sabato 31 dicembre 2022

LA PORTA OSCURA

 PAPA BENEDETTO HA ATTRAVERSATO OGGI CON FIDUCIA 

LA PORTA OSCURA

 In una lettera inviata il 6 febbraio 2022 ai cittadini dell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga circa il rapporto sugli abusi,avvenuti nel periodo in cui era Arcivescovo, oltre ad aver demolito le accuse attraverso le quali avvocati calunniatori e in malafede volevano inchiodare le sue mani, il Papa emerito Benedetto XVI concluse con una straordinaria “lettera personale” da fratello a fratelli, che riportiamo:  


Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte. In proposito mi ritorna di continuo in mente quello che Giovanni racconta all’inizio dell’Apocalisse: egli vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: “Non temere! Sono io...” (cfr. Ap 1,12-17).

Cari amici, con questi sentimenti vi benedico tutti.”

Benedetto XVI

Leggete qui il testo completo della lettera

giovedì 29 dicembre 2022

LA GRAZIA CHE OCCORRE PER SPERARE

 

La speranza cristiana è tutto tranne che irragionevole 

Non è una speranza campata per aria, senza punto d’appoggio, una sorta di ottimismo irrazionale contro l’evidenza dei dati del presente. Anzi, la sua ragionevolezza poggia tutta su una conoscenza verificata nell’esperienza


«Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia», dice il poeta francese Charles Péguy (Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri, Jaca Book, 1997, p. 167). Con questa affermazione Péguy si situa agli antipodi di qualsiasi atteggiamento presuntuoso, perché riconosce che la possibilità della speranza si fonda non in qualcosa di costruito da noi, ma in una grazia, vale a dire, in qualcosa di dato, di donato. È questa grazia che rende ragionevole la speranza.

Che cos’è questa «grande grazia» di cui parla Péguy? La fede in Gesù Cristo. La grande grazia è la certezza della fede. La fede, come spiega don Giussani, è il riconoscimento di una Presenza, che consente all’uomo un’esperienza di corrispondenza così unica alle attese del cuore, da riconoscere che soltanto il divino può esserne l’origine. Andrej Tarkovskij, il famoso regista russo, fa dire a uno dei suoi personaggi del film Andrej Rublëv: «Lo sai anche tu, certi giorni non ti riesce nulla, oppure sei stanco, sfinito, e niente ti dà sollievo, e all’improvviso nella folla incontri uno sguardo semplice, uno sguardo umano, ed è come se avessi ricevuto la comunione e subito tutto è più facile» (Andrej Rublëv, Garzanti, Milano 1992, p. 74). L’esperienza presente di questa Presenza, analogamente a quella della madre, è il fondamento della speranza.

Spiega don Giussani: «La speranza, che non è nient’altro che l’espandersi della sicurezza della fede al futuro» (Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, p. 255.)

Se la fede è riconoscere con certezza una Presenza così corrispondente all’attesa del cuore, allora la speranza è avere una certezza per il futuro che nasce da questa Presenza. È l’espandersi al futuro della sicurezza del presente.

All’inizio dell’enciclica Spe salvi Benedetto XVI parla di «speranza affidabile»: «La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (n. 1).
Per questo la speranza è il test più elementare per renderci conto se la nostra fede è un’esperienza - precisamente un’esperienza di certezza così reale da poter poggiare tutto su di essa -, o se invece è una categoria mentale o dialettica, quindi non in grado di fornire un punto d’appoggio reale.

Per questo Giussani insiste: «La grande grazia da cui la speranza nasce è la certezza della fede; la certezza della fede è il seme della certezza della speranza» (p. 184). Ciò su cui si fonda la speranza è un presente: «Ma un presente è veramente presente nella misura in cui tu lo possiedi; perciò la speranza è la certezza nel futuro che si appoggia su un possesso già dato» (p. 186), su una grande grazia.

Perciò la speranza cristiana è tutto tranne che irragionevole. Non è una speranza campata per aria, senza punto d’appoggio, una sorta di ottimismo irrazionale contro l’evidenza dei dati del presente. Anzi, la sua ragionevolezza poggia tutta su una conoscenza verificata nell’esperienza. Per questo possiamo dire che poggia su un possesso già dato.
È ancora la Spe salvi che ce lo ricorda con parole analoghe: «La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una “prova” delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non-ancora”. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» (n. 7).

Edward Henry Potthast (1857 -1927)
Beach Scene

E di nuovo: «La promessa di Cristo non è soltanto una realtà attesa, ma una vera presenza» (n. 8).
È con questa Presenza davanti a me che, adesso, posso guardare senza paura tutta la portata della mia attesa, dei miei desideri più profondi. Nella compagnia di questa Presenza posso osare porre la vera domanda.

«Questi desideri saranno soddisfatti, sì o no? Qui è il punto. Questi desideri, fatti secondo le esigenze del cuore, possono essere sicuri d’essere attuati […] solo in quanto uno […] si abbandona alla Presenza» (pp. 190-191).

La forma della risposta al desiderio dell’uomo è Cristo stesso. Cristo è l’unica speranza di compimento della nostra affettività. Egli solo, Egli solo è capace di esaudire, di soddisfare veramente l’affettività.
Null’altro è in grado di soddisfarci realmente. Perciò la speranza è il compimento dell’affezione: Egli solo è in grado di soddisfare, di compiere veramente l’affezione. Per questo tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica: «Di te ha sete l’anima mia» (Sal 63,2)!

Raffaello, Angeli,
part. de La Madonna Sistina (Dresda)

Cristo, la Presenza riconosciuta dalla fede, è l’unico fondamento ragionevole della speranza. Senza di Lui la vita dell’uomo è priva di un fondamento su cui poggiare.
Invece è proprio così, perché - come conferma san Tommaso - «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (San Tommaso d’Aquino, Secunda secundae, in Summa Theologiae, q. 179, art. 1). La soddisfazione è nell’affezione a Cristo, la soddisfazione è Cristo.

Estratti da un intervento di Julian Carron del 2009 (tratto da CL online)



HANNAH ARENDT E IL SENSO DEL NATALE: L'UOMO E' STATO CREATO PERCHE' CI FOSSE UN INIZIO

Le Ragioni per festeggiare ogni nuova nascita, cardine della nostra libertà

 In questa prospettiva infatti, non è soltanto la nascita di Gesù, ma quella di qualsiasi bambino a rappresentare un segno di speranza nel mondo

HANNAH ARENDT (1906 -1975)

“Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. E’ in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. E’ questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’avvento: ‘un bambino è nato per noi’”.

Da almeno quarant’anni, da quando cioè l’ho letto per la prima volta, considero questo brano di Hannah Arendt come l’espressione più profonda del senso del Natale. Che è festa di fede e di speranza certo, ma sorprendentemente anche di libertà.

Nella storia del pensiero occidentale soltanto la Arendt ha avuto il genio e l’ardire di incardinare l’umana libertà, diciamo pure “la facoltà dell’azione”, nel “fatto della natalità”. La libertà è ciò che dà sapore e specificità alla vita umana; solo la libertà impedisce che il mondo si riduca spinozianamente a “sostanza”, a qualcosa di omogeneo, a qualcosa come un continuo fluire; solo la libertà è capace di introdurre nel mondo un elemento di novità, un imprevisto, una sorpresa, capaci di sottrarci al dominio della necessità.

Ma udite udite, per la Arendt è il nostro stesso venire al mondo, la nascita unica e irripetibile di ciascuno di noi, a rappresentare la prima e più immediata forma di novità, il primo vero affronto al potere di ananke (la necessità dei greci) o anche solo alla noiosa routine della vita. Una ragione in più per festeggiare il Natale, dunque. Ma c’è anche dell’altro.

In questa prospettiva infatti, non è soltanto la nascita di Gesù, ma quella di qualsiasi bambino a rappresentare un segno di speranza nel mondo. Ogni bambino che nasce è l’irruzione nel mondo di una “novità”, che reclama quasi di essere rinnovata, una volta diventati adulti, nell’esercizio della nostra libertà, nella nostra capacità di incominciare qualcosa che senza di noi non incomincerebbe mai. Un’esortazione a essere liberi che è anche un’apertura di credito nei confronti di noi stessi e del mondo che abitiamo. Facile immaginare dunque, come ho avuto modo di sottolineare più volte anche su questo giornale, la tragedia reale e simbolica che si consuma allorché in una società non nascono più bambini. Prima o poi, in tale società sono destinate ad avvizzire anche la speranza e la libertà.

“Initium… ergo ut esset creatus est homo”, diceva Agostino, autore assai caro ad Hannah Arendt.

L’uomo è stato creato affinché ci fosse un inizio. Il che significa che nasciamo, non per morire, ma per incominciare, per far nuove di continuo tutte le cose grazie alla nostra libertà e agli imprevisti che essa porta sempre con sé.

E’ questo il grande dono del Natale, il grande dono di Gesù bambino, che ci esorta alla vita, alla speranza, alla libertà, a guardare il mondo con gratitudine e benevolenza, nella convinzione che, anche nella situazione più difficile e più drammatica, ci può essere un bambino che, nascendo, e nascendo per noi, ci ricorda che possiamo essere liberi per davvero.

Buon Natale a tutti.

SERGIO BELARDINELLI  24 DIC 2022 IL FOGLIO

https://www.ilfoglio.it/cultura/2022/12/24/news/hannah-arendt-e-il-senso-del-natale-4789256/

 

 

mercoledì 28 dicembre 2022

BENEDETTO XVI : “LA PRIORITA’ E’ RENDERE DIO PRESENTE IN QUESTO MONDO”

 In queste ore trepidanti per la vita terrena del papa emerito Benedetto, ecco qui di seguito uno dei  suoi scritti autografi decisivi per capirlo a fondo.

È  tratto dalla lettera che egli indirizzò ai vescovi della Chiesa cattolica il 10 marzo 2009, e dice quali sono state le “priorità” del suo pontificato.

Benedetto XVI eletto Papa il 19 aprile 2005

“LA PRIORITÀ CHE STA AL DI SOPRA DI TUTTE”

 

"Penso di aver evidenziato le priorità del mio pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel cenacolo in modo inequivocabile: “Tu conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio.

Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. 

Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più."

 

martedì 27 dicembre 2022

REGIME DI EUTANASIA IN CANADA: QUANTI ALTRI MORIRANNO IN NOME DELLA "COMPASSIONE"?

 LA VITA È UN DIRITTO, NON LA MORTE, CHE VA ACCOLTA, NON AMMINISTRATA. (PAPA FRANCESCO)

Una donna mostra un cartello durante una manifestazione contro il suicidio assistito nel 2016 a Parliament Hill a Ottawa, Ontario. (foto CNS/Art Babych)

Osservatori casuali possono comprensibilmente credere che la legge a cui il governo canadese si riferisce eufemisticamente come "assistenza medica in caso di morte", o MAID, sia riservata ai pazienti che hanno una diagnosi terminale e stanno vivendo una sofferenza insopportabile. Ma si sbaglierebbero.

Ad agosto, l'Associated Press ha riportato la storia di Alan Nichols , un uomo di 61 anni con una storia di depressione che nel 2019 è stato brevemente ricoverato in ospedale perché si pensava potesse avere tendenze suicide. Entro un mese dalla sua degenza in ospedale, ha chiesto l'eutanasia ed è stato ucciso nonostante le proteste dei membri della famiglia, che hanno affermato che non stava prendendo le sue medicine e non aveva la capacità di prendere la decisione di morire. "La sua domanda di eutanasia elencava solo una condizione di salute come motivo della sua richiesta di morte", ha riferito l'AP: "perdita dell'udito".

Da quando il Canada ha modificato il suo codice penale nel 2016 per legalizzare il suicidio assistito e l'assistenza medica in caso di morte, che il codice precedentemente riconosceva come "omicidio colposo", l'ammissibilità alla procedura è stata ampliata. La legge originale richiedeva che la morte naturale fosse "ragionevolmente prevedibile" e che le condizioni mediche del paziente fossero "gravi e irrimediabili". Nel 2021 il requisito che la morte fosse ragionevolmente prevedibile è stato abbandonato. Oggi, chiunque abbia più di 18 anni con una grave malattia, malattia o disabilità, anche se è altrimenti sano, può essere soppresso. (Al momento si sta valutando se i "minori maturi" possano acconsentire a essere uccisi).

L'anno prossimo, il regime canadese di omicidi medicalizzati, già uno dei più permissivi al mondo , è destinato a espandersi nuovamente. Il 17 marzo 2023, l'eutanasia sarà disponibile per le persone che soffrono di malattie mentali, una mossa che i critici avvertono avrà conseguenze disastrose per i cittadini più vulnerabili del Canada. 

Non sono solo le persone di fede a opporsi all'estensione di questo “diritto” a coloro che non affrontano la morte imminente. Nel 2021 tre esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera formale al governo canadese avvertendo che la mossa avrebbe "potenzialmente sottoposto le persone con disabilità a discriminazione a causa di tale disabilità". Tim Stainton, direttore del Canadian Institute for Inclusion and Citizenship presso l'Università della British Columbia, ha definito MAID "la più grande minaccia esistenziale per le persone disabili dal programma dei nazisti in Germania negli anni '30".

Madeline Li, una psichiatra che ha somministrato l'eutanasia e contribuito a definire i protocolli MAID a Toronto, ha detto ai legislatori che data la mancanza di standard per valutare i pazienti con malattie mentali per l'eutanasia, e in effetti l'impossibilità di sapere se una diagnosi psichiatrica è irrimediabile, spetterà ai medici - con i loro pregiudizi inconsci e i loro giudizi di valore imperfetti - decidere quali vite valgono la pena di essere vissute.

Come dimostra l'inquietante caso di Mr. Nichols, non dovremo aspettare fino a marzo per vedere se i peggiori timori di coloro che hanno avvertito della china scivolosa dell'eutanasia si materializzeranno. I medici riferiscono già di aver sentito parlare di pazienti disabili o malati cronici a basso reddito che chiedono l'eutanasia perché non possono permettersi un alloggio o cure adeguate con l'assistenza sociale che ricevono dal governo.  In tutto, 10.000 canadesi sono stati soppressi nel 2021, rispetto a circa 1.000 nel 2016 e che rappresentano il 3,3% di tutti i decessi nel paese quell'anno.

C'è una ragione per cui la Chiesa cattolica parla spesso di aborto ed eutanasia insieme come questioni di vitaEntrambi sono radicati nella stessa menzogna secondo cui la dignità umana è così condizionata dall'autonomia personale che la profonda dipendenza dagli altri per i bisogni primari può rendere una vita meno preziosa. L'unico modo per rendere “dignitosa” la morte è riconoscere l'incalcolabile dignità di coloro che muoiono, prendendosi cura dei loro bisogni e accompagnandoli nella loro sofferenza. Ogni morte, improvvisa o lungamente attesa, serena o accompagnata da grandi sofferenze, è la fine di una vita unica e preziosa. Verrà per tutti noi, ma, come diceva Papa Francesco , «la vita è un diritto, non la morte, che va accolta, non amministrata».

Come abbiamo appreso nell'ultimo anno in seguito alla decisione della Corte Suprema USA nel caso Dobbs di ribaltare la decisione Roe v. Wade, cambiare la legge è solo un primo passo e una risposta insufficiente alla tragedia dell'aborto. Il motivo per cui il linguaggio della "scelta personale" è così efficace, nei dibattiti sia sull'aborto che sull'eutanasia, è che milioni di nostri fratelli e sorelle si sentono intrappolati dalle loro circostanze o stanno sperimentando

CONGDON, Gesù e la tentazione del diavolo 1963
sofferenze inevitabili.

Ma se una madre sente di non avere altra scelta che porre fine alla vita del suo bambino non ancora nato, quella non è libertà. È un fallimento della famiglia, degli amici, dei vicini, del governo e della società dare a lei e a suo figlio il sostegno materiale e relazionale di cui hanno bisogno. Se le persone che soffrono di anoressia o depressione profonda, o se i nonni che vivono in isolamento e povertà credono che il mondo starebbe meglio senza di loro, scegliere di porre fine alla propria vita non è libertà. È una manifestazione di una cultura dello scarto che preferirebbe scartare coloro che soffrono piuttosto che accompagnarli. Tale scelta mira più a evitare la necessità di affrontare noi stessi la realtà della sofferenza che a offrire misericordia agli altri.

In Canada, dove il costo della vita sta aumentando più rapidamente della spesa sociale e il sistema sanitario è stato paralizzato dalla pandemia di Covid-19, alcuni potrebbero essere tentati di vedere l'eutanasia, come molte cose che provengono dallo spirito maligno, come una soluzione a un problema apparentemente intrattabile e quindi essere distratti o ignorare il compito più difficile di investire in cure palliative, alloggi a prezzi accessibili e nel sistema di assistenza sanitaria mentale. 

Ma nessun individuo o società può ottenere un free pass quando si tratta di prendersi cura dei nostri concittadini, specialmente dei più vulnerabili tra noi. Quanto deve salire il bilancio delle vittime prima che il Canada riconsideri il costo della sua cosiddetta compassione?

Se stai pensando al suicidio, chiama la US National Suicide Prevention Lifeline al numero 1-800-273-8255 ( TALK ) o Talk Suicide Canada al numero 1-833-456-4566.

15 dicembre 2022 Tratto da https://www.americamagazine.org/

qui

 

sabato 24 dicembre 2022

LO "SPIRITO GENTIL" DI DON GIUSSANI

Da “LA FAVORITA” DI GAETANO DONIZETTI, QUARTO ATTO

LUCIANO PAVAROTTI


Spirto gentil de' sogni miei
Brillasti un dì ma ti perdei
Fuggi dal cor, mentita speme
Larve d'amor, larve d'amor, fuggite insieme
Larve d'amor

A te d'accanto, del genitore
Scordavo il pianto, la patria, il ciel
Donna sleal! In tanto amore
Segnasti il core d'onta mortal
Ahimè! Ahimè

Spirto gentil de' sogni miei
Brillasti un dì ma ti perdei
Fuggi dal cor, mentita speme
Larve d'amor, larve d'amor, fuggite insieme
Larve d'amor

Fuggite insieme, larve d'amor
Fuggite insiem, fuggite insieme
Perché tradirmi, donna sleale?
Ah, fuggite insieme, larve d'amor

  

Sin da bambino don Giussani ebbe il dono di essere guidato all’ascolto della musica, e imparò a riconoscere nella musica una via privilegiata di percezione della bellezza, capace di suscitare e tenere vivo in lui il desiderio della «Bellezza infinita». Questo dono si rinnovò negli anni del seminario; lui stesso lo ricorda in un brano che il lettore ritroverà nel capitolo dedicato al Cd di arie d’opera Spirto gentil: 

«Ero in seminario e frequentavo la prima liceo classico: durante la lezione di canto, per il primo quarto d’ora, il professore era solito spiegare storia della musica facendoci ascoltare alcuni dischi. Quel giorno il disco a 78 giri incominciò a girare, e d’improvviso il canto di un tenore allora famosissimo ruppe il silenzio della classe. Con una voce potente e piena di vibrazioni Tito Schipa incominciò a cantare un’aria del quarto atto de La Favorita di Donizetti:

“Spirto gentil, ne’ sogni miei, brillasti un dì, ma ti perdei. Fuggi dal cor mentita speme, larve d’amor fuggite insieme”. [...]

Al vibrare della primissima nota io ho intuito, con struggimento, che quello che si chiama “Dio” – vale a dire il Destino inevitabile per cui un uomo nasce – è il termine dell’esigenza di felicità, è quella felicità di cui il cuore è insopprimibile esigenza. [...] In quel preciso istante della mia vita, per la prima volta io capii che Dio c’era, e quindi che non poteva esserci niente, se non c’era il significato; che non poteva esserci il cuore, se non c’era il traguardo del cuore: la felicità. [...] Il successivo sviluppo della mia coscienza religiosa è stato tutto influenzato da quell’esperienza»

Dall’introduzione di Sandro Chierici al libro “SPIRTO GENTIL” Bur saggi 2011


giovedì 22 dicembre 2022

UNA PRESENZA CI HA RESO FAMILIARI COL DESTINO. POESIA DI NATALE di FRANCO CASADEI

 

È  venuto.

 

Botticelli: Adorazione dei Magi, Firenza Uffizi

Passeggere come gli uomini ,

le foglie, caduche

una ne nasce, l'altra si dilegua,

è l'esperienza elementare della vita


un fiore di campo che germoglia

già si dissecca nella sera,

un’inconsistenza ultima

che mentre la stringi ti abbandona.


Nondimeno, dentro il dramma

di una vita senza pace, una sfida,

qualcosa di irriducibile

si sottrae al provvisorio,

qualcosa che apre alla speranza


dentro questa contingenza

apparentemente senza sfoci,

un urto, una svolta


colui che gli uomini di tutti i tempi

hanno chiamato Dio

e accaduto nel mondo,

è accaduto nel mondo, è venuto,

è venuto per me che sono nulla

chiamandomi per nome


una Presenza

ci ha resi familiari col Destino.

 

 

Franco Casadei, medico cesenate, è autore di numerose raccolte poetiche.

L'uomo conosce se stesso e la sua esperienza solo raccontandosi, e il poeta ha la capacità di nascondere e trasfigurare in poche parole e in un pudore sconosciuto alla prosa, tutta la ricchezza del proprio vissuto.

Le poesie di Franco Casadei, alla ricerca di una risposta alle proprie attese più profonde, ci accompagna alla scoperta di quella “firma segreta” che sta dentro le cose, di quell’impronta tatuata in ogni cuore umano.

Accompagnati da queste parole possiamo riscoprire più facilmente le ragioni della speranza e del Natale.

OTTANT’ANNI FA LA RITIRATA DI RUSSIA. CREDEVAMO CHE LA GUERRA FOSSE FINITA PER SEMPRE

Quelle foto mi spaccano il cuore: quella moltitudine di ombre nere come anime di un infinito Purgatorio. (E ognuno, ora lo so, era un figlio, un padre, e lo aspettavano, a casa)

Marina Corradi


«Mitrofanowka, quando vi arrivammo, era uno spavento. Erano circa le nove del giorno 18 dicembre ’42. La città bruciava in molti punti ed era sotto un attacco di caccia russi. I caccia erano una mezza dozzina e andavano e venivano a volo quasi radente mitragliando fitto, avevano grandi stelle rosse sulle fusoliere. Le strade tutt’attorno erano gremite di soldati in fuga. Quasi tutti questi soldati (non so se fossero della Ravenna, o della Cosseria, o mischiati) avevano una coperta in testa e marciavano incuranti dei mitragliamenti che aprivano fra loro sanguinosi solchi. Taluni avevano i piedi avvolti in coperte e si trascinavano, ce n’era che si sorreggevano tra di loro. Non finivano più di venire avanti, davano l’idea di una interminabile mandria» (Egisto Corradi, “La ritirata di Russia”, Mursia).

Era quasi di questi giorni la Ritirata, 80 anni fa, e nelle stesse terre dove oggi di nuovo si muore di fuoco, e di fame. L’Ucraina era Urss. Quando ero bambina la guerra da cui tu, papà, alpino con la Julia, eri tornato, mi pareva infinitamente lontana. Tu non ne parlavi quasi mai. Solo, odiavi la neve. Neve, maledetta neve. Che gelo spaventoso, e interminabili marce, e quanti, quanti morti, abbandonati come carcasse ai margini della colonna. Nessuno più si fermava per un morto. Fermarsi era cedere all’assideramento. Bisognava andare, andare, come si poteva.


Le foto della Ritirata mi spaccano il cuore: quella moltitudine di ombre nere come anime di un infinito Purgatorio. (E ognuno, ora lo so, era un figlio, era un padre, e lo aspettavano, a casa). C’eri anche tu nella sacca sul Don, una delle più crudeli trappole che la guerra, o il demonio, abbiano mai congegnato. Non solo cannoni e caccia a mitragliare, ma lo spaventoso freddo della steppa, in quell’inverno rigidissimo.



Tu, non me ne hai mai detto niente. Non una parola.

Ma quando a vent’anni ho aperto il tuo libro l’ho letto tutto in una notte, atterrita. Il carrarmato russo che ti passava a pochi metri dalla testa, tu sdraiato nella neve, il fragore d’acciaio dei cingoli. E quelle isbe stracolme in cui si cercava di sopravvivere per una notte ancora, e i tedeschi che gridavano «Raus!», fuori! I tedeschi, ma, tu scrivi, «eravamo tutti come cani rabbiosi».

E perché hai obbedito all’ordine di tornare indietro, sotto il fuoco dei russi, a cercare un battaglione di compagni rimasto isolato? Li hai trovati, infine, dopo ore terribili. Ma, perché sei andato, papà? Per onore, o perché tua madre ti avrebbe detto: “Vai”?

Sei tornato. Nell’atroce groviglio di destini della guerra in Russia, tu sei tornato, siamo nati noi. Io, bambina della Milano anni Sessanta, confusamente pensavo che quegli accenni degli adulti, quelle case ancora distrutte appartenessero a un’altra era. C’era la stata la guerra, ma era finita per sempre. Ora ci sarebbe stata, per sempre, la pace.

Il 24 febbraio 2022 ha dato una spallata a questa mia certezza. Ho proprio sentito come crollare un muro, dentro. Quei carri, quei caccia, di nuovo, e più potenti. E di nuovo la neve e il gelo. La fame, gli sfollati in marcia. Di nuovo, mio Dio – un anno fa non ci avrei creduto.
Sono diventata di colpo più vecchia. Resto più spesso in silenzio. Guardo le immagini da Kherson, e benché lontana percepisco un abisso di dolore. La guerra è tornata, torna sempre, la malapianta rispunta, ostinata. I soldati nella neve oggi potrebbero essere non mio padre, ma i miei figli.

Fare, che cosa? Vorrei soltanto sapere mettermi in ginocchio, e pregare.

Tratto da TEMPI

 Nota: Anche mio padre è riuscito a tornare come il padre di Marina dall'inferno russo del dicembre del 1942 e del gennaio del 1943. E non me ne ha mai parlato. E anch'io a vent'anni ho letto per caso il suo diario, chiuso in un cassetto della cantina.

lunedì 19 dicembre 2022

ESTATE 1979. DA DOVE VENNE L’IDEA DEL MEETING?

L’incipit fondamentale è stato l’impeto missionario, il desiderio di annunciare al mondo Gesù Cristo  il tutto tenendo conto del luogo ove il Signore ci aveva messi: Rimini.

di Marco Ferrini

Manifesto del primo Meeting 1980
Titolo
LA PACE E I DIRITTI DELL'UOMO
Il Meeting nasce da una esperienza di comunione tra alcuni amici e tale è rimasta nel tempo, con tutte le contraddizioni ed i limiti di noi poveri  uomini. Non gente che si è messa a fare una manifestazione. Ma l’esperienza di un popolo che era ed è prima di noi. Da un carisma, quello di Giussani, che ci ha reso comprensibile e familiare il Mistero che è tra noi.

Insomma gente amica che sa per che cosa vive, che ha un ideale insieme. Quindi una origine chiara, un “prima di noi” che abbiamo incontrato e che riconosciamo senza aggiungere nulla.

È semplice riconoscere una evidenza che si impone: non occorre una intelligenza particolare ma un cuore. Ma non è facile: richiede il coinvolgimento della nostra libertà.

Una origine chiara e uno scopo altrettanto chiaro: la gloria umana di Cristo. La storia e l’origine del Meeting è una documentazione evidente di tutto ciò.

Nasce infatti come idea da un gruppo di amici nell’estate del 1979 (5 agosto) intorno al Centro Culturale il Portico del Vasaio. Allora e per anni ne sono stato il Presidente e, con Milano, Rimini è stato tra i primi nel Movimento a promuovere una azione missionaria attraverso la cultura, addirittura le prime iniziative sono della fine del 1978.

Bene, in quella estate si svolgevano iniziative e tra queste una serie di piccoli concerti nella città per incontrare gente, iniziare rapporti a partire da interessi particolari con l’intenzione di proporre quello che ognuno di noi aveva incontrato. La grande novità della nostra vita: Gesù Cristo attraverso il carisma di don Giussani. Era come dire: se questo incontro ha cambiato la mia vita, se questo incontro è stato (ed è) vero per noi ed è stata (ed è) la risposta adeguata al nostro desiderio di verità, di bellezza, di significato della vita ALLORA non poteva e non può non esserlo per gli altri, per il mondo intero (cioè tutti quelli che incontriamo che entrano in rapporto con noi). Proprio vero, il cristianesimo o passa attraverso noi (la nostra pochezza, il nostro limite, la nostra povertà, la nostra incoerenza) o altrimenti non passa.

“Aveva intuito – non solo con la mente ma con il cuore – che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano.” (Papa Francesco 15.10.2022)

Quel 5 agosto avevamo organizzato un concerto di chitarra classica in una piazzetta del Borgo San Giuliano a Rimini e dopo aver smontato il palco, raccolto le sedie quindi sistemato il tutto siamo andati in una vicina pizzeria e lì abbiamo messo in discussione criticamente il nostro lavoro culturale, abbiamo tentato un giudizio.  Una volta tanto non siamo stati autoreferenziali non ce la siamo cantata. Chi c’era ? Alver Metalli giornalista (Il sabato, Trenta Giorni, poi in RAI e in America Latina da oltre 30 anni e vive nelle Villa Miserias a Buones Aires), Paolo Biondi giornalista (Reuters), Geo Lisi creativo poi assessore alla Cultura a Rimini quindi Eurodeputato, Antonio Smurro avvocato poi Presidente del Meeting fino al 1993, Paolo Gessaroli, Mimmo Pirozzi e il sottoscritto.

Quanto è attuale l’origine del Meeting ? E penso all’incontro del 15 ottobre con il Santo Padre

“ sono tempi di rinnovamento e rilancio missionario alla luce dell’attuale momento ecclesiale”, “vi invito a rifuggire da ogni ripiegamento su voi stessi, dalla paura e dalla stanchezza spirituale, che ti porta alla pigrizia spirituale. Vi incoraggio a trovare i modi e i linguaggi adatti perché il carisma che don Giussani vi ha consegnato raggiunga nuove persone e nuovi ambienti perché sappia parlare al mondo di oggi….Ci sono tanti uomini e tante donne che non hanno ancora fatto quell’incontro con il Signore che ha cambiato e reso bella la vostra vita.”“Arda nei vostri cuori questa santa inquietudine profetica e missionaria. Non rimanete fermi.” 

Ecco da quella estate del 1979 venne l’idea del Meeting. Dove l’incipit fondamentale è stato l’impeto missionario, il desiderio di annunciare al mondo Gesù Cristo  il tutto tenendo conto del luogo ove il Signore ci aveva messi: Rimini. Un luogo con una vocazione internazionale (la Spiaggia d’Europa) crocevia di popoli e culture. Camisasca nella Storia del Movimento dice: “Quel gruppo di amici avvertiva la responsabilità di dire qualcosa alle centinaia di migliaia di persone che trascorrevano le vacanze a Rimini durante l’estate. Amavano conoscere, avevano il gusto della bellezza e il desiderio di trasmettere tutto ciò ad altri, noti e sconosciuti”.

Tra l’altro Rimini dopo la crisi del ’68 aveva visto il fiorire di iniziative con gli amici milanesi della Jaca Book e del Movimento Popolare e non solo. Nasceva una libreria, il centro culturale, convegni nazionale sulla scuola, feste popolari (Il barbaro, MP ed altro).

Ecco, in questo contesto e con questo desiderio del cuore di un manipolo di uomini che nasce il Meeting per l’amicizia fra i popoli la cui prima edizione fu l’anno seguente l’estate del 1980.

-          La prima cosa che balzò evidente fu quella che da soli non era possibile e che questa idea non poteva avere una storia e quindi uno sviluppo, non tanto dal punto di vista organizzativo ed economico, quanto piuttosto dal punto di vista culturale. Quindi della concezione propria del gesto, quindi della sua originalità (attaccata ad una origine)

-          I primi viaggi a Roma e a Milano furono costruiti nell’intento di dare un corpo, un volto, una consistenza con lo scopo di radicare quest’opera nell’appartenenza ad un popolo ad una storia. Proprio da questa appartenenza è nato un criterio, un giudizio e uno sguardo sulla realtà intera che ci ha reso nel tempo sempre più baldanzosi. Anzi quanto più passa il tempo cresce questa baldanza che dura anche oggi. In questa prospettiva don Giancarlo Ugolini, prete della Comunità di Rimini, ha modo di accennare l’ipotesi del Meeting a don Giussani, la cosa gli piace e gli dice: “Sì, vale la pena provare, poi vediamo. Se qualcosa non funziona correggiamo l’idea, ma vale la pena”. Nessuno poi poteva immaginare che quella iniziativa sarà destinata a diventare una delle manifestazioni culturali più importanti e partecipati a livello internazionale.

-          La sua origine appare a Giussani come un esempio della responsabilità di adulti che da anni indica come strada del futuro. È lui stesso a parlarne durante un incontro di sacerdoti a Bologna, il 1 dicembre 1980. Sono passati tre mesi dalla conclusione del primo Meeting. Nel corso del raduno, interviene don Giancarlo Ugolini per raccontarne la nascita. Mentre lo ascolta don Giussani annota su un foglio alcune parole.

Al termine fissa in poche frasi quelli che, secondo lui, sono la genesi e scopo del Meeting: “Io vorrei facessimo emergere i fattori determinanti il volto adulto di questo fenomeno che ha dato origine alla più grossa manifestazione che abbiamo fatto in trent’anni: il Meeting di Rimini. Più grande, non appena quantitativamente, ma anche da punto di vista dell’incidenza pubblica.”

Giussani ne elenca tre:

·    si tratta di gente ”appassionata alla vita del movimento. Cosa vuol dire appassionata alla vita ? Un adulto non può non essere appassionato a una vita, altrimenti o è vecchio, oppure è un bambino. L’adulto è serio nella vita: la serietà nella vita è la passione per il significato. L’adulto è una persona per cui il movimento è veicolo, o luogo di incontro, con il significato del proprio esistere, della propria persona.”

·   in secondo luogo, sono “amici tra loro per delle circostanze che l’hanno permesso. Allora, una passione per la vita che renda capaci di amicizia. E l’amicizia è affrontare “insieme” i bisogni.” Per Giussani le persone che hanno dato vita al Meeting presentano un accento particolare che rivela la maturità. Questo è dato dal fatto che, “vivendo in una determinata situazione (la Rimini estiva), hanno notato l’assoluta, totale mancanza di presenza dei cristiani. Quanti anni è che Rimini è centro balneare di quel tipo? È bellissimo e tragico che della gente si sia domandata a un certo punto, improvvisamente o finalmente: “Non esiste presenza cristiana qua dentro””.

·     in terzo luogo, “l’ideale della vita che hanno dentro, reso organico dall’amicizia e perciò reso coraggioso dall’amicizia, si impegna, cambia. Non esiste vera percezione ideale se non diventa energia di cambiamento, cioè affezione, energia di mobilitazione del tempo, e dello spazio, della realtà, in funzione dell’ideale. Quindi, si sono mossi per realizzare questa presenza”.

Marco Ferrini

Intervento tenuto AD Ascoli Piceno il 17 dicembre 2022, nell’ambito degli eventi per il centenario della nascita di Don Luigi Giussani.

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