giovedì 29 febbraio 2024

BERTINOTTI SU CL: UN INTERVENTO PROBLEMATICO.

 leonardo lugaresi  

Mi è arrivato, da più parti, il link a un video che contiene l’intervento di Fausto Bertinotti ad una recente presentazione del libro di Marco AscioneLa profezia di CL. Non ho letto quel libro e non so nulla del suo autore, quindi mi astengo da qualsiasi considerazione in merito ad esso. Anche il discorso di Bertinotti non mi sembrerebbe, di per sé, così rilevante, ma ciò che mi ha colpito è il fatto che, a quanto pare, a diverse persone del movimento esso sia piaciuto tanto da definirlo “commovente” o “strepitoso” e da promuoverne la diffusione.

A me, invece, è sembrato molto problematico, e in un certo senso addirittura insidioso, e credo sia il caso di spiegare perché. Perciò ne parlo qui, senza alcun intento polemico nei confronti di chicchessia. Prima di tutto, ecco il link:

https://www.youtube.com/watch?v=oloOpt2NkY8&t=228s

Poi una premessa necessaria: io non conosco personalmente Fausto Bertinotti e non mi permetto di discutere la sincerità e la serietà della sua posizione esistenziale, ma nell’ascoltare le sue parole non posso prescindere da ciò che so di lui e della sua storia come personaggio pubblico. A parlare, in questo video, è un navigatissimo uomo politico della sinistra radicale, che ha costruito la sua pluridecennale e fortunata carriera in gran parte su una non comune capacità retorica di épater le bourgeois, se posso permettermi di usare una formula un po’ maliziosa ma non irrispettosa e soprattutto aderente ai fatti. Sarebbe dunque ingenuo pensare che un personaggio come lui, anche quando parla “a braccio” e “in amicizia”, non pesi attentamente le parole, ad una ad una, a seconda dei segnali che vuole mandare. Per questo motivo mi pare opportuno analizzare, sia pur brevemente, ciò che ha detto in quell’intervento, che ad alcuni ciellini è parso così entusiasmante.

All’inizio egli loda il libro di Ascione per aver evitato quelle che chiama le «due vie di fuga» che impedirebbero di comprendere le vicende recenti di Comunione e Liberazione: la «lettura teologica» da una parte e quella «cronachistica» dall’altra. Nessun dubbio che la seconda sia inadeguata, ma la prima? Non mi stupisco che a giudicarla elusiva sia un «incompetente» – quale Bertinotti stesso dichiara di essere (con una formula retorica di esordio, che forse vuol essere solo una captatio benevolentiae, ma che noi dobbiamo invece prendere sul serio, tenendo conto della sua condizione di non credente, peraltro ribadita anche alla fine dell’intervento) – ma per noi cristiani una “lettura teologica” è (o dovrebbe essere) sempre imprescindibile per comprendere i fatti della Chiesa. Tutti i fatti della Chiesa, dai più grandi ai più piccoli. Per quanto possano essere impastate anche di fattori umani (come ad esempio i «personalismi» di cui parla il papa nella sua lettera al presidente della Fraternità di CL del 30 gennaio scorso), le vicende ecclesiali sono sempre innanzitutto il riflesso di questioni teologiche. Perché il punto cruciale è sempre il nostro rapporto con Dio. Di qualunque argomento si parli (o si litighi) nella Chiesa, la prima domanda che dobbiamo sempre farci è: “in che rapporto sta tutto ciò con la nostra fede in Gesù Cristo?”. A me pare che già questo dato dovrebbe renderci, come cristiani, molto cauti nel dare credito ad una visione delle “cose cristiane” che intenzionalmente ed esplicitamente prescinde dalla prospettiva teologica.

In secondo luogo, egli concentra la sua attenzione sulla «innovazione che Carrón ha immesso, molto generosamente, sul corpo forte e significativo di Comunione e Liberazione». (Tutto il discorso, in effetti, è un’apologia di Carrón. Una cattiva apologia, a mio modesto avviso, che nuoce allo stesso personaggio elogiato).

Stiamo attenti alle parole che, come ho detto, qui sono calibrate con attenzione: secondo Bertinotti c’è stata una innovazione, molto profonda (o “generosa”, come graziosamente si esprime lui) che ha inciso sul «corpo» di CL, trasformandolo.

L’immagine che mi viene in mente è quella di un innesto sul tronco di una pianta, che cambia la varietà dei frutti. Questa, come vedremo subito, è la chiave di lettura fondamentale del suo discorso. Ora io, che non ho la erre moscia né il cachemire e che al suo confronto sono un rozzo provinciale, tradurrei così il messaggioCarrón è altro da Giussani. Dopo aver sganciato questa pesante (e per me discutibilissima) affermazione, Bertinotti vira su un elogio del «profeta disarmato» Carrón, esaltandone l’umiltà e il carattere schivo e «reticente nel manifestarsi pubblicamente» – elogio su cui non ho nulla da eccepire, ma che di primo acchito appare piuttosto slegato da ciò che immediatamente lo precede e lo segue: subito dopo, infatti, passa a ricordare la propria «storia di contesa con Comunione e Liberazione, a partire da Giesse». In realtà il legame c’è ed è, a mio avviso, quanto mai insidioso.

Quella con cui litigava, sottintende infatti Bertinotti, era la Cielle di Giussani, perché, come dice lui, «abbiamo sentito tutti il fascino di don Giussani, ma anche la durezza della controversia». Bisogna dunque essere grati a Carrón perché, dato che «la critica a Comunione e Liberazione» – si noti bene: sta parlando della CL di don Giussani, lo ripeto – «per una vocazione integralistica è difficilmente contestabile e don Julian ne è stato l’antidoto».

Il terzo passaggio del discorso è quello che dettaglia il concetto appena enunciato dell’alterità di Carrón rispetto a Giussani attorno a tre parole-chiave: la prima è verità, a proposito della quale Bertinotti sostiene che «Julian fa un’operazione importante, perché propone una lettura della verità senza trono e senza spada» nella convinzione che «la verità o si afferma per forza propria, o non è […] non è che può chiedere soccorso al potere, ma neanche alla legge». L’ambiguità scivolosissima di quest’ultima espressione non è certamente sfuggita a lui nel pronunciarla, e dunque non deve sfuggire a noi nell’ascoltarla. Che la Verità (che noi scriviamo con la maiuscola perché è un nome proprio) non debba e non possa appoggiarsi al «trono», cioè alle Potenze del mondo, è giustissimo; anzi andrebbe detto che la nostra lotta è contro i Troni, i Principati e le Potestà; quanto alla spada, invece, bisogna intendersi: quando fa uso di queste metafore, un cristiano dovrebbe tenere sempre a mente anche il riferimento alla «armatura di Dio» di cui parla Ef 6, 10-20. Inoltre, quando si dice che la Verità non può chiedere soccorso al potere si fa un’affermazione condivisibile (anche se chi di noi ha sentito parlare don Giussani ricorda bene un approccio totalmente diverso al tema del potere); ma quando si aggiunge «neanche alla legge» si introduce volutamente, a mio avviso, un equivoco pericolosissimo, perché in sostanza si implica l’espulsione del fatto cristiano, con la sua imprescindibile pretesa veritativa, dallo spazio pubblico e dall’ordinamento giuridico che lo regge. Esattamente il contrario di ciò che hanno cercato di fare, con tutte le forze e a costo della vita, i disarmatissimi martiri e apologisti cristiani dei primi secoli. Bertinotti è talmente consapevole di ciò che sta dicendo, che subito dopo cita, come esempio di questa “nuova concezione carroniana” della verità, la mancata partecipazione di Cl al Family Day, cioè ad una grande manifestazione della società civile tesa a promuovere il riconoscimento anche giuridico di beni fondamentali che la Verità cristiana riconosce e stima.

La seconda parola che, secondo Bertinotti, Carrón avrebbe risignificato rispetto a Giussani è libertà Questo perché, lui dice, nella testimonianza di Carrón «libertà e ragione sono inscindibili». Di nuovo non ho nulla da eccepire riguardo a Carrón, perché penso sia vero che anche lui ha praticato e valorizzato tale concetto di libertà, ma da persona che ha conosciuto don Giussani (come ho raccontato l’altro giorno qui: https://leonardolugaresi.wordpress.com/2024/02/22/il-mio-ricordo-di-don-giussani/) trasecolo nel sentire che questo sarebbe un “valore aggiunto” rispetto all’esperienza precedente di CL, perché non ho mai conosciuto un uomo che venerasse la libertà come don Giussani.

La terza parola è attrazione, che si riferisce alla capacità del cristianesimo di attrarre per la bellezza della vita che in esso si vive. Anche qui, sulla primaria importanza di questo tema (di cui Bertinotti rivendica il copyright a Carrón, anche se poi, contraddicendosi, deve ammettere che c’era già in Giussani), non si può che convenire con piena e fervida adesione.

«La nostra parola iniziale si chiama bellezza», scrive Hans Urs von Balthasar aprendo la sua imponente trattazione dell’estetica teologica in Gloria, e io credo che quasi tutti coloro che hanno seguito don Giussani siano stati inizialmente mossi dall’attrattiva della forma cristiana che la sua compagnia incarnava. Ma guai a separare il Bello dal Vero e dal Buono. Temo invece che, nella rappresentazione del cristianesimo delineata dal non cristiano Bertinotti, questo aspetto venga assolutizzato come unica modalità di rapporto tra il cristiano e gli altri uomini, unica dimensione della presenza cristiana nel mondo. Solo così si spiega, infatti, che egli ne ricavi immediatamente sul piano politico una conseguenza di questo tenore: «il rapporto con la politica prende una curvatura del tutto diversa, non quella del potere e neanche quella della rappresentanza». Di nuovo non ci sfugga l’ambiguità (non innocente, io credo) della formula impiegata: il rifiuto della logica di potere è una cosa che piace a tutti (almeno a parole) e su cui non si può che essere d’accordo, la “rinuncia alla rappresentanza” è tutta un’altra cosa. Di nuovo, da rozzo provinciale quale sono, mi permetto di tradurre la raffinata prosa di Bertinotti con questo sottotesto: “non occupatevi di politica, che a quella ci pensano altri”.

Uscendo da questa strettoia (o ghetto), e ritornando al tema generale di quello che chiamerei il cristianesimo attrattivo, mi permetto solo di aggiungere che una lettura attenta degli Atti degli apostoli come quella che, senza grandi pretese, stiamo conducendo anche qui sul mio piccolo blog (Vanitas ludus omnium), fa vedere molto chiaramente che quello non è l’unico volto della Chiesa (come invece oggi molti sostengono) Nella prospettiva di Atti, che è il testo fondante di ogni ecclesiologia, il cristianesimo è sì attrattivo, ma sempre anche critico (nel senso di capace di operare una krisis di tutto ciò che incontra) e soprattutto martiriale.

Spendo solo una parola su questo: ciò che intendo dire, in altre parole, è che la Bellezza è sì disarmata, ma non imbelle. Col suo stesso porsi nel mondo, infatti, la forma cristiana costituisce un giudizio: apparendo bella, col suo stesso esserci e manifestarsi, senza bisogno di alzare la voce o di ingaggiare battaglie ideologiche, essa giudica tutte le altre forme, rivelandone l’insufficienza o la deformità.

Perché questo non sembri astratto, riflettiamo: può esserci oggi nel mondo una forma più bella della famiglia, così come essa è concepita nel piano di Dio? Può esserci una forma più bella della maternità e paternità? Eppure queste forme belle sono ferocemente combattute, vilipese e negate in ogni modo dal potere mondano e dalla cultura ad esso asservita. Sarebbe dunque illusorio pensare che, limitandosi a vivere la bellezza della loro vita comunitaria i cristiani possano evitare di essere “divisivi”, come si dice oggi e dunque sottratti alla testimonianza, cioè al martirio. Non per niente, alla descrizione della comunità primitiva contenuta nei tre sommari di Atti (2, 42-47; 4, 32-35; 5, 12-16) Luca fa seguire la persecuzione che disperde la prima comunità di Gerusalemme e la “costringe” ad essere missionaria «in Giudea, in Samaria e fino agli estremi confini della terra». La Bellezza è disarmata in quanto è martiriale, e in quanto è martiriale è anche missionaria.

Alla fine del suo intervento Bertinotti, senza averne l’aria, snocciola le due pillole che, dal mio punto di vista sono le più indigeste da mandar giù.

Prima dice, testualmente: «Io non sono d’accordo per niente con chi sostiene che in qualche modo don Julian ha voluto attribuirsi il seguito del carisma del fondatore. Non è vero, non è vero per niente […] ma la cosa che vorrei proporvi è che don Julian proponeva un proprio carisma e che con questo proprio carisma ha guidato Comunione e Liberazione e per questo io credo che la sua fuoriuscita sia una perdita per i credenti e per i non credenti».

Mi limito ad osservare che la questione della successione del carisma del fondatore, a cui Bertinotti accenna per sbarazzarsene subito quasi con fastidio, da un punto di vista cattolico è invece delicatissima e di vitale importanza. Non mi azzardo a entrare nel merito però, come tutti, ho l’obbligo di ricordare che su questo punto oggi c’è un pronunciamento molto chiaro (e molto pesante) della suprema autorità ecclesiastica che, tramite il prefetto del Dicastero per i laici e la famiglia, l’ha ufficialmente definita «gravemente contraria agli insegnamenti della Chiesa».

Bertinotti, da non cristiano, può forse scavalcarla con disinvoltura per approdare tranquillamente all’affermazione che Carrón ha un suo carisma diverso da quello di Giussani. Noi però abbiamo il dovere di renderci conto di quale sia il peso di un’affermazione del genere (e delle conseguenze che se ne dovrebbero trarre).

Subito dopo, ed è l’ultima cosa che dice – in cauda venenum! – sgancia quest’altra bombetta: «volevo ricordare che un altro sacerdote a cui per ragioni anche generazionali sono particolarmente legato, che è don Milani, ci comunicò che non sempre l’obbedienza è una virtù». E qui direi che le conseguenze di ciò che ha detto prima, lui le ha ben chiare.

In conclusione: io rispetto l’opinione di Bertinotti, che del tutto legittimamente ragiona da non credente e dice quel che pensa. Non riesco però in alcun modo a comprendere come da un punto di vista cristiano e, ancor di più, dal punto di vista di un ciellino, ci si possa riconoscere, o anche soltanto avvicinare alla rappresentazione che di Giussani, del movimento di CL e (penso e spero) anche di don Carrón egli esprime in questo intervento.

https://leonardolugaresi.wordpress.com/     Il blog di leonardo Lugaresi

Leonardo Lugaresi e Mons. Massimo Camisasca



 

sabato 24 febbraio 2024

IL MIO RICORDO DI DON GIUSSANI.

LEONARDO LUGARESI

Oggi è la festa della Cattedra di san Pietro ed è anche l’anniversario della morte di don Luigi Giussani, di cui è avviata la causa di beatificazione. Qualche giorno fa, dalle parti di quella Cattedra, è giunto un importante monito, che tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione dovrebbero, a mio modestissimo avviso, prendere molto sul serio. In una lettera al presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi (il cui testo integrale si può leggere qui: https://it.clonline.org/news/chiesa/2024/02/01/lettera-papa-francesco-udienza-gennaio-2024-prosperi), il papa ha scritto queste significative parole:

«Per custodire l’unità e far sì che il carisma sappia interpretare sempre più adeguatamente i tempi in cui siete chiamati a testimoniare la nostra fede in Gesù Cristo, occorre andare oltre interpretazioni personalistiche, purtroppo ancora presenti, che rischiano di sottendere una visione unilaterale del carisma stesso. La incoraggio, perciò, insieme ai Suoi collaboratori, a continuare il lavoro intrapreso che mira a preservarne una visione integrale. Il cammino educativo proposto da Lei e da coloro che La aiutano nella guida del movimento sta anche contribuendo a correggere alcuni fraintendimenti e a proseguire la vostra missione nella fedeltà al carisma donato alla Chiesa per il tramite di don Giussani».

In questo spirito, ho pensato di dare un piccolissimo contributo a tale lavoro, condividendo il “succo” del mio personale ricordo di don Giussani. Occorre infatti che si compia, in questa fase in cui sono ancora vivi tanti che lo hanno conosciuto, ciò che di regola avviene per tutti i grandi personaggi della storia della Chiesa: dopo la loro morte è necessario che si sviluppi un processo, autorevolmente guidato ma responsabilmente condiviso e partecipato dal maggior numero possibile di coloro che li conobbero in vita, di “costruzione di una memoria comune” (analogamente a quanto è avvenuto alle origini del cristianesimo con la memoria di Gesù da parte dei primi discepoli), in modo tale che il dono dello Spirito ad essi elargito continui a vivere, nell’integralità delle sue dimensioni e della sua ricchezza, dentro le esistenze di coloro che ne sono stati, ne sono e ne saranno colpiti lungo il corso della storia, per tutto il tempo che Dio vorrà. Ciascuno porti la sua testimonianza.

Io credo di sapere chi era don Giussani: la sua persona mi è familiare, benché abbia parlato con lui, a tu per tu, solo due volte nella mia vita, per non più di mezz’ora in tutto. Perché ho questa presunzione? Perché dal giugno del 1971, quando lo incontrai per la prima volta a Fai della Paganella, fino agli ultimi collegamenti in video che faceva, ormai anziano e malato, nei primi anni duemila agli esercizi spirituali della Fraternità di CL, per trent’anni l’ho sentito parlare, decine e decine di volte. 

Giussani parlava sempre e solo di . Ma non nel senso narcisistico (orribilmente narcisistico, aggiungerei) in cui più o meno tutti noi intendiamo il parlare di noi stessi, bensì in un modo che è esattamente all’opposto del narcisismo dominante nella nostra cultura: parlava sempre e solo di sé perché parlava sempre e solo di ciò che Dio faceva nella sua vita e della sua vita. E ne parlava per carità, cioè per il bene degli altri (che, come Dante insegna, è uno dei due soli motivi per cui è lecito parlare di sé); non per un’affermazione di sé, lui che era l’uomo più sacralmente devoto alla libertà di ognuno che io abbia conosciuto. Questo è il primo sassolino che porto, come mio ricordo, all’edificio della memoria comune. Gran parte del suo fascino, almeno su di me, era legato a questa caratteristica, perché di qualunque cosa parlasse, fosse anche della più remota o della più universale delle questioni, la sua persona c’era. Dopo di lui, secondo me così non è più stato, almeno in quella misura e in quella forma. Per questo dico che anche per me, che gli ho parlato due volte sole in vita mia, lui era una “persona familiare”.

Ne ho una piccola prova empirica, che ad alcuni ho raccontato altre volte: quando nel 2013 uscì la monumentale Vita di don Giussani scritta da Alberto Savorana, mi affrettai a leggere le 1300 e rotte pagine di quel “mattone” con la curiosità, lo confesso, di conoscere nuovi particolari sulla sua biografia. Chiuso il libro, realizzai con sorpresa di avervi trovato pochissime notizie che non sapevo già. Come mai? Perché tutte le altre le avevo già sentite raccontare da lui. La sua esistenza mi era dunque familiare quanto quella di mio padre.

La seconda pietruzza la estraggo dalla memoria dei due incontri faccia a faccia che ho avuto con lui, ed è la fortissima impressione di una persona totalmente alla circostanza che stavamo vivendo. Sentii, con assoluta certezza, che quella persona era totalmente presente al giovane sconosciuto che gli parlava per pochi minuti e che poi non avrebbe rivisto forse mai più. Questo tratto, che chiamerei della totale presenza alla realtà presente, l’ho percepito poche altre volte nella mia vita, rimanendone sempre stupefatto (io che quasi sempre sono “altrove” mentre fingo di fare le cose): una volta incontrando san Giovanni Paolo II, e un’altra volta confessandomi da padre Guglielmo Gattiani, un cappuccino molto noto in Romagna, che è anche lui Servo di Dio, come Giussani). Un santo “certificato”, dunque, e due aspiranti beati (della cui santità, però, io personalmente sono già certo): mi viene il sospetto che proprio questa della totale aderenza alla realtà non sia, in fondo, altro che una diversa maniera di indicare la “formula della santità”, posto che, come dice Paolo, «la realtà invece è Cristo» (Col 2, 17).

A questo “realismo cristiano” si lega strettamente il terzo filo del mio ricordo: in uno di quei due colloqui, io chiesi a Giussani anche un aiuto a prendere una decisione rilevante per la mia vita di allora. Il criterio che immediatamente sgorgò dalle sua labbra, senza alcuna esitazione, mi colpì per la sua estrema concretezza, direi quasi il “pragmatismo” (intendendo bene questo termine), insomma l’antidealismo che lo ispirava. Allora forse ne rimasi solo colpito; oggi mi sembra di comprenderlo anche un po’ meglio: l’ideale, nella prospettiva di un uomo come Giussani, è la cosa più concreta che ci sia. Oppure non è. (Il mio amico don Giulio Maspero forse direbbe che questo è molto brianzolo, e non mi azzardo a negarlo: aggiungerei però che è anche molto cattolico. Anzi, cattolico romano).

L’ultimo elemento della sua personalità che ebbe sempre un grande effetto su di me è il suo radicamento nella tradizione vivente della Chiesa. Incontrandolo, provai sempre la confortante certezza di avere davanti a me non il fondatore di una novità, ma il figlio ed erede di una storia che risaliva, senza interruzione alcuna, alla testimonianza dei primi discepoli e, attraverso di essa, alla persona di Gesù Cristo. Se ciò che proponeva fosse stata “una cosa nuova”, per quanto geniale e affascinante, credo che non l’avrei seguito. Era invece “una cosa presente”. Ma di questo ho già scritto e parlato in altra sede.

Mi permetto perciò di rimandare chi fosse eventualmente interessato ad approfondire questo punto all’introduzione al libro Giussani e i Padri della Chiesa (qui le indicazioni: https://www.marcianumpress.it/libri/giussani-e-i-padri-della-chiesa) e all’intervento che feci ad un convegno sul Senso Religioso tenutosi alla Pontificia Università della Santa Croce alla fine del 2022. (Qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=MlS5vsFeTsE).

Questa minima collanina di ricordi che rendo pubblica in occasione dell’anniversario si riferisce alla sua persona. Del suo insegnamento parleremo forse un’altra volta.

LEONARDO LUGARESI

 

martedì 20 febbraio 2024

C’È UN SEME DI ALEXEIJ NAVALNY IN CIASCUNO DI NOI.

Oggi la Russia ha certamente bisogno di uomini come Navalny, ma ancor più dell’educazione di un popolo da tempo vittima di una sistematica distruzione dei suoi valori

La persona irriducibile

Alexksej Navalny (1976-2024)
Se non fosse così, non saremmo qui ad ammirarlo, Alexej Navalny; forse lo liquideremmo in fretta come un tragico eroe biondo inarrivabile, o come un pazzoide sconsiderato dalle idee neanche tanto per la quale, visti certi suoi trascorsi nazional-populisti, politically molto ma molto scorrect, per cui addirittura Amnesty International non gli ha rilasciato a suo tempo il patentino di perseguitato per motivi di coscienza.

Putin di riffa o di raffa si è levato di torno tutti i possibili competitor alle imminenti elezioni, che poi competitor si fa per dire, gente che al massimo avrebbe potuto rosicchiargli qualche punto percentuale di un plebiscito preordinato. Ma non ha annientato neanche con la morte la spina più acuta anche se apparentemente più inerme: il documentarsi della persona nella sua irriducibilità e libertà di fronte al Potere. Anche la politica, la politica vera, dovunque, nasce dalla mossa di persone libere che si mettono in gioco per un ideale. Non può che nascere, o rinascere, così.

La paura e la moda

Ai suoi sostenitori, Navalny diceva spesso: “Non dovete avere paura. Questo è il nostro Paese e non ne abbiamo un altro”. 

In Russia ci sono sempre stati individui che la pensavano diversamente dal potere, zarista, bolscevico o anche, ora, putiniano. Ma la differenza l’hanno fatta quelli che, come si usa dire da quelle parti, “sono usciti dalle cucine” e hanno avuto il coraggio di battersi per il rispetto dei diritti umani. Il coraggio, appunto. Attraverso forse la continuità dei servizi di polizia politica e di controllo capillare della realtà sociale (Putin viene dal Kgb), il potere nazional-capitalistico degli oligarchi ha ricostituito il controllo capillare di ciò che si muove nella società sulla base del principio – lo stesso del comunismo – che chi non è ciecamente conforme alla linea ufficiale è un nemico.

Anche in Occidente non è sempre facile non conformarsi agli assiomi del Potere, che una volta si chiamava “mentalità dominante” o più semplicemente ancora “moda”, e che adesso tocca chiamare – Dio stramaledica gli italiani che esagerano con l’inglese – mainstream. Negli ambiti più “avanzati” del progressismo nordamericano i disallineati rispetto alla cultura wokecancel culture, LGBT… eccetera, sono spesso i nuovi discriminati.

Se la propria consistenza è delegata al Potere, finisce così. Si ha paura a sconfinare. Occorre chiedersi, ancora una volta, quale presenza, quale compagnia, sostiene la persona mostrandosi più forte della paura. L’individualismo è la cifra dell’impotenza.

Dai social alla condivisione

Una terza cosa, fra le moltissime, che colpisce nella testimonianza di Navalny, è la sua scelta di tornare in patria, dopo le cure in Germania che l’hanno salvato dall’avvelenamento, sapendo che sarebbero stati, come minimo, dolori.

Avrebbe potuto fare il dissidente nobile dall’estero, somministrando pensieri, giudizi e suggerimenti “da remoto”, esperto nell’uso dei social com’era.

Mosca corteo 23 gennaio 2021

Navalny ha scelto invece di passare dalla “rete” alla vita reale, essendo questa lo spazio di una lotta politica e di una rivoluzione pacifica in cui gli era chiaro – come ha scritto Anna Zafesova sulla Stampa di ieri –  versare “l’impegno, le mani, la voce, il corpo, in una scommessa che può anche rivelarsi mortale, ma che premia solo chi non ha paura di farlo”.

Non stare al balcone o nelle case ma esporsi nella strada e nella piazza (papa Francesco e Giorgio Gaber). Mettersi insieme, noi che possiamo farlo liberamente e senza pericolo, per costruire dal basso nella società e favorire una politica che non costringa a un signorsì o un signornò, ma che ascolti, coinvolga e favorisca convergenze e collaborazioni.

Si chiama sussidiarietà, ed è quello che fa la differenza. Il resto è disco dance.

tratto in parte da Maurizio Vitali 19-2-24 il sussidiario

sabato 17 febbraio 2024

QUELLA RADICE DA STRAPPARE VIA: UNA TESTIMONIANZA SUL 7 OTTOBRE 2024


Il 28 maggio 2006 è una data destinata ad entrare nella memoria collettiva dell'Europa. Il Papa tedesco Benedetto XVI che andò ad Auschwitz a parlarci della teodicea, il problema di Dio di fronte alla storia della sofferenza.

“Il passato non è mai soltanto passato”, disse Ratzinger.

Anche sull'oggi incombono potenziali tragedie.

Nel cuore degli uomini, disse, “forze oscure” si annidano e “l’abuso del nome di Dio induce i terroristi a colpire vittime innocenti”. Tre mesi dopo avrebbe detto le stesse cose sull’Islam a Ratisbona.

Al popolo ebraico, Ratzinger da Auschwitz riservò parole toccanti: furono “messi a morte come pecore da macello”, perché i nazisti “volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità, eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra”.

Uccidendo questo popolo, aggiunse Benedetto, i nazisti “volevano strappare la radice su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sè”.

SIAMO TORNATI LÌ, A QUELLA RADICE DA STRAPPARE VIA. Ora c’è una nuova ideologia che ha deciso che il frutto della storia e della religione del nostro tempo, la civiltà ebraico-cristiana e la cultura dei diritti umani che ne è figlia, è uno strumento di oppressione da fare a pezzi in nome della scelta demoniaca di radere al suolo la civiltà.

LA TESTIMONIANZA PIÙ VERA SUL 7 OTTOBRE È QUESTA:

“Mi chiamo Prof. Aryeh Eldad dell'ospedale Hadassah Ein Kerem. Anni fa ho fondato la Skin Bank in Israele, che è la più grande del suo genere al mondo. La banca della pelle contiene pelle per la cura quotidiana e per i tempi di guerra. La banca della pelle si trova nell'ospedale ‘Hadasa Ein Kerem’ di Gerusalemme, dove ero direttore del reparto di chirurgia plastica. Un giorno mi è stato chiesto di inviare la pelle per una donna musulmana di Gaza, che era stata ricoverata nell'ospedale ‘Soroka’, dopo che i suoi familiari l'avevano

 Hadassan Medical Center
bruciata. Tali orrori si verificano abbastanza spesso nelle famiglie musulmane quando si sospetta che la donna abbia avuto una relazione. Abbiamo fornito tutto l'omotrapianto (cellule della pelle dei donatori) necessario per il suo trattamento. È stata curata con successo dal mio amico e collega, il Prof. Lior Rosenberg ed è stata rilasciata nella sua casa a Gaza. È stata invitata a regolari visite di controllo presso la clinica ambulatoriale di Be'er Sheva.Un giorno è stata sorpresa al valico di frontiera con addosso una cintura esplosiva. La sua missione era quella di farsi esplodere nell'ambulatorio dell'ospedale dove le era stata salvata la vita. Dopo un'indagine sembra che la sua famiglia le avesse promesso che se l'avesse fatto l'avrebbero perdonata. Questo è un conflitto culturale, o meglio una guerra tra civiltà e barbarie. Ecco cosa attende il mondo se lui non si prende cura di fermarlo”.

Il male esiste. E non c’è male più puro ed efficiente di un Dio di morte che ordina agli uomini di seguirlo per bruciare la civiltà.

E il fuoco attizza di più quando la civiltà è una vecchia impalcatura pericolante.

(tratto da un articolo di Giulio Meotti: "quando un Dio di morte ordina l'olocausto di una civiltà")

venerdì 16 febbraio 2024

RINUNCIARE ALLA VITA NON È UNA CONQUISTA

CL Emilia-Romagna, con un comunicato inusuale, ha preso posizione sulla scelta regionale in tema di suicidio assistito, criticandola duramente.

Le recenti iniziative della giunta regionale dell’Emilia-Romagna in tema di suicidio medicalmente assistito sono, a nostro parere, totalmente inappropriate nel metodo e nel merito. In primis nel considerare tale tema di pertinenza regionale e poi nella decisione di procedere con una delibera che svuota di significato ogni eventuale dibattito assembleare e che, di fatto, finisce per recepire acriticamente la sollecitazione che l’Associazione Luca Coscioni ha rivolto alle regioni per rendere possibile l’accesso alle procedure del suicidio medicalmente assistito in tempi strettissimi: soli 42 giorni!

Questa “fretta normativa” sembra voler imporre una nuova tabella di marcia alla discussione parlamentare e culturale in atto in tutto il Paese, istituendo forzosamente delle norme sul fine vita che rischiano di mettere in crisi l’idea stessa di accoglienza, compassione, cura e dedizione su cui si è fondata la nostra civiltà.

La vita non è un valore assoluto ma è un valore fondamentale. Ed è il fondamento di tutti i diritti. Rinunciare a essa non è affermare un diritto bensì rinunciare a tutti i diritti. Considerare questo una conquista civile non aiuta, anzi inaridisce la società, che è infatti sempre più spenta e sterile.

L’iniziativa della giunta è grave perché mina le fondamenta culturali che rendono possibile uno sguardo integrale alla persona, sguardo sul quale si è fondato storicamente lo sviluppo della nostra civiltà. Solo uno sguardo sull’uomo capace di coglierne il valore infinito può infatti generare un autentico principio di cura: «Tu sei prezioso a miei occhi, perché sei degno di stima. Non temere perché io sono con te». (Isaia, 43).

Per salvaguardare questa traiettoria positiva, da cui per esempio sono nati in passato ospedali e luoghi di assistenza agli inguaribili, riteniamo che la risposta più immediata sia quella di sostenere la crescita di strutture capaci di offrire servizi di cure palliative su tutto il territorio regionale, per un accompagnamento veramente umano a chi si trova in una situazione di sofferenza, vulnerabilità e fragilità. Tenendo conto delle implicazioni profonde e misteriose che ogni persona si trova ad affrontare nella malattia e di fronte alla fine della propria vita.

Ci confortano a questo riguardo le parole del cardinale Zuppi, in particolare quando sottolinea che la vita «va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che non si riducano alla mera prestazione sanitaria. Occorre ricostruire quell’alleanza terapeutica tra medici, familiari e malattia indispensabile affinché nessuno sia lasciato solo o si senta solo».

Bologna, 14 febbraio 2024

Comunione e Liberazione Emilia-Romagna

 


martedì 13 febbraio 2024

NON BASTA UNA DELIBERA PER INVENTARSI UN DIRITTO ALLA MORTE (CHE NON C’È)

 Molte Regioni italiane, in una folle rincorsa, considerano di assoluta urgenza approvare una normativa sul cosiddetto "fine vita".

La guerra infuria in molte parti del mondo,  milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case a causa della guerra e soffrono e muoiono per la fame e per la sete.

Eppure l'urgenza è favorire la morte alle persone che lo chiedono trascurando tutte le possibilità che potrebbero esserci per scongiurare questo evento.

Il comportamento del Governatore Bonaccini, in spregio ad ogni consuetudine democratica, è veramente scandaloso perché rifiuta un libero dibattito in aula per paura di una sconfitta (quasi certa) come è accaduto in Veneto. Ma può una delibera amministrativa scavalcare la carenza di una legge che non c’è non per caso, ma perché una maggioranza democraticamente eletta non la vuole?

L'Emilia Romagna prevede un comitato etico territoriale costituito ad hoc del tutto in contrasto con la normativa vigente (COREC), e linee di indirizzo per le ASL molto dettagliate:  la richiesta di suicidio deve essere valutata in un massimo di 42 giorni. Questo il cammino previsto a tappe forzate:

Il Governatore Bonaccini

La richiesta del paziente viene trasmessa entro 3 giorni alla Commissione di valutazione;entro 20 giorni prime visite e relative valutazioni;entro i successivi 7 giorni il parere etico del COREC;entro 5 giorni la relazione conclusiva viene consegnata al paziente

Una precisione millimetrica che vorremmo fosse applicata ad ogni altra richiesta dei pazienti, cominciando da quelli che invece vogliono vivere e aspettano mesi per ottenere un approfondimento diagnostico o un intervento chirurgico o un piano di assistenza domiciliare, compreso l’accesso alle cure palliative. Sembra proprio che morire sia assai più facile che vivere e Bonaccini si candida ad essere il traghettatore dei desideri di morte dei pazienti, ma non certo dei desideri di chi vuole vivere di più e meglio, contando sulle risorse del SSN. Eppure il primo comma dell’articolo 32 della nostra Costituzione parla di diritto alle cure e non certamente di un ipotetico e inesistente diritto alla morte.

Ad un accanimento che pone al centro la morte non corrisponde un equivalente accanimento per garantire le cure palliative che fanno diminuire di 10 volte le richieste di suicidio. Il suicidio assistito è diventata una richiesta identitaria della sinistra, ma tutti sanno che diventerà presto una apertura alla eutanasia, come è accaduto in altri Paesi.

Ma ci chiediamo dove sono i cattolici che hanno votato e voteranno PD perchè lo considerano il Partito della solidarietà e della accoglienza? Perchè si rintanano nel silenzio quando è in gioco la vita,quando la dignità della persona viene violata e non prendono posizione ? Hanno letto l’intervento immediato del Card. Zuppi?

Il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna ha detto: “Un secco ’no’ a qualsiasi legge o

Cardinale matteo Zuppi

delibera che consenta il suicidio assistito”.
 «La vita va protetta con cure adeguate, vanno garantire anche le terapie palliative». «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità – spiega senza giri di parole Zuppi, parlando a una assemblea di fedeli, composta da malati e dalle persone che se ne prendono cura, nel corso della Trentaduesima giornata mondiale del malato (11 febbraio 2024) facendo riferimento al messaggio dal titolo “Non è bene che l’uomo sia solo”, di papa Francesco – La questione non è tanto confessionale quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura. Del resto, la sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che non si riducano alla mera prestazione sanitaria. Occorre ricostruire quell’alleanza terapeutica tra medici, familiari e malattia indispensabile affinché nessuno sia lasciato solo o si senta solo».

IL CROCEVIA

lunedì 12 febbraio 2024

IN MEMORIA DELLE CHIESE SUICIDATE

Costruite 1.500 anni fa da uomini veri, ora profanate da eunuchi morali. Una simile civiltà non merita di essere rimpiazzata?

 GIULIO MEOTTI

10 FEB 2024

 La scorsa estate ho scritto che la Cristianità ci ha lasciato un tesoro che noi mollaccioni ora vendiamo. A gennaio ho scritto che la Cristianità occidentale rischia di morire di ridicolo, il cretinismo di cui hanno parlato alcuni coraggiosi intellettuali atei. E che è già in corso un rimpiazzo religiosoAmmetto che era più difficile per me prevedere che nelle cattedrali più gloriose d’Europa narrate da Jean Gimpel e ancora non sconsacrate, non demolite o vendute al miglior offerente, avremmo organizzato dei rave party.


Nel 1904 un saggio pubblicato su Le Figaro a firma di Marcel Proust, il più grande scrittore francese del Novecento di madre ebrea, padre cattolico e lui stesso agnostico e che diverrà un libro, In memorie delle chiese assassinate, denunciava: “Non solo il governo non sovverrà più alla celebrazione delle cerimonie rituali nelle chiese, ma potrà trasformarle in tutto ciò che gli piacerà: museo, sala di conferenze, casino da gioco. L’anticlericalismo ispira enormi idiozie. Sconsacrare quella basilica significa ritirarne l’anima che le resta. Quando si sarà spenta la piccola lampada che brilla in fondo al coro, non sarà più che una curiosità archeologica. Vi si respirerà l’odore sepolcrale dei musei”.

 Ora la cattedrale più antica e iconica d’Inghilterra, Canterbury, ospita migliaia di persone scese in pista per ballare.

Michel Onfray ha appena scritto un libro, Patience dans les ruines. L’ateo si mette sulle tracce di Sant’Agostino. Onfray scrive che non possiamo farci molto, quando una civiltà viene giù. E sicuramente è un suicidio misterioso che la Cristianità sia l’unica grande religione a consentire questa decadenza sfacciata, esibita, persino giustificata: le sinagoghe e le moschee si farebbero abbattere piuttosto che offrirsi così allo spirito del tempo (si salvano ancora un po’ le chiese ortodosse).

Canterbury
La cattedrale di Canterbury è stata fondata nel 597 ed è un sito patrimonio dell'umanità. Dopo i Racconti di Canterbury di Chaucer e Assassinio nella cattedrale di Eliot, i rave party. E pensare che aveva resistito alla Guerra dei Cent'anni, a quella delle Due rose e ai bombardamenti tedeschi. Così ora muoiono le civiltà, non con uno schianto, ma con un balletto.

 La grande cattedrale di Norwich (XI secolo), sempre per attrarre fedeli, ha installato nella navata un Helter Skelter, il famoso scivolo elicoidale da luna park. 

Rochester
La cattedrale di Rochester (VII secolo, la seconda più antica d’Inghilterra) è stata invece trasformata in un campo da golf a nove buche. Nel circo Barnum che è diventato il cristianesimo occidentale una cosa così non si era mai vista. Vero che in Olanda, precipizio di tutte le chine culturali, ci sono antiche chiese trasformate in piste da skateboard, ma sconsacrate. A Rochester hanno costruito un parco divertimenti in una cattedrale del 604 d.C.. 

E la cattedrale di Liverpool, la più grande d’Inghilterra? Ha installato Gaia, una replica della terra. Ma solo perché la cattedrale di Liverpool aveva già ospitato un rave party e non sapeva come stupire nuovamente i borghesi. Motivo? “Pagare le spese di manutenzione” del maestoso luogo di culto, ormai senza fedeli.

Liverpool

Il capo della Chiesa scozzese si è portato avanti con il lavoro e ha consentito che il Corano venisse letto nella Cattedrale di Glasgow.

Ma non è solo l’Inghilterra protestante.

La cattedrale di Santo Stefano a Vienna, con la benedizione del cardinale Christoph Schönborn, ha ospitato un concerto della drag queen Conchita Wurst, un austriaco nata Thomas Neuwirth, transessuale barbuto che i pappagalli della stampa acclamarono come il simbolo dell'Europa "tollerante" e "non discriminatoria". Gente vestita da diavolo, in tute in latex, con le piume e le calze a rete. Povero Eugenio di Savoia, che il 12 settembre 1683 fermò i turchi che assediavano Vienna e che riposa nella cattedrale.

 D’altronde uno "spazio per la preghiera musulmana" è sorto nella chiesa di Saint-Sulpice, la seconda chiesa più grande di Parigi dopo Notre Dame, ma la più importante per il culto cattolico. C’è stata anche la recita della Fatiha, la sura di apertura del Corano. Imam hanno annunciato Maometto.

Per la prima volta in 700 anni, canti e sure islamiche hanno risuonato nella cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze sotto la Cupola del Brunelleschi. E nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma, il Corano alla cerimonia per Jacques Hamel, ucciso sull’altare dai terroristi islamici.FI

Nella sua celebre Introduzione al cristianesimo del 1967, Joseph Ratzinger riportava la variante di un apologo del filosofo danese Soren Kierkegaard come metafora del Cristianesimo: il circo che s’incendia, il clown che va a chiamare aiuto al villaggio vicino, la gente che non gli crede e “ride fino alle lacrime” alla sua disperazione, il villaggio e il circo che vengono distrutti dalle fiamme. Ci siamo.

Solo che ora il clown di Ratzinger apre le porte dell’Occidente al turco.