ANCHE  lo convalida, subito i professionisti della violenza vengono rimessi in libertà. Ce ne sono alcuni che hanno decine di denunce sulle spalle: prevedere un forte, ma forte davvero, aggravio della pena in caso di recidiva sarebbe il minimo. Così come sarebbe il minimo estendere anche a chi si macchia di violenza politica il principio dell’arresto in flagranza differita. Oggi è applicato solo agli ultras, come se chi minaccia lo Stato meritasse maggiore indulgenza. Così vanno le cose, in Italia. E perciò le forze dell’ordine si guardano bene dal far rispettare la legge che vieta ai manifestanti di mascherare il volto, perciò non usano i proiettili di gomma di cui pure si sono dotate, perciò assistono impotenti a devastazioni largamente annunciate. No, venerdì, a Milano, lo Stato non ha vinto, ha perso.

E, mentre lo Stato soccombeva, nel cuore dell’Expo si inneggiava alla «vita» come se la vita reale non fosse quella che, tra molotov e spranghe, andava in scena nel centro cittadino. «Siam pronti alla vita»: ma solo a quella idealizzata negli spot del Mulino Bianco.

lunedì 19 gennaio 2015

UN NUOVO POPOLO

di Costanza Miriano

Sabato a Milano è successa una cosa grandissima, una cosa che da tempo non succede più ai convegni di partito, alle convention, alle primarie, ai raduni. Sabato a Milano le sale erano stracolme di gente, tutte le sale che la Regione aveva a disposizione, e altre 500 persone stavano in fila fuori sperando di entrare. Sabato a Milano si è ritrovato un popolo di amici veri, un popolo di fratelli con i cuori che battevano insieme, e la misura di quanto è successo ce la danno le bugie che si sono scritte su di noi. Evidentemente hanno paura.

E le hanno scritte sui giornaloni le bugie, le hanno dette in tv. Golia è sceso in campo con tutto l’esercito, tutti contro questo Davide che dice cose pericolosissime, tipo “i bambini hanno diritto a un padre a una madre”. Facciamo paura, molta paura a qualcuno, anche se ci siamo chiamati a raccolta coi blog, su facebook, su twitter, per telefono. Loro con le corazzate dei grandi giornali letti – tra online e carta – da milioni di persone, noi con gli smartphone a chiamarci uno a uno. Sì, è vero, da tre giorni c’è anche un giornale che parla di noi, ma la macchina è partita prima, col passaparola. E non è che abbiamo scherzato. La gente è partita da tutta Italia.
Gente normale, per lo più non ricca, gente a cui dunque questo viaggio è costato sacrifici. Uomini e donne con famiglie, spesso numerose, che si sono organizzati con amici e parenti perché tenessero i bambini, a volte vagonate di bambini. Amici che sono partiti da tutta Italia, hanno preso giorni di ferie, hanno preso pullman e treni e macchine, sono arrivati da Caltanissetta e Vicenza, da Verona e Torino, da Forlì da Parma da Firenze da Roma da Teramo da Cagliari e mi fermo perché con le lacrime negli occhi non riesco a scrivere.
Volevamo parlare dei falsi miti di progresso che stanno costruendo una cultura che mette sotto assedio la famiglia – come ha detto il Papa da Manila il giorno prima(che carino, a ricordarsi di noi e a darci la sua benedizione) – e i giornali dal 3 gennaio a oggi hanno cominciato a darci degli omofobi. Non siamo totalmente sprovveduti, sappiamo che c’entra il fatto che a invitarci è stata la Regione Lombardia, e quindi la battaglia è diventata politica. Sappiamo che inquieta il fatto che sabato in sala ci fossero varie anime del centrodestra.

Ma a noi, a nessuno di noi quattro – Mario, Marco, Padre Maurizio e me – questo aspetto interessa. Fatto sta che l’accusa di omofobi ce la siamo presa tutti, e senza che nessuno di noi avesse praticamente mai nominato il tema omosessualità, che troviamo tutti pochissimo avvincente. A noi interessa, questo sì, che i bambini non si possano produrre a pagamento, vendere, comprare, cosa che si rende necessaria se a volere un figlio sono due persone dello stesso sesso; a noi sembra che la cultura del gender equity and equality sia nemica della famiglia, e siccome sembra anche a Ratzinger siamo abbastanza certi di non essere vittima di un’allucinazione da ultras scatenati; noi soprattutto vogliamo che le famiglie siano aiutate, che alle donne si dica quanto è bello essere mamme, e che siano aiutate a diventarlo e incoraggiate e sostenute in ogni modo, vogliamo ricordare che maschi e femmine sono ontologicamente diversi, e che sono fatti per generare e poi sostenere nuove persone, e che il sesso fatto senza opporsi alla vita è molto più bello, e infatti i cattolici lo fanno meglio.
Crediamo anche che il motivo dell’attacco non sia solo politico: certo il luogo del convegno ci ha messo sotto i riflettori, ma le cose che diciamo danno davvero tanto fastidio, come prova l‘avversione alle Sentinelle, e le botte prese da anziani preti, da bambini, a donne che stavano in piedi per opporsi a una legge che voleva sei anni di carcere per chi dice che i bambini non si comprano.
Siamo certi che la cosa che fa paura sia il fatto che noi siamo un popolo, una vera compagnia. Non abbiamo fondi, nessuno ci sostiene, non rappresentiamo nessuno. Ci prestiamo le case, le macchine, ci apriamo le porte di casa e del portafogli pur senza esserci mai visti dal vero, a volte. Ci riconosciamo dalla fotina su facebook, ci abbracciamo come fratelli, finiamo per fare le vacanze insieme, perché crediamo nella stessa Persona che un giorno ci ha sfiorato il cuore, e questo i giornalisti non lo possono capire.
E infatti della giornata di Milano hanno scritto solo dello studentello bocconiano (lui non ha attraversato l’Italia prendendosi le ferie o portandosi i bambini ad aspettare al freddo tre ore, lui è stato al caldo, e sappiamo chi lo ha fatto entrare) che è salito sul palco, un palco che non aveva nessun diritto di calcare, ha fatto la scena del poverino a cui si toglie la parola, ha rubato la scena e alla fine – il tempo era poco, il clima si era guastato, il moderatore si era innervosito – ha impedito di parlare a Padre Maurizio, a un uomo che aveva tutto il diritto di parlare, quello che ne aveva più di tutti, perché è da lui che è partito tutto, lui che ci ha messi insieme. Lo studentello con la sua arroganza e il falso vittimismo, facendo una domanda su un tema che non ci interessa (se ho capito bene le terapie riparative, di cui nessuno di noi sa molto), ha impedito di parlare a un uomo vero, che poteva spalmarlo via con una manata, un uomo che stava lì accreditato dalle migliaia di giovani che lo amano e lo seguono. Un leone che si è fatto agnello e si è fatto mitemente togliere il microfono, e quindi si è fatto mille chilometri di treno per parlare forse treo quattro minuti, che ha dimostrato cosa vuol dire essere cristiani. Noi vorremmo dire al ragazzo che lui il suo convegno se lo può pure organizzare dove vuole, vediamo se anche per lui qualcuno attraverserà l’Italia. Lui al suo convegno potrà dire quello che vuole, nessuno di noi lo disturberà né cercherà di salire sul palco, nessuno fingerà di fare la vittima quando invece sta usurpando un palco che non gli appartiene.
Infine vorrei dire che sono tornata a casa con tre dico tre buste di regali. Piadine che sono state prontamente farcite con i deliziosi salumi Gran Brianza (per stemperare la tensione di una giornata piena di emozioni aggiungere una fetta di mortadella), rosari, collanine, libri, cioccolatini, orecchini, sciarpe, trucchi (devo ringraziare sedici persone, piano piano lo farò) e lettere in cui si effonde il cuore come tra amiche di infanzia. Questa vera amicizia, questo vero affetto, per fortuna a volte anche non dimostrato con regali ma con sguardi di vera amicizia, con una stretta di mano, con una lacrima, questi abbracci sorridenti, questi grazie detti e ricevuti col cuore, queste attese di amiche anche malate rimaste fuori, anche con bambini piccoli, anche incinta, amici senza cappotto con le mani congelate, non potranno mai e poi mai neanche lontanamente essere paragonati alle paginate di bugie scritte sui giornali.
Vorrei vedere a quante persone che parlano ai convegni succedono queste cose. E io lo so benissimo che questa amicizia non è perché qualcuno di noi sia migliore degli altri. È che tutti ci aiutiamo a guardare all’Amico vero, che è l’unica garanzia della vera amicizia.
Grazie a tutti, soprattutto a Raffaella Frullone, Benedetta Frigerio, Andrea (ti chiami Andrea, ragazzo con la barba che eri con la Raffa?) che si sono fatti il mazzo per organizzare tutto e poi sono rimasti fuori al freddo, perché finché c’era qualcuno fuori loro non volevano godere di nessun privilegio. Certi questi omofobi sono proprio brutta gente

domenica 28 dicembre 2014

ALBERTO GAROCCHIO: COME E' BELLO E DIFFICILE PER I CRISTIANI FARE POLITICA

Sabato 27 dicembre ore 11 in San Fedele a Milano. 

La chiesa stracolma.
 L'onorevole Alberto Garocchio è alla sua ultima presenza corporale. Ma tutta la sua vita e la sua storia scorrono attraverso la presenza, tanta e diversa, come ha detto il celebrante, di persone rese amiche dalla profonda personalità cristiana di Alberto. 


Un grande momento di unità fra tante persone che fanno politica a Milano. Da Gambitta a Gallera, da De Carolis a Formigoni, dal ministro Lupi al senatore Mario Mauro, da Basilio Rizzo a Peppino Zola, da Alberto Mattioli a Andrea Fanzago. E potrei citare con rispetto almeno altri cento. Dalla sinistra alla destra.

Rivedo Sandra, Cristiano, Chiara, Edoardo, Valeria, i loro congiunti e figli. La commozione è grande perché la nostra era amicizia fra famiglie, siamo stati ospiti suoi all'isola d'Elba, a Cervinia, e abbiamo condiviso le nostre reciproche tribolazioni. 
Eppure io e Alberto eravamo tesi nei rapporti inerenti la politica, avevamo origine e natura diversa, lui ci sapeva fare con il potere, io avevo  capacità aggregative, eravamo in competizione, che a volte oscurava l'amicizia. 
Ora è accaduta la piena pacificazione, perché abbiamo l'occasione di stare di fronte all'Essenziale. E questo era molto evidente nell'abbraccio che ho avuto dai suoi figli.

Come è bello e difficile per i cristiani far politica. Il cuore si riempie incontrando amici cristiani che sono su posizioni politiche opposte alle nostre ma che commemorano con noi Alberto. Ci rimanda all'unità politica dei cattolici, che la fine della Dc ha reso impossibile nella quotidianità, ma che permane sulle grandi questioni, di modo che si può davvero dire che le diversità politiche nella democrazia non sono scontri fra nemici, che si deve vedere l'opportunità che l'altro ci può offrire, per impegnarsi nel bene comune. Si può dire che l'unità politica dei cattolici è la ragione del poter parlare di bene comune, come scopo del far politica.

Nell'area moderata e popolare ha avuto un peso molto negativo l'individualismo, confuso con il contenuto della libertà. Essere liberali è diverso dal comunitarismo che vive in modi vari nelle formazioni politiche di sinistra. Ma non vuol dire essere individualisti. E questo lo abbiamo visto oggi in chiesa. Amicizia fraterna che ha mosso i molti che sono venuti. E come nell'esempio che facevo fra me e Alberto, si vede che partire dall'io, come ci insegna il cristianesimo, è l'avvio del dialogo con l'altro da sé. La libertà è libertà di incontrare, di comporre le ragioni, di fare una società composta da uomini liberi. Ma bisogna dire che nei recenti venti anni l'individualismo ha introdotto una competizione per affermare il più forte. 

Avevamo riposto la fiducia in un imprenditore che ci sembrava potesse rompere le consorterie corporative che dominano il Paese con privilegi e garanzie che hanno irrigidito la vita sociale e indebitato lo Stato, sino all'attuale fallimento dello statalismo.
Ma non avevamo considerato che l'imprenditore non sapeva far politica, anzi ha introdotto l'antipolitica, con i continui riferimenti al "teatrino della politica". Per questo l'individualismo nella nostra area ha prevalso sull'amicizia. A volte ci siamo fatti del male reciprocamente, e abbiamo isolato molte ragionevoli presenze.

Ecco la lezione tutta attuale del funerale di Alberto Garocchio,
Far politica è diverso dal praticare le logiche di potere, far politica è comporre la complessità.
Nella nostra area ci volevano maggiori momenti di democrazia e di confronto, ma tutti erano in lotta con tutti per farsi valutare dal capo. Non è così che si forma una classe dirigente, non è così che si producono le generazioni di funzionari pubblici che devono essere l'anima del cambiamento e del progresso della società.


Dunque adesso chi può convochi, metta insieme, unisca, mostrando di sapere far politica. Ma ci vuole gratuità e umiltà, per mettere insieme si deve accettare che i migliori vadano avanti, si deve accettare che gli interessi di gruppi e categorie siano componibili, rappresentandoli con trasparenza, senza corporativismi o sotterfugi. Solo così non si ripercorre la brutta strada di mettere insieme il diavolo e l'acquasanta per fare una maggioranza di governo. Deve nascere un partito popolare che mostra il carattere vincente dell'unità fondata sull'incontro di persone da riconoscere e rispettare. Vi prego amici, mettiamoci insieme!

ALDO BRANDIRALI
ilsussidiario.net

mercoledì 26 novembre 2014

IL RAZZISMO DI REPUBBLICA

Il problema di fondo del caso Cesana. «Chi ama la res publica avrà la mano mozzata»
da TEMPI, novembre 25, 2014 Luigi Amicone

Il problema è che Cesana non fa nessun assalto, a meno di interpretare come un “assalto” il far bene il proprio mestiere di amministratore pubblico.


Non occorre essere di Milano e conoscere i fatti per essere in grado di esprimere un giudizio, come si dice, a ragion veduta. Come può accadere a ognuno di noi tutte le volte che ci impediamo di conoscere “come stanno le cose” e ci attestiamo testardamente su “come le vediamo noi le cose” facendo vincere il peggio di noi, cioè pregiudizio, arroganza, ignoranza, tale Giancarlo Cesana, professore universitario e da quattro anni presidente della Fondazione Policlinico di Milano (nomina della giunta Formigoni confermata dalla giunta Maroni), non deve proporre un suo candidato a un certo ruolo pubblico e, per giunta, deve anche dimettersi. Perché? Perché lo vuole Repubblica.

Naturalmente l’unico modo con cui una corazzata dell’informazione come Repubblica può chiedere le dimissioni di chicchessia e porre il veto a una nomina che la legge disciplina e assegna non ai giornali di proprietà privata, ma ai preposti organi dello Stato, è scatenare la gazzarra. Cioè una campagna a mezzo stampa. C’è diffamazione e calunnia da parte di Repubblica nello spingere la figura di Cesana a rappresentare l’intero movimento a cui appartiene e così, parte per il tutto, come ha titolato il giornale debenedettiano nel suo dorso milanese, all’apice della sua tre giorni di virulenta campagna anticiellina, «Cl va all’assalto del patrimonio»?

Prima ancora di valutare il profilo eventualmente calunnioso e diffamatorio di un titolo sparato per mettere a fuoco il bersaglio e portare il lettore sul terreno dell’indignazione e della stigmatizzazione di questa «Cl» che «va all’assalto del patrimonio», bisognerebbe chiedersi di che razza di “assalto” è questo di Cesana. Bene, l’assalto è questo. Cesana propone come candidato alla presidenza di un ente che gestirà la messa a reddito del patrimonio del Policlinico, la stessa persona che in questi anni ha rimesso in sesto e valorizzato un patrimonio pubblico che giaceva immobilizzato, soggetto a gestioni opache e clientelari. L’assalto è questo: Cesana ha proposto in maniera trasparente, appropriata e approvata da tutti gli organi dello Stato a cui spetta legittimamente, per legge, la decisione di nomina, questa persona che si è dimostrata una persona onesta, capace, efficiente.

Non solo. Dopo aver proposto questa persona, al primo colpo sparato sui giornali che senza entrare nel merito del curriculum del candidato hanno obliquamente e razzisticamente segnalato che costui non è un rotariano, non è della Fiom e non è neanche un berlusconiano, ma un “ciellino”, Cesana ha tranquillamente replicato che «io tra un anno finisco il mio mandato, se l’obiezione è che il candidato è di Cl, come sapete anch’io lo sono, dunque neanch’io vado bene».

Dunque, qual è il problema nel pandemonio che ha sollevato Repubblica? Il problema è che, eventualmente, bisognerebbe dimostrare il contrario di quanto abbiamo appena detto. E cioè che Cesana e la persona da lui proposta sono dei disonesti, la loro gestione del Policlinico si è dimostrata inefficiente, non c’è motivo per promuovere a ruoli di responsabilità l’uno, e l’altro si dovrebbe dimettere. Questo, solo questo, documentato da fatti precisi e circostanziati, potrebbe giustificare un attacco che descrive come un assaltatore un amministratore pubblico e, nell’intervista Marco Vitale, raffigura come dei ladri e dei banditi l’intera comunità ciellina.

È vero, manca solo il naso adunco e la kippah, e la fotografia scattata da Repubblica con l’assistenza di Marco Vitale sarebbe perfetta: «La verità è che i manager di Cl vogliono fare gli affari loro, mettere le mani su un bottino molto ghiotto. È da quando ero al Policlinico che vanno all’assalto del patrimonio dell’ospedale, e ieri come oggi si nascondono dietro la storia della creazione di una fondazione privata per saccheggiare i beni pubblici».

Qual è il problema di queste dichiarazioni che Cesana definirà «inqualificabili, arrivando a una ostilità di tipo razziale»? Il problema è che sono fuori dalla realtà. Il problema è che sono semplicemente false. Il problema, come conclude Cesana, è che «mi spiace solo, come succede per le calunnie, che possa ostacolare chi fa. Lui (Vitale, ndr), che è stato sì quattro anni al Policlinico, ma poi se ne è andato sbattendo la porta perché il cambiamento era impossibile. Infatti non ha lasciato traccia».

venerdì 18 luglio 2014

C'E' UN GIUDICE A MILANO!!!

Ampi stralci delle dichiarazioni spontanee di Berlusconi, che il tribunale di Milano ha accolto con l'assoluzione piena

La verità di Berlusconi


Signor presidente,
Signore del Collegio,
come sapete questo processo si basa su due punti fondamentali: la mia telefonata della notte fra il 27 ed il 28 maggio 2010 alla questura di Milano e i miei rapporti con Karima El Mahroug detta Ruby. In realtà l'erroneo e pretestuoso filo conduttore di entrambi i capi di imputazione è rappresentato dalle serate che si sono svolte nella mia casa di Arcore: secondo l'accusa avrei telefonato in Questura per evitare che si conoscesse il contenuto di tali serate.


Cominciamo quindi dalle serate. Si è molto favoleggiato ed ironizzato su queste serate, con evidenti intenti diffamatori e con una intrusione nella vita privata di un cittadino che davvero non ha precedenti. Voi ascolterete i testimoni e comprenderete quale era davvero la realtà. Le cene si svolgevano in una grande sala da pranzo, io al centro della tavolata monopolizzavo la conversazione parlando di tutto: di politica, di sport, di cinema, di televisione, di gossip e mi divertivo confezionando battute e cantando le canzoni del mio repertorio giovanile e quelle scritte da me in collaborazione con Mariano Apicella. Apicella si esibiva col suo fantastico repertorio di canzoni napoletane così come il maestro Danilo Mariani che suonava e cantava quasi sempre accompagnato dalla moglie, anch'essa cantante professionista. Dopo la cena alcune volte le mie ospiti organizzavano nel teatro della residenza degli spettacoli con musica e costumi, spettacoli che non avevano alcunché di volgare e scandaloso. E a proposito della dizione «Bunga bunga» questa espressione nasce da una vecchia battuta che ho ripetuto più volte prima dei fatti contestati ed è stata riportata doviziosamente dalla stampa. Altre volte nella discoteca che era stata dei miei figli si ballava (io però non ho mai partecipato ad alcun ballo) ed accadeva quello che si può vedere in qualsiasi locale aperto al pubblico di ogni età.

mercoledì 27 novembre 2013

UNA FARSA CHIAMATA GIUSTIZIA


Una mostruosa macchinazione giudiziaria espropria la democrazia italiana e lo Stato di diritto del suo significato


Sono piuttosto un realista che un apocalittico. Ma ora bisogna dirla tutta. Una mostruosa macchinazione giudiziaria espropria la democrazia italiana e lo Stato di diritto del suo significato.

 
Nessuno può tirarsi fuori dal giudizio. Nessuno può rifugiarsi, come fossero uno schermo neutrale, tecnico, dietro le surreali condanne nei processi Ruby1 e Ruby2 o al riparo delle procedure dell'accusa nell'imminente Ruby3 ovvero la devastante pretesa dei pm di Milano di estendere all'imputato e alla sua intera difesa, testimoni e avvocati, le accuse di ostruzione della giustizia e falsa testimonianza. Se c'è ancora un'Italia autentica e sensibile alla verità nell'opinione pubblica, nelle istituzioni, nella politica anche la più faziosa, è il momento che si levi una protesta forte e chiara contro una delle più infami vergogne della storia nazionale.

Berlusconi ha dato delle feste in casa sua, ha invitato delle ragazze e degli amici, gli amici lo hanno aiutato a comporre il suo harem burlesque, il suo privato divertimento, condividendolo. Berlusconi è notoriamente ricco e generoso, fa regali da sempre a destra e a manca, senza distinzione di rango, e con il circuito delle sue feste è stato come spesso gli succede regale e sciupone senza remore o rimorsi. Ha fatto una telefonata in questura, inopportuna sotto il profilo protocollare ma non concussiva, gentile e in prima persona, allo scopo di evitare a una delle sue ospiti la consegna a una comunità. Anche per disinnescare lo scandalo dovuto alla esibizione forzata del suo privato, ha inventato balle giocose, come quella della nipote di Mubarak. Bene. Queste sono tutte cose che rientrano nella dimensione privata, criticabile quanto a comportamento politico e civile di un uomo di governo e di Stato, ma non criminalizzabile.

Invece quel che ne è seguito, con mezzi d'indagine e una vocazione guardona e origliatrice da Stato di polizia, è precisamente la trasformazione di peccadillos da scapolo abbiente e da re di Arcore in reati infamanti che comportano anni e anni di galera. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. A dimostrare che al di là di ogni ragionevole dubbio siamo invece in presenza di reati penali da punire con la massima severità: regali alle ragazze e agli amici e una raccomandazione a un gentile funzionario di Questura da scambiare con anni di galera. A dimostrare che abbia un qualche senso una condanna per atti sessuali prostitutivi quando di questi atti non esiste prova alcuna, mentre nelle stesse motivazioni della condanna si dice bellamente che non è quello il problema, palpeggiamento in più o in meno. Sfido chiunque a dimostrare che sia parte di uno Stato di diritto e delle sue garanzie un tribunale che condanna su queste basi effimere e ambigue e poi trasforma gli atti difensivi, rinviandoli ai pm perché istruiscano nuovi processi, in un nuovo capo d'accusa a raggiera, una retata potenziale di testimoni che si trovano così in una pesante situazione di condizionamento e di pressione: o ammetti di essere stato un falso testimone e di aver collaborato con un'azione di inquinamento del processo oppure ti becchi la galera anche tu.

Una gigantesca gogna ha devastato l'immagine pubblica di un capo democratico, di un uomo della democrazia rappresentativa, un leader che ha vinto tre volte le elezioni e ha governato il Paese secondo le regole, altro che storie, ritirandosi in buon ordine anche quando avrebbe avuto diritto al suo appello al popolo che lo aveva stravotato nelle urne del 2008 (novembre 2011). Questo non è un caso personale, da tenere distinto dal resto, cioè dalla stabilità di governo (che palle che ci raccontano sul semestre europeo) o da qualunque altra circostanza. Se la democrazia sanguina, se si insinua un dubbio di fondo sul suo funzionamento imparziale, perché gli atti di giustizia si trasformano in una persecuzione personale, qualunque sia il giudizio sul perseguitato, sui suoi errori, e anche sulle sue colpe o sui suoi peccati, non si può dormire tranquilli.

Non tutti in questo Paese hanno bevuto la leggenda nera di Andreotti mafioso, di Craxi spolpatore delle finanze pubbliche per avidità, del doppio Stato reo di stragi infinite e di trattative collusive con i poteri criminali. Molti tra coloro che pure hanno combattuto per le loro idee e contro le classi dirigenti della vecchia Repubblica, e hanno mantenuto la loro autonomia di giudizio nella situazione che seguì alla sua caduta, hanno cercato di esercitare il giudizio critico sull'unico potere che da almeno vent'anni si considera al di sopra delle parti mentre agisce come parte in causa in una lunga guerra ideologica, quello dell'accusa penale. Questi italiani che non hanno portato il cervello all'ammasso dello spirito forcaiolo si facciano sentire. E anche i capi delle istituzioni, prima di tutti il garante della Costituzione e capo della magistratura, il presidente della Repubblica, non possono tirarsi fuori dal dovere di intervento e di correzione della grave stortura che si è prodotta.

Esprime il peggio della cosiddetta ideologia italiana, viltà maramaldesca, chi oggi si volta dall'altra parte, chi mette la propria antipatia e inimicizia politica verso Berlusconi, o anche soltanto la voglia di quieto vivere, davanti al dovere di giudicare una ignobile messinscena chiamata giustizia.

 

giovedì 27 giugno 2013

DATECI L'UOMO, L'ACCUSA LA TROVIAMO NOI (ARCIPELAGO GULAG -MILANO)


Non bastava la disoccupazione, la crisi economica devastante, il governo di larghe intese tenuto insieme con il bostik, la Merkel, la Deutsche Bank, lo spread...

Ci volevano anche i giudici di Milano. Anzi, le giudichesse.

Vorrei domandare alle tre parche, che ieri hanno tessuto e tagliato il filo di Berlusconi, come fanno a sapere che il Cavaliere è stato a letto con Ruby, se ambedue gli imputati negano; in particolare (non è cosa di poco conto) lo nega proprio la bella marocchina. Le hanno messo una microspia tra le mutande?

Vorrei sapere come fa il Cavaliere ad essere un concussore, se le persone che dovrebbero essere concusse lo negano. I tre funzionari di polizia coinvolti, Ostuni, Morelli e Iafrate, parti offese del reato di concussione, non si sono costituiti parte civile e in aula hanno detto di aver agito normalmente «nell'interesse della minore», come ha sottolineato il commissario Iafrate.

Vorrei sapere come si fa a ipotizzare la falsa testimonianza per tutti coloro che in tribunale hanno preso le difese di Berlusconi (sono più di 30 persone!), mentre avrebbe valore solo chi sostiene l' accusa.

Bisogna avere un odio viscerale per l’imputato, per condannare in queste condizioni. Perfino l’antico diritto romano esigeva l’assoluzione nei casi dubbi: in dubio pro reo.

Ma le tre parche non hanno avuto dubbi: l’imputato era certamente Silvio Berlusconi; ergo, il massimo della pena, perfino oltre le richieste dell’accusa: un anno in più.

Non ho simpatie politiche per Berlusconi, e per la verità non ho simpatie politiche; la politica è sempre più una cloaca maxima. E la gente l’ha capito.

Ma voler eliminare una persona per vie giudiziarie, dal momento che non si riesce a farla fuori con il voto democratico, questo fa pensare ai tribunali speciali dei regimi rossi e neri.

I tribunali sovietici al tempo di Solgenitzin dicevano: “Dateci l’uomo, l’accusa la troviamo noi” (Arcipelago Gulag).

Sono vent’anni che processano l’uomo di Arcore, da quando “scese in campo” contro Occhetto e la sua “gioiosa macchina da guerra”, che finì tristemente.

Altrove i processi languiscono o non si fanno. Solo il tribunale speciale di Milano è a pieni regimi.

Anzi, a pieno “regime”.

DA

mercoledì 23 gennaio 2013

APPARTENERE A CL O ALLA CDO E' UN REATO


«I comportamenti delittuosi erano legati a un sentire comune basato sull’appartenenza alla medesima struttura. Un legame così profondo che a volte prescindeva anche dal pagamento di una somma di denaro».
Alfredo Robledo, pm del caso Kaleidos

. Di fatto un pm può puntare un individuo o un gruppo, aprire un fascicolo, arrivare a un avviso di garanzia. Il resto importa poco. Importa che su un’indagine i giornali possano titolare. Segue morte civile degli indagato/i. Anche se tra uno, due, dieci anni, un giudice assolverà il malcapitato/i.
 
Se avere degli amici e scrivere delle email è reato, allora mi autodenuncio.

Autodenuncia
Va bene, compagni, lo ammetto. Mi autodenuncio. Non so se sono già sulle liste in mano ai giudici, in fin dei conti non ho mai avuto incarichi di rilievo nella mia organizzazione criminale, ma è senz'altro possibile. Una minima visibilità pubblica ce l'ho, infima, da bollettino parrocchiale, ma è chiaro che sono socialmente pericoloso e corro il rischio di reiterare il reato. Non c'è bisogno di tenere o mantenere il mio telefono sotto controllo - d'altra parte non lo uso quasi mai, e quando capita grugnisco solo - vi dirò tutto quanto volete ascoltare.
Sì, è vero. Faccio parte di Comunione e Liberazione da trent'anni. Confermo ogni accusa.
Davvero ci si aiuta uno con l'altro. Davvero lo si fa senza ritorno economico, fatto inaudito e gravissimo. Io, personalmente, ho intervistato per diverso tempo persone in cerca di lavoro - dai neolaureati all'immigrato di colore - per conto della Compagnia delle Opere, con il ridicolo pretesto di aiutarli a trovare opportunità di occupazione ma con il probabile nascosto intento di guadagnarmi un futuro voto di scambio per qualche mafioso. Senza dubbio un identico fine guidava tutti i miei amici che davano il loro tempo per assistere bambini o famiglie disagiate, o anziani soli, in un malcelato disegno di malaffare. Quello che desta i sospetti, in prima battuta, è proprio che tutto ciò viene fatto gratuitamente, almeno in apparenza. Poiché appare assurdo, si può stare certi che dietro si nasconde una evasione fiscale di proporzioni mostruose, una rete di pagamenti in nero che contribuisce alla bancarotta dell'Italia. E gli appartenenti a Comunione e Liberazione, alla Compagnia delle Opere non potevano non sapere.
Quindi appare senz'altro motivato e auspicabile l'eventuale sequestro preventivo delle oltre 34000 aziende associate alla CdO, costituenti ovviamente una rete di collusione nascosta dietro una facciata apparentemente rispettabile.
Motivato, ho detto: tanto più in quanto celato dietro una facciata di ipocrisia. E' noto che i ciellini si riuniscono spesso, a volte anche tutte le settimane, per complottare nuovi misfatti mentre dicono di cercare la verità. L'ho fatto anch'io, e sebbene mi sfugga come la ricerca della bellezza e della giustizia, di Cristo insomma, impegnandosi nel reale possa tradursi in qualcosa di opposto.
Se così viene detto così sarà. In effetti i sospetti di mangiare carne umana, di adorare teste d'asino in orge perverse, infanticidio e incesto accompagnano da troppo tempo i cristiani per essere solo voci. I loro capi a suo tempo sono stati tutti giudicati colpevoli e condannati, alcuni anche a morte. Qualcosa devono avere fatto, incendiare Roma o truccare appalti. E' giunto il tempo di fermare questi corruttori della gioventù. Alcuni sono stati persino visti pregare.
Gli amici giornalisti che tanti anni fa li accusarono di essere pagati dalla CIA lo avranno anche fatto senza prove ma come impeto morale ci avevano visto giusto, e la reazione popolare di allora con le sedi bruciate e gli appartenenti malmenati è comprensibile e scusabile. Se tali comportamenti oggi non sono da auspicare è solo perché alla fine inefficaci.
Molto più semplice usare lo stesso sistema che da lungo tempo - ricordiamo i gloriosi precedenti della stampa sovietica - e praticamente identico linguaggio tanti buoni frutti hanno dato in passato. Come per i gesuiti ai tempi dell'unità di Italia, se si abbattono i più forti, motivati ed organizzati difensori poi le restanti cricche, più piccole e deboli, non saranno un problema.
Sì, signori magistrati, pubblico pagante e benpensanti, mi professo colpevole, sono e sono stato cristiano e ciellino. E recidivo, perché di qui non mi muoverei mai. In quale altro posto trovo parole che mi spiegano così la vita?

Antonio\Berlicche
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GRAZIE ANTONIO DI QUESTA LETTERA
Antonio/Berlicche è socio di Samizdatonline
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venerdì 7 dicembre 2012

SCOLA: SUPERARE L'AMBIGUA LAICITE'


C’ è una ferita nel mondo contemporaneo, la ferita che lo stato provoca “alla libertà religiosa”.
Parola del cardinale Angelo Scola, cardinale arcivescovo di Milano, che nel diciassettesimo centenario di quell’Editto di Milano che ha sancito la nascita della libertà di professare il proprio credo, ricorda come la svolta del 313 d. C. sia, nei fatti, “un inizio mancato”.
Al sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che davanti al Papa l’estate scorsa aveva rivendicato l’autonomia d’azione delle istituzioni pubbliche, Scola, nel tradizionale appuntamento di sant’Ambrogio – il suo secondo “discorso alla città” nella Messa della vigilia – ricorda invece come il pericolo viene proprio dallo stato quando nel nome della propria autonomia e neutralità di fatto affossa ogni libertà confessionale: l’evoluzione che gli stati democratico-liberali hanno perseguito affossa la svolta dell’Editto di Milano e non garantisce alcuna libertà.
Il presupposto teorico di questa evoluzione, infatti, si rifà al modello francese di laïcité che a sua volta si basa sull’idea dell’indifferenza, definita come neutralità, delle istituzioni statali rispetto al fenomeno religioso.
Ma i risultati sono opposti: più che neutralità lo stato adotta “un modello maldisposto verso il fenomeno religioso”, con conseguenze pericolose. Scola cita il caso statunitense, dove la riforma sanitaria di Obama “che impone a vari tipi di istituzioni religiose di offrire ai propri impiegati polizze di assicurazione sanitaria che includano contraccettivi, aborti e procedure di sterilizzazione” altro non è che “una ferita alla libertà religiosa”. Un esempio, per ricordare come oggi il dissidio nelle nostre società non sia tanto fra credenti di religioni diverse, quanto fra “la cultura secolarista e il fenomeno religioso”. Dice l’arcivescovo: misconoscendo questo dato, “la giusta e necessaria aconfessionalità dello stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di ‘neutralità’, il sostegno dello stato a una visione del mondo che poggi sull’idea secolare e senza Dio”.
Come ovviare “a questo grave stato di cose”? La ricetta di Scola è quella di uno stato che non interpreti la sua aconfessionalità con distacco, ma porti la libertà religiosa a essere “libertà realizzata posta in cima alla scala dei diritti fondamentali”.
In questo senso va recuperato ciò che l’Editto di Milano ha iniziato. Come scriveva Gabrio Lombardi: “L’Editto del 313 ha un significato epocale perché segna l’initium libertatis dell’uomo moderno”. Questo significato lo deve recuperare anche la chiesa. Sulla cattedra che fu di Dionigi Tettamanzi e di Carlo Maria Martini, che qui inaugurò il suo dialogo con i non credenti, Scola invita ora i cristiani, superati i decenni della contestazione “che annunciavano la fine di ogni forma pubblica del cattolicesimo, a testimoniare l’importanza e l’utilità della dimensione pubblica della fede”.
P. Rodari, il foglio 7 dicembre
 
leggi "L'Editto di Milano, initium libertatis"
qui

giovedì 2 febbraio 2012

IL VESCOVO DI TUTTI I MILANESI

Il cardinale: non c' entro niente con cosa fa Formigoni Non partecipo da vent' anni a incontri del movimento, ma questo non serve a niente La falsa oggettività spinge a dire: il vescovo ha militato in Cl, possibile che non sia coinvolto?


«È come avere due peccati originali di cui doversi liberare ogni volta...». Così il cardinale Angelo Scola a proposito del rapporto tra lui e Cl: una relazione di appartenenza mai rinnegata da e per decenni, ma dalla quale l' arcivescovo ha preso le distanze per la prima volta ieri lamentando la «consuetudine giornalistica» di tirarlo sempre in ballo quando si parla del movimento di don Giussani e rivendicando invece l' impegno a essere semplicemente «un vescovo che deve occuparsi dei suoi fedeli».

Stessa precisazione circa il suo rapporto col governatore lombardo con cui «certo siamo amici», ha detto: ma «non c' entro niente - ha scandito - con quel che fa Formigoni».

Tutto questo nel giorno del patrono dei giornalisti San Francesco di Sales, in un incontro-dibattito sull' etica dell' informazione ospitato dall' Istituto dei ciechi. Tra i «nemici» più subdoli della buona informazione Scola ha inserito la «falsa oggettività» e l' attitudine a «scambiare il vero col verosimile». Non cita mai esplicitamente alcun fatto recente di cronaca, men che mai giudiziaria, ma sceglie subito un esempio per far capire in cosa consiste a suo avviso un approccio giornalistico sbagliato: «È quando si dice "questo qui ha militato in Comunione e liberazione, quindi tutto quel che fa Cl, comprese le marachelle, non può non vederlo in qualche modo coinvolto". Ecco».

Eppure è lo stesso ragionamento, lamenta il cardinale, che i giornalisti applicano a lui: «Siccome il vescovo ha militato in Comunione e liberazione, possibile che non sia coinvolto in quel che fanno? Siccome con Formigoni sono amici, vengono tutti e due da Lecco, tutti e due da Cl, eccetera, possibile che il vescovo non c' entri con quello che Formigoni fa? Rispondo: certo che è possibile, perché con Formigoni negli ultimi vent' anni ci siamo visti una volta all' anno se va bene». L' ultima, peraltro, proprio ieri mattina a Palazzo di Giustizia per l' inaugurazione dell' anno giudiziario dove i due erano vicini di poltrona. «Quanto a Cl - ha proseguito il cardinale - non ho più partecipato ad alcun incontro da vent' anni e non conosco più nessuno che ne abbia meno di sessanta, ma per molti di voi giornalisti questo non serve a niente...».

La conclusione è comunque col sorriso di chi, indovinando quelli che probabilmente sarebbero stati i titoli dei giornali oggi, i meccanismi della comunicazione sembra comunque conoscerli bene: «So di tirarmi la zappa sui piedi. Ma sono comunque contento perché a Milano ho avuto una accoglienza bellissima: siamo ancora alla luna di miele». «Io e Scola - ha detto dal canto suo Formigoni - siamo amici da tantissimi anni ma è vero che negli ultimi venti ci siamo visti, ben che vada, per gli auguri di Natale. E per di più - ha concluso - agiamo in due campi completamente diversi».

Paolo Foschini
da Ilcorrieredellasera