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lunedì 20 maggio 2024

LA TIRANNIA WOKE

CI VOGLIONO IN MISERIA MA “BUONI”. A QUESTO SERVONO I “DIRITTI CIVILI”

Scrive Francesco Borgonovo sulla “Verità”:

“Ecco la drammatica realtà della tirannia WOKE. Si insiste fino allo sfinimento sull’uso di parole potenzialmente offensive e si sfornano continuamente leggi a favore di presunti diritti civili. Il dibattito pubblico è interamente occupato dai temi politicamente corretti e intanto le popolazioni si impoveriscono, minoranze discriminate comprese. Il meccanismo è sempre lo stesso, in America come in Europa. Dal nostro lato dell’atlantico si polemizza ad esempio sulle questioni Lgbt e la campagna elettorale viene forzosamente orientata sulle norme “antiomofobia”, che le istituzioni europee vorrebbero imporre dovunque. Oppure si discute dei temi ambientali, o ancora del pericolo rappresentato dai fascismi di ritorno. Si punta il dito contro i governi destrorsi accusati di negare il cambiamento climatico o di perseguitare le minoranze, o ancora di accanirsi sui militanti antifa come Ilaria Salis.

E così facendo si evita di affrontare a fondo le conseguenze sociali ed economiche delle politiche europee. Di come le regole green colpiscono le classi medie e medio basse importa a pochi, di come l’austerità continui ad infettare le menti dei governanti europei non si può ragionare. La realtà non ha diritto di cittadinanza, si può discutere e ci si può dividere solo sui provvedimenti arcobaleno, sui regolamenti antiodio e sulla pericolosità dei populisti. Si devia l’attenzione della opinione pubblica su fantomatiche minacce rappresentate dalle destre estreme (“la feccia nera neo-fascista scagliata contro l’Europa” come titola quasi turtti i giorni Repubblica) e intanto si infierisce sui ceti più fragili. L’artificio trionfa, la verità svanisce. Ci si può battere solo per le cause che le ristrette cerchie progressiste giudicano buone, il resto è male associato. Per questo se una attivista antifa viene accusata di aver pestato dei destrorsi diventa una eroina da candidare alle europee, mentre la disobbedienza civile di Flaximan contro gli autovelox che vessano i cittadini è guardata come un atto di intollerabile di insubordinazione egoistica.

Albrecht Durer: I Quattro Cavalieri
dell'Apocalisse, Karlsrhue, 1498

Per questo bisogna approvare senza fiatare i regolamenti delle lobby Lgbt o le leggi antiodio o le restrizioni verdi, e guai ad evocare anche solo per un istante gli interessi delle popolazioni impoverite. Così dispone la nuova religione degli illuminati: sarete poveri, ma buoni, e così purificati potrete attendere serenamente la prossima apocalisse climatica.”

Riprende il tema WOKE anche Claudio Risè che titola:”Non chiamatele comunità, sono Lobby. Si usano spregiudicatamente i problemi di minoranze sessuali per rovesciare il quadro politico e disarticolare la famiglia in favore delle varie tecnocrazie.”

20 maggio 2023

 

giovedì 28 ottobre 2021

IL FRUTTO DELLA PRESUNZIONE


Il cosidetto Ddl Zan in archivio

Un ambizioso ma brutto disegno di legge nato per contrastare in modo specifico omofobia e transfobia (e che ostinatamente non si è voluto ben calibrare se non per renderlo ancora meno centrato sull'obiettivo dichiarato) è stato fermato. Ma non è un bel giorno per la società italiana.


E «il modo ancor m’offende». Non certo per il libero voto dei senatori della Repubblica, bensì per l’insensata prova di forza che ha prodotto quest’esito deludente e per il solito coro zeppo di luoghi comuni che, con qualche felice eccezione, dalle opposte sponde si è subito levato. «Genderofili» (perdenti) contro «omofobi» (vincenti), in una sorta di bipartitismo caricaturale e insopportabile.

Ma l’Italia, grazie a Dio e alla civiltà di tantissimi suoi cittadini e cittadine, non è una terra di odiatori e menatori seriali e neanche di ideologi dell’indifferenza (umana, morale e sessuale). È perciò politicamente e civilmente assurdo e autolesionista forzare per incasellarci tutti in questa scatola di ferro spaccata a metà.

Così si semina vento e si raccoglie tempesta, aggravando fenomeni reali ed esaltando gli esaltati. Che pure ci sono. Sì, ci sono quelli che insultano e vessano le persone omosessuali e transessuali, così come ci sono quelli che pretendono, nel nome dell’«infinita possibilità», di negare la realtà della differenza sessuale, di maternità e paternità e persino la libertà di affermarle. Ecco perché argini espliciti a tutto ciò – alla violenza verbale e fisica sulle persone e a ogni illiberale rimozione e intimidazione antropologica – vanno posti o mantenuti. E bisogna farlo in modo semplice e chiaro. Come anche la Chiesa italiana ha raccomandato, per voce dei suoi vescovi, con buona pace dei, variamente distribuiti, seminatori di slogan a buon mercato e di pessimo contenuto.

Il ddl Zan era e resta sbagliato, e su queste pagine l’abbiamo scritto e documentato a fondo, dando spazio a tante voci, trasversali agli schieramenti eppure silenziate o stravolte dalle pretese caricaturali di cui sopra. Quella proposta 'idolatrata' da persuasori e influencer decisi a darla già per approvata in forza di un plebiscitarismo digitale e mediatico da far accapponare la pelle, era fuori centro in più punti sul piano concettuale, dell’architettura giuridica e delle sue conseguenze.


Non lo si è voluto ammettere e ora si raccolgono i frutti della presunzione. Ma meglio nessuna legge di una cattiva legge, perché di leggi vigenti e cattive o incattivite (come quelle sulle migrazioni e sulla cittadinanza) ne abbiamo già troppe, e perché quando si tratta di reati e di libertà, cioè 'dei delitti e delle pene', non si può essere approssimativi e avventurosamente 'filosofici'. Lo strepito che si sente non è incoraggiante, ma speriamo che di questo fallimento si sappia far tesoro.

Marco Tarquinio Avvenire

giovedì 28 ottobre 2021

 

venerdì 2 luglio 2021

DE HARO I BASTIONI E L’INGENUO CRISTIANESIMO

Fernando de Haro ha scritto qualche giorno fa sul Sussidiario:

https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2021/6/29/la-verita-non-ha-bisogno-di-fortezze/2189414/ (che consiglio di leggere)

Ha risposto Sabino Paciolla: https://www.sabinopaciolla.com/de-haro-i-bastioni-e-lingenuo-cristianesimo/ nel suo blog con l’intervento che segue.

 nota bene:

Rodolfo Casadei sulla sua pagina fb ha condiviso con queste parole:« (…) questa sua reazione all'articolo di Fernando De Haro intitolato "La verità non ha bisogno di fortezze" ci voleva proprio. Sarebbe bello che su questi argomenti ci si potesse confrontare seriamente e fraternamente, consapevoli che nessuno oggi ha l'esclusiva del carisma, e non su Facebook ma in assemblee cristiane vere e partecipate. Prego che quel momento arrivi. Per intanto, grazie Sabino».

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LA COLLINA DELLE CROCI
LITUANIA

A volte, dopo la lettura di certi articoli si corre il rischio di rimanere depressi o arrabbiati. E’ quello che mi è capitato leggendo un articolo a firma di Fernando De Haro, pubblicato su Il Sussidiario. Tenuto conto però dell’autore e, soprattutto, dell’ambiente cui appartiene, è il caso che esprima qualche osservazione.

Il contenuto dell’articolo può essere sintetizzato così: “Quello che scriveva von Balthasar quasi 70 anni fa è ancora oggi molto attuale: il cristianesimo non ha bisogno di fortezze e bastioni”. 

De Haro tenta di sostenere il suo (fragile) argomentare con un nome altisonante, il teologo Hans Urs von Balthasar, prendendo spunto da un suo libro intitolato: Abbattere i bastioni. E’ chiaro che quel libro riflette il periodo e le circostanze in cui è stato scritto (1952), De Haro però non tiene conto della parabola temporale dell’autore e, soprattutto, delle opere scritte nel periodo successivo, in particolare di quelle pubblicate a partire dalla chiusura del Concilio Vaticano II. (…)

 

 Se dunque si cita Balthasar, occorre citarlo tutto. Egli nell’ultima parte della sua vita si è battuto perché il desiderio eccessivo di trovare accordi (o costruire ponti) con tutti e su tutto (religione universale dell’umanità, ecumenismo a buon mercato, ecc.) non conducesse i cattolici a perdere l’elemento distintivo della loro fede.

Non a caso, don Giussani incontrerà von Balthasar proprio qualche anno dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. Nel gennaio 1971 Giussani partecipa agli Esercizi spirituali dei gruppi di CL delle università di Friburgo, Berna e Zurigo, che si svolgono a Einsiedeln, sede di una storica abbazia benedettina. Le lezioni saranno tenute da lui stesso e da Hans Urs von Balthasar.

De Haro prosegue:

“Balthasar invitava a non aver paura del mondo. (…) Balthasar per fortuna non era solo. In quegli anni, altri indicarono che un’esperienza di fede sana è caratterizzata dal non trasformare il cristianesimo in una serie di posizioni da difendere, dal non porsi di fronte al nuovo come antitesi, dalla sua capacità di assumerlo, valorizzarlo e salvarlo.

È perciò sorprendente che vi sia chi si impegna ora nel costruire nuovi bastioni, opzioni per ritirarsi dal mondo per vivere senza menzogne. È sorprendente che vi sia chi denuncia un destino di persecuzione dell’ideologia dominante verso il cristianesimo in Europa e in America.

(…) in Occidente i cristiani sono lontani dal subire una persecuzione. La facilità con cui si parla degli attacchi al cristianesimo in Occidente da parte di un presunto sistema totalitario, paragonandolo al sistema sovietico, riflette una mancanza di rigore e visione. Parlare di totalitarismo morbido è un’irresponsabilità che alimenta il vittimismo.

 

Dopo aver letto questi passaggi mi è venuto spontaneo domandarmi se De Haro non viva nel “paese delle meraviglie”. Mi sono chiesto pure se De Haro abbia mai sentito parlare della perniciosa, in termini di libertà religiosa, proposta di legge Equality Act in discussione negli Stati Uniti o degli episodi giudiziari azionati da esponenti del mondo LGBT a carico di artigiani (qui e qui) in odio alla loro fede, o della battaglia legale delle Piccole sorelle dei poveri. Mi sono domandato se De Haro abbia mai sentito parlare di 6 anni di carcere per l’indefinito reato di omofobia previsto nel DDL Zan, reato che potrebbe ricomprendere l’affermazione pubblica dell’unica famiglia stabilita da Dio, quella formata da un uomo e una donna, come Lui li creò. 

Mi sono chiesto se De Haro abbia mai sentito parlare di una “Nota Verbale” inviata alcuni giorni fa dal Vaticano all’ambasciata italiana presso la Santa Sede con la quale viene evidenziata viva preoccupazione per l’eventuale approvazione del testo del DDL Zan, una proposta i cui articoli “avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli”, una proposta che metterebbe a rischio “la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione” sancite con il Concordato. 

Se si è mosso persino il Vaticano invocando il rispetto del Concordato, prima volta nella storia, vorrà dire che una qualche forma di persecuzione giudiziaria il Vaticano la intravvede all’orizzonte persino in Italia. 

 

Ma De Haro forse dimentica che fu proprio don Giussani, in uno dei tantissimi colloqui, a mettere in guardia i cristiani richiamando le parole di Gesù ai discepoli:

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

e alla osservazione di uno degli astanti che diceva: “Una persecuzione sottile, una emarginazione culturale….”

don Giussani con decisione rispondeva: 

“Ma quale sottigliezza. Intendo proprio una persecuzione.”

e alla domanda: Una persecuzione vera?

Don GIUSSANI rispondeva: 

“E così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come un’autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a malapena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi ai cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione.”

 

E allora chiedo a De Haro: Anche don Giussani era un “irresponsabile” che alimentava il “vittimismo”? Anche don Giussani era affetto da “mancanza di rigore e visione”? Non sarà piuttosto che ci siamo dimenticati di quello che ci ha detto don Giussani, ovvero che lo abbiamo messo tra parentesi?

E allora, piuttosto che pensare che De Haro sia una persona sprovveduta, devo dedurre che sia affetto da quel clericale politicamente corretto oggi così in voga, frutto della riduzione della fede ad un nocivo sentimentalismo, affogato nell’intimismo.

Due aspetti della riduzione della fede che la rendono evanescente fino a scomparire, priva di giudizio, ininfluente nella società. Una fede che non diventa cultura, una fede che non afferma la verità nella carità, una fede che evita di dire che c’è un bene e un male, una fede che fa a meno di dire che c’è una verità che ci libera dal peccato, una fede che non diventa giudizio per paura di diventare offensiva e divisiva è una fede scipita, una fede che priva l’uomo della sua statura veramente umana, una fede che taglia un effettivo rapporto con la realtà.

Ricordiamo a tal proposito l’avvertimento di San Giovanni Paolo II: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Quella di De Haro, dunque, sembra essere l’espressione di un cristianesimo ingenuamente allegro, tutto teso ad abbattere fantomatici muri e bastioni perché dimentico che Cristo è “la pietra di scandalo”, quella che i costruttori hanno scartato.

Un cristianesimo in cui è assente la drammaticità del reale e la testimonianza che ad ognuno è esigita, Dio non voglia, fino al martirio. Non basta indicare che ai cristiani dei primi tempi era richiesto di incensare la statua dell’imperatore come fosse un dio, occorre aggiungere che ANCHE OGGI ci viene richiesto di genufletterci e incensare la statua dell’”imperatore” di turno, che si presenta sotto mentite spoglie, consone ai tempi che corrono.

De Haro dimentica, o fa finta di dimenticare, che ogni tempo ha il suo “imperatore”, perché in ogni epoca il “principe di questo mondo” impersona l’”imperatore” che pretende di essere lodato e incensato. A tal proposito, sarebbe bene che De Haro riascoltasse la canzone di Claudio Chieffo intitolata “Martino e l’imperatore”.

Un ultima osservazione, emblematica della distanza dal reale di De Haro. Egli, riferendosi ai cristiani dei primi tempi, a sottolineare il buio dell’epoca, dice: ”Erano tempi in cui i bambini indesiderati si gettavano nel Tevere”. De Haro sveglia!!! Oggi i bambini vengono orribilmente macellati a decine di milioni ogni anno nel grembo materno. E questo genocidio viene chiamato “diritto umano” (Rapporto Matić), espressione della liberazione della donna, nobile manifestazione di civiltà.

Caro Fernando De Haro, non ti pare che oggi i tempi siano bui come allora?


SABINO PACIOLLA

 

venerdì 25 giugno 2021

CONFESSIONE ARCOBALENO

BY BERLICCHE

 

Il Vaticano ha mandato una nota diplomatica all’Italia sul fatto che l’approvando ddl Zan sarebbe in conflitto con il Concordato, legge italiana, in più punti. Subito alte grida si sono alzate da parte di coloro che sostengono che la dottrina gender non esista ma che uno non possa comunque negarla.


Il punto che alcuni non comprendono dell’opposizione vaticana al dll Zan è che sì, l’Italia è uno stato laico, ma laico non significa anticattolico. Non significa “chi si oppone al gender va messo fuorilegge“. Non vuol dire “diamo soldi a pioggia a chi propaganda questa cosa“, senza discussione, come vorrebbe chi propaganda questa cosa e ha fatto la legge (perché il punto è quello, soldi e potere, non pensate diversamente).

Queste non sono idee automaticamente laiche. Sono idee, che possono essere giuste o sbagliate; ma che si vorrebbero indiscutibili, intoccabili, vere per definizione. Si vorrebbe che chi vi si oppone, per qualsiasi motivo, sia punito: multato, incarcerato, privato di lavoro e dignità. Chi non si inginocchia davanti al nuovo idolo multicolore venga cacciato, chi non sventola il vessillo policromo segregato. Io sono laico, e cristiano; questo sembra inaccettabile a chi venera non un Dio ma una opinione umana. Non dovrei avere un’opinione, non ne avrei il diritto, a meno che non sia uguale alla loro.

In definitiva, c’è qualcuno che sostiene che essere laico coincida con quello che pensa lui. Un nuovo dogma, o forse non così nuovo. Ma sono le religioni, tuttalpiù, che hanno dogmi, si presume dettati da qualcuno che non è un uomo.

Se accettiamo il dogma che questi sacerdoti del sesso, pardon, gender, ci vogliono imporre, siamo ancora in uno stato laico? O piuttosto in uno stato confessionale, di confessione arcobaleno?

https://berlicche.wordpress.com/2021/06/23/confessione-arcobaleno/

 

 

giovedì 24 giugno 2021

MA NON È UNA BATTAGLIA OMOFOBA

di LUCETTA SCARAFFIA

Quella che da molti viene definita un'inedita e pericolosa ingerenza vaticana nella politica italiana, e quindi una pressione confessionale e oscurantista contro un progresso del nostro paese in tema di libertà, è invece ben altro. E non bisogna paragonare questo passo diplomatico alle battaglie combattute dalla chiesa contro il divorzio e contro l’aborto.

Si tratta infatti di una battaglia nuova: per la libertà di pensiero e di parola di chi non vuole nelle sue scuole una giornata contro l’omofobia né rinunciare a dire cosa pensa dell’ideologia molto controversa del gender.

 


Una battaglia che non è – come vorrebbero i suoi detrattori – istigazione all’odio contro gli omosessuali, o i transgender o quanti vogliono essere classificati come fluidi, ma solo libertà di dire che gli esseri umani, tranne una minoranza esigua, nascono o donne o uomini.

 

Dire questo non significa ovviamente che non si possa poi scegliere il comportamento sessuale, anche in opposizione all’appartenenza biologica. Significa solo poter affermare una verità che è sotto gli occhi di tutti, sostenuta anche da laici e da una parte delle femministe. Significa dire che i desideri trovano un limite nella realtà, e dobbiamo tenerne conto se non vogliamo entrare in una confusione pericolosa e sterile. Questa posizione ferma e chiara ha stupito molti, tanto che si è addirittura sospettata una manovra della curia contro il papa, ritenuto moderno e aperto.

 

Chi oggi osa un atteggiamento critico contro l’opinione dominante viene subito etichettato come reazionario, ottuso e nemico di chi vuole concedere tutto a tutti. Ma anche se questo fosse possibile, dobbiamo ricordare che libertà significa non solo fare ciò che ci pare, ma anche pensare e accettare confronti con gli altri. Compreso chi pensa che gli esseri umani sono donne e uomini, e non giudica necessaria una giornata contro l’omofobia perché il rispetto si dimostra accettando e ascoltando chi pensa in modo diverso da noi.

 

La Santa Sede, con la sua nota, difende la libertà fondamentale: quella di pensiero. Se manca questa – come ha insegnato Hanna Arendt – si cade nel fanatismo, si accetta la dittatura, si è portati a obbedire a ordini sbagliati. Non vorremmo che questa legge fosse un preludio a un mondo dove tutti sono liberi di fare ciò che vogliono, ma sono obbligati a pensare le stesse cose: quelle definite buone e giuste da un gruppo al potere.


tratto da il resto del carlino

mercoledì 23 giugno 2021

OMOFOBO E’ IL NUOVO FASCISTA

IL NUOVO MARCHIO D’INFAMIA PER CHI VUOLE RESTARE LIBERO

Da un articolo di Alfredo Mantovano Tempi 15 giugno 2021 

(…) A pandemia non ancora superata, con la devastazione economica a essa seguita, il leader di un importante partito italiano individua quale “priorità” l’approvazione del ddl Zan: perché lo stigma dell’omofobia da mediatico-culturale, sia tradotto in sanzioni penali; e perché in tal modo passi dal mito della discriminazione omotransfobica alla realtà della discriminazione di chi ritiene che la famiglia sia un dato di natura.


L’omofobia è il marchio di infamia per condurre oggi all’esilio sociale, domani agli arresti, chi non si omologa al verbo dei talk show, delle emergenze che non esistono, degli esperimenti di disaggregazione di quel poco che mantiene un profilo strutturato. Nella metà degli anni Settanta, l’indimenticato Augusto Del Noce enucleava la categoria del “mito del fascismo”. Egli distingueva tra il fascismo storico e quello demonologico: il primo, allora un po’ più di oggi, contava su nulla più di un gruppo di nostalgici; il secondo costituiva un’arma di esclusione, poiché sovrapponeva alle persone l’etichetta di fascismo, e con questo le estrometteva da ogni ambito di confronto, di discussione, di semplice ascolto. Arbitro ultimo di chi meritasse o meno quella qualifica esiliante era il Partito comunista, o chi, nei vari ambiti, si esprimeva per conto di quell’area politica.

Quarant’anni dopo “omofobo” sostituisce “fascista”, e titolato ad adoperarlo nei confronti del nemico è il mainstream anni 2020, meno strutturato dell’antico Pci: una galassia che conosce punti di forza nelle redazioni dei media più diffusi, e individua nella giurisdizione lo strumento attraverso cui stroncare, se necessario col carcere, non già chi in qualsiasi modo offende una persona perché omo o transessuale, bensì chi esprime riserve e perplessità per i cosiddetti nuovi diritti. Il pensiero debole, che ruota attorno alla fluidità del gender, ha necessità di sanzioni forti, con le quali impedire il dissenso, pur se civile e ragionato.

È una pesante cappa su un corpo sociale che non cessa di soffrire le ferite della pandemia. Così pesante che in occasione della Festa dei lavoratori il tema dominante, invece delle morti bianche o della tragica dilatazione della disoccupazione, è stata l’intimazione ad approvare il ddl Zan il prima possibile!

L’incantesimo si rompe se si apre la finestra e si guarda alla realtà, mettendo da parte i consiglieri fraudolenti. Per svegliare il debole Theoden e ricordargli la sua missione di re non serve tentare la mediazione con Saruman, che non ha nessuna intenzione di venire a patti: è sufficiente smascherare la schiera dei Vermilinguo oggi presenti ovunque; raccontare che col testo Zan la posta in gioco è la libertà, di formazione, di istruzione, scientifica e di opinione; è convincersi che va fatto adesso e senza complessi.

il link al testo completo

https://www.tempi.it/omofobia-fascismo-ddl-zan-il-pensiero-debole-ci-va-giu-pesante/

 

domenica 30 maggio 2021

CINQUE “NO” AL DDL ZAN

 Il comunicato dell’associazione “Esserci” a proposito delle legge sulla omotransfobia. Cinque motivi per contrastarla

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 Costituzione italiana).

L’aspetto più problematico del ddl Zan è che il pensiero unico prodotto dal “politicamente corretto” vorrebbe limitare ogni dibattito. Chiunque esprima un parere diverso da quello dei promotori della legge viene immediatamente tacciato di “omofobia” e le sue ragioni sminuite o escluse dal dibattito pubblico

Noi diciamo NO alla proposta del ddl Zan perché:

1) Mette in discussione in modo pericoloso l’espressione della LIBERTA’ di pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione. La Conferenza Episcopale Italiana, con dichiarazione del 10 giugni 2020, ha definito “LIBERTICIDA” la proposta di legge.

2) La proposta entra a piedi uniti nel campo della “SCIENZA”, definendo per legge (che è imperativa per tutti) cosa siano il sesso, il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere (articolo 1). Anche qui ogni dibattito sarebbe chiuso in partenza.

3) Il ddl si intromette in modo inaccettabile (nonché antidemocratico e anticostituzionale; articolo 30 Cost.) nel campo dell’EDUCAZIONE e della SCUOLA, rendendo obbligatorio l’insegnamento, dalle materne alle superiori incluse le paritarie, della cultura “gender”, anche contro il parere dei genitori degli alunni. Non vogliamo che lo Stato pretenda il monopolio dell’educazione dei nostri figli e dei nostri nipoti. Vogliamo invece che rispetti la libertà di educazione delle famiglie.

4) Ci associamo a quanti affermano che il ddl Zan ha unicamente uno scopo ideologico: imporre a tutti per legge una precisa visione antropologica e sociale. Il vero obiettivo non è aggravare le pene per i reati commessi contro persone omosessuali, perché tali norme già ci sono.

5) Da ultimo, come hanno evidenziato illustri giuristi, il Disegno di legge introduce fattispecie di reato molto vaghe e indefinite, venendo meno al principio base della determinatezza del reato, senza garanzie per i cittadini e aprendo le strade a forme di arbitrio da parte dei magistrati, che, come tutti, possono essere influenzati da posizioni ideologiche e dall’opinione corrente su tematiche che esulano dall’ambito giuridico.

Siamo molto preoccupati che il giusto rispetto per le persone LGBT non favorisca lo stesso rispetto verso tutti gli altri, in particolare verso coloro che sono in dissenso con le opinioni sostenute dai promotori del ddl Zan.

Esserci 27 maggio 2021 

venerdì 7 maggio 2021

ECCO IL VERO SCOPO IDEOLOGICO DEL DDL ZAN

Passaggi normativi che suscitano "perplessità", finalità "politico-culturali" altre rispetto alla semplice lotta alle discriminazioni, la possibilità che si profili uno "Stato educatore" in stile totalitario. Mentre i media sono invasi dalle polemiche sulle performance di Fedez, e in Parlamento si prepara la battaglia politica, siamo davvero sicuri di aver compreso fino in fondo il ddl Zan di cui tutti parlano? Per Alessandro Campi, professore ordinario di Scienza Politica al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Perugia, bisognerebbe instaurare un "utile e civile" dibattito sul tema. Sempre che non sia troppo tardi. Intervista di Giuseppe De Lorenzo sul Giornale,

Professore, lei ha esortato ad aprire una discussione seria sul ddl Zan. Significa che fino ad oggi non c'è stata? Perché?


"Che un simile dibattito sia mancato lo dimostrano la cagnara sulle parole di Fedez, le uscite scomposte di alcuni avversari politici della legge o il fatto che molti suoi sostenitori, senza nulla argomentare, si siano limitati a farsi fotografare con la mano aperta con su scritto DDL ZAN. Ci sono stati nel tempo interventi meditati, pro o contro la legge, ma sono stati risucchiati dalle opposte propagande o dalle esigenze della politica spettacolo. Il perché di questa situazione dipende da molti fattori: da un lato, la centralità crescente dei social, che non sono uno strumento adatto al confronto dialettico, semmai alla polarizzazione e semplificazioni dei giudizi; dall’altro un mondo politico che a sua volta si è disabituato alla discussione, magari aspra, ma civile e basato su argomenti, non su insulti. Mettiamoci infine un sistema della comunicazione che si limita ormai a giocare sulle emozioni e sulle passioni elementari".

Perché è scettico sul ddl Zan?

"Partendo da buone intenzioni, la lotta alle discriminazioni basate sul sesso e sull’orientamento sessuale, le svolge male (cioè in modo contradditorio) sul piano normativo. Nel nostro ordinamento – dall’art. 3 della Costituzione alla mitica legge 194 che regola l’aborto – i diritti sono riconosciuti in base al sesso, non in base al genere: basta già solo questo per determinare potenziali cortocircuiti normativi.

Soprattutto è una legge che, sotto le buone intenzioni dichiarate, persegue finalità politico-culturali sulle quali i suoi sostenitori tendono a sorvolare, pur sapendo che esse rappresentano la vera posta in gioco. Mi riferisco all’idea, che attraversa l’intera legge e ne costituisce, per così dire, il cuore ideologico, secondo la quale i tempi sarebbero maturi – sul piano del costume – per lasciarsi alle spalle le differenze tra i sessi naturalisticamente definite a favore delle identità sessuali e di genere soggettivamente percepite e autocertificate.

Quello che si prospetta è un vero e proprio cambiamento di paradigma storico-antropologico. Esso probabilmente risponde allo ‘spirito dei tempi’, oltre a rappresentare – come alcuni sostengono – un avanzamento sul piano dei valori e della civiltà. L’importante però è giocare a carte scoperte invece di fare finta che l’obiettivo sia solo la lotta alle discriminazioni. Non è solo una questione di libertà individuali, come si dice, ma di visione della società, di modelli valoriali e di forme culturali. Il che giustifica lo scontro politico di queste ore, purché – ripeto – non ci si riduca a insultarsi".

Lei in particolare ritiene controversi due articoli (1 e 4) del disegno di legge. Iniziamo dal primo? Quali sono le problematiche?

"L’articolo 1 offre una definizione assertiva di cosa debba intendersi per sesso, per genere, per orientamento sessuale e per identità di genere. Questioni di grande rilevanza etico-filosofica (stiamo parlando di cosa debba intendersi per natura umana) vengono risolte in poche righe dal sovrano-legislatore. Hobbes diceva, del suo Stato-Leviatano, che esercitando una volontà piena e assoluta può fare tutto, tranne trasformare l’uomo in donna. Il Parlamento italiano, per dirla ironicamente, si è dato anche questo potere: di definire lo statuto legale e antropologico degli esseri umani".

C'è chi denuncia l'ambiguità della definizione di "identità di genere" che aprirebbe le porte all'auto percezione di sé. Con implicazioni, solo per fare un esempio, in campo sportivo: uomini che si sentono donne e che chiedono di gareggiare nei tornei femminili. È un rischio concreto?
"In realtà casi del genere si sono già verificati. Le uniche che hanno avuto su questo punto parole sagge di denuncia sono state le femministe. Anche in questo caso l’idea guida, che questo disegno di legge a sua volta riflette, è che un desiderio soggettivo debba per forza configurare un diritto oggettivo come tale tutelato dall’ordinamento. Ma così non si crea una società migliore, semplicemente si pongono le premesse per la sua progressiva dissoluzione".

Passiamo all'articolo 4. Quali critiche solleva?

"Quando ci si è resi conto – sulla base delle perplessità e delle critiche avanzate a suo tempo durante le discussioni svoltesi all’interno Commissione Affari Costituzionali – del rischio che semplici opinioni individuali potessero trasformarsi in reati (sub specie di istigazione all’odio) si è introdotta nel testo della legge una bizzarra clausola di salvaguardia che altro non fa che reiterare quel che si trova scritto nell’art. 21 della Costituzione. E cioè che la libera manifestazione del pensiero, in ogni forma, non può essere in alcun modo limitato. Perché in una legge si è sentito il bisogno di ribadire quel che si trova scritto in forma solenne nella nostra Carta fondamentale? Ancor più grave è che in quest’articolo, nel ribadire l’ovvio, si sia introdotto (a questo punto non so nemmeno quanto involontariamente) un inciso a dir poco ambiguo. Nel senso che sono ammesse, si legge, tutte le idee ed opinioni “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Ma chi decide quando idee ed opinioni liberamente espresse possono determinare un concreto ed effettivo pericolo? Ci vuole poco a capire quali margini di discrezionalità, con una magistratura politicizzata in molte sue frange come quella italiana, lascia aperta una simile formulazione.

giovedì 29 aprile 2021

QUANDO SI IMBOCCA LA STRADA DEI REATI DI OPINIONE, NON C'È UN LIMITE.

 Lo scorso venerdì mattina, a Uxbridge, nel nord ovest di Londra, il rev. John Sherwood, pastore cristiano di 72 anni si è recato come tutti i venerdì, a predicare nella piazza del quartiere, insieme a un collega. Ha letto il brano dal capitolo 1 della Genesi, dove sta scritti che Dio creò l'uomo e la donna, e poi ha commentato dicendo che nel piano di Dio la famiglia è tra uomo e donna.

A quel punto sono intervenuti alcuni agenti di polizia che prima gli hanno intimato di smettere, e poi, di fronte al suo garbato rifiuto, lo hanno strattonato, lo hanno costretto a scendere dallo sgabello da cui stava predicando, gli hanno tolto di mano la Bibbia, lo hanno ammanettato e lo hanno trascinato via come un criminale in mezzo ai passanti sbigottiri.

L'accusa?

Omofobia.

L'anziano pastore ha trascorso un giorno e una notte nella cella della stazione di polizia vicino a Heathrow, e secondo il suo avvocato, il trattamento degli agenti è stato molto duro (very unpleasant).

Ora dovrà subire il processo.

Guardate il video.


https://www.youtube.com/watch?v=9tOwbx7Vvs8

Come si può arrivare a trattare in quel modo un anziano uomo di Dio, per aver letto la Bibbia?

Se qualcuno è tanto scemo o criminale da aggredire una persona perchè gay, già oggi va in galera, come è giusto che sia. Ma non trasformiamo il nostro Paese in un tribunale delle idee.

La notizia è rimasta circoscritta per giorni, e ovviamente nessuno in Italia ne ha parlato, ma in Gran Bretagna, dove è in vigore una legge molto simile al ddl Zan, sono anni che accadono fatti simili.

QUANDO SI IMBOCCA LA STRADA DEI REATI DI OPINIONE, NON C'È UN LIMITE. QUESTA E' LA LEGGE ZAN.

Oggi tocca ai cristiani, trattati come omofobi. Domani potrebbe toccare a chiunque.

Rispetto per tutti, ma non a spese della libertà.

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La notizia è riportata dal DAILYMAIL, qui sotto il link, correlata di molte foto e video

https://www.dailymail.co.uk/news/article-9521123/Moment-police-arrest-elderly-preacher-71-street-quoting-homophobic-statements-Bible.html

NOTA BENE

 L’ineffabile Avvenire scrive:

«E se fosse arrivata finalmente l'ora di un vero confronto? ….su  un delicatissimo intervento normativo che se «intende combattere la discriminazione» tuttavia - scrive la Presidenza Cei - «non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza, mettendo in questione la realtà della differenza tra uomo e donna». Per i vescovi, che ribadiscono «il sostegno a ogni sforzo teso al riconoscimento dell'originalità di ogni essere umano e del primato della sua coscienza», occorre che «un testo così importante cresca con il dialogo e non sia uno strumento che fornisca ambiguità interpretative». Dunque i «dubbi» sul testo licenziato il 4 novembre 2020 da Montecitorio, emersi in queste settimane e «condivisi da persone di diversi orizzonti politici e culturali», come sanno bene i lettori di Avvenire, devono indurre tutti ad aprire ora un confronto «non pregiudiziale», in cui pesi anche «la voce dei cattolici italiani». Al netto degli ormai rituali toni polemici, la rotta - per chi vuole vederla - è assai chiara: meglio accantonare diktat, asserzioni apodittiche e marce forzate, mettere fuorigioco le forme di denigrazione del dissenziente, e aprirsi a un confronto sui - non pochi - nodi irrisolti di una proposta di legge che voci dello stesso campo progressista definiscono «pasticciata».

 

Cioè occorre accettare modifiche CHE SARANNO CONCESSE, ma approvare la legge. La massima ipocrisia di Avvenire e dei suoi compari è tipica della meschinità di chi non vuole vedere la realtà. In Italia ogni legge sui “diritti civili” una volta approvata è stata travolta da una giustizia di parte che non ha lasciato scampo alle buone intenzioni di puri di cuore. Andrà così anche questa volta, ma almeno sapremo  chi ringraziare

martedì 27 aprile 2021

IL DDL ZAN : AUTOREFERENZIALE, DEL TUTTO ASTRATTO, NON SCIENTIFICO E CONFUSIVO

ZAN VUOLE RIDURRE IL SESSO BIOLOGICO A CATEGORIA OBSOLETA, A FAVORE DELL’ INTRODUZIONE PER LEGGE DI UNA IDENTITA’ DI GENERE AUTOPERCEPITA

Obelisk in Vigeland park , Oslo

La dott.Sandra Morano (Ginecologa, Università di Genova) in un interessante articolo pubblicato sulla rivista “Quotidiano sanità”  del 19 aprile inizia citando  la famosa domanda: “E’ un lui o una lei?” nel film “Il senso della vita”, fatta da una donna che ha appena partorito, e la ancor più famosa risposta del curante: ”Non le pare che sia un po’ troppo presto per attribuire dei ruoli?”,  e afferma che questa potrebbe diventare a breve una formula routinaria per adeguare i protocolli delle società scientifiche perinatali a una legge che si sta discutendo nel nostro Parlamento.
 Il dettato del DDL Zan, scrive la Morano, nato dalla necessità di legiferare contro atti di violenza, disprezzo o vilipendio per omotransfobia, va oltre le intenzioni iniziali.

Nell’art. 1 esso affronta il complesso capitolo della definizione di sesso (sesso biologico o anagrafico) e genere (identificazione percepita/manifestata di sé in relazione al genere), a sua volta definito come “qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso”.
 
Si procede così, in modo autoreferenziale, del tutto astratto, e non scientifico, in ambiti complessi, negli anni divenuti appannaggio della bioetica, e che mai come oggi necessitano di sguardi filosofici in dialogo con le neuroscienze e le discipline STEM (Science, Tecnology, Engineering and Mathematics).

La saggezza del politico, continua la ginecologa, la competenza e l’autorevolezza del legislatore richiedono una visione più complessa e corrispondente alla società tutta. Definire il sesso (biologico e anagrafico) e poi riferirsi al genere (manifestazioni esteriori conformi o non con le aspettative sociali connesse al sesso) appare un dettato confusivo, non adeguato alla chiarezza del messaggio legislativo.

Mentre si definisce il sesso se ne sancisce il superamento, in base a variabili percepite individualmente, manifestazioni esteriori legati all’”autocertificazione di genere”. Il genere quindi sostituisce il sesso, e affida la sua definizione alla identificazione percepita e manifestata di sé: una ri-definizione di identità di una minoranza a cui però tutto un popolo è chiamato ad adeguarsi

 “Una proposta di “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso” sarebbe stata molto più utile a tutti se si fosse concentrata solo su questo”, afferma la Morano. “La pretesa di ridefinire e regolamentare per legge “sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere” interferisce anche con i fondamenti scientifici di materie come la Anatomia, la Embriologia, la Genetica, la Fisiologia, e nel suo ambito specialistico l’Ostetricia e Ginecologia, la Medicina della Riproduzione, la Psichiatria, l’Endocrinologia, la Sessuologia, la Chirurgia Plastica, solo per citare discipline, di base e non, in cui la differenziazione sessuale, il patrimonio genetico, le patologie legate al sesso, rappresentano i fondamenti della conoscenza, della ricerca scientifica e, in ultima analisi, delle competenze.
 
Secondo l’autrice, la legge in questione non vuole limitarsi a sanzionare comportamenti offensivi ed aggressivi, ma vuole allo stesso tempo affermare e sancire (a partire dai desideri individuali, dalle biografie, dal riferimento alla cultura gender come modello main-stream) il superamento nei fatti del sesso biologico, e la sua riduzione a categoria obsoleta, a favore di una identità di genere autopercepita. Ricordiamo che questo provvedimento riguarda solo un’esigua parte del paese, che non si riconosce nel recinto di uno dei due sessi biologici, ma piuttosto nella sua “identificazione percepita/manifestata di sé”.
 
Resta ferma la convinzione che sia necessario introdurre le aggravanti per violenza o discriminazione a sfondo sessuale, che pur essendo già presenti nel sistema legislativo sono passibili di ulteriori ampliamenti e integrazioni. Ma, conclude con fermezza la Morano, proprio in ragione della molteplicità dei vissuti intimi dell’esistenza umana, e della loro delicatezza, non si può acconsentire, a fianco di giuste misure a contrasto della discriminazione sessuale, all’introduzione per Legge dell’autoidentificazione di genere.