CHE COS’È
L’ARCHITETTURA
«Quando ero giovane iniziammo a chiedere a noi stessi: “Cosa è architettura?”.
Lo chiedemmo a chiunque. Essi dicevano: “Quello che noi costruiamo è
architettura”. Ma non eravamo soddisfatti di questa risposta. Finché capimmo
che era una domanda inerente la verità: cercammo di scoprire che cosa realmente
fosse la verità. Rimanemmo incantati trovando una definizione di verità di
Tommaso d’Aquino: “Adaequatio rei et intellectus”. Non l’ho mai dimenticato».
Mies legge molto, fin da giovanissimo, «per avere le idee chiare su quanto accade, sui caratteri del nostro tempo e capire il significato di tutto». Per rispondere alle sue domande più profonde, gli sono d’aiuto soprattutto i filosofi e i teologi medievali, che Mies conosce per la sua origine e formazione cattolica romana: «Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino mi hanno spinto a pensare in modo più chiaro e credo che dopo averli studiati ho capito meglio i problemi». Si definisce un uomo religioso, anche se – afferma – «non sono affiliato a nessuna Chiesa».
Il suo mestiere, il fare architettura, è il campo su cui mette in gioco le questioni fondamentali: «Dobbiamo mirare al nocciolo della verità. Le domande relative all’essenza delle cose sono le uniche domande importanti». In architettura, per Mies, la verità ha a che fare innanzitutto con il tema della costruzione. L’architettura stessa è, nella sua definizione, «chiarezza costruttiva portata alla sua espressione esatta». Che cosa intenda per «chiarezza costruttiva» lo si comprende bene quando parla della cappella di Aquisgrana: «Ricordo che ad Aquisgrana, la mia città natale, c’era la cattedrale e la cappella era un edificio ottagonale fatto costruire da Carlo Magno. Nei secoli questa cattedrale è stata trasformata. In età barocca la intonacarono interamente e aggiunsero delle decorazioni. Quand’ero ragazzo tolsero l’intonaco. Poi però non poterono andare avanti perché vennero a mancare i fondi e così si potevano vedere le pietre originali. Guardando la costruzione antica priva di rivestimenti, osservando le belle murature in pietra o in mattoni, una costruzione limpida, fatta da artigiani davvero bravi, sentivo che avrei rinunciato a tutto per un simile edificio».
Mies legge molto, fin da giovanissimo, «per avere le idee chiare su quanto accade, sui caratteri del nostro tempo e capire il significato di tutto». Per rispondere alle sue domande più profonde, gli sono d’aiuto soprattutto i filosofi e i teologi medievali, che Mies conosce per la sua origine e formazione cattolica romana: «Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino mi hanno spinto a pensare in modo più chiaro e credo che dopo averli studiati ho capito meglio i problemi». Si definisce un uomo religioso, anche se – afferma – «non sono affiliato a nessuna Chiesa».
Il suo mestiere, il fare architettura, è il campo su cui mette in gioco le questioni fondamentali: «Dobbiamo mirare al nocciolo della verità. Le domande relative all’essenza delle cose sono le uniche domande importanti». In architettura, per Mies, la verità ha a che fare innanzitutto con il tema della costruzione. L’architettura stessa è, nella sua definizione, «chiarezza costruttiva portata alla sua espressione esatta». Che cosa intenda per «chiarezza costruttiva» lo si comprende bene quando parla della cappella di Aquisgrana: «Ricordo che ad Aquisgrana, la mia città natale, c’era la cattedrale e la cappella era un edificio ottagonale fatto costruire da Carlo Magno. Nei secoli questa cattedrale è stata trasformata. In età barocca la intonacarono interamente e aggiunsero delle decorazioni. Quand’ero ragazzo tolsero l’intonaco. Poi però non poterono andare avanti perché vennero a mancare i fondi e così si potevano vedere le pietre originali. Guardando la costruzione antica priva di rivestimenti, osservando le belle murature in pietra o in mattoni, una costruzione limpida, fatta da artigiani davvero bravi, sentivo che avrei rinunciato a tutto per un simile edificio».
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IL NOSTRO
TEMPO È COME UN COMPITO CHE DOBBIAMO ASSOLVERE
«L’architettura è sempre legata al proprio tempo. Il nostro tempo non è per noi una strada estranea su cui corriamo. Ci è stato affidato come un compito che dobbiamo assolvere. Da quando l’ho capito, ho deciso che non avrei mai considerato con favore le mode in architettura e che dovevo cercare princìpi più profondi. L’essenza dell’epoca è l’unica cosa che possiamo esprimere davvero».
La premessa teorica dell’opera di Mies è la volontà di costruire un’architettura moderna, liberata dalla sovrastruttura dell’architettura ottocentesca. Un’architettura espressiva dei valori del proprio tempo, così come lo sono gli edifici antichi: le cattedrali romaniche e gotiche, gli acquedotti romani e i moderni ponti sospesi, architetture dalla cui forza Mies rimane impressionato. «Tutti gli stili, i grandi stili, erano passati, ma essi erano ancora lì».
Ma quali sono i valori di un’epoca e come si riconoscono? «Capire un’epoca – scrive – significa capire la sua essenza e non ogni cosa ci venga innanzi agli occhi». Per Mies il ‘900 è l’epoca dell’economia, della scienza, della tecnologia: «Niente più avviene che non sia osservabile. Dominiamo noi stessi e il mondo in cui ci troviamo. La forza guida del nostro tempo è l’economia».
Qual è allora il ruolo dell’architetto in un tempo così descritto? «Dobbiamo accettarlo – afferma – anche se le sue forze ci appaiono così minacciose. Dobbiamo diventare padroni delle forze incontrollate e disporle in un nuovo ordine, ossia un ordine che dia libero spazio al dispiegamento della vita. Sì, però un ordine che si riferisca agli uomini». Non si tratta di ritirarsi dal proprio tempo né di rimpiangere epoche passate. Al contrario, «per quanto gigantesco possa essere l’apparato economico, per quanto potente la tecnica, tutto ciò è soltanto materiale grezzo se confrontato con la vita. Non abbiamo bisogno di meno tecnica, bensì di più tecnica. Non abbiamo bisogno di meno scienza, ma di una scienza più spirituale; non di minori energie economiche, bensì di energie più mature».

