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domenica 22 luglio 2018

PERCHÉ LA NAZIONE HA ANCORA UN SENSO



Il tema della patria è stato regalato a chi manipolandolo lo ha utilizzato per i propri scopi: è un inganno al quale non basta opporre il progetto europeista


L’Unione europea è visibilmente in crisi, non riesce a fare alcun passo avanti in quanto soggetto politico (anzi negli ultimi tempi ne ha fatto parecchi indietro), ma l’ideologia europeista almeno un successo importante può continuare comunque a vantarlo. Essere riuscita a delegittimare alla radice la dimensione della nazione in generale. Essere riuscita a farla passare come responsabile di tutte le sciagure novecentesche e come il ricettacolo delle più inquietanti ambiguità ideologiche, tipo quelle messe in circolazione da Matteo Salvini con il suo sciovinismo xenofobo a base di «prima gli
italiani» e «padroni in casa nostra». Il risultato è che in pochi Paesi come l’Italia ogni riferimento alla nazione appare, ormai, come il potenziale preludio di una deriva sovranista, di una dichiarazione di guerra antieuropea, come sinonimo di sopraffazione nazionalistica. Non abbiamo forse sentito ripetere fino alla nausea, ad esempio, e dalle cattedre più alte, che gli Stati nazionali significano inevitabilmente la guerra? Come se gli esseri umani avessero dovuto aspettare la Marsigliese, il Kaiser o Mussolini per trovare il motivo di scannarsi. Come se prima dell’esistenza dei suddetti Stati nazionali di guerre non ce ne fossero mai state, e come se i Romani, l’impero turco, gli Aztechi, gli Arabi dell’epoca di Maometto o mille altri non avessero tutti coperto di stragi e di morti ammazzati il proprio cammino nella storia.

Naturalmente l’ostracismo comminato alla nazione ha avuto effetto non tanto sulla gente qualunque, sulla maggioranza dell’opinione pubblica quanto nei confronti delle élites, della classe dirigente. Anche perché l’Italia, si sa, non è la Francia. Da noi la cultura della nazione era già stata messa abbastanza nell’angolo dalla storia: non per nulla la Repubblica, nata e vissuta con l’obbligo di differenziarsi dal fascismo specialmente su questo punto, ha intrattenuto a lungo un rapporto per così dire minimalista con la nazione. Come del resto le sue maggiori culture politiche fondatrici (quella cattolica e quella comunista), il cui sfondo ideologico non aveva certo molto a che fare con la nazione.

Cresciuto per decenni in questa atmosfera, l’establishment italiano — in prima fila l’establishment culturale — si è dunque trovato prontissimo, dopo la fine della Dc e del Pci, a gettarsi nell’infatuazione europeistica più acritica. Trovandovi nuovo alimento non solo alla propria antica indifferenza, al suo disinteresse nei confronti di una dimensione nazionale giudicata ormai una sorta di inutile ectoplasma, ma per spingersi addirittura fino alla rinuncia della sovranità in ambiti delicatissimi come la formazione delle leggi. Mi domando ad esempio quante altre Costituzioni europee siano state modificate come lo è stata quella italiana nel 2001 con la nuova versione dell’articolo 117, che sottomette la potestà legislativa al rispetto, oltre che come ovvio della Costituzione stessa, anche «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario». (Sulla stessa linea, pur nella sua evidente vacuità prescrittiva, anche il primo comma aggiunto nel 2012 all’art. 97, secondo il quale «le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione Europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico»).

È accaduto così, attraverso queste vie e mille altre, che il tema della nazione sia stato pian piano regalato a chi, manipolandolo ed estremizzandolo, combinandolo con i cascami del populismo, se ne è sempre più servito per i propri scopi agitatori. Espulsa dalla cultura ufficiale del Paese, tenuta in non cale dal circuito della formazione scolastica, non più elemento vivo costitutivo del modo d’essere e di pensare della classe dirigente, la nazione (o meglio la sua caricatura) è fatalmente divenuta patrimonio e strumento di una parte. La quale non ci ha messo molto ad accorgersi della sua capacità di aggregare, di commuovere, e anche di illudere, d’ingannare, se del caso di trascinare alla più vile prepotenza.

Cioè di trasformarsi in nazionalismo, appunto. Ma di chi la colpa principale mi chiedo, se non di coloro che, pur potendo e sapendo, per cecità ideologica hanno omesso di ricordare che cosa ha veramente rappresentato l’idea di nazione? Di illustrare e di far valere nella discussione pubblica la reale portata storica, le innumerevoli conseguenze positive di quell’idea?

Senza la quale, tanto per dirne qualcuna, non ci sarebbero stati il liberalismo e la democrazia moderna, la libertà religiosa, le folle di esclusi e di miserabili trasformate in cittadini, le elezioni a suffragio universale. Senza la quale non ci sarebbe stata la scuola obbligatoria e l’alfabetizzazione di massa, il Welfare e la sanità pubblica, e poi la rottura di mille gerarchie pietrificate, di tante esclusioni corporative. Senza la quale infine — scusate se è poco — non ci sarebbe stata neppure l’Italia. Cioè questo Stato scalcagnato e pieno di magagne grazie al quale, bene o male, però, nel giro di tre o quattro generazioni (una goccia nel mare della storia) un popolo di decine di milioni di persone ha visto la propria vita migliorare, cambiare come dalla notte al giorno, in una misura che non avrebbe mai osato sperare prima.

All’inganno nazionalistico che incalza e che cresce non vale opporre la speranza sbiadita e senza voce, il disegno dai contorni tuttora imprecisi e imprecisabili, del progetto europeistico. Va opposta prima di ogni altra cosa, in tutta la sua forza storica, la cultura della nazione democratica. Che più volte — ricordiamo anche questo — ha dimostrato anche di sapere aprirsi al mondo superando i confini della propria patria con la sua carica emancipatrice volta all’umanità.

CORRIERE DELLA SERA 19 luglio 2018 


mercoledì 11 aprile 2018

UNGHERIA NON XENOFOBIA, MA SOVRANITÀ


L'UNIONE EUROPEA E LA DOTTRINA BREZNEV

Rodolfo Casade


(…) Perché nell’Ungheria del 2018 la questione delle frontiere e dei migranti è più decisiva per l’esito delle elezioni degli argomenti che riguardano l’operato in bene e in male del governo? Perché la vertenza che si trascina con l’Unione Europa dal 2015, cioè il rifiuto da parte di Budapest di ricollocare 1.294 richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia, è così importante per governanti ed elettori ungheresi?


I media e l’establishment dell’Europa Occidentale e Bruxelles agitano gli spauracchi della xenofobia, dell’antisemitismo, delle risorgenze fasciste o della penetrazione strisciante della Russia di Putin.
Un misto di arroganza e ignoranza: Viktor Orban è stato dissidente antisovietico, si è laureato con una tesi su Solidarnosc, ha studiato a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione di George Soros (proprio lui!), la sua formazione politica è da sempre affiliata al Partito Popolare Europeo.
(…)
La parola chiave per capire quello che a livello politico succede in Ungheria e in altri paesi dell’Est che hanno aderito alla Ue (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) non è xenofobia, ma sovranità. L’Ungheria, come gli altri paesi dell’Europa orientale i cui elettorati hanno votato in massa forze nazional-conservatrici o populiste euroscettiche, è una nazione che ha trascorso metà della sua storia sotto il tallone di potenti vicini: nel suo caso ottomani, austriaci, sovietici. Ha perduto popolazione e territorio in conseguenza delle due guerre mondiali. Non ha partecipato a imprese coloniali, non ha praticato l’imperialismo nei confronti dei continenti extraeuropei nel XIX o nel XX secolo, dunque non nutre complessi di colpa verso africani e mediorientali.

Ha aderito all’Unione Europea per godere della prosperità e dell’indipendenza che fino ad allora gli erano state per lungo tempo negate. Ora queste nazioni scoprono che il prezzo della prosperità che l’adesione alla Ue ha certamente favorito è la progressiva rinuncia alla propria indipendenza a vantaggio di una integrazione dove tutte le culture e le storie sono tenute a sciogliersi in un’indistinta unità fondata sulla libertà di mercato e sui diritti individualistici.

Liberatisi della dottrina brezneviana della “sovranità limitata”, in base alla quale nessun paese socialista poteva sperare di riavvicinarsi al capitalismo senza che gli altri paesi socialisti, a cominciare dall’Unione Sovietica, intervenissero con le buone o con le cattive per riportarlo all’ovile, oggi i paesi dell’Est si trovano di fronte a una nuova versione di quella dottrina, concepita stavolta a Bruxelles: nessun paese della Ue può opporsi al progetto di sempre maggiore integrazione fra i paesi aderenti, compresa la delicata materia delle politiche dell’immigrazione, senza rischiare di perdere i diritti di voto e i finanziamenti dei Fondi di coesione.

Ma questa linea dura contro Budapest e Varsavia che trova ogni giorno nuovi sostenitori in Europa occidentale e a Bruxelles rischia di aggravare la crisi di coesione dell’Unione anziché risolverla. Occorrerebbe invece contemperare i processi di integrazione con la salvaguardia delle identità nazionali. Come scrive il filosofo Mathieu Bock-Côté: «Il diritto alla continuità storica è vitale per un popolo».

 Aprile 11, 2018 TEMPI

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domenica 15 ottobre 2017

LE PAROLE DEGLI ALTRI


IL CORTOCIRCUITO DEL PENSIERO UNICO
A CESENA 28  SETTEMBRE 2017

Il Consiglio Comunale di Cesena, in data 28 settembre, ha approvato un ordine del giorno della Giunta che permetterà di apprestare un regolamento comunale per decidere a quali manifestazioni negare l'autorizzazione o la concessione di spazi di suolo pubblico, perché qualificabili come neofasciste, omofobe o xenofobe. L'ordine del giorno è stato approvato da tutti i consiglieri del PD e di MPD mentre le opposizioni sono uscite dall’aula.


L'odg, pur pensato come reazione al gruppo di Forza Nuova (che organizzò una manifestazione - il funerale - in occasione della prima unione civile), e pur obbligando per il momento a predisporre una dichiarazione di conformità ai valori costituzionali in sede di domanda di autorizzazione o di concessione, è di fatto un'operazione strumentale, ideologica e illiberale perché  questa decisione è in grado di incidere sulle libertà fondamentali, di libera associazione, di libera manifestazione e di libertà di pensiero.

Occorre vincere la battaglia delle idee con la persuasione, difendendo il diritto di tutti ad esprimersi, e non con la forza, perchè se ci mettiamo ad usare la forza sappiamo già come andrà a finire.  Sostenere da parte di alcuni che certe idee sono espressione di odio perché presentano una visione del mondo diversa dalla loro, e che quindi vadano censurate, è una violazione dei diritti costituzionali

Bisogna essere molto più preoccupati dall’idea di un pubblico potere che limita la libertà di espressione che da un “provocatore” che parla in piazza.
Se si stabilisce arbitrariamente che alcune cose non si possono dire, allora il problema diventa soltanto chi decide: un problema, appunto di potere. Nessuno sa quali caratteristiche deve avere una manifestazione per essere definita fascista, omofoba o xenofoba ed essere quindi vietata, e se lo decide chi detiene pro tempore il potere, ci si sposta quasi inevitabilmente dal potere della legge al potere dell’ideologia.

Occorre anche rilevare che  in sede di discussione sono stati identificati, da un consigliere comunale, come “gruppo ad alto contenuto omofobico" coloro che manifestano per ribadire la differenza maschile/femminile e il fatto che ciascun bambino ha diritto ad avere un babbo e una mamma.

Proprio in questi giorni a Cesena si tiene una mostra su: “La libertà religiosa, un diritto a rischio”, e visitandola abbiamo imparato che la limitazione della libertà religiosa nei paesi occidentali inizia proprio in modo soft stabilendo innanzitutto confini alla libertà di parola, che è il fondamento di tutte le libertà.

Vogliamo infine ricordare, per dare il giusto significato alle parole, che l’antifascismo che questa delibera ostenta trova la sua consistenza nell’essere l’opposto del fascismo, e cioè nel dover consentire a tutti la libertà di parola; vietando la libera espressione di pensiero e di manifestazione questo antifascismo corre il rischio di trasformarsi in un fascismo di segno opposto.

 IL CROCEVIA


mercoledì 11 ottobre 2017

ECCO PERCHÉ C’È BISOGNO DELLA MOSTRA SULLA LIBERTÀ RELIGIOSA


 Oxford mette al bando l'associazione studentesca cristiana
L’Università di Oxford un “RIGUGIO PER GLI EGO FRAGILI”, che protegge le giovani matricole, ipersensibili e bisognose di essere protette da chi potrebbe traumatizzarli con le idee sbagliate, soprattutto se cristiani.


La Oxford University ha proibito all’Unione cristiana (Uc), una delle più grandi associazioni studentesche, di partecipare con il suo stand all’annuale fiera delle matricole perché la fede cristiana "procura danno" dal momento che storicamente è stata come "una scusante per l’omofobia e certe forme di neocolonialismo".

Freddy Potts, vicepresidente del comitato universitari, ha perciò scritto una mail alla rappresentante della Uc, Lucy Talbot, spiegando che: "La nostra unica preoccupazione è che la vostra presenza possa estraniare i nuovi studenti. Questo tipo di alienazione o micro-aggressione è regolarmente ignorata come poco importante, specialmente quando non viene compresa bene dagli altri studenti, e inevitabilmente causa un ulteriore danno a quei gruppi che sono già i più vulnerabili e marginalizzati".

Nell’email pubblicata dal Telegraph si legge che "l’influenza del cristianesimo su molte comunità marginalizzate ha procurato danno con i suoi metodi di conversione e le sue pratiche ed è ancora usata in molti luoghi come scusante per l’omofobia e certe forme di neocolonialismo". La decisione del comitato universitario di escludere i cristiani è nata per evitare che, "non potendo garantire uno stand a ogni principale credo religioso", uno studente di una fede non rappresentata"soffra" nel vedere che le altre abbiano un loro stand. "Molti studenti, - si legge ancora - soprattutto di colore o di altre fedi [rispetto al cristianesimo] potrebbero già sentirsi alienati e vulnerabili a Oxford, un’università con una pessima reputazione per quanto riguarda razzismo e mancanza di diversità, nonché una città che ha a malapena luoghi di culto appropriati per non cristiani". Dunque, "nel nome della compassione, speriamo che sarete d’accordo con noi [nel voler evitare] un possibile danno a quelle matricole che sono già così gravemente svantaggiate".

Dopo le proteste arrivate da gran parte del mondo accademico per la "violazione della libertà di espressione, libertà religiosa e di credo", il college ha deciso di aprire a uno stand “multiconfessionale”, dal quale però è stata comunque esclusa l’Unione cristiana. Da notare inoltre che tra gli eventi a cui le matricole dovranno obbligatoriamente partecipare c’è ad esempio un “workshop LGBTQ+”. La vicenda è ancora più grottesca se si considera, come ricorda il Corriere della Sera, che "la maggior parte dei college di Oxford venne fondata nel Medioevo ad opera di vescovi e monaci cristiani e al loro interno sono collocate splendide cappelle: che però sono state oggi riconvertite in spazi di preghiera e meditazione multiconfessionali. Anche il Balliol sorse nel 12634 sotto gli auspici del vescovo di Durham


Da IL GIORNALE Francesco Curridori Mar, 10/10/2017 

A CESENA, FINO AL 22 OTTOBRE MOSTRA SU 
LIBERTA' RELIGIOSA UN DIRITTO A RISCHIO