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mercoledì 18 novembre 2020

RECOVERY CRASH

 Non sono Ungheria e Polonia a bloccare gli aiuti Ue

Lo scontro sulla clausola del rispetto dello Stato di diritto (che presenta molti problemi) è stato voluto dai paesi del Nord per affossare il Recovery Fund 


Tutti i giornali ieri accusavano Ungheria e Polonia di «tenere in ostaggio» il Recovery Fund. L’altro giorno si è riunito il Comitato dei rappresentanti permanenti presso la Ue e, come previsto, gli ambasciatori dei due paesi hanno votato contro il pacchetto proposto dalla presidenza tedesca. Questo comprende, oltre al Next Generation Eu, l’accordo di principio sul bilancio pluriennale dell’Unione 2021-2027 e l’intesa con il Parlamento sul rispetto dello Stato di diritto come condizione per ottenere i fondi europei. Budapest e Varsavia non sono d’accordo solo su quest’ultimo punto e, per bloccarlo, si sono opposti agli altri due sfruttando la struttura a pacchetto delle tre decisioni scelta dalla Germania.

LO STATO DI DIRITTO USATO COME GRIMALDELLO LGBTQI

I due paesi hanno tutto da perdere nel bloccare bilancio e Recovery Fund dal momento che, ad esempio, l’Ungheria riceve 6,3 miliardi dai fondi di coesione e 7,5 miliardi dal nuovo schema di solidarietà europea. Ma come dichiarato dal premier magiaro Viktor Orban, condizionare l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto «trasformerebbe l’Unione Europea in una nuova Unione Sovietica». Orban ha tutto l’interesse ad alimentare la tensione con Bruxelles per strappare ulteriori voti in vista delle elezioni del 2022, però, al di là dei toni, qualcosa in questa faccenda dello Stato di diritto non torna davvero.

Con Stato di diritto, infatti, la Commissione europea non si riferisce soltanto ai temi della magistratura indipendente, della lotta alla corruzione, del pluralismo dell’informazione, del bilanciamento dei poteri, e in generale della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini. Intende dare vere e proprie patenti di democraticità agli Stati anche in base alla tutela dei nuovi diritti civili. Nel primo report del 30 settembre sul rispetto dello Stato di diritto nell’Ue, ad esempio, la Polonia è stata censurata per il trattamento di Ong e gruppi Lgbt.

Ursula von der Leyen ha poi parlato della necessità di definire strategie per realizzare un piano che implementi l’ideologia Lgbtqi negli ordinamenti giuridici dell’Unione e degli Stati membri. Come riportato dal Centro studi Livatino,

«la subordinazione dei finanziamenti europei all’adeguamento degli ordinamenti degli Stati membri alle azioni contenute nel piano è grave, si tratta di una potestà che esula dai poteri conferiti all’Unione dall’art. 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (Tfue) e dà vita a un’interpretazione di mala fede di trattati istitutivi. L’art. 10 Tfue, infatti, deve essere letto in combinato disposto con gli art. 5 e 6 e con il più generale principio di razionalità, per cui la leva finanziaria non può essere utilizzata come strumento surrettizio per forzare la sovranità degli Stati membri in materie che esulano dalle competenze dell’Unione Europea. E tale coartazione, da parte della Commissione, appare tanto più odiosa nella misura in cui, dichiarando di applicarsi anche ai finanziamenti per l’emergenza sanitaria, discrimina apertamente i malati e le loro famiglie rispetto ad altre categorie sociali (gli Lgbtqi) senza alcuna base razionale».

LA VERA MINACCIA SONO I PAESI DEL NORD

Ungheria e Polonia non hanno dunque tutti i torti a protestare contro questa nuova iniziativa. Soprattutto, non si può dimenticare che sono stati i paesi del Nord (Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia) a insistere sull’inserimento della clausola dello Stato di diritto proprio per scatenare la reazione di Budapest e Varsavia e così affossare, o almeno rimandare, l’odiato Recovery Fund. Come nota Federico Fubini sul Corriere, la vera minaccia al lancio del fondo europeo sono i paesi cosiddetti “frugali”.

Se i governi possono trovare un’intesa sul meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto, magari annacquandolo tanto da renderlo ininfluente, il Recovery Fund una volta approvato dal Consiglio europeo dovrà essere ratificato dai Parlamenti nazionali. «In Olanda il 17 marzo ci sono le elezioni politiche, dunque la ratifica slitta almeno ad aprile. Danimarca e Svezia sono rette da governi di minoranza che non controllano Parlamenti molto sospettosi verso il Recovery Fund. In Finlandia non è molto diverso. È dunque anche il tentativo di rassicurazione dei parlamentari dei paesi nordici che spinge la Commissione ad essere troppo pignola sui prerequisiti dei piani nazionali da presentare».

SE NE RIPARLA A LUGLIO, MA NON ERA «URGENTE»?

Chi è dunque che tiene in ostaggio il Recovery Fund? Né la Polonia né l’Ungheria, ma i paesi del Nord. Se i membri dell’Ue riusciranno alla fine a raggiungere un faticoso accordo, è impossibile che le risorse arrivino prima dell’estate 2021. A questo punto sorge una domanda: ma la risposta europea alla crisi causata dalla pandemia a partire da marzo non era «necessaria e urgente» (Giuseppe Conte, aprile 2020), «doverosa e urgente» (Angela Merkel giugno 2020), «nobile e urgente» (Ursula von der Leyen, settembre 2020)? Non per tutti, evidentemente.

@LeoneGrotti

Foto Ansa

18 novembre 2020 

domenica 25 ottobre 2020

LO STATO DI DIRITTO È IL NUOVO CAVALLO DI TROIA DELL’UE

 STEFANO SPINELLI 25 OTTOBRE 2020 TEMPI

I paesi che insistono perché la Commissione dia le pagelle agli Stati non fanno che bloccare l’arrivo delle risorse del Recovery Fund e imporre una visione politica di parte.

Gli Stati sono alle prese con una grave crisi sanitaria ed economica e l’Europa ha promesso aiuti mediante lo strumento del Recovery Fund e ne sta ancora discutendo. Intanto il tempo passa e la pandemia chiede risposte. La domanda che si fanno tutti gli Stati, almeno quelli che hanno deciso di attivare la richiesta di fondi, come l’Italia, è questa: a quando le sovvenzioni?


Il recente vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue del 15 e 16 ottobre ha lasciato in sottofondo il delicato problema. Si è dunque persa un’occasione per accelerare l’attivazione del piano di aiuti agli Stati per 750 miliardi (parte in sovvenzioni e parte in prestiti), che sarebbero necessari adesso, per contrastare gli effetti della pandemia sanitaria. Invece, ben che vada, si parla comunque di fondi disponibili nel corso della seconda parte del 2021 (gli Stati dovrebbero presentare i relativi “piani per la ripresa e la resilienza” entro il 30 aprile; la Commissione dovrebbe valutarli entro due mesi, prima di essere approvati dal Consiglio). Il problema è che – per poter avviare la procedura – manca ancora un’intesa tra Parlamento e Consiglio.

COSA STA SUCCEDENDO?

L’Europa deve approvare il prossimo quadro finanziario pluriennale, cioè il budget a lungo termine dell’Ue a cui sono legate le risorse del Next generation Eu, e quindi anche l’operatività del Recovery Fund. Alcuni europarlamentari e alcuni Stati (i cosiddetti frugali del nord Europa, in particolare l’Olanda e il suo premier Rutte) vorrebbero condizionare l’ottenimento dei fondi di Bruxelles al rispetto del cosiddetto Stato di diritto. «Non ci sarà nessun Recovery Fund senza il meccanismo vincolante dello Stato di diritto», ha detto il leader dei Popolari, Weber (anche se gli stessi Popolari hanno posizioni diverse sia sulla condizionalità degli aiuti, sia sull’opportunità di comminare sanzioni a Ungheria e Polonia, i due paesi sinora sottoposti ad accertamento per violazioni).

Altri paesi del blocco di Visegard minacciano invece il veto se si dovesse rivedere l’accordo di luglio. In particolare, i primi ministri Orban e Morawiecki, hanno annunciato che lanceranno un istituto congiunto per valutare l’applicazione dello Stato di diritto in tutti gli Stati membri dell’Ue. Ritengono infatti che, nel valutare il rispetto delle regole democratiche, Bruxelles utilizzerebbe «due pesi e due misure». «Lo scopo di questo istituto di diritto comparato è quello di non farci prendere in giro», hanno spiegato. Il Consiglio Europeo cerca di mediare, al momento senza esito.

La questione non è di secondo piano e il dibattito sullo Stato di diritto, che si è aperto tra Parlamento europeo e Consiglio e tra singoli Stati membri, rischia di bloccare e sicuramente di allontanare gli aiuti europei ai paesi, ed evidenzia tutti i limiti di questa Europa.

L’UE DÀ LE PAGELLE AGLI STATI

Ma cos’è precisamente questo Stato di diritto, questo rule of law di cui tanto oggi si parla? Dal punto di vista storico-giuridico, la nozione, a fondamento delle concezioni costituzionali europee, indica il primato della legge sulle amministrazioni, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la separazione dei poteri. Il principio è richiamato – ma non declinato – nell’art. 2 del Trattato Ue. In realtà, detto istituto viene oggi utilizzato per dare patenti di conformità ai valori democratici, con riguardo a una magistratura indipendente, alla lotta alla corruzione, al pluralismo dell’informazione, al bilanciamento dei poteri, e in generale alla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini.

«Lo Stato di diritto e i nostri valori condivisi – ha detto Ursula von der Leyen – sono alla base delle nostre società. Fanno parte della nostra identità comune di europei». E ha lanciato un nuovo meccanismo di prevenzione e di promozione della cultura dello Stato di diritto, che si propone di monitorare annualmente i singoli Stati, enucleando le criticità presenti all’interno di ciascuno di essi. Il 30 settembre la Commissione ha pubblicato il primo report.

È in questa ottica che è stata avanzata anche la proposta di collegare lo Stato di diritto all’uso dei fondi europei, consentendo all’Ue di sospendere, ridurre o limitare l’accesso ai suoi finanziamenti in caso di violazioni. Ma questa proposta pare problematica per tanti aspetti e rischia di dividere l’Europa. Al di là della bontà generale e astratta dei principi richiamati, questo meccanismo può facilmente trasformarsi in un’arma politica, per contrastare paesi nemici, o limitare la sovranità dei singoli Stati, in relazione a scelte concrete che potrebbero essere valutate non coerenti con certi contenuti valoriali. «Purtroppo – ha detto il popolare Bellamy – i dibattiti sullo Stato di diritto sono spesso utilizzati come opportunità per perseguire processi di parte, condannando alcuni duramente senza fatti concreti, pur rimanendo in silenzio contro altri governi che commettono difetti reali su questioni cruciali».

La maggiore o minore democraticità di uno Stato è un tema politico. Difficilmente può essere oggetto di valutazioni oggettive e paritetiche. C’è una gradualità di situazioni all’interno dei singoli Stati membri, che rende improbo individuare il grado di rottura dello Stato di diritto. C’è infine la domanda principe. A chi spetta dare le pagelle sulla salute democratica degli Stati membri?

LO SCAMBIO TRA SOVVENZIONI E “DIRITTI”


Un primo problema è quello relativo al contenuto valoriale “condiviso” che dovrebbe fungere da criterio obiettivo e imparziale per l’esame degli Stati membri. Nel report della Commissione, le critiche più dure sono quelle dedicate a Polonia e Ungheria, accusate di «crescente influenza del potere esecutivo e legislativo sul funzionamento della giustizia» e di «politiche repressive dei media». Ma lo spettro d’indagine è molto vasto e comprende anche la tutela di nuovi diritti civili. Così l’Ungheria è stata richiamata con riguardo al problema migratorio, per essersi sottratta alla ripartizione di quote previste dall’Ue. Alla Polonia è stato censurato l’operato nei confronti delle Ong e dei gruppi Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender).

Su questi punti la presidente della Commissione, nel suo discorso sullo stato dell’Ue al Parlamento europeo, ha annunciato il «superamento del Regolamento di Dublino» al fine di un riparto degli immigrati, per dare concretezza a un’accoglienza corresponsabile, ma è da molti anni che se ne parla senza alcun esito (e ciò evidenzia un’omissione di intervento che è propria delle stesse istituzioni europee e di pressoché tutti gli Stati membri, anche se solo alcuni subiscono richiami).

E ha parlato di una «Ue dell’uguaglianza», precisando che «la discriminazione basata sull’orientamento sessuale non ha assolutamente alcun posto nell’Ue. Per quanto sarà in mio potere, agirò contro ciò, inclusa la sospensione della distribuzione dei fondi». E sull’omogenitorialità: «Lavorerò per il riconoscimento reciproco delle relazioni familiari nell’Unione europea, perché se tu sei genitore in un Paese, lo sei in ogni Paese». Ci si chiede perché mai l’agenda Lgbt, che prevede anche l’ideologia gender e l’utero in affitto, debba considerarsi elemento caratterizzante lo Stato di diritto.

Nel report, anche l’Italia viene ammonita. «Le istituzioni nazionali per la difesa dei diritti dell’uomo giocano un ruolo importante come guardiani dello Stato di diritto». Si auspica quindi «l’approvazione di un progetto di legge per la creazione di un’Autorità nazionale indipendente dei diritti dell’uomo (Nhri)». Ci si chiede quali contenuti dovrebbe mai avere una tale istituzione per conformarsi ai valori europei.

lunedì 10 agosto 2020

COL RECOVERY FUND SARANNO LACRIME E SANGUE?


Pare proprio di sì. Ecco perché
Daniele Forti 10 agosto 2020 TEMPI

Dopo quattro giorni di accese discussioni, il Consiglio europeo dei 27 paesi che aderiscono all’Unione Europea ha approvato il 21 luglio scorso un documento, le cui conclusioni sono contenute in ben 67 pagine, che costituisce tuttavia uno strumento di lavoro per futuri approfondimenti e decisioni dello stesso Consiglio.
Esse sono suddivise in due parti, che si vogliono collegate: il budget per gli anni 2021-2027 di 1.074 miliardi di euro complessivi e un pacchetto da 750 miliardi di euro (Next Generation Eu), allo scopo di far fronte alle conseguenze della crisi Covid-19.
Conte, Rutte, Merkel, Von Der Leyen

PRESTITI E SOVVENZIONI A FONDO PERDUTO
Le dimensioni del pacchetto sono variate nei mesi da febbraio ad oggi: dai 500 miliardi secondo la iniziale proposta franco-tedesca fino ad un massimo di 1.500 miliardi (secondo la proposta di Ursula von der Leyen) per ridursi poi secondo la proposta della Commissione europea a 750 miliardi, ma la componente delle sovvenzioni (contributi a fondo perduto) è ridotta da 500 a 390 miliardi di euro, mentre i prestiti aumentano da 250 a 360 miliardi.
Alla Commissione è conferito il potere di contrarre, per conto dell’Unione Europea, prestiti sul mercato dei capitali di 750 miliardi di euro fino alla fine del 2026 al più tardi, da rimborsare entro il 2058. Essi costituiscono una emissione una tantum di debito comune. La Commissione potrebbe chiedere maggiori risorse agli Stati membri rispetto alle rispettive quote relative.

IL PIANO «PER LA RIPRESA E LA RESILIENZA»
Per sostenere celermente la ripresa, si sottolinea l’importanza di creare le condizioni adeguate per la rapida attuazione di progetti di investimento, in particolare nelle infrastrutture.
Gli Stati membri sono chiamati a preparare piani nazionali «per la ripresa e la resilienza» in cui è definito il programma di riforme e investimenti di ciascuno Stato membro per il periodo 2021-2023, in cui devono essere presi gli impegni di spesa sia a fronte di prestiti, sia a fronte di sovvenzioni. In particolare, il 70 per cento delle sovvenzioni deve essere impegnato negli anni 2021 e 2022; il restante 30 per cento nel 2023. È previsto un prefinanziamento forse del 10 per cento, che verrà versato nel 2021. I piani verranno valutati in base alla coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, tenuto conto del contributo alla transizione verde e digitale.

LA VALUTAZIONE DEI PROGETTI
La valutazione positiva delle richieste di pagamento sarà subordinata al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali. È previsto che uno o più Stati membri possano esporre al presidente del Consiglio europeo la sussistenza di gravi scostamenti dal «soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali». La questione viene rimandata al successivo Consiglio europeo con conseguente slittamento dei pagamenti!
Il 30 per cento della spesa prevista dal budget settennale e da Next Generation Eu dovrà essere indirizzato al raggiungimento di «un obiettivo climatico generale» in coerenza con gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

QUANTO COSTA AGLI STATI
Oltre a circa 120 miliardi di prestiti, il nostro paese dovrebbe essere intitolato a ricevere circa 80 miliardi di sovvenzioni (come la Spagna), ma dovrà contribuire alla sua quota di bilancio Ue con circa 50 miliardi, ottenendo quindi un contributo netto di circa 30 miliardi: è come se ci venissero restituiti circa 7 anni di contributi netti versati nel bilancio dell’Unione Europea. L’Italia è sempre stata un paese contribuente netto del bilancio europeo. Ora diventa un beneficiario netto.
È prevista l’introduzione di imposte dell’Unione Europea: plastic tax, carbon tax e web tax e forse altro.
Austria, Danimarca, Olanda e Svezia hanno ottenuto un aumento degli sconti di bilancio (rebates), che ammonteranno in totale a 53 miliardi nel prossimo bilancio Ue, di cui l’Italia dovrebbe farsi carico per 11 miliardi sulla base della prassi seguita fino ad oggi, riducendosi così l’effettivo trasferimento netto a una ventina di miliardi (si veda in proposito Silvia Merler su Algebris Policy and Research Forum).

QUANDO SI VEDRANNO GLI EFFETTI
Next Generation Eu è destinato ad avere un effetto relativamente piccolo sul 2021; durante il successivo biennio 2022-23 l’effetto potrebbe ampliarsi. L’Italia dovrà contare su se stessa e il supporto della Bce; il mercato dei capitali ci è favorevole: oggi l’emissione di Btp a 10 anni è stata collocata ad un tasso lordo vicino all’1 per cento!
Dovrebbe risultare evidente che la pubblica amministrazione del nostro paese, più di ogni altro, sarà chiamata nei prossimi mesi a compiere uno sforzo durissimo di programmazione della spesa e di sua rapida attuazione, per raggiungere la quale la semplificazione delle procedure sarà fondamentale (codice degli appalti in primis): tutti gli impegni di spesa dovranno essere deliberati giuridicamente entro 3 anni! Nel passato i fondi stanziati dall’Unione Europea sono stati sempre spesi in genere solo parzialmente e con grave ritardo. È destinata quindi a ripetersi la storia dell’Italia che contribuisce al bilancio Ue e vede ritornare gli stessi fondi con vincolo di destinazioni specifiche e rendicontazione/controllo della spesa?

QUALI RIFORME SARANNO RICHIESTE ALL’ITALIA
Senza alcun dubbio si può sostenere che le riforme che saranno chieste al governo italiano, per valutare il piano di spesa nazionale, avranno come riferimento “le raccomandazioni” già contenute nella “Relazione per paese relativa all’Italia 2020”, pubblicate il 26 febbraio 2020.

Nella “raccomandazione 1” spiccano: 

§  assicurare una riduzione in termini nominali della spesa pubblica primaria netta dello 0,1 per cento nel 2020;
§  utilizzare entrate straordinarie per accelerare la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil;
§  spostare la pressione fiscale dal lavoro;
§  ridurre le agevolazioni fiscali e aggiornare i valori catastali;
§  contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, potenziando i pagamenti elettronici obbligatori anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti;
§  attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica favorevole alla crescita. 

LIMITI AI PAGAMENTI IN CONTANTI
Questo programma “lacrime e sangue” è oggi parzialmente sospeso a causa della crisi da epidemia, ma è destinato a tornare pienamente di attualità: l’abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti da 3.000 a 2.000 euro è uno dei pochi provvedimenti attuati, a parer mio di dubbia efficacia e legalità (vista anche la posizione contraria in materia della Bce). Esso va di pari passo con la richiesta di potenziamento dei pagamenti elettronici obbligatori.
Non si tiene conto che l’Italia ha costantemente goduto di un ampio disavanzo primario, annullato costantemente dalla spesa per interessi. Questa dipende, oltre che dai mercati, dalla politica della Bce di riduzione degli spread fra i diversi paesi. Solo recentemente la Bce ha iniziato una politica più attiva in proposito, superando la regola che si era data di intervenire sul mercato secondario dei titoli di Stato dei paesi membri, facendo acquisti in misura proporzionale alle quote di partecipazione al capitale della stessa.

IPOTESI PATRIMONIALE
L’utilizzo di entrate straordinarie fa balenare l’ipotesi dell’introduzione di una imposta patrimoniale, che finirebbe con l’azzerare la residua fiducia dei risparmiatori nelle istituzioni; al contrario sarebbe di primaria importanza dare fiducia ai cittadini e alle imprese (senza trascurare il terzo settore), per consentire loro di tornare ad investire gli ingenti risparmi accumulati e spesso giacenti sotto forma di depositi presso le banche! Il patrimonio netto dei cittadini italiani è valutato da Banca d’Italia in quasi 10.000 miliardi, dei quali circa 4.000 sotto forma di liquidità.
L’aggiornamento dei valori catastali va coniugato insieme con la reintroduzione di maggiori imposte immobiliari in particolare sulla prima casa. Quindi la raccomandazione è sempre quella di colpire il patrimonio immobiliare (le famiglie) per diminuire la tassazione sul reddito di lavoro dipendente.

QUOTA 100 NO, REDDITO DI CITTADINANZA SÌ
Si richiede fra le righe (ma in modo piuttosto evidente) l’abolizione del provvedimento di “quota 100”, per tornare ad un inasprimento dei criteri di pensionamento. Nel contempo viene valutata positivamente in più parti del documento l’introduzione del “reddito di cittadinanza”, per avere il supposto merito di aver sostenuto la spesa delle famiglie. Non una parola viene spesa per criticare quelle politiche assistenziali di questo e dei passati governi, che non hanno fatto nulla per incrementare i posti di lavoro effettivi. È qui chiaramente evidente l’uso di criteri di parte (intesi a favorire alcuni partiti italiani a danno di altri) nella formulazione delle raccomandazioni.

INVESTIMENTI PUBBLICI
Condivido quando si scrive che:
«Uno stimolo agli investimenti pubblici potrebbe avere ricadute positive sul resto della zona euro. Secondo le stime, un aumento degli investimenti pubblici finanziato senza incidere sul bilancio aumenterà considerevolmente il Pil dell’Italia, anche nell’ipotesi di una stima prudente dell’impatto di stimolo alla crescita della spesa in conto capitale. Le ricadute sugli altri Stati membri della zona euro sono non trascurabili, almeno nei primi anni successivi all’iniziale stimolo agli investimenti».
Ciò richiede il superamento dell’attuale codice degli appalti, almeno per quanto riguardo le grandi opere strategiche.

ALTRE RACCOMANDAZIONI, ALTRA DUREZZA

Lo stesso tono prescrittivo si ravvisa nelle altre quattro raccomandazioni, dove si sostiene di:
§  contrastare il lavoro sommerso;
§  integrare le politiche del lavoro a quelle sociali;
§  sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro;
§  migliorare i risultati scolastici, rafforzando le competenze digitali;
§  sostegno agli investimenti in materia di ricerca e innovazione e sulla qualità delle infrastrutture;
§  efficienza della pubblica amministrazione, accelerando la digitalizzazione;
§  ridurre la durata dei processi civili;
§  favorire la ristrutturazione dei bilanci delle banche, migliorando la qualità degli attivi (sottintendendo un invito, a mio parere pericoloso, al disinvestimento in titoli di Stato italiani).
Questa durezza da precettore non tiene in alcun conto che l’economia italiana era la quarta al mondo fino a due decenni fa e il Pil italiano era pari o superiore a quello del Regno Unito (oggi è del 30 per cento inferiore), il sistema bancario italiano era fra i più sani in Europa e il tasso di risparmio dei privati era fra i più alti al mondo. L’economia italiana cresceva fino agli anni Novanta al ritmo di quella tedesca.

E L’EUROPA? E LO STATALISMO?
Non si spendono parole per ammettere i deficit, incertezze e lentezze delle politiche finanziarie delle istituzioni europee, particolarmente in caso di panico finanziario o crisi economica.

Non si condanna mai il crescente statalismo di ritorno nell’economia e nella società: i crescenti deficit di spesa pubblica di scarsa qualità sono stati e sono il frutto di un malinteso “keynesismo” della sinistra, che ha preteso di puntare ad un “aumento dell’accumulazione del capitale”, con una spesa spesso dedita alla sola assistenza e improduttiva (da qui la politica odierna dei bonus).

Il cammino è ancora lungo. Non ci sarà alcun “pasto gratis”!