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venerdì 13 settembre 2024

ELEZIONI EMILIA-ROMAGNA 2024/ GRAMSCI E IL MONOPOLIO DEI “MIGLIORI”: COSÌ IL PD SI È PRESO TUTTO

La cappa plumbea e gaudente con la quale il Pd ha blindato l’Emilia-Romagna (nascondendone i problemi) è la realizzazione compiuta dell’ “intellettuale organico” di Gramsci

Gianni Varani

C’è qualche recondito pensiero che lega in qualche modo la recente indicazione di Alessandro Giuli a ministro per la cultura e le non lontane elezioni regionali in Emilia-Romagna. È un nesso del tutto culturale e filosofico. Giuli, pur culturalmente di destra, ha rivalutato di recente il pensiero di Antonio Gramsci, il propugnatore geniale dell’idea di intellettuale organico. Se c’è su questa terra un luogo dove alcune intuizioni del celebre sardo si sono completamente realizzate, questo è l’Emilia-
Romagna.
È in questa regione che il partito-intellettuale organico ha saputo prendere il posto dell’intellettuale-chiesa, come Gramsci auspicava e propugnava, implementando nel tempo non solo una regia politica, sociale, economica e culturale estremamente pervasiva e sistematica, ma anche proponendo una etica propria.

Bologna non era la seconda città dello Stato della Chiesa? Una nuova chiesa ne ha preso il posto, riducendo in gran parte a un ruolo ancillare l’originale. Il mix straordinario realizzato dai comunisti prima, e dagli eredi poi, è in quel solido connubio senza incertezze, impensabile altrove, col capitalismo compiuto, come denunciava a suo tempo Pier Paolo Pasolini.

L’intellettuale organico ha offerto ai “ricchi” la possibilità di continuare ad arricchirsi senza sentirsi in colpa (come già aveva fatto per la verità la Chiesa cattolica), arruolandoli nelle “magnifiche sorti e progressive”, mentre il welfare di tutta la nazione è stato spesso e volentieri usato come bancomat per una qualche redistribuzione di redditi e servizi a vantaggio degli emiliano-romagnoli. Basti rammentare la gratuità dei trasporti pubblici per operai e studenti, in determinate fasce orarie, negli anni 70 a Bologna, o il gonfiamento della sanità regionale al punto che, negli anni 90, il 40 per cento e più del deficit sanitario nazionale era dovuto alla sola Emilia-Romagna. In un certo qual modo si sta ancora pagando, oggi, l’eccesso di sprechi (e quindi di pretese) generato in quel non lontano passato.

Si dirà che è roba antica. Si aggiungerà che anche Gramsci è superato. Tutto ciò in realtà aiuta a capire quali siano le ragioni del tasso di consenso inerziale e durevole di cui ha goduto a lungo la sinistra da queste parti e l’elevato conservatorismo elettorale e culturale. L’intellettuale organico ha educato a lungo le “masse”, con successo. Gli ha offerto ideali, giustificazioni e assoluzioni, gli ha indicato i nemici colpevoli di tutto, ovviamente fascisti, assicurandogli nel contempo di vivere nel migliore dei mondi italiani possibili. Una miscela irresistibile per molti, che hanno così delegato volentieri all’intellettuale organico la cosa pubblica, inclusi molti cattolici.

Ha ragione Giuli: Gramsci è ancora ben vivo e vegeto, anche se molti suoi seguaci non lo leggono e forse nemmeno sanno chi sia. Il Pd dell’Emilia-Romagna – basta ascoltare i toni del sindaco di Bologna o dell’ex governatore regionale – ci fa spesso ancora rivedere il vecchio film manicheo dei “migliori”, dell’unica parte giusta, gli unici affidabili e popolari. Non scordiamo che anche Elly Schlein è cresciuta da queste parti. Il prezzo da pagare per credere ancora a questa narrazione è non guardare in faccia e nascondere gli enormi problemi irrisolti di questa regione: ritardi infrastrutturali (Bologna è la strozzatura viaria nazionale); gravi incurie ambientali; mancanza di visione da decenni sulla sanità; una idea ancora rigida e arcaica della formazione scolastica.

A una tale opera “educativa”, esercitata per decenni dall’intellettuale organico gramsciano, la risposta non può che essere prima di tutto educativa. Ma di una nuova idea educativa, che leghi libertà e responsabilità in modo inscindibile, che non si ritenga proprietaria della cosa pubblica, che susciti risorse senza pretendere di irreggimentarle a priori, che non neghi la realtà, che non pretenda di possedere sempre e comunque a priori le soluzioni alle immense sfide del presente e che perciò cerchi alleanze trasversali senza pregiudiziali. 

Chissà quanti elettori emiliano-romagnoli si faranno, finalmente, nuove domande e si porranno, finalmente, nuovi dubbi.

IL SUSSIDIARIO NET 10 Settembre 2024

 

sabato 23 ottobre 2021

RIPARTIRE CON CORAGGIO E FEDE

 MONS. GIAMPAOLO CREPALDI


Vorrei iniziare questo mio breve intervento prendendo spunto dalle parole del titolo che ci è stato indicato: “Ripartire con coraggio e fede”. Nella situazione che tutti abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, la parola “ripartire” è stata utilizzata da molte parti e in vari sensi. Spesso è diventata una parola magica e abusata nello stesso tempo, con la quale nascondere almeno una parte di realtà, in modo che la “ripartenza” avvenga in un senso utile a chi la proclama. Di appelli alla ripartenza ne abbiamo sentiti molti e non sempre in essi ci siamo riconosciuti perché strumentali. In questa mia conversazione non intendo il termine “ripartire” nei significati che oggi vanno per la maggiore e che sono – come torno a dire – tendenziosi e interessati. Come dobbiamo intendere, allora, questo termine?

Mi aiutano le altre due parole del titolo: coraggio e fede. Il coraggio è una virtù. Platone, nella Repubblica, lo definisce così: “Coraggioso credo noi chiamiamo ciascun individuo quando l’animo suo riesce a salvaguardare, nel dolore e nel piacere, i precetti che la ragione gli dà su quello che è o non è temibile” [Resp., IV, 442 b-c]. Qui Platone ci dice che il coraggio, come ogni virtù, è collegato con la ragione, più precisamente con la ragione pratica, la quale è però una “estensione” della ragione teoretica. San Tommaso afferma che  “la virtù è quella disposizione che rende buono l’uomo che la possiede e l’atto che egli compie” [S. Th., II-II, q. 123, a 1; cfr. S. Th., II-II, q. 47, a 4] per precisare poi che “buono e cattivo si dice in ordine alla ragione” [S. Th., I-II, q. 18, a. 5, resp.]. Allora, la prima leva da cui ripartire è l’uso della ragione, alla quale rimanda la virtù del coraggio. È il titolo di questa conversazione a indicarcelo e io sono pienamente d’accordo con questo suggerimento.

La ragione, però, spesso non ce la fa con le sole sue forze. Ha all’interno una forte spinta perché ogni uomo cerca naturalmente di conoscere, come diceva Aristotele nelle primissime righe dalla sua Metafisica, però comporta anche fatica, come insegnava già Eraclito nel V secolo avanti Cristo dato che – egli diceva –  la “verità ama occultarsi”.

Uno dei grandi insegnamenti di Benedetto XVI è stato che la ragione ha bisogno della fede, non per diventare altro da sé, ma per essere fino in fondo ragione. Questo principio è condiviso da tutti coloro che ammettono la possibilità di una “filosofia cristiana”. Questo perché la fede (cristiana), a sua volta, “non si basa sulla poesia e la politica, queste due grandi fonti della religione; si basa sulla conoscenza … Nel cristianesimo la razionalità è diventata religione” [J. Ratzinger, Fede verità tolleranza, Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 178]. Ecco allora che la ripartenza, oltre che fondarsi sulla ragione deve fondarsi sulla fede. Durante la pandemia abbiamo visto la ragione presentare argomenti di fede e la fede presentare argomenti di ragione, veri o presunti che fossero: così non va. Ognuna deve rimanere quello che è, ma nella collaborazione reciproca, come dice in un suo famoso passo la Caritas in veritate che riprende altri luoghi analoghi di Benedetto XVI. 

Ho utilizzato le parole del titolo perché proprio su questa linea di virtù, ragione e fede, intendo svolgere queste mie riflessioni sulla ripartenza.

Ripartire dalla coscienza

La ripartenza dovrà prima di tutto fondarsi sulla coscienza. Come dice la Veritatis splendor, la coscienza è “un atto dell’intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora” (n. 33).

Dobbiamo realisticamente chiederci se nella attuale situazione politico-sanitaria ci si sia veramente preoccupati di alimentare il giudizio della coscienza personale. Non intendo esprimere qui valutazioni di parte, ma mi sembra doveroso riconoscere che, dai tentativi di persuasione surrettizia fino alla deformazione dei dati informativi di base, si sia fatto molto per impedire alle coscienze di esprimere un giudizio responsabile.

Spesso le decisioni sono state dettate dall’imitazione, dall’obbligo indiretto, dalla fretta, sulla parola di uno o dell’altro esperto, affidandosi ad una o all’altra delle narrazioni in campo, dentro un mare di informazioni confuse e contraddittorie in cui spesso la coscienza è naufragata. Devo aggiungere, a questo proposito, che anche la Chiesa cattolica avrebbe forse potuto fare di più per fornire gli strumenti per un ragionamento personale, secondo verità e libertà, capace di esaminare con ordine i diversi livelli della posta in gioco. Le coscienze sono state fin troppo bombardate da molti slogan, e sono state spinte a valutare in fretta per abbreviare i tempi, che invece, proprio per questo, si sono allungati.

Quello che sto sottolineando ha una proiezione a lungo termine, anche dopo la fine della pandemia, ammesso che possa finire… Quando la coscienza si addormenta, quando ci si abitua a risolvere senza troppa fatica questioni che invece sono complesse, quando ci si scontra tra di noi non con argomentazioni ma con scelte assunte “per sentito dire” o per “parte presa”, i danni sono destinati a ripercuotersi a lungo, perché simili atteggiamenti continueranno anche in altri luoghi della vita sociale, indebolendone le motivazioni.

Nel suo famoso libro “Il potere” del 1951, Romano Guardini aveva messo in luce il pericolo che il potere fosse separato dalla responsabilità: “La progressiva statalizzazione dei fatti sociali, economici, tecnici – e noi potremmo aggiungere, sanitari – e insieme le teorie materialistiche che concepiscono la storia come un processo necessario significano il tentativo di abolire il carattere della responsabilità accettata, di scindere il potere dalla persona” [Il Potere, 1951, Morcelliana, Brescia 1993, p. 121]. Guardini, nella stessa opera, mette in guardia da un pericolo che anche oggi stiamo vivendo, ossia quello del potere “anonimo”: “Può anche avvenire che dietro di esso – ossia del potere – non ci sia alcuna volontà a cui ci si possa rivolgere, nessuna persona che risponda, ma solo una organizzazione anonima” [Ivi, p. 122], e sembra che l’azione passi attraverso le persone come semplici anelli di una catena.

Queste note sulla coscienza hanno un enorme impatto su un’altra fondamentale dimensione della ripartenza, che qui non ho il tempo di approfondire: l’educazione e la scuola hanno subito un grande vulnus in questo periodo e non è da escludere che la ripartenza avvenga anche con importanti modifiche sul fare educazione: esse potranno andare sul sentiero di una ulteriore centralizzazione e pianificazione, oppure di una maggiore assunzione di responsabilità educativa delle famiglie e della società civile.

Ripartire dalla ragione

giovedì 28 gennaio 2021

DIO CI SALVI DALLA DITTATURA ETICA

 

IL RAZZISMO ETICO E' PIU' SUBDOLO DEL RAZZISMO ETNICO

dal blog di Marcello Veneziani 

Twitter censura Trump

“Vaccinarsi è un dovere etico” ha tuonato Papa Bergoglio. Il piano pandemico del ministero della sanità, in bozza, decreta: “i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”

Traduci: con l’etica scegliamo chi salvare e chi no. L’etica prelude all’eugenetica. Ma il presidente del comitato di bioetica Lorenzo D’Avack condanna questa cernita. All’etica si appella sia chi dice di vaccinare prima i vecchi, sia chi dice di vaccinare prima i giovani. È ancora l’etica il freno d’emergenza che colpisce come una mannaia e una censura il mondo politically uncorrect, da Trump al filosofo Alain Fienkelkraut, fino ai sovranisti di casa nostra. Le leggi speciali, le commissioni di vigilanza, i tutori e i censori social che si abbattono come una scure su chi la pensa in modo difforme, si appellano all’etica. L’etica, l’unico Assoluto in vigore. Rischiamo la dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo oligarchi

Tramonta la religione, sparisce la morale, fu sepolta l’ideologia, si modifica la natura e scompare il diritto naturale, si cancellano memorie storiche, tradizioni, principi e valori. Nel mondo globale, dominato dalla tecnologia e dall’economia, di tutta quella moria c’è solo un erede universale: l’etica, appunto. Se perfino un papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità non si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono, vuol dire davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana e giustiziera del pianeta. L’etica applicata agli algoritmi è devastante e dispotica.

Ma guai a parlare di Stato etico, quello no, è fascismo: ma l’etica che interviene dappertutto, che decide, discrimina, punisce, censura che cos’è se non la sua applicazione urbi et orbi?

Il richiamo costante alla bioetica, all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici, segna il dominio di questo principio indeterminato; chi la decide, chi prescrive e proscrive ciò che va fatto, detto e pensato? Non una tradizione né un’esperienza storica consolidata, non una religione e un Dio né un dovere patriottico; ma a stabilirla e a decidere, è una casta, un’oligarchia che decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Sono i tutori dello Spirito del Tempo, i virtuosi custodi dell’eticamente corretto; sono loro a stabilire il perimetro e poi a decidere chi è dentro e chi è fuori. Per questo anni fa parlai di un nuovo razzismo che sorveglia la società e la controlla come una cupola, dividendola in due razze diverse, una dannata e l’altra dominante: è il razzismo etico, più subdolo e invasivo del razzismo etnico. Anche la giustizia è in mano ai pasdaran dell’etica: sentenze, divieti, condanne e assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima che delitti e reati. L’etica fornisce ai suoi utenti pregiudizi indiscutibili.

Eppure l’etica che avevamo conosciuto negli studi classici, l’etica da Aristotele a Spinoza, a Hegel, era una dimensione culturale, civile, educativa fondamentale. Ma assunta a regina solitaria dal mondo, dopo aver fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee, somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile e autoproclamato di custodi, diventa inquietante. E può generare una spirale di intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza. Se non si può discutere e dissentire, subentra la prova muscolare… Una deriva pericolosa.

Ci può portare ovunque, anche alla liquidazione dell’umanità, perfino all’avvento del transumanesimo, a un sistema di controllo totalitario, di sorveglianza etica invasiva… È curioso che imprese private come i giganti del web escano dalla neutralità di mezzi di comunicazione e nel nome dell’etica decidano selezioni, esclusioni e censure etiche, al di sopra degli stati e delle leggi.

Come si è visto con TwitterFacebookGoogleYouTubeParler, ecc. Un inquietante scenario che si aggrava se si aggiungono forme sempre più penetranti di controllo e schedatura degli utenti (ora esplode il caso WhatsApp e l’esodo verso Signal e Telegram).

L’etica è l’alibi di questo controllo globale, e a differenza della politica, è al riparo dal consenso e dal dissenso, impermeabile al voto; è perentoria, assoluta benché arbitraria.

Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto a sottrarsi alla vita, con l’eutanasia, o il suicidio assistito, nel nome della dignità della vita.

Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in primis la vita del nascituro.

Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e può essere etico al contrario dare priorità ai più giovani.

L’etica non è una pianta che nasce nella testa di qualcuno, medico, magistrato, ceo, politico o intellettuale, ma rimanda a un terreno precedente, e controverso, fatto di valori, esperienze, religioni, culture, popoli, tradizioni. Temperato dall’esercizio democratico del voto. 

L’etica non può ergersi a giudice assoluto della vita e della sorte, dei rapporti sociali e delle scelte pubbliche e politiche, ma deve far parte di un politeismo di principi, riferimenti e priorità. L’etica non può esistere senza passione di verità e ricerca della verità. Fermate l’etica che vuol farsi sovrana.

 

mercoledì 19 agosto 2020

LA SEMPLICE E SCOMODA VERITÀ


IL DISCORSO DI MARIO DRAGHI SULL'EMERGENZA DEL CORONAVIRUS, I SUSSIDI CHE FINISCONO E IL DEBITO SCARICATO SULLE SPALLE DEI GIOVANI.


Questa situazione di crisi, la pandemia, tra le tante conseguenze genera incertezza. Forse la prima cosa che viene in mente. Una incertezza che è paralizzante nelle nostre attività, nelle nostre decisioni. C’è però un aspetto della nostra personalità dove quest’incertezza non ha effetto: ed è il nostro impegno etico. Ed è proprio per questo che voglio ringraziare di aver ricevuto questo invito, perché mi rende in un certo senso partecipe della vostra testimonianza di impegno etico. Un impegno etico che non si ferma per l’incertezza ma anzi trova vigore nelle difficoltà, trova vigore dalla difficoltà della situazione presente. Il mio esser qui oggi è motivo di grande gratitudine nei vostri confronti che mi avete invitato.
 Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.
Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.
 In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.
La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora.
(In fondo il link del video)

sabato 4 aprile 2020

UNA CULTURA EMPIA


È empio negare cure a chi ha più di ottant'anni
Calcoli economici e scelte selettive che arrivano a distruggere una civiltà

Nell’Eneide Virgilio chiama sempre Enea «il pio», perché? Perché ha salvato suo padre, scappando dalla città di Troia in fiamme s’è caricato il vecchio Anchise sulle spalle, ed è fuggito curvo sotto quel peso. 
Cosa facciamo noi oggi, per salvarci dal virus? Non parlo di noi italiani, ma di noi occidentali, degli ospedali di noi occidentali. Curiamo i giovani e lasciamo perdere gli anziani.
Ho sotto gli occhi un lancio d’agenzia che dice: «La Catalogna sceglie chi intubare e chi no, ultimi gli ultraottantenni». Con la solita aggiunta esplicativa: «Non stiamo scegliendo chi deve vivere e chi no, ma il sistema non può collassare». Scusate, ma non è la stessa cosa? State scegliendo chi vive e chi no. Certo, è una scelta sofferta, ma purtroppo praticata e giustificata anche da medici, infermieri, politici, sociologi. Dalla cultura del momento. Per la stessa ragione per cui Enea è chiamato «pio», sento di poter chiamare questa cultura «empia».
La medicina, i medici, gli ospedali, gli infermieri che giustificano in qualche modo l’abbandono dei vecchi, malati di questo virus, il diniego delle cure, a volte perfino il ricovero, commettono un’empietà. Stabiliscono che c’è una vita che non merita di esser salvata, ed è la vita oltre una certa età. Mentre sto scrivendo questo articolo, ho davanti agli occhi un giornale dove questa età è indicata negli 80 anni. Vedo che la Catalogna adotta la stessa data.
La vita oltre la soglia degli 80 anni non è più un diritto assoluto, va confrontata con altre soglie, e le soglie più giovani prevalgono. Quelle sì vanno protette e salvate, facendo tutto quello che si può, che la scienza può, che il sistema consente. Per gli anziani in troppe società d’Occidente si fa quel che conviene, che non la scienza, non l’etica, non la religione, ma l’amministrazione e l’economia consigliano.
E se in un ospedale retto con questi princìpi arriva un paziente di 80 anni, con i sintomi di questo virus, quindi col bisogno urgente di essere ricoverato nel reparto che ha le macchine adatte, l’amministrazione dell’ospedale lo ricovera in un altro reparto, sprovvisto di quelle macchine, perché potrebbe arrivare un malato più giovane, di 40, 50 o 60 anni, e le macchine giuste devono essere libere per lui. Il vecchio potrà morire, il giovane potrà salvarsi. Salvando il giovane, che ha davanti a sé un più lungo tratto di vita, salvi più vita, hai più interesse.
È un discorso economico. E giustifica la selezione dei viventi. La selezione dei viventi è stata variamente adottata nelle epoche storiche, quando si sopprimevano, cioè, direbbe papa Francesco, si scartavano i meno forti, i meno sani, i meno intelligenti, i meno perfetti, i meno belli, i difettosi. Eran criteri che “cosificavano” l’uomo, cioè lo riducevano a una cosa. Cosa fa oggi l’anzianità, negli ospedali d’Occidente che la usano come metro di selezione? Fa altrettanto.
Un prodotto vecchio vien rottamato e sostituito. Non è un criterio meno crudele di quelli che scelgono in base alla bellezza o all’intelligenza, anzi è più spietato. “Pio” in Virgilio voleva dire anche buono. Il pio Enea fondava una civiltà.
Noi empi la distruggiamo.

Ferdinando Camon
Avvenire venerdì 3 aprile 2020


giovedì 3 ottobre 2019

UNA SFIDA EPOCALE ALLA CHIESA



 Ernesto Galli della Loggia

L’intima vocazione del cattolicesimo verso il mondo diventa equivalente alla necessità di confondersi con il mondo stesso

Ci sono ragioni ben più importanti di quelle dei buongustai per continuare a ragionare intorno alla decisione di bandire la carne di maiale dalla preparazione dei tortellini in occasione della festa del santo patrono di Bologna: provvedimento motivato dal desiderio di non offendere la sensibilità di coloro cui il precetto religioso vieta di mangiare la carne di quell’animale.
Ragioni più importanti anche degli sgangherati berci in difesa delle «nostre tradizioni» a cui la destra italiana è solita abbandonarsi in queste circostanze. Perché qui non si tratta tanto delle «nostre tradizioni» o di altre cose simili. Si tratta, a me pare, di alcuni decisivi indirizzi di fondo della Chiesa cattolica. Infatti, anche se l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Zuppi, ha rifiutato la paternità della decisione, egli l’ha comunque fatta sua, confermandone l’origine negli ambienti della Curia o comunque ad essa vicini.

In via preliminare viene comunque da porsi una domanda. Posto che ad avere l’interdetto religioso a cibarsi della carne di maiale sono oltre i musulmani anche gli ebrei, risulta forse che nelle precedenti celebrazioni qualcuno, e per prima naturalmente la Curia attuale, si sia mai preoccupato di creare loro qualche imbarazzo servendo per la festa di san Petronio i tortellini tradizionali? Non mi pare. So bene che a Bologna gli ebrei sono una sparuta minoranza mentre la presenza degli islamici è una presenza numerosa.
Ma basta questo a fare la differenza in materia di «accoglienza»? Almeno simbolicamente la sollecitudine alimentare, chiamiamola così, non sarebbe dovuta valere anche per gli ebrei?

Certo, a pensare male si fa peccato, ma è difficile credere che quando si tratta di Islam e di islamici, allora non si tenga inevitabilmente conto della capacità di pressione dell’immensa comunità islamica mondiale, delle potenzialità che essa rappresenta, del peso altrettanto formidabile delle immense risorse finanziarie del mondo arabo e, mettiamoci pure questa, dell’ estrema suscettibilità di taluno dei suoi membri, pronta a trascendere nella violenza più feroce (ne sa qualcosa proprio la cattedrale di san Petronio, da anni guardata a vista dall’esercito a causa di una sempre incombente minaccia degli islamisti per via dell’esistenza tra le sue mura di un’effige di Maometto non di loro gusto). Tutte cose che per gli ebrei non si pongono di certo.

Ma tralascio queste osservazioni per venire alle questioni più importanti che è dato scorgere dietro la decisione bolognese. Quella decisione, infatti, testimonia di qualcosa di generale e di profondo che riguarda un modo d’essere e di pensare che sempre più appare l’attuale modo d’essere e di pensare della Chiesa cattolica. È la tendenza, ormai avvertibile per mille segni, a confondere l’universale con l’indistinto. A interpretare l’intima vocazione del cattolicesimo verso il mondo, la sua storica indole missionaria ad accogliere tutto il mondo dentro di sé, come equivalente alla necessità di confondersi con il mondo stesso, di recepirne esigenze, prospettive, lessico, punti di vista.

Si badi non sto rimproverando affatto al magistero di indulgere a una qualche forma di quietismo morale, di «laissez faire» dottrinale o pratico di fronte alla dimensione del peccato che domina il mondo. Si tratta di un problema del tutto diverso, collegato ad una straordinaria novità storica. Al fatto che a partire dalla seconda metà del Novecento un’ideologia etica di ambito planetario, è andata via via emergendo, per la prima volta nella storia, muovendo da un nucleo originario rappresentato dalla formulazione dei diritti umani. Di essa sono venuti progressivamente a far parte, insieme alla crescita continua dei suddetti diritti, il pacifismo, l’ecologismo, l’antisessismo e quant’altro potesse essere compreso in un’ indistinta prospettiva mondialistico-buonista sotto l’egida di qualche organizzazione o movimento internazionale.

Il cattolicesimo romano con la sua consustanziale ambizione universale si è così trovato di fronte alla sfida interamente inedita di qualcosa che di fatto ambiva a stargli alla pari; che gli stava alla pari. Si è trovato a fare i conti con una sorta di morale anch’essa universale, d’ispirazione naturalistica e di tono fortemente laico, il cui effetto era, ed è, di porre in subordine ogni specifico discorso religioso, ormai ineluttabilmente avviato, si direbbe, a figurare al massimo come una parziale articolazione di sapore arcaico e quasi folklorico di quel più vasto afflato etico che guadagna spazio ogni giorno.

La rinuncia bolognese al maiale testimonia in modo perspicuo di una postura che la Chiesa cattolica – sostanzialmente per difendersi nella sfida di cui sopra - tende oggi ad assumere.

E cioè la tendenza a deporre ogni tratto della propria identità storica che denunci uno scostamento troppo marcato dai principi dell’indistinto etico-mondialista.


Così facendo la Chiesa è convinta, bisogna credere, di aprirsi positivamente al mondo; e alla fine di riuscire in tal modo ad assimilarlo a sé, potendo tra l’altro essa disporre di una risorsa – il Sacro – di cui l’umanesimo buonista non può disporre. Se tale assimilazione – nella quale è sempre la Chiesa cattolica e mai gli altri che di regola appare rinunciare a qualcosa – potrà avere un reale successo, ovvero se al contrario quell’assimilazione preluda ad una virtuale fusione della Chiesa nel mondo; se piuttosto che fare cristiano il mondo la Chiesa stessa finirà invece per farsi eguale al mondo: dalla risposta che i fatti daranno a questi interrogativi dipenderà l’avvenire del cattolicesimo. E forse anche l’avvenire di qualche cosa d’altro.

2 ottobre 2019 corriere della sera

martedì 8 gennaio 2019

SINISTRA E LEGALITÀ



LA CONFUSIONE FRA IL PIANO POLITICO E IL PIANO ETICO E’ LA CONFERMA CHE 
“LA PARTE MIGLIORE DEL PAESE” NON SI E’ ANCORA RESA CONTO DELLA CATASTROFE CHE L’HA PORTATA ALLA SCONFITTA IL 4 MARZO

Vedremo come andrà a finire il braccio di ferro tra il ministro Salvini e i sindaci ribelli, che non intendono attenersi al decreto sicurezza perché lo ritengono “criminogeno”, “inumano”, “incostituzionale”, qualcuno arriva persino a dire “razzista”. Vedremo, soprattutto, se la Corte Costituzionale, investita della questione, individuerà qualche profilo di incostituzionalità.
Orlando l'Africano
Quel che possiamo osservare fin da ora, invece, è come le forze politiche si stanno posizionando. Qui, in barba alla presunta scomparsa della distinzione fra destra e sinistra, le cose sono piuttosto chiare. Forza Italia e Fratelli d’Italia difendono il decreto sicurezza e il principio secondo cui le leggi si rispettano anche se non le si condivide. La sinistra, per quel che è dato capire fin qui, pare schierata piuttosto compattamente a fianco dei sindaci ribelli, e in qualche caso torna persino ad agitare il dovere della “disobbedienza civile”.
Non mi sembra un segnale particolarmente incoraggiante per il futuro, non solo in vista delle elezioni Europee, ma più in generale per il processo di ricostruzione della sinistra stessa, faticosamente avviato dopo la catastrofe del 4 marzo. L’atteggiamento assunto in questi giorni da tanti esponenti della sinistra, infatti, non fa che reiterare, portandolo alle estreme conseguenze, l’errore politico di fondo che l’ha condotta alla sconfitta, consegnando il paese alle forze populiste.
In che cosa consiste tale errore?
L’errore è di trattare un problema politico cruciale, quello della gestione dei flussi migratori, come se si trattasse di un problema morale, ovvero di una scelta etica: da una parte il bene, fatto di apertura, accoglienza, integrazione, dall’altra il male, fatto di chiusura, ostilità, intolleranza per il diverso.
Senza rendersi conto che, per sua natura, la politica è chiamata a scegliere fra soluzioni diverse, ciascuna con i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, e non fra il Bene assoluto e il Male assoluto. Se accettasse la prima prospettiva, pragmatica anziché etica, non le sarebbe difficile riconoscere che sia il decreto sicurezza sia le politiche precedenti, basate sull’accoglienza, hanno enormi limiti, e che nessuna delle due è la soluzione perfetta, se non altro perché entrambe sono basate su un mix di misure di segno opposto, alcune delle quali incentivano l’irregolarità, mentre altre la disincentivano. Continuare con l’accoglienza indiscriminata avrebbe moltiplicato l’esercito degli irregolari senza permesso, bloccare o ostacolare i percorsi di integrazione di chi è già arrivato produrrà a sua volta nuova irregolarità.
Quanto sia pericoloso il registro manicheo con cui, da sinistra, si discute di immigrazione, è divenuto particolarmente evidente in questi giorni, quando il legittimo (e in gran parte condivisibile) scetticismo sulle conseguenze effettive del decreto sicurezza ha condotto a invocare la sua disapplicazione o inosservanza. Qui l’impostazione etica del discorso politico arriva a dare la peggiore prova di sé: si è talmente certi del valore morale delle proprie convinzioni, che ci si sente autorizzati a non rispettare la legge. Come se una sinistra moderna potesse scendere in piazza a difesa della legalità in certi casi, e al tempo stesso invitare a disobbedire alla legge in altri casi, naturalmente a proprio insindacabile giudizio. Come se la condizione del cittadino italiano oggi fosse quella di un perseguitato da un potere politico dittatoriale, e non semplicemente quella di un cittadino che disapprova una legge dello Stato, regolarmente votata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica. A tanto conduce, purtroppo, la confusione fra il piano politico, delle decisioni collettive, e il piano etico, della coscienza individuale.
Né vale ricordare che, anche nel nostro ordinamento, in caso di leggi votate dal Parlamento ma di dubbia costituzionalità, esistono vari meccanismi di “sospensione cautelare della legge”. Tali meccanismi, infatti, possono essere messi in moto solo dai giudici, non certo dai comuni cittadini o dagli amministratori locali, quale che sia il loro rango: un punto di cui pochi, a sinistra, sembrano consapevoli. Fra essi vale la pena ricordare la voce di un altro primo cittadino, il sindaco Pd di Montepulciano, Andrea Rossi, che a proposito del decreto sicurezza, che non condivide e di cui denuncia gli “effetti nefasti”, ha avuto la correttezza di aggiungere: “si tratta di una legge dello Stato che un Sindaco non può non rispettare: anche questo è un principio fondamentale del nostro ordinamento, al quale non si può derogare se non immaginando scenari da repubblica delle banane”.
Temo che, nel Pd che Zingaretti si accinge a riorganizzare, gli Andrea Rossi siano destinati a restare una minoranza. Un vero peccato, perché la loro assenza non fa che ritardare la nascita di una sinistra moderna, capace di pensare sé stessa semplicemente come portatrice di un progetto politico progressista, anziché come l’incarnazione del Bene o, peggio, come la rappresentante esclusiva della “parte migliore del Paese”.
Luca Ricolfi – Fondazione Hume
7 gennaio 2019 -


mercoledì 19 dicembre 2018

GIUSSANI : FEDE, FAMIGLIA ED ETICA



Don Giussani dice che il potere ha tutto l’interesse a distruggere la famiglia perché rimane l’ultimo e più forte baluardo che consente all’uomo di resistere naturalmente alla concezione culturale che il potere introduce. Più solo è l’uomo e più facilmente è manipolabile. La famiglia è l’esempio più impressionante della Incarnazione.

Sicari intervista don Giussani

Sicari: È per questo che oggi il potere ha interesse a distruggere i legami familiari stabili?
Giussani: L’interesse del potere è duplice: prima di tutto, distruggendo questa primordiale unità-compagnia dell’uomo, il potere riesce ad avere davanti a sé un uomo isolato: l’uomo solo è senza forza, è privo del senso del destino, privo del senso della sua ultima responsabilità: e si piega facilmente al dettato delle convenienze.

Sicari: Quindi dietro a tutti i cedimenti sociali a riguardo della famiglia (aborto, divorzio, convivenze, permissivismo sessuale ecc.) c’è sempre uno stesso scopo: quello di far dimenticare che libertà e appartenenza sono la stessa cosa…
Giussani: Certamente, perché così l’uomo resta un pezzo di materia, un cittadino anonimoLa famiglia è attaccata per far sì che l’uomo sia più solo, e non abbia tradizioni in modo che non veicoli responsabilmente qualcosa che possa esser scomodo per il potere o che non nasca dal potere.
 La seconda ragione, più profonda, è questa: che distruggendo la famiglia si attacca l’ultimo e più forte baluardo che resiste naturalmente alla concezione culturale che il potere introduce, di cui il potere è funzione: vale a dire, intendere la realtà atomisticamente, materialisticamente, una realtà in cui il bene sia l’istinto o il piacere, o meglio ancora il calcolo.

Sicari: Io penso che il problema più grave della Chiesa di oggi stia nel modo in cui molti cristiani concepiscono il rapporto tra natura e soprannatura: o in modo spiritualistico (in cui la fede non c’entra con la vita concreta) o in modo moralistico (la fede c’entra, ma solo come sostegno etico di un progetto naturale). In ambedue i casi si dimentica l’innesto sostanziale con cui Dio ha legato assieme ciò che è naturale e ciò che è soprannaturale, in modo indissolubile, in un unico ordine. Ora a me sembra che proprio per questo motivo il futuro della fede si giochi nella famiglia. Il matrimonio è l’unica realtà naturale che diventa soprannaturale (sacramento) per il solo fatto di essere il gesto di due battezzati. (…) Il matrimonio-sacramento è il punto della storia in cui la realtà naturale e quella soprannaturale più perfettamente si innestano l’una nell’altra senza confondersi, in forza del battesimo, in forza della fede.
Giussani: Vuoi dire che proprio là dove la natura più si esprime, più dimostra di essere stata indissolubilmente legata con la soprannatura…

Sicari: Sì, nella famiglia la natura umana si esprime in tutta la sua concretezza: ogni cosa, anche la più materiale (la casa, il lavoro, il cibo…), tutto viene finalizzato e umanizzato. Per questo credere che il matrimonio è un sacramento suggerisce anche un modo totalizzante di considerare il proprio essere cristiano: impedisce alla radice ogni dualismo, ogni falso spiritualismo. Cosa manca allora nel modo abituale con cui si educano i giovani a capire il sacramento del matrimonio?
Giussani: Manca la fede nella sua vera natura. C’è nel migliore dei casi una preoccupazione morale dignitosa e un vago sentimento di soggezione a Dio. Invece occorrerebbe guardare alla famiglia come all’esempio più impressionante della Incarnazione. (…)

Sicari: Proprio qui io credo che si innesti nel modo più autentico la problematica morale. La morale cristiana non è possibile, non è liberante, se non nasce da uno stupore davanti al dono di Dio, se non è risposta umile e generosa alla grandezza del dono che Dio ci fa. Dunque bisogna prima educare i cristiani allo stupore davanti al miracolo del loro matrimonio. Ma cos’è che fa percepire come buona, percorribile, la concreta legge morale: quella, ad esempio, che governa la vita sessuale?
Giussani: Per amare la morale cristiana e osservarla, bisogna essere coinvolti concretamente nel fatto di Cristo, bisogna che Cristo sia divenuto veramente il Signore di tutti, fino ad amare obbedientemente le leggi che Lui ha messo nella sua creazione. Bisogna che in casa domini Cristo.

Sicari: Eppure è sempre più frequente trovare dei cristiani, anche tra i nostri amici, che sono infastiditi dal fatto che il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) parli spesso della morale sessuale. Dicono che ormai quelle cose non le capisce più nessuno (…) e non è più possibile partire dall’etica o insistere subito su questo.
Giussani: Io non sono affatto d’accordo. E per due motivi diversi, anche se legati tra loro. Il primo è che il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) insiste sugli aspetti fondamentali, essenziali per la costruzione di ogni società: il valore della persona, della ragionevolezza, dell’“atto”. Si tratta dell’uomo; è la natura dell’uomo che è in gioco in quei problemi sessuali che sembrerebbero così particolari. Il secondo motivo è che un cristiano, quando riflette sulle indicazioni del Magistero, anche se gli sembra che esso parta da lontano, è costretto subito a ritrovare l’imponenza di Cristo sulla sua vita.

Sicari: (…) Si dice: bisogna riproporre il fatto di Cristo, non un’etica.
Giussani: Ma se non si giunge a un’etica, non si comprende il fatto di Cristo. Non si è coinvolti nel fatto, se non si entra nel movimento morale che il fatto implica.

Sicari: A volte però si sente dire, anche da persone autorevoli: se fosse per le indicazioni morali, io non starei nel cristianesimo, perché sarebbe solo addossarsi altri pesi. Ci resto perché mi dà gioia, soddisfa le mie esigenze…
Giussani: Io sto nel cristianesimo perché è la verità; perché riconoscere il fatto di Cristo e la sua presenza mi converte, mi sospinge, mi attira a cambiare il mio modo di entrare in rapporto con tutte le cose, mi fa diventare più vero fin nei particolari. Incontrando il fatto cristiano, anche il rapporto affettivo diventa più doloroso e più vero: si accetta una maggiore “dolorosità”, perché lo si vuole più vero. Quando una donna vuole bene ad un uomo, se lui viene mandato dalla sua ditta per sei mesi in America, lei l’attende, è tesa a lui, gli resta unita. Il fatto stupefacente del loro amore, della loro unità è dentro la serietà etica della loro reciproca attesa.