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sabato 13 gennaio 2024

UN CHIARIMENTO CHE CONFONDE?

AMERICA MEDIA, LA RIVISTA DEI GESUITI AMERICANI,

DIFENDE IL DOCUMENTO SULLE BENEDIZIONI OMOSESSUALI:

NON E’ ERETICO

 

 


Una bandiera arcobaleno è visibile sul muro di una chiesa cattolica a Colonia, in Germania, il 10 maggio 2021, mentre l'edificio è aperto affinché le coppie dello stesso sesso ricevano una benedizione. (Foto dell'OSV News/Thilo Schmuelgen, Reuters)

Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emesso un comunicato stampa il 4 gennaio “per aiutare a chiarire l’accoglienza della Fiducia Supplicans”, la dichiarazione emessa dal dicastero il 18 dicembre che consentiva di impartire benedizioni semplici o pastorali alle coppie in situazione irregolare, comprese le unioni omosessuali. Rimproverando alcuni critici, il comunicato stampa insisteva sul fatto che la dichiarazione non poteva essere considerata eretica, ma riconosceva che i vescovi locali potevano discernere come applicarla, a condizione che non negassero totalmente la possibilità di tali benedizioni pastorali.

Sebbene quella dichiarazione originale affermasse che tali benedizioni erano per le coppie, non per la situazione particolare in cui si trovavano le due persone – divorziati e risposati o conviventi tra persone dello stesso sesso – ciò suscitò accese discussioni e persino polemiche in tutta la Chiesa cattolica. . Ha anche provocato reazioni contrastanti, addirittura contraddittorie, da parte dei vescovi di alcuni paesi e reazioni ampiamente negative in alcune nazioni africane, così come in Polonia e Ungheria .

Il cardinale Victor Manuel Fernández e mons. Armando Matteo, rispettivamente prefetto e segretario del dicastero, hanno firmato il documento originale e la dichiarazione odierna. Sembrano aver concluso che molti vescovi e sacerdoti non hanno letto adeguatamente il documento o lo hanno letto attraverso lenti ideologiche. Nel comunicato chiarificatore raccomandano “una lettura completa e calma della Dichiarazione per comprenderne meglio il significato e lo scopo”.

Secondo alcuni in Vaticano, con queste cinque pagine di chiarimento sotto forma di comunicato stampa, il DDF cerca di eliminare gran parte della confusione sorta sia da una lettura frettolosa del documento originale, sia da un'insufficiente comunicazione nella sua presentazione iniziale o dalla sua falsa rappresentazione in alcuni media. In molti casi, la dichiarazione è stata presentata come se il Papa approvasse le benedizioni per le unioni tra persone dello stesso sesso, piuttosto che benedizioni per le coppie in tali unioni o in situazioni matrimoniali irregolari.

Una comprensione più ampia delle benedizioni

Il cardinale Fernández e monsignor Matteo spiegano ancora che la dichiarazione del 18 dicembre, approvata dal papa, “contiene una proposta di benedizioni pastorali brevi e semplici – non liturgiche né ritualizzate – delle coppie in situazioni irregolari, ma non delle loro unioni, sottolineando che si tratta di benedizioni senza formato liturgico che non approvano né giustificano la situazione in cui si trovano queste persone”.

Il comunicato stampa sembra indicare che gli alti funzionari del DDF ritengono che gli elementi teologici più importanti della dichiarazione non siano stati adeguatamente compresi nella sua prima recezione. Sottolineano che “la vera novità di questa Dichiarazione, quella che richiede uno sforzo generoso di accoglienza e dalla quale nessuno deve dichiararsi escluso, non è la possibilità di benedire le coppie in situazioni irregolari”. Piuttosto «è l'invito a distinguere tra due diverse forme di benedizione: 'liturgica o ritualizzata' e 'spontanea o pastorale'».

Il comunicato rileva che il “contributo specifico e innovativo” della dichiarazione è “al significato pastorale delle benedizioni, [il corsivo nel comunicato] , consentendo un ampliamento e un arricchimento della comprensione classica delle benedizioni che è strettamente legato a una prospettiva liturgica”.Gli autori sottolineano che questa “riflessione teologica, fondata sulla visione pastorale di Papa Francesco, implica un reale sviluppo di quanto detto sulle benedizioni nel Magistero e nei testi ufficiali della Chiesa”.

La dichiarazione, hanno detto, intende fornire una comprensione più ricca e ampia delle benedizioni in un contesto pastorale. Di conseguenza, la dichiarazione richiede ai vescovi e ai sacerdoti “di riflettere [su questa comprensione più ampia] serenamente, con il cuore di pastori, liberi da ogni ideologia”.

Inoltre, sottolineano i massimi funzionari del DDF, «sebbene alcuni vescovi considerino prudente non impartire per il momento queste benedizioni, dobbiamo tutti crescere ugualmente nella convinzione che le benedizioni non ritualizzate non sono una consacrazione della persona, né della coppia. chi li riceve, non sono una giustificazione di tutte le sue azioni, e non sono un’approvazione della vita che conducono”.

Hanno spiegato che il Papa chiede a vescovi e sacerdoti di comprendere queste benedizioni come un “semplice gesto di vicinanza pastorale, che è un mezzo per promuovere l’apertura a Dio in mezzo alle circostanze più diverse”.

martedì 28 novembre 2023

LUIGI NEGRI UOMO DI FEDE E DI CULTURA

DI GIULIO LUPORINI

PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE CULRTURALE “TU FORTITUDOMEA”

Il 26 novembre 2023 ricorre l’ottantaduesimo anniversario della nascita di mons. Luigi Negri. Credo sia significativo ricordarlo a partire dall’importante evento, al quale la nostra Associazione ha aderito, svoltosi ieri a San MarinoFede, ragione e missione. Convegno in onore di mons. Luigi Negri, uomo di fede, maestro di cultura. Un convegno (organizzato dal Centro Internazionale Giovanni Paolo II, da Culturacattolica.it e dall’Associazione culturale La Contea degli Insorgenti, in collaborazione con la Diocesi di San Marino-Montefeltro) non su mons. Luigi Negri ma in suo onore perché è stato dedicato ad alcune tematiche rispetto alle quali egli ha dato certamente un contributo significativo. I titoli delle due sessioni, quella mattutina e quella pomeridiana, sono stati infatti i seguenti: Fede e ragione: un incontro per il bene dell’uomoMissione: “autorealizzazione” della Chiesa.

Non cercherò qui di riprendere i contenuti delle relazioni degli autorevolissimi ospiti, particolarmente profonde e articolate, che speriamo di avere modo di recuperare e approfondire in seguito, quanto piuttosto di soffermarmi sulle parole che sono state dedicate a mons. Luigi Negri.

Innanzitutto il ricordo personale e commovente di mons. Elio Ciccioni, vicario generale al tempo dell’episcopato di San Marino-Montefeltro. Egli ha ricordato come, al di là della prima impressione, «quella di un carattere un po’ burbero, forse timido», «nel rapporto personale si dimostrò subito accogliente, capace di dialogo e di relazioni profonde». Ne ha parlato come di un Vescovo «paterno e comprensivo con gli errori e con le debolezze di noi sacerdoti» che, tuttavia, «non ammetteva scorciatoie sulla dottrina, sulla fede», «una fede che doveva essere illuminata dalla ragione e diventare cultura». Un Vescovo caratterizzato da una «grande sollecitudine per i fedeli della diocesi ai quali rivolgeva con varie modalità e iniziative il suo magistero» e ancora di più da quella che egli ha definito un’«ansia della missionarietà, della diffusione del Vangelo, dell’Annuncio». «Un uomo di una vastissima cultura, filosofica, teologica ed umanistica» ma «dotato anche di una grande sensibilità, pronto ad intervenire per aiutare concretamente le persone quando gli era richiesto e gli era possibile». Ha inoltre precisato che «era intellettualmente onesto» in quanto «sapeva riconoscere la validità di tutti i cammini di fede» perché per lui «la cosa essenziale era che le persone arrivassero a conoscere Cristo». Dal punto di vista umano «una persona capace di amicizie fedeli che duravano nel tempo e sempre finalizzate all’aiuto reciproco e, soprattutto, per sostenersi reciprocamente nel cammino di fede». Per quanto riguarda il suo episcopato, egli ha affermato che «il suo nome resterà scritto tra i Vescovi più significativi di questa Diocesi» per diverse ragioni: «per la sua personalità; per la grande statura di fede e di cultura»; «per avere ottenuto che, il 19 giugno 2011, il Santo Padre Benedetto XVI visitasse questa Chiesa di San Marino- Montefeltro»; «per il suo magistero e per la sua sollecitudine per la ripresa della fede tra la gente».

Il cardinal Gerhard Ludwig Muller, che ha sviluppato una lectio magistralis molto importante sul bisogno e sul coraggio di aprirsi alla ragione seguendo l’insegnamento di Benedetto XVI, definito come «uno dei più importanti teologi sul soglio di Pietro», ha ricordato il suo primo incontro con mons. Luigi Negri: «Ricordo molto bene il primo incontro con il Vescovo Luigi Negri quando sono stato nominato Prefetto della congregazione per la dottrina della fede», «uno dei primi a farmi visita», e, in quell’occasione, «abbiamo parlato più di un’ora su questo tema, fede e ragione, soprattutto nella prospettiva del grande discorso di Benedetto XVI a Ratisbona». Ha inoltre aggiunto che da quel momento si è «sviluppata una grande amicizia» che li ha portati a collaborare a diversi convegni, uno dei quali per il Meeting di Rimini.

Rocco Buttiglione, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha ricordato come insieme a don Negri, hanno imparato, seguendo don Giussani, la ragionevolezza della fede, senza la quale la vita non può essere vissuta adeguatamente, perché solo nella fede l’uomo può trovare la risposta al bisogno costituivo del cuore. Degli anni con Giussani, ha detto, «la prima cosa che ricordo, ma penso sia la prima che ricordava anche Luigi, è la scoperta del cuore come sintesi della persona (…) il cuore è quel fascio di evidenze ed esigenze con cui siamo gettati nel paragone della vita». Evidenze ed esigenze che trovano una risposta piena in «Cristo, centro del cosmo e della storia».


Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, dopo avere sottolineato che, «come spesso capita, quando non c’è più una persona cara, più il tempo passa, più se ne sente la mancanza», riguardo a Negri ha detto: «ci manca la sua generosità, la sua vicinanza, la sua passione, il suo richiamo ai fondamenti antropologici della nostra fede». Ha poi sviluppato, proprio «sulla scia dell’insegnamento di mons. Negri», anche lui una riflessione sul «discorso tenuto da papa Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, un discorso tanto criticato e contestato quanto non meditato e, probabilmente neanche letto, soprattutto dal ceto intellettuale e politico europeo». La lezione di Benedetto XVI è stata indicata come estremamente utile per affrontare la situazione di oggi, così profondamente segnata da atteggiamenti di carattere nichilistico per i quali l’uomo, in particolare nella nostra Europa, sembra destinato a dimenticare le proprie radici cristiane e, con esse, le dimensioni più profonde e costitutive di sé. Ha concluso il suo intervento ricordando che proprio don Negri è stato uno di quegli uomini che «ci hanno fatto uscire dal torpore, che ci hanno donato ragioni e fede per combattere la buona battaglia».

Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo emerito di Trieste, intervenuto sul tema della missione, ha dichiarato che mons. Luigi Negri è stato «una delle figure più significative della Chiesa italiana», spiegando così le motivazioni della sua presenza al convegno: «sono venuto qui per saldare un debito di gratitudine verso mons. Negri (…) che anche per me fu un uomo di fede e un maestro di cultura. Sono venuto soprattutto per dirgli grazie per un legame di amicizia che insieme abbiamo avuto. Quest’amicizia è stata una grazia, un dono di Dio che abbiamo coltivato insieme». Prima di sviluppare le sue considerazioni, egli ha voluto evidenziare che «il tema della missione era un tema molto caro a mons. Negri», affermando che egli è stato capace di tradurlo «nell’impegno di illuminare di verità e di speranza la presenza e l’azione dei cattolici nella società italiana». Soprattutto ha detto che egli «era sostenuto dalla certezza che la fede nella Rivelazione in Cristo Salvatore, unitamente al corretto uso della nostra ragione, che deriva da Cristo, non hanno perso». Per questo mons. Luigi Negri «non era un uomo scoraggiato, era un uomo combattivo; non era un uomo che si era arreso, ma continuava ad andare avanti». Egli era sostenuto dalla convinzione «che Cristo era ancora in grado di illuminare e animare in senso pieno la presenza e l’azione dei cristiani nella società».

Madre Monica Della Volpe

Anche madre Monica della Volpe, badessa emerita del Monastero di Valserena, ha spiegato la sua presenza, oltre che per l’importanza del tema della missione, «per l’amicizia che ci lega sia personalmente, io stessa e, soprattutto, la mia badessa suor Francesca Righi, sia come monastero di Valserena a mons. Negri», il quale «voleva molto bene al nostro monastero». Ha così iniziato la sua testimonianza ricordando l’importanza delle figure di don Giussani e di don Negri per la loro storia: «Con mons. Negri anche noi siamo profondamente convinte che credere e sapere per esperienza che Gesù Cristo è la Salvezza di ogni uomo e dell’umanità è il fondamento, la base per stabilire una convivenza sociale realmente umana, stabile e duratura. Ma non basta. Occorre anche quell’impeto incontenibile di amore per Cristo che abbiamo conosciuto in don Giussani e in mons. Negri, come in ogni santo testimone che Dio ha messo sulla nostra strada. Quell’impeto che può nascere solo dall’averLo incontrato e da non averLo più lasciato andare, per avere quindi acquisito una profondità personale nella conoscenza di Lui, cioè per essere arrivati a capire che Egli è la salvezza di ogni uomo, della mia vita prima di tutto e poi di tutta l’umanità (…) Chi incontrava davvero Giussani e lo seguiva davvero diventava un testimone e così mi è apparso Luigi Negri, non ancora monsignore e neanche don, alla prima riunione a Varigotti in cui l’ho incontrato (…) Un uomo capace di segnare la strada, capace di verità e di amicizia come pochi perché aveva dato la sua vita a Cristo, quindi uno di cui ci si poteva affidare».

Infine il professor Marco Cangiotti, docente di Filosofia Politica presso l’Università di Urbino, affrontando anche lui il tema della missione ma con particolare riferimento alla questione educativa, soprattutto alla difficile situazione che Benedetto XVI, già nel 2007 definì come emergenza educativa, ovvero il «profondo disorientamento in ordine alle questioni del valore della persona, del senso della vita, del significato della verità e del bene, disorientamento che passa attraverso quella che possiamo definire un logoramento della relazione fra i padri e i figli», ha indicato nell’educazione «uno dei temi fondamentali dell’azione sacerdotale, pastorale e culturale di mons. Luigi Negri».

NOTA

(Il CROCEVIA unitamente a don Agostino Tisselli, ispiratore e guida della nostra associazione, ricorda con gratitudine Mons. Luigi Negri, maestro di fede e di vita, per l'amicizia e la vicinanza al nostro cammino e la partecipazione a numerosi incontri e convegni. Questa amicizia non può non essere accompagnata dalla responsabilità di conservare e diffondere il suo magistero, maturato e sviluppato nel corso del tempo, intorno alla fede, alla cultura, alla dottrina sociale, alla teologia, alla filosofia e alla storia. )

https://tufortitudomea.it/eventi/oggi-82-anni-fa-nasceva-don-luigi-negri/?fbclid=IwAR2Y9bmz8KgIxeEZz1gSyZx-pkgwLVdtLPFHjrtDFFOz0sC_sPb3KPB9l5U

NOTA FINALE

L’Associazione Culturale TU FORTITUDO MEA

è stata costituita con l’intento di custodire e promuovere la memoria e la conoscenza della persona e dell’opera di mons Luigi Negri (1941 – 2021). Una figura estremamente significativa per la Chiesa, per il Movimento di Comunione e Liberazione, nonché per la vita culturale e sociale della nostra epoca.

venerdì 10 novembre 2023

INTERVISTA AI PROTAGONISTI DEL SINODO 2: CARD. GERHARD MULLER

Card. Müller: “Non dicono apertamente cosa intendono. Ma stanno introducendo una nuova ermeneutica con la quale vogliono conciliare la Parola di Dio con queste ideologie anticristiane. Ma non possiamo conciliare Cristo e l’Anticristo. Questa ideologia omosessuale, ‘LGBT’, è, al suo centro, un’ideologia anticristiana. È lo spirito dell’Anticristo che parla attraverso di loro”.

NOTA

Le opinioni espresse in questa intervista concessa dal Card. Müller a Edward Pentin e pubblicata su National Catholic Register sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.

Eminenza, qual è stata la sua valutazione complessiva del Sinodo sulla sinodalità?

Sono stato invitato dal Papa a partecipare, come vescovo, come ex prefetto della Congregazione [della Dottrina della Fede], e ho solo parlato della mia competenza teologica. Mi è stato chiesto qual è la differenza con i precedenti sinodi, anche in termini di metodo. È molto chiaro che nei sinodi precedenti i vescovi erano i soggetti che guidavano il tutto. La sua organizzazione e i suoi input non venivano dall’alto. Nei precedenti sinodi, tutti i vescovi in plenaria potevano parlare di ciò che volevano. Ora tutto è guidato, è pre-organizzato, ed è difficile parlare in plenaria perché il tempo a disposizione è breve e, secondo le regole, si può parlare una sola volta e per soli tre minuti.

Lei ha avuto solo un’opportunità di parlare alla plenaria, all’assemblea completa?

Sì.

Avrebbe voluto parlare di più?

Sì, ma non è stato possibile. Per la prossima parte di questo Sinodo, sarà importante riorganizzarlo – per dare più libertà, più opportunità ai vescovi di presentare le loro idee. Deve diventare più simile a un Sinodo dei vescovi, perché i vescovi reclamino il loro ruolo di consiglieri e di testimoni della verità rivelata.

In questo Sinodo è stata posta una grande enfasi sullo Spirito Santo. Cosa ne pensa?

Alcuni oratori hanno detto che dobbiamo essere aperti allo Spirito Santo, ma le voci dello Spirito Santo erano le persone invitate a parlare all’assemblea. Erano le voci dello Spirito Santo, come se fossimo principianti nello studio della teologia. Era come in seminario o all’università, ma un sinodo non è una scuola per principianti – eppure ci parlavano come se […] i vescovi non conoscessero molta teologia. Molti vescovi lì comprendevano la teologia e non potevano parlare [della loro conoscenza].

Può fare un esempio di come gli organizzatori del sinodo hanno inteso l’azione dello Spirito Santo?

Si. Uno dei relatori assegnati […] che è influenzato da questa ideologia “LGBT”, ha parlato di un parente che era bisessuale, che si è suicidato, e la conclusione è stata che la Chiesa deve essere aperta, non a queste persone ma all’ideologia. La colpa è dell’ideologia. Ma non possiamo risolvere questioni e problemi teologici attraverso le emozioni. Questo è solo parlare emotivamente dello Spirito Santo e ci è stato detto che non dobbiamo fare polemiche, che non è possibile parlare [fortemente] contro qualcosa o si viene stigmatizzati come nemici dello Spirito Santo.

Come fanno a sapere che si tratta dello Spirito Santo?

Non parlano dello Spirito Santo, ma solo dello “Spirito”, ma la Prima Lettera di San Giovanni, al quarto capitolo, all’inizio, dice:

“Amati, non credete a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti per vedere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono usciti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito che confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio, e ogni spirito che non confessa Gesù non è da Dio”.

Alcuni oratori parlano anche di apertura e definiscono cosa sia la tradizione, [dicendo] che “non è statica, è dinamica”. Ma alla fine, tutte queste cosiddette riflessioni sinodali mirano a prepararci ad accettare l’omosessualità. Solo questo. Non si è parlato di Gesù Cristo [o] della Rivelazione divina, della grazia di persone umane create a immagine e somiglianza di Dio e di Dio come obiettivo della nostra esistenza umana. Tutto viene ribaltato in modo che ora dobbiamo essere aperti all’omosessualità e all’ordinazione delle donne. Se si analizza il tutto, si tratta di convertirci a questi due temi.

E anche la governance? Pensa che sia anche un tentativo di rovesciare il governo gerarchico della Chiesa?

Sì, alcuni hanno questa immagine di una “piramide rovesciata” di governo, ma al centro di questa piramide c’è la volontà personale del Papa e dei suoi consiglieri e collaboratori. Questa può essere un’immagine da far capire ai bambini, ma una “piramide” o un “poliedro” non è un’immagine biblica della Chiesa. Sono immagini che escono dalla geometria matematica. Dovrebbero invece guardare alle immagini bibliche della Chiesa nella Lumen Gentium: il pastore e il gregge, e tutte queste immagini di una vigna e così via.

Alcuni oratori avevano un’idea sociologica della Chiesa, una comprensione naturalistica della Chiesa, ma non avevano la comprensione teologica. Parlano sempre dello Spirito, ma lo Spirito non è un fluido. Lo Spirito nella Chiesa è la Terza Persona della Trinità. È una Persona. E non possiamo mai parlare dello Spirito Santo senza il Figlio e il Padre. Sempre e in ogni momento parliamo dello Spirito del Padre e del Figlio. Non si parla quasi mai di Gesù Cristo – solo in modo pedagogico, in modo da trasformare le parabole e il loro significato. Gesù non condannò la donna in adulterio, per esempio. Gli interventi parlavano della nostra relazione con Gesù, ma non di Gesù come Parola di Dio, data a noi, una volta e per sempre.

In che misura si parlava di dottrina, fede e morale?

Solo a tavola. Se ne poteva parlare un po’, ma solo per pochi minuti. Erano più che altro una raccolta di impressioni, ma non si trattava di riflessioni teologiche profonde. Come è possibile in questo contesto? Per il resto, c’era solo la possibilità di alcuni interventi, ma era tutto un po’ manipolato e dipendeva da chi era autorizzato a fare gli interventi teologici – chi erano le guide spirituali.

mercoledì 17 aprile 2019

IL SILENZIO DI FRANCESCO E LE INDICAZIONI DI BENEDETTO

Un utile sussidio alla comprensione degli appunti del professor Ratzinger, lo fornisce questo articolo di Sandro Magister.
Non entra nel merito dei contenuti del testo di Benedetto XVI, ma chiarisce il contesto. Direi che “mette i puntini sulle i”, il che può darsi che faciliti la lettura anche a chi è meno pratico di quest'arte.
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Nella settimana seguita all’esplosiva pubblicazione degli “appunti” di Joseph Ratzinger sullo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, sono almeno sette gli elementi essenziali venuti allo scoperto, di cui tener conto in vista di sviluppi futuri.

*Il primo riguarda la genesi della pubblicazione degli “appunti”. Ratzinger dice di averli scritti “nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio”, cioè tra il 12 settembre 2018, giorno dell’annuncio, e il 21 febbraio 2019, giorno dell’apertura del summit.
Ma Ratzinger dice anche di averli scritti per “fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo momento difficile”.
Dal che si deduce che egli li abbia scritti per offrirli, anzitutto, ai dirigenti di Chiesa convocati in Vaticano da papa Francesco per discutere della questione.
Ne ha dato conferma il 13 aprile il “Corriere della Sera”, il più diffuso quotidiano laico italiano, uno degli organi di stampa che due giorni prima aveva pubblicato il testo integrale degli “appunti”:
“Benedetto ha inviato le diciotto pagine e mezza sulla pedofilia 'per cortese conoscenza' al segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, prima della riunione globale delle conferenze episcopali, per farle conoscere anche a Francesco”.
È risultato però che nessuno dei partecipanti al summit abbia ricevuto il testo di Ratzinger. Francesco ha creduto bene tenerlo per sé, chiuso in un cassetto.
E nessuno ne avrebbe più saputo nulla se Ratzinger in persona, una quarantina di giorni dopo, non avesse deciso di renderlo di pubblico dominio, formalmente su una poco nota rivista bavarese, “Klerusblatt”, ma in pratica su una decina di grandi testate cattoliche e non, in tutto il mondo e in più lingue, dopo averne dato avviso alle massime autorità vaticane, come da lui stesso rivelato:
“A seguito di contatti con il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su ‘Klerusblatt’ il testo così concepito”.
*Un secondo elemento è la reazione iniziale dei media vaticani. Gelida.
Il portale ufficiale “Vatican News” ha dato conto del testo di Ratzinger solo parecchie ore dopo che era stato reso pubblico, tra i lanci di second'ordine, con un breve e notarile riassunto privo del rimando al testo integrale.
E lo stesso ha fatto “L’Osservatore Romano” stampato nel pomeriggio dell'11 aprile, con il medesimo, stringato riassunto nascosto in fondo a pagina 7, senza alcun richiamo in prima pagina e sotto un ben più vistoso articolo del gesuita Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” e primo consigliere e ghostwriter di papa Francesco.
Essendo nota la prossimità al papa dei massimi dirigenti dei media vaticani – il prefetto del dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini e il direttore editoriale Andrea Tornielli, oltre a padre Spadaro – questo gelo nel registrare la pubblicazione del testo di Ratzinger non può che riflettere la forte irritazione di Francesco.
*Un terzo elemento è il comportamento dei media vaticani nei giorni successivi, del tutto taciturni sui contenuti e i contraccolpi del testo di Ratzinger e invece mobilitati a dare risalto distraente e giustificante – con due editoriali successivi di Tornielli e del direttore de “L’Osservatore Romano” Andrea Monda – a un concomitante gesto di Francesco tanto spettacolare quanto sconcertante, quel suo bacio dei piedi dei due leader rivali nella feroce guerra fra tribù che in Sud Sudan ha già fatto quattrocentomila morti.
*Un quarto elemento è il silenzio di Francesco. Non solo praticato ma anche teorizzato. Nell’omelia della domenica delle Palme, il 14 aprile, il papa ha preso a paragone il “silenzio di Gesù nella sua passione”, un silenzio – ha detto – che “vince anche la tentazione di rispondere, di essere ‘mediatico’”, perché “nei momenti di oscurità e grande tribolazione bisogna tacere, avere il coraggio di tacere, purché sia un tacere mite e non rancoroso. La mitezza del silenzio ci farà apparire ancora più deboli, più umiliati, e allora il demonio, prendendo coraggio, uscirà allo scoperto”.
Il silenzio è reazione tipica di Jorge Mario Bergoglio ogni volta che è seriamente messo alla prova. L’ha adottato con i “dubia” dei quattro cardinali, con le domande scomode dell’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e ora con questo intervento del papa emerito.

lunedì 11 febbraio 2019

NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE


Manifesto della Fede
del Card. Gerhard Muller 

«Non sia turbato il vostro cuore!» (Gv 14,1)


Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1Cor 15,3). Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti (vedi LG 1). In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» (Fidei Depositum IV). Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo».

1. Dio uno e trino, rivelato in Gesù Cristo
L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina (254) segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663). È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio (691).

2. La Chiesa
Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica (816). Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce» (766), una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno (765). Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona (795), per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene (771). Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei SS. Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio eucaristico, la S. Messa (1330). La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» (2035).

sabato 25 ottobre 2014

HANS KUNG, LA CHIESA NELLA TEMPESTA

Il teologo svizzero Hans Küng, nella sua lunga vicenda umana e intellettuale, non ha mai dismesso il suo “abito di scena”, che è quello del “cattivo maestro” in polemica con il magistero autentico della Chiesa cattolica. I suoi temi prediletti sono quelli che ieri venivano riproposti dall’arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, e oggi vengono volgarizzati dalla letteratura pseudo-profetica di Enzo Bianchi.

W. Turner, Snow storm 1842
Sono la riforma della Chiesa, l’abolizione del primato pontificio, una “nuova” morale indirizzata ad attuare la “rivoluzione sessuale” sessantottina — di stampo freudiano-marxista —, la concessione del sacerdozio alle donne, l’eutanasia. Ultimamente Küng, ammalato di Parkinson, è giunto ad annunciare l’intenzione di ricorrere egli stesso al suicidio assistito, a imitazione del cardinal Martini.

Küng rappresenta l’inventore degli schemi concettuali che reggono le tante proposte rivoluzionarie avanzate in questi mesi da teologi ed esponenti dell’episcopato mondiale in occasione del Sinodo straordinario sulla famiglia indetto da Papa Francesco. Tale ideologia pervade oggi, come sottofondo ben identificabile a un’attenta analisi concettuale, la maggior parte delle proposte, dottrinali o pastorali, dei teologi cattolici più in vista, a cominciare da Karl Rahner, che lo stesso Hans Küng considera un maestro e un modello.

Molti teologi cattolici vicini a Kung, alcuni dei quali sono diventati vescovi, esercitarono una ben documentata influenza sui lavori del Vaticano II, per poi assumere il ruolo (arbitrario) degli unici interpreti autorevoli dello "Spirito del Concilio" nel successivo cinquantennio, fino ad arrivare, oggi, alla preparazione e allo svolgimento dei lavori del duplice Sinodo sulle possibili modifiche della prassi pastorale in relazione ai problemi delle famiglie.

Figura di spicco di questa corrente teologica è il cardinale Walter Kasper, sostenuto da gran parte dell’episcopato tedesco e in Italia da altri teologi divenuti cardinali come Dionigi Tettamanzi e Gianfranco Ravasi. La sua tesi più caratteristica, in linea con le proposte teologico-morali di Hans Küng, è la necessità di accelerare il processo di riforma della Chiesa con un più deciso adattamento alla coscienza morale degli «uomini del nostro tempo» e l’allineamento con la prassi delle comunità ecclesiali protestanti e ortodosse. Nel suoi discorsi il Leitmotiv è la necessità di de-dogmatizzare la Chiesa cattolica, cominciando da una nuova pastorale della famiglia separata e indipendente dalla dottrina sui sacramenti, provvisoriamente non abolita ma tenuta in disparte .

A questo proposito il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha detto con grande precisione teologica: «Un semplice “adattamento” della realtà del matrimonio alle attese del mondo non dà alcun frutto, anzi risulta controproducente: la Chiesa non può rispondere alle sfide del mondo attuale con un adattamento pragmatico”.

Il pragmatismo è infatti la versione “performativa” (ossia, operativa) del relativismo, sotto la cui dittatura viviamo ufficialmente dai tempi di papa Benedetto XVI, che la denunciò vigorosamente. L’«adattamento pragmatico» di cui parla Müller consiste nell’adattare la Chiesa alle (presunte) nuove istanze dei fedeli, e anche degli infedeli, ai quali si vuol apparire dialoganti sempre e a ogni costo.
Ciò implica la decisione di  mettere in soffitta il dogma, appellandosi alle sole (presunte) esigenze di azione pastorale nella liturgia, nella catechesi, nell’amministrazione dei sacramenti. Si dice infatti e si ripete che «la dottrina non viene toccata ma si affrontano le sfide della società di oggi». In altri termini, la dottrina da una parte e la pastorale dall’altra. Qualcosa come “i commenti separati dalle notizie”, come dicevano i settimanali politici di un tempo. Ma frasi di questo genere non hanno di per sé alcun senso.

In effetti, la pastorale è un insieme di decisioni, di iniziative, di scelte, insomma di azioni, i cui soggetti sono persone consapevoli e (si spera) responsabili. Ora, qualunque azione umana, sia di un singolo come privato sia di un singolo come rappresentante di un’istituzione, è regolata intrinsecamente – a rigor di logica, e dalla logica non si scappa – da un’intenzione, da un criterio, quindi in definitiva da dei principi, dunque da una dottrina. Di conseguenza, quando certi teologi e anche certi ecclesiastici con autorità episcopale dicono che cercano soluzioni “pastorali” diverse da quelle che la Chiesa ha adottato finora, e aggiungono che però non intendono cambiare la dottrina, dicono una cosa assolutamente illogica, una cosa che essi vorrebbero fosse presa per buona (ossia, come un’ipotesi plausibile) da parte del pubblico al quale si rivolgono, ma che loro per primi sanno che non ha alcun senso. In realtà quelle frasi sono mera retorica, una cortina fumogena che serva a nascondere i veri obiettivi, i fini reali dei cambiamenti che si vogliono attuare. 

Obiettivi che costituiscono comunque una minaccia grave per la fede cattolica: l’intenzione di lasciare la dottrina della Chiesa così com’è, senza introdurre cambiamenti formali ma senza nemmeno applicarla alla vita della Chiesa, il che significa cominciare (o continuare) ad agire nella prassi pastorale secondo altri principi e altri criteri: altri principi e altri criteri, che allora sarebbero non-dottrinali, estranei cioè al dogma, quindi indipendenti da quello che Dio ha rivelato come verità salvifiche e che ogni fedele è tenuto a credere nel proprio cuore, a professare esteriormente e a vivere personalmente. Quindi non si tratterebbe di criteri teologici ma di criteri umani, sostanzialmente politici, come si deduce dal linguaggio usato nei loro messaggi e dai mezzi adoperati per diffonderlo nell’opinione pubblica.

Da alcuni articoli di Antonio Livi