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sabato 1 settembre 2018

I CRISTIANI DEVONO LOTTARE PER RESTARE IN IRAQ. QUESTO È IL NOSTRO COMPITO




Intervista a don Georges Jahola, che coordina la ricostruzione di Qaraqosh dopo la cacciata dei jihadisti dell’Isis: «Dobbiamo essere pronti anche a una nuova persecuzione»



«Che cosa troverò quando tornerò a casa? In quanti rientreranno dopo essere fuggiti dall’Iraq? Quante perdite subiremo in questa guerra?». Sono queste le domande che don Georges Jahola, originario di Qaraqosh, si faceva nell’agosto di quattro anni fa, quando lo Stato islamico invase i villaggi cristiani della Piana di Ninive obbligando 12o mila persone a scappare portando con sé solo i vestiti indossati al momento della fuga. 
Dal 2003, su 1,5 milioni di cristiani, oltre un milione ha abbandonato il paese a causa della guerra e delle discriminazioni e l’Isis non ha fatto che dare il colpo di grazia a un trend iniziato con l’invasione americana. Oggi i cristiani sono meno di 250 mila. Da quando i jihadisti sono stati sconfitti e la Piana di Ninive liberata, a fine 2016, i cristiani iracheni si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a rimettere pietra su pietra. 
«Chi si è stabilito all’estero, fa fatica a tornare indietro», dichiara a tempi.it don Georges, che venerdì parlerà al Meeting della ricostruzione di Qaraqosh, i cui lavori sono presieduti proprio dal sacerdote. «Dal punto di vista politico non è cambiato niente in Iraq. E senza la prospettiva di una vita migliore, nessuno si arrischia a rientrare. Per i musulmani è diverso: per loro non è un problema riprendere possesso delle loro case».


A che punto è la ricostruzione?
Migliaia di famiglie sono tornate, stabilendosi nelle case ricostruite o messe in sicurezza o in quelle di chi è fuggito all’estero e ha dato il permesso di usarle. A Qaraqosh, che costituisce circa il 60% della Piana di Ninive, la ricostruzione è al 35%, in altri villaggi siamo al 55% o al 60%. Ma il lavoro da fare è ancora enorme: ci sono così tante case bruciate o distrutte.
Quando prevedete che finiranno i lavori?
Dipende dai fondi. Niente è stato ricostruito per merito del governo, che non ci ha dato un soldo. Ha fatto tante promesse e poi non ci è arrivato nulla come risarcimento. Così i cristiani soffrono due volte.
Perché?
Per l’inefficienza dello Stato, come tutti gli altri iracheni, e per la discriminazione come minoranza. La mentalità del paese non è cambiata, noi vogliamo essere protetti dalla Costituzione ma ci sono ancora molti musulmani che appoggiati dai funzionari cercano di acquistare le nostre case e i nostri terreni.
L’invasione dell’Isis ha cambiato il rapporto tra cristiani e musulmani?
Sì, ma direi che il rapporto è comunque buono, specie in alcuni luoghi, come a Mosul, dove anche i musulmani hanno sofferto per mano dei jihadisti. Ovviamente gli estremisti rimangono e dobbiamo stare attenti, ma convivere è l’unico modo per rimanere in questa terra.
Che cosa serve ai cristiani per continuare a vivere in Iraq?
Soprattutto la pazienza, perché sono sicuro che se restiamo in questo momento di difficoltà il futuro sarà diverso, e poi la capacità di lottare. Noi dobbiamo lottare per restare qui, per la sopravvivenza. Il nostro compito è testimoniare Cristo in questa terra, non all’estero dove scompariremmo. Qui possiamo portare frutto e io vedo già che molti musulmani si fanno delle domande: perché i cristiani, al contrario nostro, sono pacifici? Solo qui possiamo piantare il seme della pace e di Cristo nel loro cuore.
E se l’Isis o chi per loro tornasse?
La fede è tutto per noi e bisogna mettere in conto anche la persecuzione.
Chi vi ha aiutato di più a ripartire?
Soprattutto Aiuto alla Chiesa che soffre attraverso i fondi raccolti tra i cristiani comuni.
E la Chiesa?
Se devo dire la verità ci aspettavamo di più dai vertici.
Siete contenti per l’elezione a cardinale del patriarca Sako?
Non so perché hanno scelto di farlo cardinale. Da patriarca aveva già un ruolo fondamentale all’interno della Chiesa.
L’Occidente e l’Europa invece hanno fatto qualcosa per voi?
Promesse tante, concretamente niente. Soprattutto è inutile che diano soldi al governo, perché poi di quei fondi a noi non arriva nulla.
I giornali scrivono di nuovi attacchi e di un possibile ritorno dell’Isis. Siete preoccupati?
La stagione dell’Isis è finita definitivamente. Restano molti gruppi armati, politici e militari che si fanno la guerra, come prima. La soluzione può essere solo il disarmo di questi gruppi.



Agosto 22, 2018 Leone Grotti TEMPI





giovedì 27 agosto 2015

HO VISTO IL VOLTO DEL MALE

“Per favore, se c’è qualcuno che ancora pensa che l’Isis non rappresenta l’islam, sappia che ha torto. L’Isis rappresenta l’islam, al cento per cento”. 

Ha alzato la voce, intervenendo al Meeting di Rimini, padre Douglas al Bazi, sacerdote cattolico iracheno e parroco a Erbil, formulando – a mo’ di provocazione e con toni duri – un’equazione che ben pochi si erano spinti a  sostenere. 
Porta sul corpo i segni delle torture subite nove anni fa, quando una banda di jihadisti lo sequestrò per nove giorni, tenendolo bendato e in catene, con il setto nasale fracassato da una ginocchiata: “Per i primi quattro giorni non m’hanno dato neanche da bere. Mi passavano davanti e mi dicevano ‘padre, vuoi dell’acqua?’. Ascoltavano tutto il giorno la lettura del Corano per far sentire ai vicini quanto fossero bravi credenti”. 

A padre Douglas non appartiene il felpato linguaggio della diplomazia, il perbenismo di gran moda di cui si fa gran uso per non urtare sensibilità  varie. Nessuno spazio, nelle sue parole, neppure per le discettazioni sul grado più o meno alto di moderazione insito nelle religioni e per gli appelli al dialogo a tutti i costi con i tagliatori di teste, gli impiccatori di vecchi studiosi in pensione e, perché no, con il califfo in persona. Più che con i salotti e con certi pulpiti occidentali, l’intervento di padre Douglas è in sintonia con quel che dicono da tempo i presuli locali, a partire dal patriarca di Baghdad, mar Louis Raphaël I Sako, che nel suo libro “Più forti del terrore” (Emi) ha accusato l’ayatollah al Sistani – la massima autorità sciita irachena – di non aver aperto bocca sulle persecuzioni dei jihadisti contro le minoranze perché “tanto non mi ascoltano”.


Padre Douglas al Bazi è responsabile di due centri di accoglienza per cristiani scampati all’avanzata dell’orda nera, non distante da Ankawa. Dopo la marcatura delle case cristiane dislocate nella piana di Ninive con la “n” di nazareno, un anno fa, “dalla mattina alla sera abbiamo ricevuto migliaia di profughi” e l’esodo ancora continua. 

“Io sono orgoglioso di essere iracheno, amo il mio paese. Ma il mio paese non è orgoglioso che io sia parte di esso. Quello che è successo alla mia gente è un genocidio. Vi imploro: non parlate di conflitto. E’ un genocidio”, ha detto il sacerdote, che di islam moderato non vuol sentire nemmeno parlare: 
“Quando l’islam vive in mezzo a voi, la situazione potrebbe apparire accettabile. Ma quando uno vive tra i musulmani, tutto diventa impossibile. Io qui non sono a spingervi all’odio verso l’islam. Io sono nato tra i musulmani, e tra essi ho più amici che tra i cristiani. Ma la gente cambia e se noi ce ne andremo nel mio paese nessuno più potrà distinguere la luce dalle tenebre. C’è chi dice ‘ma io ho tanti amici musulmani che sono simpatici’. Sì, certo. Sono simpatici, qui. Là la situazione è ben diversa”

Una situazione riguardo la quale aveva speso parole dure anche il vicepresidente della conferenza degli imam di Francia (e imam di Nimes) Hocine Drouiche, intervenuto lo scorso luglio al Parlamento europeo: “Nel mondo i cristiani sono perseguitati, braccati, privati del lavoro, imprigionati, torturati, assassinati. Tutti i mezzi sono usati per costringerli a rinnegare la loro fede, compreso il rituale dello stupro collettivo, considerato in certi stati come una forma di sanzione penale. Possedere una Bibbia è diventato un crimine, proibita è la celebrazione del culto, si è tornati ai tempi delle messe nelle caverne e dei primi martiri”. E la colpa, aveva aggiunto Drouiche in un discorso che ben poco risalto aveva avuto sui media europei, è “dell’islam contemporaneo”, che è molto più vicino “al settarismo, piuttosto che a una religione universale e aperta”.


“Credo che alla fine ci distruggeranno”
Il racconto di padre al Bazi è poi quello di chi rischia quotidianamente di essere assassinato per strada: “Noi non sappiamo mai se, uscendo da una chiesa, avremo la possibilità di rientrarci da vivi. A Baghdad hanno fatto esplodere la mia chiesa davanti ai miei occhi. Mi hanno sparato alle gambe con un AK-47, una specie di Kalashnikov, e probabilmente prima o poi mi ammazzeranno”. 

Eppure, la fede è solida: “Quando mi hanno incatenato, nei giorni del mio sequestro, hanno stretto ai polsi un grosso lucchetto. Dalla catena avanzavano dieci anelli, che ho usato per recitare il Rosario. Non l’ho mai fatto in maniera tanto profonda come in quella circostanza”. “Io – ha aggiunto padre Douglas – non imploro il vostro aiuto. Non sono spaventato, così come non è spaventata la mia gente. Credo ci distruggeranno, alla fine. Ma credo anche che l’ultima parola sarà la nostra. Gesù ci ha detto che bisogna portare la propria croce, ed è quello che noi in medio oriente stiamo facendo. Ma la cosa più importante non è di portare la croce, bensì di seguirla. E seguirla significa accettare, sfidare e impegnarsi fino alla fine. A questo noi non rinunceremo mai”. “Bisogna avere pazienza e portare la croce ogni giorno, ma dobbiamo anche reagire”, gli ha fatto eco padre Ibrahim Alsabagh, parroco ad Aleppo che ha ricordato come la città sia ora “divisa in decine di parti, ognuna delle quali è in mano a un gruppo jihadista diverso. La nostra chiesa di San Francesco è a sessanta metri dalla linea di fuoco. Hanno già colpito tante chiese, non sappiamo quando toccherà alla nostra”. 

Ecco perché padre Douglas, a conclusione del suo intervento, ha lanciato un monito all’occidente infiacchito: “Svegliatevi! Il cancro è alla vostra porta. Vi distruggeranno. Noi, cristiani del medio oriente, siamo l’unico gruppo che ha visto il volto del male: l’islam”.

sabato 28 marzo 2015

QUESTA E' LA FEDE DI MYRIAM DI QARAQOUSH



La sua testimonianza è commovente. E’ di una bellezza immensa. E’ ciò che accade quando la fede diventa mentalità.
E’ ciò che accade quando la fede diventa cultura, cioè uno sguardo semplice sulle cose che si trasforma in una melodia e viene cantata dal popolo, e si ritrova nelle feste. Quando la fede diventa una cosa così semplice i nomi delle persone e dei fatti sono occasione per noi.
Allora si parla della mamma e si parla di Dio, si parla dell’amica e si parla di Dio.. Si parla di Dio e si pensa all’amica ed a sè.
Sono questi i nostri amici. Sono loro, questi piccoli che dobbiamo sostenere come possiamo, soprattutto con la preghiera.
Chiediamo a noi stessi una sete di verità e di poter stare con stupore davanti alla bellezza, così. Che il Signori illumini i nostri passi e ci doni la sua Grazia affinchè possiamo portare il Suo nome, come ci ha fatto vedere Myriam.
SamizdatOnLine
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mercoledì 14 gennaio 2015

LOUIS SAKO: TE DEUM LAUDAMUS PERCHÉ POSSIAMO SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA

Louis Raphaël I Sako è il  patriarca di Babilonia dei caldei. Dall’estate scorsa, quando lo Stato islamico ha occupato parte dell’Iraq instaurandovi un califfato, Sako fa avanti e indietro fra Baghdad e il Kurdistan, dove si reca in visita alle migliaia di profughi, soprattutto cristiani e yazidi, costretti dall’armata terrorista a lasciare le proprie case.



 Nonostante le sofferenze, le difficoltà e tanta amarezza per le ingiustizie compiute contro di noi, viviamo nella vera pace e ringraziamo Dio, che ci ha salvati da tutto questo male che ci ha investito. I cristiani hanno perso tutto, ma hanno salvato la cosa più importante: la fede. Insieme alla vita, perché le perdite umane sono state pochissime.
Ringraziamo Dio per i tanti segni di speranza che ci ha mandato in questo tempo. Anzitutto tutta questa solidarietà internazionale verso i cristiani. Non solo la solidarietà e la carità delle Chiese, ma anche quella delle persone, dei singoli individui. Sono cose che ci aiutano a perseverare e a sperare. Ma ci sono anche tanti altri segni. Quest’anno abbiamo avuto dieci nuovi seminaristi, che sono tanti per una Chiesa come la nostra che ha visto tante emigrazioni negli ultimi anni; sono nati gruppi di preghiera e gruppi di lavoro nelle parrocchie sorte per rispondere ai bisogni di questa emergenza nella quale continuiamo a vivere.
Ringraziamo Dio anche per i tanti musulmani che sono venuti a scusarsi per quello che è stato fatto dai fondamentalisti, che hanno chiesto perdono e hanno portato aiuti ai cristiani in difficoltà.
Non tutto è nero nelle circostanze che stiamo vivendo, ci sono segni luminosi che bisogna saper vedere. Noi speriamo e preghiamo che l’anno nuovo porterà pace e stabilità per noi, ma non solo per noi: per tutti gli uomini del mondo, a cominciare da questa regione del Medio Oriente.

Natale in mezzo ai rifugiati
Io penso alla Siria, allo Yemen, al Libano, alla Libia: noi cristiani non pensiamo solo ai cristiani, ma ad ogni persona umana, che ha il diritto di vivere nella libertà e nella dignità.
Perciò ho chiesto a tutti i sacerdoti caldei di concludere l’anno con una Messa per ringraziare Dio per tutte le grazie e per tutte le sofferenze che ci ha dato. Perché non tutti, ma tanti fra di noi hanno saputo trasformare le sofferenze in grazie. E ho chiesto anche di iniziare l’anno nuovo con una Messa, per pregare che l’anno nuovo porti più pace e stabilità.
Nel mio viaggio nel nord del paese a metà di dicembre ho percepito quanto grande sia la sofferenza della gente, quanto pesante la loro croce. Ho anche incontrato il primo ministro curdo Nechirvan Barzani, che è molto vicino ai profughi e che mi ha promesso di fare tutto quello che gli è possibile per questa gente, di aiutarli a trovare lavoro e alloggi per le famiglie. Ha chiesto alle scuole e alle università della regione di accogliere gli studenti che arrivano da Mosul e dalle cittadine della Piana di Ninive. Ho trovato tutte le chiese molto dinamiche nell’aiutare gli sfollati e nell’incoraggiarli a rimanere e a sperare.
Ho visto quello che facevano per alleviare la sofferenza che vivono, anche con attività come riunire e visitare le famiglie, mandare Babbo Natale a visitare i bambini. Tutti lavorano intensamente. Perciò ho deciso che avrei celebrato la Messa di Natale non a Baghdad, sede del patriarcato, ma in mezzo ai profughi cristiani nel nord. Così ci siamo trovati in una grande tenda-chiesa nei pressi di Ankawa, il quartiere a maggioranza cristiana della città di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, dove si trova la maggioranza dei rifugiati. Abbiamo celebrato la Messa di Natale sotto a una tenda nel più grande campo di rifugiati cristiani, insieme ai vescovi della regione e alla presenza delle autorità.
Quello che stiamo vivendo noi è l’equivalente della fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Noi viviamo queste figure bibliche nella nostra carne. E come la Sacra Famiglia è tornata in Palestina, anche noi torneremo nella nostra terra.

da Tempi, 5 gennaio 2015

lunedì 25 agosto 2014

DIFENDERE I CRISTIANI IN IRAQ

Si è conclusa ieri la visita di solidarietà dei Patriarchi orientali cattolici e ortodossi a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Una visita i cui toni sono andati oltre il contesto pastorale e di protocollo, specie dopo l'incontro con il presidente della regione autonoma, Massoud Barzani, durante il quale i Patriarchi non hanno risparmiato di esprimere un fermo punto di vista riguardo alla questione della legittimità dell'uso della forza per respingere l'aggressione degli jihadisti dello Stato islamico e riportare i cristiani a Mosul e nei villaggi della piana di Ninive.



Un punto di vista che i Patriarchi hanno poi espresso pubblicamente in una conferenza stampa che ha seguito l'incontro. Dopo la conferenza i Patriarchi Younan, dei siro-cattolici, ed Ephrem Karim, dei siro-ortodossi si sono trattenuti un po' più a lungo nella regione, per stare vicino ai gruppi di fedeli in Iraq. Il cardinale Béchara Raï e Gregorios III sono invece rientrati in Libano.
Come riferito dall’agenzia Asia News, la conferenza non ha avuto nulla di convenzionale. Anzitutto per il “grido d’allarme” lanciato dai Patriarchi riguardo alla situazione nel Paese, per cui hanno invocato un immediato intervento che “corrisponde a ciò che insegna la Chiesa cattolica in materia di legittima difesa”.
"Non c'è nemmeno un secondo da perdere”, afferma Youssef II Younane, “è in gioco la nostra sopravvivenza in Mesopotamia. Le nazioni libere che aderiscono alla Carta dei diritti dell'uomo devono avere il coraggio di essere fedeli ai loro principi”.
“Noi – rimarca con vigore il Patriarca - chiediamo un intervento internazionale in nostra difesa, e non certo per conquistare alcunché. Noi abbiamo il diritto di difenderci e noi chiediamo di essere difesi. La comunità internazionale lo ha ben fatto in precedenza in Kossovo, malgrado l'opposizione, all'epoca, della Russia”.
Per questo noi, insieme a Papa Francesco, i Capi delle Chiese orientali chiedono “di fare in modo che vengano rispettati i nostri diritti per un intervento militare di natura difensiva, per fronteggiare i gruppi jihadisti che ci minacciano". 
D’accordo anche il Patriarca maronita Béchara Raï ad interpellare al più presto la comunità internazionale. "Noi - ha detto – pensiamo che lasciare campo libero agli jihadisti dello Stato islamico sarebbe davvero vergognoso per l'Occidente. Che un gruppo di terroristi di ispirazione diabolica sia lasciato libero di agire è uno scandalo senza precedenti”.
“Noi – ha soggiunto il cardinale - chiediamo alla comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità. È inammissibile che un gruppo di questa natura opprima in questo modo dei popoli, e che la comunità internazionale non prenda la difesa di un gruppo incapace di difendersi da solo". 
Dal canto suo, il Patriarca Younane ha implicitamente accusato la dottrina wahabita, professata in Arabia Saudita, quale fonte di ispirazione dello Stato islamico. "Tale gruppo non ha potuto nascere - ha affermato - se non grazie a questo sostegno. Oggi cerca di sottrarsi alle proprie responsabilità, che derivano da questa situazione". 
In merito all'incontro con il presidente Barzani - infoma ancora Asia News - , fonti vicine alla delegazione patriarcale hanno rivelato che egli avrebbe fornito ampie rassicurazione sul fatto che i peshmerga sono pronti a fare il loro dovere, per difendere i cristiani d'Iraq, ma che il Kurdistan al contempo richiede migliori equipaggiamenti dal punto di vista militare. 
Al tempo stesso, Barzani ha confidato ai membri della delegazione che i jihadisti hanno riempito di mine le strade e le case dei villaggi abbandonati dai cristiani in fuga e che, in caso di bisogno, i peshmerga non dispongono delle attrezzature e dell'esperienza necessarie per farlo. 
Nel suo intervento, infine, il Patriarca Ephrem ha rivendicato addirittura una regione autonoma per i cristiani d'Iraq, nel contesto di una repubblica federale irachena. “La Costituzione irakena lo permetterebbe”, ha spiegato Ephrem. E non ha mancato di rivolgere un appello al segretario generale Onu Ban Ki-moon affinché si rechi in visita personalmente in Iraq.
Una parola anche per Papa Francesco perché faccia “un uso più audace della propria influenza per la causa dei cristiani iracheni”. Il Patriarca dei siro-ortodossi ha infine chiesto la liberazione di Mosul, costatando che sia ormai possibile assicurare il rientro in alcuni villaggi della piana di Ninive. 
A conclusione della visita e dando il via alla conferenza stampa, il Patriarca Sako dei caldei ha affermato che le Chiese d'oriente sono un insieme di "piccole Chiese, ma che attraverso la loro unione, possono formare una Chiesa grande e forte". 

 http://www.zenit.org/it/articles/i-patriarchi-orientali-legittimo-l-uso-della-forza-per-difendere-i-cristiani-in-iraq

giovedì 21 agosto 2014

“AHIMÉ, BASTA TACERE! GRIDATE CON CENTOMILA LINGUE. VEDO CHE, PER LO TACERE, LO MONDO È GUASTO, LA SPOSA DI CRISTO È IMPALLIDITA”.

Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.

(Nota del Blog: continuano gli stringenti interventi di Socci sulla persecuzione dei Cristiani, e la critica all'operato del Vaticano e del Papa; spesso sopra le righe, a tratti sferzante e velenoso, interpreta una parte di opinione cattolica. Noi non condividiamo molte affermazioni, ma è utile seguirlo)

Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che – come Caterina – si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.
Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono.

Eppure è difficile e – per un cattolico – molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.
Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana.

Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”.
Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i “nemici dell’Islam”, che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.

Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: “Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ ingerenza umanitaria”.
Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza “bombardare” o “fare la guerra”.
Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti. Qual è infatti il modo per “fermare” una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per “fermare” quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino?
Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di “uso della forza” per la legittima difesa.
Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale,
Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando “il principio della ‘responsabilità di proteggere’ (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati”.
E aggiunse che “il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli”.

In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione”.
Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica).

Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere – sulle orme di Giovanni Paolo II – è che tale “uso della forza” da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.
Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa “politically correct”. Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani “e sono tutti uguali davanti a Dio”. Un’ovvietà che è parsa una “excusatio non petita…”.

Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa “tragedia umanitaria” e per quale motivo viene perpetrata.
Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’Islam.
Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’Islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.
Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio “giudizio culturale” su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani.
Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di “cristiani perseguitati” (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior  numero di paesi del mondo).

Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che – senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica – arrivino presto parole ancora più chiare e decise.
Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate.
L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, oppure “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”.
Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il “dialogo” o la diplomazia.
Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.

Antonio Socci


Da “Libero”, 20 agosto 2014

mercoledì 20 agosto 2014

FERMARE L'AGGRESSORE

CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
DURANTE IL VOLO DI RITORNO DALLA COREA
Volo Papale 
Lunedì, 18 agosto 2014

FERMARE L’AGGRESSORE

(...) 
Santità, mi chiamo Alan Holdren, lavoro per la Catholic News Agency, ACI Prensa a Lima, in Perù, anche EWTN. Come Lei sa, le forze militari degli Stati Uniti da poco hanno incominciato a bombardare dei terroristi in Iraq per prevenire un genocidio, per proteggere il futuro delle minoranze – penso anche ai cattolici sotto la Sua guida. Lei approva questo bombardamento americano?

(Papa Francesco)
Grazie della domanda così chiara. In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo anche avere memoria! Quante volte, con questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: “E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto questo, niente di più.
Secondo, le minoranze. Grazie della parola. Perché a me dicono: “I cristiani, poveri cristiani…” Ed è vero, soffrono. I martiri, sì, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose, non tutte cristiane, e tutti sono uguali davanti di Dio. Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto dell’aggressore, di essere fermato per non fare del male.

(...) 


domenica 17 agosto 2014

NAZARAT

IL VESCOVO NEGRI ESPONE SULLA FACCIATA DELL’ARCIVESCOVADO IL SIMBOLO DEI CRISTIANI PERSEGUITATI DAGLI ISLAMISTI
Agosto 14, 2014 Luigi Negri
«Noi tutti dovremmo desiderare di essere là con loro, per rinforzare la presenza anche numerica dei cristiani in luoghi dove da duemila anni la Chiesa e i cristiani sono presenti e perseguitati»

Il 14 agosto, vigilia della Festa dell’Assunzione di Maria, in previsione della preghiera per i cristiani perseguitati, sulla facciata dell’Arcivescovado di Ferrara sarà posto un manifesto. Nel messaggio se ne spiegano le ragioni.



L’esposizione sulla casa del vostro Vescovo, casa di tutto il nostro popolo cristiano di Ferrara-Comacchio, del marchio raffigurante l’iniziale della parola “Nassarah” (“Nazzareno”), il termine con cui il Corano individua i seguaci di Gesù di Nazareth – che viene imposto dalle milizie dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi agli infedeli-cristiani per i quali non c’è posto nello Stato islamico dell’Iraq e del Levante a meno che si convertano, soggiacciano a una speciale tassazione, subiscano la devastazione dei loro antichi luoghi di culto e la confisca dei beni – vuole dire pubblicamente che l’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio si sente una cosa sola con questi nostri fratelli e sorelle che portano nel loro corpo e nella loro anima le ferite della passione e della morte del Signore.

Mentre ci prepariamo alla giornata di preghiera (15 agosto) perché torni la pace – o meglio sarebbe dire perché il Signore Gesù Cristo faccia un miracolo, per il quale umanamente parlando non si intravedono possibilità, neanche minime – vorrei che per tutta la Diocesi fosse vero quello che il Papa Francesco ha più volte richiamato, ossia che non sia soltanto un “dire” preghiere, ma sia un pregare con la totalità della vita e dell’intelligenza del cuore. Sia, soprattutto, una richiesta di perdono a Lui poiché la nostra vita di cristiani occidentali è gravemente colpevole nel senso della responsabilità nei confronti di quanto sta accadendo.
Questa responsabilità si esprime con un’ingenuità a dir poco patologica. Si deve parlare di dialogo, certamente sì, ma lo si deve e lo si può fare solo se esso porta con sé la consapevolezza della propria identità e della complessità dell’interlocutore in questione. In ogni caso il dialogo non può essere perseguito ad ogni costo e non può rappresentare assolutamente una forma di dimissione della presenza cristiana nel Medio Oriente.
Noi tutti dovremmo desiderare di essere là con loro, per rinforzare la presenza anche numerica dei cristiani in luoghi dove da duemila anni la Chiesa e i cristiani sono presenti e perseguitati. Preghiamo affinché il Signore ci renda capaci di instaurare e perseguire un dialogo intelligente e non una resa senza condizioni, e preghiamo anche affinché il Signore ci conceda di aiutare positivamente non solo a fermare la fuga di migliaia e migliaia di nostri fratelli e sorelle, colpevoli solo di essere cristiani come i primi martiri ma, per quanto sarà possibile, rafforzare la loro presenza che non possiamo non considerare un contributo essenziale al Bene Comune dell’intera Umanità. Questo è il modo autentico di pregare per la pace che è dono di Cristo Risorto: “La Pace sia con voi”. Il resto finisce per essere solo un vaniloquio. La Chiesa non ha bisogno di vaniloqui e, per quanto mi risulta, neanche Dio.
+Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa


LE PAROLE DELLA CHIESA SUL CALIFFO: AZIONI CRIMINALI INDICIBILI

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sulla violenza degli jihaidisti in Iraq

2014-08-12 L’Osservatore Romano

«Il mondo intero ha assistito, stupefatto, a ciò che ormai viene chiamata “la restaurazione del califfato” che era stato abolito il 29 ottobre 1923 da Kamal Atatürk, fondatore della Turchia moderna. Il fatto che questa “restaurazione” venga contestata dalla maggioranza delle istituzioni religiose e politiche musulmane non ha impedito ai jihadisti dello “Stato islamico” di commettere e di continuare a commettere delle azioni criminali indicibili». Lo scrive il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in un comunicato diffuso questa mattina, marted 12 agosto.

«Il Pontificio Consiglio, tutti coloro che si trovano impegnati nel dialogo interreligioso, gli adepti di tutte le religioni, così come gli uomini e le donne di buona volontà, non possono fare a meno di denunciare e condannare senza ambiguità queste pratiche indegne dell’uomo: il massacro di persone per il solo motivo della loro appartenenza religiosa; la pratica esecrabile della decapitazione, della crocifissione e di appendere i cadaveri in luoghi pubblici; l’imposizione ai cristiani e agli yazidi di scegliere tra la conversione all’islam, il pagamento di un tributo (jizya) e l’esodo; l’espulsione forzata di decine di migliaia di persone, tra i quali bambini, anziani, donne incinta e malati; il prelevamento di ragazze e donne appartenenti alle comunità yazida e cristiana come bottino di guerra (sabaya); l’imposizione della pratica barbara dell’infibulazione; la distruzione dei luoghi di culto e dei mausolei cristiani e musulmani; l’occupazione forzata o la desacralizzazione di chiese e monasteri; il ritiro dei crocifissi e altri simboli religiosi cristiani come quelli di altre comunità religiose; la distruzione del patrimonio religioso-culturale cristiano, di valore inestimabile; la violenza abietta al fine di terrorizzare le persone per obbligarle ad arrendersi o a fuggire.

«Nessuna causa potrebbe giustificare tali barbarie e certamente non una religione. Si tratta di un’offensiva di estrema gravità contro l’umanità e contro Dio che ne è il Creatore, come ha spesso ricordato Papa Francesco.
«Non si può dimenticare tuttavia che cristiani e musulmani hanno potuto vivere insieme — anche se, è vero, con alti e bassi — nel corso di secoli, costruendo una cultura di convivenza e una civiltà di cui vanno fieri. È su questa base, d’altronde, che in questi ultimi anni il dialogo tra cristiani e musulmani è continuato e si è approfondito.
«La situazione drammatica dei cristiani, degli yazidi e di altre comunità religiose ed etniche numericamente minoritarie in Iraq esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di buona volontà. Tutti devono condannare unanimemente, senza alcuna ambiguità, questi crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli. Altrimenti quale credibilità avranno le religioni, i loro adepti e i loro capi? Quale credibilità potrebbe ancora avere il dialogo interreligioso ricercato con pazienza in questi ultimi anni?

I responsabili religiosi sono anche chiamati a esercitare la propria influenza presso i governanti per la cessazione dei crimini, la punizione di coloro che li commettono e il ristabilimento di uno stato di diritto su tutto il territorio, garantendo il ritorno alle proprie case a coloro che sono stati espulsi. Ricordando la necessità di un’etica nella gestione delle società umane, questi stessi capi religiosi non mancheranno di sottolineare che il sostegno, il finanziamento e l’armamento del terrorismo sono moralmente condannabili.

«Detto questo, il Consiglio Pontificio per il Dialogo Interreligioso è riconoscente nei confronti di tutti coloro che hanno già levato la propria voce per denunciare il terrorismo, soprattutto quello che utilizza la religione per giustificarlo. Uniamo dunque la nostra voce a quella di Papa Francesco: “Che il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. La violenza non si vince con la violenza. La violenza si vince con la pace!”».

lunedì 11 agosto 2014

AMEL NONA ARCIVESCOVO CALDEO DI MOSUL

IL MASSACRO DEI CRISTIANI

"Ho perso la mia diocesi, il luogo fisico del mio apostolato è stato occupato dai radicali islamici che ci vogliono convertiti o morti. ma la mia comunità è ancora viva.

Le nostre sofferenze di oggi sono il preludio di quelle che subirete anche voi europei e cristiani occidentali nel prossimo futuro. 
Per favore cercate di capirci. I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla. Occorre che ripensiate alla nostra realta' in M.O., perche' state accogliendo nei vostri paesi un numero sempre più crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio: dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri principi. 
Voi pensate che gli uomini siano tutti uguali, ma non e' vero. L' Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali, i vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra"

dal corriere della sera del 10 agosto