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giovedì 1 novembre 2012

CARRÓN: PORTIAMO LA FEDE NEI LUOGHI DELLA VITA


Intervista al Presidente della Fraternità di Cl al termine del Sinodo sulla nuova evangelizzazione.

 la fede non è un presupposto ovvio

      
Don Julián Carrón.

Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. È ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato:
«Mi ha colpito, rileggendo il documento Porta Fidei, il fatto che il Papa comincia dicendo che oggi non si può dare per scontata la fede: non è un presupposto ovvio. Con questa impressione, e rileggendo poi l'Instrumentum laboris per la preparazione del Sinodo, mi ha colpito molto un passaggio in cui si metteva in evidenza la preoccupazione per il fatto che il cristianesimo non viene comunicato nei luoghi in cui si svolge la vita degli uomini: il posto di lavoro, il quartiere... Questa è veramente una sfida che dobbiamo affrontare, perché attualmente non richiamiamo alcun interesse. Questo ci dice della sfida che il cristianesimo diventi una realtà presente in noi, nel modo di affrontare le cose di tutti i giorni, perché altrimenti sarà difficile che gli uomini si possano interessare a quello che facciamo quando la domenica ci incontriamo per la Messa».

Quindi, essere nei luoghi in cui si trova la gente, intercettare la gente e anche la richiesta di assoluto che ha l’uomo. Nella vostra esperienza concreta, questo come si traduce?
Si traduce nel tentativo costante di essere presenti, adesso come prima, nell’ambiente, nella scuola, nell’università e nei luoghi di lavoro, dove - con il nostro tentativo sempre “ironico” - cerchiamo di rendere presente il cristianesimo come proposta e testimonianza. Noi questo ce l’abbiamo a cuore, perché è la possibilità per noi stessi di poter verificare - nella vita concreta, nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti - la verità di quello in cui crediamo. E in primo luogo, lo vogliamo per noi stessi, perché se questo sarà vero per noi, noi stessi potremo dimostrare agli altri come la fede sia in grado di rinnovare la vita quotidiana.

Deve partire da un’esperienza di conversione personale?
Certo, è l’inizio di qualsiasi comunicazione della fede. È il primo passo. Convertendoci a Cristo, potremo poi toccare con mano che questa conversione è utile per la vita, per la nostra vita, per la vita degli uomini nostri fratelli e per la vita del mondo.

Oggi, tutto questo ha una motivazione in più, se pensiamo anche alla crisi valoriale - anche a livello politico - che la nostra società sta attraversando. Come può tradursi questo impegno, quindi?
Già nel modo in cui, per esempio, ciascuno vive la propria professionalità sul posto di lavoro, nel modo in cui è presente nel quartiere o nel piccolo paese dove abita. Se quello che prevale è questa novità di vita, insieme con il desiderio di comunicarlo all’altro affinché diventi un bene per gli altri - sottolineando quindi anche l’aspetto del bene comune che può ritornare a tutti - ciò significa che esso potrà poi raggiungere anche le persone che si impegnano direttamente nel campo politico.

In apertura dell’Anno della Fede, qual è il suo auspicio?
Il mio augurio, e il mio desiderio, per me e per tutti gli amici, per tutti i cristiani, è quello che ci dice il Papa: di sapere riscoprire il valore della fede, affinché possiamo uscire da questo Anno della Fede più convinti, più persuasi che mai del fatto che la fede è il dono più prezioso che ci è capitato nella vita

di Paolo Ondarza

31/10/2012 -

domenica 21 ottobre 2012

LA CULTURA E L'ENTUSIASMO DELLA FEDE







INTERVENTO DI MONS. LUIGI NEGRI AL SINIODO DEI VESCOVI, 15 ottobre 2012
 
Lungo i secoli, la Chiesa non ha mai contrapposto alla ideologia ateistica un’ideologia religiosa, ma la vita vera, bella, sacrificata e lieta del popolo cristiano, che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso, ma per Lui, che è morto e risorto per noi. Nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle confraternite, nell’associazionismo, negli spazi sociali pur minimi consentiti dalle dittature di tutti i tempi, il popolo cristiano ha sempre gridato un annuncio vivo: la bellezza della fede, l’intensità della speranza, la forza della carità. Molti cristiani – milioni in quel triste ventesimo secolo che Robert Conquest ha definito “il secolo delle idee assassine” – hanno portato l’annuncio vivo della fede nei campi di concentramento e di sterminio.
Per questo, giustamente, le icone di questa grande epopea della fede sono San Massimiliano Kolbe e Santa Teresa Benedetta della Croce. Tutto sembrava garantire un influsso obiettivo della Chiesa e delle sue strutture organizzative nella vita della società. Ma al di sotto di questa che sembrava una grande fioritura, le radici del corpus ecclesiale si stavano inaridendo. Così pochi si accorsero che si stava formando un movimento teso alla scristianizzazione della società e alla eliminazione della tradizione cristiana e della presenza ecclesiale.
Tutto questo accadeva già nella seconda metà degli anni Cinquanta. Si intuì allora – ed io, guidato dalla straordinaria figura di mons. Giussani, ebbi la grazia di partecipare giovanissimo a questo iniziale movimento – la necessità di ripartire dalla realtà della Chiesa. Non sembravano necessarie ipotesi di mediazione con la mentalità mondana, cioè decidere in quali spazi eventualmente la Chiesa poteva essere di nuovo una presenza; si trattava semplicemente di “incominciare a fare il cristianesimo”. Una operazione come questa fu definita, dall’allora cardinal Wojtyla, una “riforma nella tradizione”. Questa fu la evangelizzazione, o meglio una “nuova evangelizzazione”: riproporre l’avvenimento della fede come certezza esplicita della presenza misteriosa e reale di Gesù Cristo nella vita della Chiesa, ripartendo continuamente da qui.
Nella esperienza viva e totalizzante dell’incontro con Cristo nella Chiesa – nel mistero reale del Suo corpo e del Suo popolo – la Chiesa assume per i fedeli una fondamentale caratteristica di educazione. Soltanto nella educazione, infatti, la fede diventa esperienza effettiva e matura, si conferma come esperienza di vita, si consolida e si dispone a vivere la missione come la propria autorealizzazione. Il primo fattore della educazione ecclesiale consiste quindi nella apertura della missione come tendenza a comunicare la vita di Cristo in noi, all’uomo e alla società, nelle circostanze inevitabili della vita. La comunicazione dello “stupore di una vita rinnovata” è la grande impresa in cui la Chiesa ha bisogno di tutti i suoi figli. La missione implica necessariamente il dischiudersi della cultura come dimensione della persona e della Chiesa.
La fede, pertanto, deve essere in grado di divenire cultura: capacità di lettura e di interpretazione della realtà personale e sociale, dal punto di vista del pensiero di Cristo. La cultura della persona implica, secondo l’insegnamento straordinario di Benedetto XVI, una ragione aperta alla realtà, non un uso tecno-scientista della ragione chiusa in se stessa e tesa al possesso degli oggetti. La cultura è una certezza piena di entusiasmo, Origene la definiva “entusiasmo critico della fede”, che si esprime come capacità di incontrare, conoscere e valorizzare. Solo in tal senso, la cultura della fede genera una irresistibile capacità di dialogo, perché l’altra dimensione, accanto alla cultura, è certamente la carità: formazione dell’intelligenza e del cuore secondo il cuore di Cristo.

La nuova evangelizzazione non è pertanto un problema da risolversi attraverso esperti o specialisti. È l’azione dello Spirito vivo e presente nella Chiesa che occorre riconoscere e valorizzare. Altrimenti sarà inevitabile cadere in quella tentazione oggi così dilagante che, di fronte allo sconforto, mette sì in moto la creatività dei singoli come delle comunità, ma nel tentativo vano di supplire con il surrogato di progetti umani l’azione stessa dello Spirito Santo. Il risultato, purtroppo tante volte, è di divenire concretamente un ostacolo alla grazia di Dio. La nuova evangelizzazione è pertanto un flusso di vita che può prendere forme diverse; occorre riconoscere queste forme, valorizzarle, correggerle se necessario, propiziare un loro incontro nella vita della Chiesa. Solo dopo si potranno fare pubblicazioni di libri e progettare convegni.

sabato 13 ottobre 2012

LA PERENNE "AURORA" DEL CRISTIANESIMO


BENEDETTO XVI: UDIENZA AD UN GRUPPO DI PADRI CONCILIARI ANCORA VIVENTI, A PATRIARCHI E ARCIVESCOVI DELLE CHIESE ORIENTALI CATTOLICHE E A PRESIDENTI DI CONFERENZE EPISCOPALI, 12.10.2012

() Sono tanti i ricordi che affiorano alla nostra mente e che ognuno ha ben impressi nel cuore di quel periodo così vivace, ricco e fecondo che è stato il Concilio; non voglio, però, dilungarmi troppo, ma – riprendendo alcuni elementi della mia omelia di ieri – vorrei ricordare solamente come una parola, lanciata dal Beato Giovanni XXIII quasi in modo programmatico, ritornava continuamente nei lavori conciliari: la parola «aggiornamento».
A cinquant’anni di distanza dall’apertura di quella solenne Assise della Chiesa qualcuno si domanderà se quell’espressione non sia stata, forse fin dall’inizio, non del tutto felice. Penso che sulla scelta delle parole si potrebbe discutere per ore e si troverebbero pareri continuamente discordanti, ma sono convinto che l’intuizione che il Beato Giovanni XXIII compendiò con questa parola sia stata e sia tuttora esatta.
Il Cristianesimo non deve essere considerato come «qualcosa del passato», né deve essere vissuto con lo sguardo perennemente rivolto «all’indietro», perché Gesù Cristo è ieri, oggi e per l’eternità (cfr Eb 13,8). Il Cristianesimo è segnato dalla presenza del Dio eterno, che è entrato nel tempo ed è presente ad ogni tempo, perché ogni tempo sgorga dalla sua potenza creatrice, dal suo eterno «oggi».
Per questo il Cristianesimo è sempre nuovo. Non lo dobbiamo mai vedere come un albero pienamente sviluppatosi dal granello di senape evangelico, che è cresciuto, ha donato i suoi frutti, e un bel giorno invecchia e arriva al tramonto la sua energia vitale.
Il Cristianesimo è un albero che è, per così dire, in perenne «aurora», è sempre giovane. E questa attualità, questo «aggiornamento» non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa ridurre la fede, abbassandola alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i Padri conciliari, dobbiamo portare l’«oggi» che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’«oggi» del nostro tempo nell’«oggi» di Dio.