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venerdì 3 maggio 2024

LA TESTIMONIANZA DELLA CHIESA E’ PER SUA NATURA PUBBLICA

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI VESCOVI CATTOLICI DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Sala del Concistoro
Giovedì, 19 gennaio 2012

Cari Fratelli Vescovi,

Saluto tutti voi con affetto fraterno e prego affinché questo pellegrinaggio di rinnovamento spirituale e di comunione profonda vi confermerà nella fede e nella dedizione al vostro compito come Pastori della Chiesa negli Stati Uniti d’America. Come sapete, è mia intenzione riflettere con voi, nel corso di quest’anno, su alcune delle sfide spirituali e culturali della nuova evangelizzazione.

Benedetto XVI e George W. Bush 2008

Uno degli aspetti più memorabili della mia visita pastorale negli Stati Uniti è stata l’opportunità che mi ha offerto di riflettere sull’esperienza storica americana della libertà religiosa, e più specificatamente sul rapporto tra religione e cultura. Al centro di ogni cultura, percepito o no, vi è un consenso riguardo alla natura della realtà e del bene morale, e quindi sulle condizioni per la prosperità umana. In America tale consenso, così come racchiuso nei documenti fondanti della nazione, si basava su una visione del mondo modellata non soltanto dalla fede, ma anche dall’impegno verso determinati principi etici derivanti dalla natura e dal Dio della natura. Oggi tale consenso si è ridotto in modo significativo dinanzi a nuove e potenti correnti culturali, che non solo sono direttamente opposte a vari insegnamenti morali centrali della tradizione giudaico-cristiana, ma anche sempre più ostili al cristianesimo in quanto tale.

Da parte sua, la Chiesa negli Stati Uniti è chiamata, in ogni tempo opportuno e non opportuno, a proclamare il Vangelo che non solo propone verità morali immutabili, ma le propone proprio come chiave per la felicità umana e la prosperità sociale (cfr. Gaudium et spes, n. 10). Nella misura in cui alcune tendenze culturali attuali contengono elementi che vogliono limitare la proclamazione di tali verità, o racchiudendola entro i confini di una razionalità meramente scientifica o sopprimendola nel nome del potere politico e del governo della maggioranza, esse rappresentano una minaccia non solo per la fede cristiana, ma anche per l’umanità stessa e per la verità più profonda sul nostro essere e sulla nostra vocazione ultima, il nostro rapporto con Dio. Quando una cultura tenta di sopprimere la dimensione del mistero ultimo e di chiudere le porte alla verità trascendente, inevitabilmente s’impoverisce e diviene preda, come ha intuito tanto chiaramente il compianto Papa Giovanni Paolo II, di una lettura riduzionistica e totalitaristica della persona umana e della natura della società.

Con la sua lunga tradizione di rispetto del giusto rapporto tra fede e ragione, la Chiesa ha un ruolo cruciale da svolgere nel contrastare le correnti culturali che, sulla base di un individualismo estremo, cercano di promuovere concetti di libertà separati dalla verità morale. La nostra tradizione non parla a partire da una fede cieca, bensì da una prospettiva razionale che lega il nostro impegno per costruire una società autenticamente giusta, umana e prospera alla nostra certezza fondamentale che l’universo possiede una logica interna accessibile alla ragione umana. La difesa della Chiesa di un ragionamento morale basato sulla legge naturale si fonda sulla sua convinzione che questa legge non è una minaccia alla nostra libertà, bensì una «lingua» che ci permette di comprendere noi stessi e la verità del nostro essere, e di modellare in tal modo un mondo più giusto e più umano. Essa propone pertanto il suo insegnamento morale come un messaggio non di costrizione, ma di liberazione, e come base per costruire un futuro sicuro.

La testimonianza della Chiesa, dunque, è per sua natura pubblica: essa cerca di convincere proponendo argomenti razionali nella pubblica piazza. La legittima separazione tra Chiesa e Stato non può essere interpretata come se la Chiesa dovesse tacere su certe questioni, né come se lo Stato potesse scegliere di non coinvolgere, o essere coinvolto, dalla voce di credenti impegnati nel determinare i valori che dovranno forgiare il futuro della nazione.

Alla luce di queste considerazioni, è fondamentale che l’intera comunità cattolica negli Stati Uniti riesca a comprendere le gravi minacce alla testimonianza morale pubblica della Chiesa che presenta un secolarismo radicale, che trova sempre più espressione nelle sfere politiche e culturali. La gravità di tali minacce deve essere compresa con chiarezza a ogni livello della vita ecclesiale. Particolarmente preoccupanti sono certi tentativi fatti per limitare la libertà più apprezzata in America, la libertà di religione. Molti di voi hanno sottolineato che sono stati compiuti sforzi concertati per negare il diritto di obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni cattolici per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive. Altri mi hanno parlato di una preoccupante tendenza a ridurre la libertà di religione a una mera libertà di culto, senza garanzie per il rispetto della libertà di coscienza.

Qui, ancora una volta, vediamo la necessità di un laicato cattolico impegnato, articolato e ben preparato, dotato di un senso critico forte dinanzi alla cultura dominante e del coraggio di contrastare un secolarismo riduttivo che vorrebbe delegittimare la partecipazione della Chiesa al dibattito pubblico sulle questioni che determineranno la futura società americana. La preparazione di leader laici impegnati e la presentazione di un’articolazione convincente della visione cristiana dell’uomo e della società continuano a essere il compito principale della Chiesa nel vostro Paese; quali componenti essenziali della nuova evangelizzazione, queste preoccupazioni devono modellare la visione e gli obiettivi dei programmi catechetici a ogni livello.

A tale riguardo, vorrei menzionare con stima i vostri sforzi per mantenere i contatti con i cattolici coinvolti nella vita politica e per aiutarli a comprendere la loro responsabilità personale di dare una testimonianza pubblica della loro fede, specialmente per quanto riguarda le grandi questioni morali del nostro tempo: il rispetto della vita dono di Dio, la tutela della dignità umana e la promozione di diritti umani autentici. Come ha osservato il Concilio, e come ho voluto ribadire durante la mia visita pastorale, il rispetto per la giusta autonomia della sfera secolare deve tenere conto anche della verità che non esiste un regno di questioni terrene che possa essere sottratto al Creatore e al suo dominio (cfr. Gaudium et spes, n. 36). Non c’è alcun dubbio che una testimonianza più coerente da parte dei cattolici d’America delle loro convinzioni più profonde darebbe un importante contributo al rinnovamento della società nel suo insieme.

Cari Fratelli Vescovi, con queste brevi osservazioni ho voluto toccare alcune delle questioni più urgenti che dovete affrontare nel vostro servizio al Vangelo e la loro importanza per l’evangelizzazione della cultura americana. Nessuna persona che guarda con realismo a tali questioni può ignorare le difficoltà autentiche che la Chiesa incontra al presente. Tuttavia, per la verità, possiamo trarre coraggio dalla crescente consapevolezza della necessità di mantenere un ordine civile chiaramente radicato nella tradizione giudaico-cristiana, nonché dalla promessa che offre una nuova generazione di cattolici, la cui esperienza e le cui convinzioni svolgeranno un ruolo decisivo nel rinnovare la presenza e la testimonianza della Chiesa nella società americana. La speranza che questi «segni dei tempi» ci offre è di per sé un motivo per rinnovare i nostri sforzi al fine di mobilitare le risorse intellettuali e morali di tutta la comunità cattolica al servizio dell’evangelizzazione della cultura americana e dell’edificazione della civiltà dell’amore. Con grande affetto raccomando tutti voi, e il gregge affidato alle vostre cure, alle preghiere di Maria, Madre della Speranza, e vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, come pegno di grazia e di pace in Gesù Cristo nostro Signore.

  

mercoledì 20 marzo 2024

L’UNITA’ DELL’EUROPA E LE SUE RADICI CULTURALI


BENEDETTO XVI AL BUNDESTAG
22 settembre 2011

(…) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa.

Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire.

Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale.

Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza.

Congdom, Pentecoste , 1962, Milano
The William Congdon Foundation

La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma, dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma.

Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa.

Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.

Benedetto XVI

dal discorso tenuto al Parlamento tedesco il 22 settembre 2011

martedì 9 gennaio 2024

ROBERT SARAH: NON CI OPPONIAMO AL PAPA, MA AD UNA ERESIA CHE MINA LA CHIESA

 Una parola di Cristo ci giudicherà: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio” (Gv 8,47).

Robert Sarah, 78 anni, nato e cresciuto in Guinea, studi teologici a Roma e biblici a Gerusalemme, è stato parroco in un villaggio della savana e poi vescovo a Conakry, la capitale, difensore indomito della libertà religiosa e civile in anni di spietata dittatura, anche a rischio della vita.Chiamato a Roma nel 2001 da Giovanni Paolo II nel 2010 è stato fatto cardinale da Benedetto XVI, che lo volle presidente del pontificio consiglio “Cor Unum”, Il 23 novembre 2014 Francesco lo nominò prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, incarico da cui fu congedato il 20 febbraio 2021.Sarah è uno dei cinque cardinali che hanno sottoscritto i “dubia” presentati al papa la scorsa estate, ricevendone risposte da loro per primi giudicate elusive.È autore di libri letti in più lingue, dal forte impatto spirituale, ed è una delle personalità più autorevoli della Chiesa africana, alla quale tutta dà voce in questo suo scritto.

Roma, 6 gennaio 2024, festa dell’Epifania del Signore

A Natale, il Principe della Pace si è fatto uomo per noi. Ad ogni uomo di buona volontà porta la pace che viene dal Cielo. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). La pace che Gesù ci porta non è una nuvola vuota, non è la pace mondana che spesso è solo un compromesso ambiguo, negoziato tra gli interessi e le menzogne di ciascuno. La pace di Dio è verità. “La verità è la forza della pace, perché essa rivela e compie l’unità dell’uomo con Dio, con se stesso, con gli altri. La verità rafforza la pace e costruisce la pace”, insegnava san Giovanni Paolo II [1]. La Verità fatta carne è venuta ad abitare tra gli uomini. La sua luce non disturba. La sua parola non semina confusione e disordine, ma rivela la realtà di tutte le cose. Egli “è” la verità e quindi è “segno di contraddizione” e “svela i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

La verità è la prima delle misericordie che Gesù offre al peccatore. Sapremo a nostra volta fare opera di misericordia nella verità? Per noi è grande il rischio di ricercare la pace del mondo, la popolarità mondana che si acquista a prezzo della menzogna, dell’ambiguità e del silenzio complice.Questa pace del mondo è falsa e superficiale. Perché la menzogna, il compromesso e la confusione generano la divisione, il sospetto e la guerra tra fratelli. Lo ha ricordato recentemente papa Francesco: “Diavolo significa ‘divisore’. Il diavolo vuol sempre creare divisione” [2]. Il diavolo divide perché « in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna » (Gv 8,44).

Proprio la confusione, la mancanza di chiarezza e di verità e la divisione hanno turbato e oscurato la festa di Natale di quest’anno. Alcuni media asseriscono che la Chiesa cattolica incoraggia la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso. Mentono. Fanno il lavoro del divisore. Alcuni vescovi vanno nella stessa direzione, seminano il dubbio e lo scandalo nelle anime dei fedeli pretendendo di benedire le unioni omosessuali come se fossero legittime, conformi alla natura creata da Dio, come se potessero condurre alla santità e alla felicità umana. Non fanno che generare errori, scandali, dubbi e delusioni. Questi vescovi ignorano o dimenticano il severo monito di Gesù contro coloro che scandalizzano i piccoli: « Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare » (Mt 18,6). Una recente dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, pubblicata con l’approvazione di papa Francesco, non ha saputo correggere questi errori e fare opera di verità. Di più, con la sua mancanza di chiarezza, non ha fatto che amplificare la confusione che regna nei cuori e alcuni addirittura se ne sono impadroniti per sostenere il loro tentativo di manipolazione.

Che fare di fronte alla confusione che il divisore ha seminato fin nel cuore della Chiesa? “Con il diavolo non si discute!”, ha detto papa Francesco. “Non si negozia, non si dialoga; non lo si sconfigge trattando con lui, è più forte di noi. Il diavolo lo sconfiggiamo opponendogli con fede la Parola divina. In questo modo Gesù ci insegna a difendere l’unità con Dio e tra di noi dagli attacchi del divisore. La Parola divina è la risposta di Gesù alla tentazione del diavolo” [3]. Nella logica di questo insegnamento di papa Francesco, anche noi non discutiamo con il divisore. Non entriamo in discussione con la dichiarazione “Fiducia supplicans”, né con i diversi suoi utilizzi che abbiamo visto moltiplicarsi. Semplicemente rispondiamo con la Parola di Dio e con il magistero e l’insegnamento tradizionale della Chiesa.

Per mantenere la pace e l’unità nella verità, dobbiamo rifiutare di discutere con il divisore, dobbiamo rispondere alla confusione con la parola di Dio. Perché « la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore » (Eb 4,12).

sabato 6 gennaio 2024

BENEDETTTO XVI: COME I MAGI ALLA RICERCA DEL SALVATORE

 Omelia pronunciata da Benedetto XVI il 6 gennaio 2011, per la Santa Messa nella solennità dell’Epifania del Signore.

***


Cari fratelli e sorelle,

nella solennità dell’Epifania la Chiesa continua a contemplare e a celebrare il mistero della nascita di Gesù salvatore. In particolare, la ricorrenza odierna sottolinea la destinazione e il significato universali di questa nascita. Facendosi uomo nel grembo di Maria, il Figlio di Dio è venuto non solo per il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata dai Magi. Ed è proprio sui Magi e sul loro cammino alla ricerca del Messia (cfr Mt 2,1-12) che la Chiesa ci invita oggi a meditare e a pregare. Nel Vangelo abbiamo ascoltato che essi, giunti a Gerusalemme dall’Oriente, domandano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (v. 2).

Che genere di persone erano, e che specie di stella era quella? Essi erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di “leggere” negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini “in ricerca” di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare. Forse il modo per conoscere meglio questi Magi e cogliere il loro desiderio di lasciarsi guidare dai segni di Dio è soffermarci a considerare ciò che essi trovano, nel loro cammino, nella grande città di Gerusalemme.

Anzitutto incontrarono il re Erode. Certamente egli era interessato al bambino di cui parlavano i Magi; non però allo scopo di adorarlo, come vuole far intendere mentendo, ma per sopprimerlo. Erode è un uomo di potere, che nell’altro riesce a vedere solo un rivale da combattere. In fondo, se riflettiamo bene, anche Dio gli sembra un rivale, anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole. Erode ascolta dai suoi esperti delle Sacre Scritture le parole del profeta Michea (5,1), ma il suo unico pensiero è il trono. Allora Dio stesso deve essere offuscato e le persone devono ridursi ad essere semplici pedine da muovere nella grande scacchiera del potere. Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale? Forse anche noi siamo ciechi davanti ai suoi segni, sordi alle sue parole, perché pensiamo che ponga limiti alla nostra vita e non ci permetta di disporre dell’esistenza a nostro piacimento? Cari fratelli e sorelle, quando vediamo Dio in questo modo finiamo per sentirci insoddisfatti e scontenti, perché non ci lasciamo guidare da Colui che sta a fondamento di tutte le cose. Dobbiamo togliere dalla nostra mente e dal nostro cuore l’idea della rivalità, l’idea che dare spazio a Dio sia un limite per noi stessi; dobbiamo aprirci alla certezza che Dio è l’amore onnipotente che non toglie nulla, non minaccia, anzi, è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, di provare la vera gioia.

I Magi poi incontrano gli studiosi, i teologi, gli esperti che sanno tutto sulle Sacre Scritture, che ne conoscono le possibili interpretazioni, che sono capaci di citarne a memoria ogni passo e che quindi sono un prezioso aiuto per chi vuole percorrere la via di Dio. Ma, afferma sant’Agostino, essi amano essere guide per gli altri, indicano la strada, ma non camminano, rimangono immobili. Per loro le Scritture diventano una specie di atlante da leggere con curiosità, un insieme di parole e di concetti da esaminare e su cui discutere dottamente. Ma nuovamente possiamo domandarci: non c’è anche in noi la tentazione di ritenere le Sacre Scritture, questo tesoro ricchissimo e vitale per la fede della Chiesa, più come un oggetto per lo studio e la discussione degli specialisti, che come il Libro che ci indica la via per giungere alla vita? Penso che, come ho indicato nell’Esortazione apostolica Verbum Domini, dovrebbe nascere sempre di nuovo in noi la disposizione profonda a vedere la parola della Bibbia, letta nella Tradizione viva della Chiesa (n. 18), come la verità che ci dice che cosa è l’uomo e come può realizzarsi pienamente, la verità che è la via da percorrere quotidianamente, insieme agli altri, se vogliamo costruire la nostra esistenza sulla roccia e non sulla sabbia.

E veniamo così alla stella. Che tipo di stella era quella che i Magi hanno visto e seguito? Lungo i secoli questa domanda è stata oggetto di discussione tra gli astronomi. Keplero, ad esempio, riteneva che si trattasse di una “nova” o una “supernova”, cioè di una di quelle stelle che normalmente emanano una luce debole, ma che possono avere improvvisamente una violenta esplosione interna che produce una luce eccezionale. Certo, cose interessanti, ma che non ci guidano a ciò che è essenziale per capire quella stella. Dobbiamo riandare al fatto che quegli uomini cercavano le tracce di Dio; cercavano di leggere la sua “firma” nella creazione; sapevano che “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2); erano certi, cioè che Dio può essere intravisto nel creato. Ma, da uomini saggi, sapevano pure che non è con un telescopio qualsiasi, ma con gli occhi profondi della ragione alla ricerca del senso ultimo della realtà e con il desiderio di Dio mosso dalla fede, che è possibile incontrarlo, anzi si rende possibile che Dio si avvicini a noi.

L’universo non è il risultato del caso, come alcuni vogliono farci credere. Contemplandolo, siamo invitati a leggervi qualcosa di profondo: la sapienza del Creatore, l’inesauribile fantasia di Dio, il suo infinito amore per noi. Non dovremmo lasciarci limitare la mente da teorie che arrivano sempre solo fino a un certo punto e che – se guardiamo bene – non sono affatto in concorrenza con la fede, ma non riescono a spiegare il senso ultimo della realtà. Nella bellezza del mondo, nel suo mistero, nella sua grandezza e nella sua razionalità non possiamo non leggere la razionalità eterna, e non possiamo fare a meno di farci guidare da essa fino all’unico Dio, creatore del cielo e della terra. Se avremo questo sguardo, vedremo che Colui che ha creato il mondo e Colui che è nato in una grotta a Betlemme e continua ad abitare in mezzo a noi nell’Eucaristia, sono lo stesso Dio vivente, che ci interpella, ci ama, vuole condurci alla vita eterna.

Erode, gli esperti delle Scritture, la stella. Ma seguiamo il cammino dei Magi che giungono a Gerusalemme. Sopra la grande città la stella sparisce, non si vede più. Che cosa significa? Anche in questo caso dobbiamo leggere il segno in profondità. Per quegli uomini era logico cercare il nuovo re nel palazzo reale, dove si trovavano i saggi consiglieri di corte. Ma, probabilmente con loro stupore, dovettero costatare che quel neonato non si trovava nei luoghi del potere e della cultura, anche se in quei luoghi venivano offerte loro preziose informazioni su di lui. Si resero conto, invece, che, a volte, il potere, anche quello della conoscenza, sbarra la strada all’incontro con quel Bambino. La stella li guidò allora a Betlemme, una piccola città; li guidò tra i poveri, tra gli umili, per trovare il Re del mondo. I criteri di Dio sono differenti da quelli degli uomini; Dio non si manifesta nella potenza di questo mondo, ma nell’umiltà del suo amore, quell’amore che chiede alla nostra libertà di essere accolto per trasformarci e renderci capaci di arrivare a Colui che è l’Amore. Ma anche per noi le cose non sono poi così diverse da come lo erano per i Magi. Se ci venisse chiesto il nostro parere su come Dio avrebbe dovuto salvare il mondo, forse risponderemmo che avrebbe dovuto manifestare tutto il suo potere per dare al mondo un sistema economico più giusto, in cui ognuno potesse avere tutto ciò che vuole. In realtà, questo sarebbe una sorta di violenza sull’uomo, perché lo priverebbe di elementi fondamentali che lo caratterizzano. Infatti, non sarebbero chiamati in causa né la nostra libertà, né il nostro amore. La potenza di Dio si manifesta in modo del tutto differente: a Betlemme, dove incontriamo l’apparente impotenza del suo amore. Ed è là che noi dobbiamo andare, ed è là che ritroviamo la stella di Dio.

Così ci appare ben chiaro anche un ultimo elemento importante della vicenda dei Magi: il linguaggio del creato ci permette di percorrere un buon tratto di strada verso Dio, ma non ci dona la luce definitiva. Alla fine, per i Magi è stato indispensabile ascoltare la voce delle Sacre Scritture: solo esse potevano indicare loro la via. È la Parola di Dio la vera stella, che, nell’incertezza dei discorsi umani, ci offre l’immenso splendore della verità divina. Cari fratelli e sorelle, lasciamoci guidare dalla stella, che è la Parola di Dio, seguiamola nella nostra vita, camminando con la Chiesa, dove la Parola ha piantato la sua tenda. La nostra strada sarà sempre illuminata da una luce che nessun altro segno può darci. E potremo anche noi diventare stelle per gli altri, riflesso di quella luce che Cristo ha fatto risplendere su di noi. Amen.

 

venerdì 10 novembre 2023

INTERVISTA AI PROTAGONISTI DEL SINODO 2: CARD. GERHARD MULLER

Card. Müller: “Non dicono apertamente cosa intendono. Ma stanno introducendo una nuova ermeneutica con la quale vogliono conciliare la Parola di Dio con queste ideologie anticristiane. Ma non possiamo conciliare Cristo e l’Anticristo. Questa ideologia omosessuale, ‘LGBT’, è, al suo centro, un’ideologia anticristiana. È lo spirito dell’Anticristo che parla attraverso di loro”.

NOTA

Le opinioni espresse in questa intervista concessa dal Card. Müller a Edward Pentin e pubblicata su National Catholic Register sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.

Eminenza, qual è stata la sua valutazione complessiva del Sinodo sulla sinodalità?

Sono stato invitato dal Papa a partecipare, come vescovo, come ex prefetto della Congregazione [della Dottrina della Fede], e ho solo parlato della mia competenza teologica. Mi è stato chiesto qual è la differenza con i precedenti sinodi, anche in termini di metodo. È molto chiaro che nei sinodi precedenti i vescovi erano i soggetti che guidavano il tutto. La sua organizzazione e i suoi input non venivano dall’alto. Nei precedenti sinodi, tutti i vescovi in plenaria potevano parlare di ciò che volevano. Ora tutto è guidato, è pre-organizzato, ed è difficile parlare in plenaria perché il tempo a disposizione è breve e, secondo le regole, si può parlare una sola volta e per soli tre minuti.

Lei ha avuto solo un’opportunità di parlare alla plenaria, all’assemblea completa?

Sì.

Avrebbe voluto parlare di più?

Sì, ma non è stato possibile. Per la prossima parte di questo Sinodo, sarà importante riorganizzarlo – per dare più libertà, più opportunità ai vescovi di presentare le loro idee. Deve diventare più simile a un Sinodo dei vescovi, perché i vescovi reclamino il loro ruolo di consiglieri e di testimoni della verità rivelata.

In questo Sinodo è stata posta una grande enfasi sullo Spirito Santo. Cosa ne pensa?

Alcuni oratori hanno detto che dobbiamo essere aperti allo Spirito Santo, ma le voci dello Spirito Santo erano le persone invitate a parlare all’assemblea. Erano le voci dello Spirito Santo, come se fossimo principianti nello studio della teologia. Era come in seminario o all’università, ma un sinodo non è una scuola per principianti – eppure ci parlavano come se […] i vescovi non conoscessero molta teologia. Molti vescovi lì comprendevano la teologia e non potevano parlare [della loro conoscenza].

Può fare un esempio di come gli organizzatori del sinodo hanno inteso l’azione dello Spirito Santo?

Si. Uno dei relatori assegnati […] che è influenzato da questa ideologia “LGBT”, ha parlato di un parente che era bisessuale, che si è suicidato, e la conclusione è stata che la Chiesa deve essere aperta, non a queste persone ma all’ideologia. La colpa è dell’ideologia. Ma non possiamo risolvere questioni e problemi teologici attraverso le emozioni. Questo è solo parlare emotivamente dello Spirito Santo e ci è stato detto che non dobbiamo fare polemiche, che non è possibile parlare [fortemente] contro qualcosa o si viene stigmatizzati come nemici dello Spirito Santo.

Come fanno a sapere che si tratta dello Spirito Santo?

Non parlano dello Spirito Santo, ma solo dello “Spirito”, ma la Prima Lettera di San Giovanni, al quarto capitolo, all’inizio, dice:

“Amati, non credete a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti per vedere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono usciti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito che confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio, e ogni spirito che non confessa Gesù non è da Dio”.

Alcuni oratori parlano anche di apertura e definiscono cosa sia la tradizione, [dicendo] che “non è statica, è dinamica”. Ma alla fine, tutte queste cosiddette riflessioni sinodali mirano a prepararci ad accettare l’omosessualità. Solo questo. Non si è parlato di Gesù Cristo [o] della Rivelazione divina, della grazia di persone umane create a immagine e somiglianza di Dio e di Dio come obiettivo della nostra esistenza umana. Tutto viene ribaltato in modo che ora dobbiamo essere aperti all’omosessualità e all’ordinazione delle donne. Se si analizza il tutto, si tratta di convertirci a questi due temi.

E anche la governance? Pensa che sia anche un tentativo di rovesciare il governo gerarchico della Chiesa?

Sì, alcuni hanno questa immagine di una “piramide rovesciata” di governo, ma al centro di questa piramide c’è la volontà personale del Papa e dei suoi consiglieri e collaboratori. Questa può essere un’immagine da far capire ai bambini, ma una “piramide” o un “poliedro” non è un’immagine biblica della Chiesa. Sono immagini che escono dalla geometria matematica. Dovrebbero invece guardare alle immagini bibliche della Chiesa nella Lumen Gentium: il pastore e il gregge, e tutte queste immagini di una vigna e così via.

Alcuni oratori avevano un’idea sociologica della Chiesa, una comprensione naturalistica della Chiesa, ma non avevano la comprensione teologica. Parlano sempre dello Spirito, ma lo Spirito non è un fluido. Lo Spirito nella Chiesa è la Terza Persona della Trinità. È una Persona. E non possiamo mai parlare dello Spirito Santo senza il Figlio e il Padre. Sempre e in ogni momento parliamo dello Spirito del Padre e del Figlio. Non si parla quasi mai di Gesù Cristo – solo in modo pedagogico, in modo da trasformare le parabole e il loro significato. Gesù non condannò la donna in adulterio, per esempio. Gli interventi parlavano della nostra relazione con Gesù, ma non di Gesù come Parola di Dio, data a noi, una volta e per sempre.

In che misura si parlava di dottrina, fede e morale?

Solo a tavola. Se ne poteva parlare un po’, ma solo per pochi minuti. Erano più che altro una raccolta di impressioni, ma non si trattava di riflessioni teologiche profonde. Come è possibile in questo contesto? Per il resto, c’era solo la possibilità di alcuni interventi, ma era tutto un po’ manipolato e dipendeva da chi era autorizzato a fare gli interventi teologici – chi erano le guide spirituali.

venerdì 3 novembre 2023

TORNARE A RATISBONA

 

Card. SAKO
Il Patriarca Caldeo, il Cardinale Louis Raphael I Sako,
intervistato sulla situazione in Medio Oriente, ha posto una questione di fondamentale importanza:” In Medio Oriente bisogna separare la religione dallo stato.” 

Questo punto era stato perfettamente spiegato da Benedetto XVI a Regensburg, parlando dell’incontro fra Fede e Ragione ai rappresentanti della scienza. “Non agire secondo ragione (συν λόγω) è contrario alla natura di Dio”

 Invitiamo a riprendere tutto il discorso, non solo l’estratto che presentiamo che pure è attualissimo in relazione alla tragedia mediorientale. Questo discorso è un inno al Logos: Gesù è il Logos incarnato, l’origine e il fine di tutto, il senso di tutto

 

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A MÜNCHEN, ALTÖTTING E REGENSBURG

(9-14 SETTEMBRE 2006)

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aula Magna dell’Università di Regensburg
Martedì, 12 settembre 2006
 

Fede, ragione e università.
Ricordi e riflessioni.

 

(…OMISSIS )

BENEDETTO XVI a Ratisbona

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.[1] Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano.[2] Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.  Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".[3] L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…"[4]

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.[5] L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.[6] In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.[7]

Viaggio in Germania 2006

A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logosLogos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. (…)

https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html

 

 

sabato 7 ottobre 2023

L’ECOLOGIA “PARZIALE” DELLA LAUDATE DEUM

L’esortazione apostolica sceglie di parlare di cambiamenti climatici, gas serra, ghiacci e Cop28 secondo la prospettiva ambientalista

Emanuele Boffi

L’esortazione apostolica Laudate Deum, resa pubblica il giorno di san Francesco, si pone in continuità, otto anni dopo, con l’enciclica Laudato si’.

In quest’ultima papa Francesco aveva svolto la sua riflessione partendo da un punto di vista antropologico, di cui l’ecologia era una declinazione. Scriveva infatti Francesco che «dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato».


Sulla scorta del magistero e dei Papi che lo avevano preceduto, Bergoglio aveva chiarito che l’origine di tutti i mali era la presunzione dell’uomo-creatura di credersi dio e dunque di concepirsi padrone e non custode della natura. Era questo l’errore che lo portava a non rispettare l’ambiente e le altre persone, “scartandole” (gli anziani, l’aborto).

Dunque si parlava di ecologia secondo una prospettiva “integrale”, non parziale.

«L’ecologia umana implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura, relazione indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso. Affermava Benedetto XVI che esiste una “ecologia dell’uomo” perché “anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere”».

Si discuteva di ecologia non limitandosi ai soli aspetti ambientali o all’inquinamento, ma con una visuale più ampia. Infatti, appena dopo il passo citato, si aggiungeva:

«Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé. In tal modo è possibile accettare con gioia il dono specifico dell’altro o dell’altra, opera di Dio creatore, e arricchirsi reciprocamente. Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di “cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”» (155).

«Uno scioccante peccato strutturale»

In Laudate Deum il richiamo a guardare al tema ecologico in una prospettiva “integrale” si affievolisce fino a scomparire. L’esortazione è chiaramente – e in maniera rivendicata – un testo di parte, come si comprende anche dai testimoni che sono stati chiamati in Vaticano ad illustrarla: Carlo Petrini, Jonathan Safran Foer, Giorgio Parisi, Vandana Shiva e Luisa-Marie Neubauer, leader tedesca di “Fridays for Future”.

Si parla del cambiamento climatico come di un dato inoppugnabile, così come è incontestabile che esso sia causato dall’uomo (di più: lo si descrive come «un esempio scioccante di peccato strutturale»). I segni di tale cambiamento sono «evidenti», sebbene si cerchi di «negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli». Molto duro, fin quasi al dileggio, è il giudizio su chi osi contestare tale evidenza basandosi su «dati presumibilmente scientifici». Obiezioni che sono presenti anche all’interno del mondo cattolico e che sono liquidate come «sprezzanti e irragionevoli».

I gruppi radicalizzati

Il testo si apre con una citazione di san Francesco e si chiude con qualche altro riferimento biblico, ma per il resto si limita a citare come fonti i documenti dell’Onu per dimostrare la disastrosa realtà della «crescita accelerata delle emissioni di gas serra» o la scomparsa dei ghiacci.

L’esortazione è infarcita di espressioni che segnano la gravità del momento: siamo a un «punto di non ritorno», «un punto di svolta», «si arriva sempre troppo tardi». È il linguaggio tipico di tante associazioni ambientaliste verso cui il Pontefice si mostra assai benevolo:

«Attirano spesso l’attenzione, in occasione delle Conferenze sul clima, le azioni di gruppi detti “radicalizzati”. In realtà, essi occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta ad ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli». (58)

Utopia e ragionevolezza

Tutta l’esortazione è percorsa da una pesante sfiducia nel progresso, nel denaro e persino nella meritocrazia. Soprattutto, è attraversata da una forte condanna dei “paesi ricchi”, che non fanno abbastanza per combattere il cambiamento climatico e che inquinano (l’unico caso citato è quello «degli Stati Uniti le cui emissioni pro capite sono circa il doppio di quelle di un abitante della Cina e circa sette volte maggiori rispetto alla media dei Paesi più poveri». Detto tra parentesi: è la sola volta che nel testo appare la parola “Cina”).

Papa Francesco concede che «alcune diagnosi apocalittiche» sembrino spesso «irragionevoli o non sufficientemente fondate», tuttavia «ciò non dovrebbe indurci a ignorare che la possibilità di raggiungere un punto di svolta è reale». Per questo il Pontefice «sogna» che la Cop28 a Dubai possa portare a «una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente».

Il testo non parla di ecoansia, ma la fa venire e, postulando come incontrovertibili delle verità su cui il mondo scientifico ancora dibatte, non si apre a un confronto, ma solo all’indicazione di un unico comportamento ecologicamente (e quindi eticamente) corretto.

Tuttavia, dato che le prospettive indicate finora dal mondo ambientalista si sono rivelate irrealizzabili in tempi brevi e irrealistiche senza controindicazioni socialmente gravose, resta da chiedersi come tale visione possa tradursi in realtà. Senza fiducia nella ragionevolezza umana di trovare soluzioni praticabili resta solo lo slancio utopico che finisce, prima o poi, col guastarsi in visioni catastrofiste.

E passa così in secondo piano l’originalità della proposta di un'”ecologica integrale”.

 

domenica 2 luglio 2023

PAPA FRANCESCO E I «METODI IMMORALI» DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE.

LEONARDO LUGARESI

(con una nota finale del Crocevia)

Ieri il papa ha nominato il nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede nella persona di mons. Victor Manuel Fernandez, finora arcivescovo di La Plata (Argentina), ed ha voluto accompagnare la pubblicazione della nomina con una sua lettera che è stata resa nota contestualmente all’annuncio dell’incarico.

Mons. Victor Manuel Fernandez

Non è una prassi abituale: questa lettera, indirizzata al neoeletto e per conoscenza a tutti noi, è dunque un documento importante, che merita un’attenzione particolare. Si tratta infatti di un atto ufficiale, che il papa ha specificamente voluto compiere per spiegare il senso che ha inteso dare alla scelta di mons. Fernandez ed esplicitare la missione che affida al nuovo prefetto. Nulla di ciò che contiene può dunque essere considerato alla stregua di un obiter dictum e tantomeno come un’espressione “dal sen fuggita” nel corso di una conversazione, come si potrebbe sostenere, ad esempio, per le tante interviste che il papa ha concesso in questi ultimi tempi.

Per questo motivo ritengo doveroso, per un semplice fedele come me, riflettere sull’affermazione che si trova quasi in apertura della lettera, al secondo capoverso: «El Dicasterio que presidirás en otras épocas llegó a utilizar métodos inmorales». Se traduco bene: «Il DIcastero che presiederai in altre epoche è arrivato ad usare metodi immorali». Mi sembra una frase grave e sconcertante. L’accusa di immoralità, lanciata da un papa ad un organo supremo della Santa Sede, a mia conoscenza non ha precedenti.

Diventa perciò assolutamente necessario anzitutto chiarire a chi e a che cosa si riferisce papa Francesco. Il che cosa è forse, almeno in parte, spiegato nella frase immediatamente successiva: «Fueron tiempos donde más que promover el saber teológico se perseguían posibles errores doctrinales». Cioè, sempre se capisco bene: «Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali».

Questa affermazione mi pare molto problematica: non è facile comprendere perché mai il compito di difendere l’ortodossia della dottrina della Chiesa, da sempre affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, debba dare adito ad accuse di immoralità, e ci si potrebbe anche chiedere se una visione in cui la promozione della conoscenza teologica spetta in prima battuta a un organo del governo centrale della chiesa piuttosto che alla libera ricerca dei teologi non sia, in definitiva, ben più verticistica di quella in cui all’autorità gerarchica è riservata piuttosto una funzione di “sorveglianza” (“episcopale” appunto) nei riguardi di tale lavoro, al fine di mettere in guardia i fedeli contro errori dottrinali, che non sono solo astrattamente “possibili” ma di fatto si sono verificati molte volte nella storia della chiesa. Ma lasciamo stare: da semplice laico non mi considero certo all’altezza di poter affrontare argomenti così delicati e complessi.

Più urgente per me è capire di chi sta parlando il papa quando parla di «metodi immorali». Se ci si lascia distrarre dalla espressione temporale «en otras épocas», così vaga da significare tutto e nulla, si potrebbe pensare che è impossibile rispondere a tale domanda. L’accusa perciò resterebbe grave e sconcertante, ma finirebbe per avere la rilevanza di una “denuncia contro ignoti”. Si può temere, purtroppo, che quel finto complemento di tempo sia stato inserito a bella posta, per dire e non dire. Che sia un’astuzia, in altre parole. Il messaggio sarebbe più o meno questo: “Alla Congregazione per la Dottrina della Fede usavano metodi immorali”. “Ma quando? E chi è stato?”. “Un tempo. E non si sa chi”.

Però la terza frase di quel terribile paragrafo mi sembra che chiarisca a sufficienza il pensiero del papa. Egli scrive infatti al nuovo prefetto: «Lo que espero de vos es sin duda algo muy diferente». Che in italiano si traduce: «Quello che mi aspetto da voi è sicuramente qualcosa di molto diverso». Ora, non è chi non veda che una frase del genere ha senso soltanto in relazione ad un passato recente.

Di conseguenza, le “altre epoche” in cui secondo il papa la CDF faceva cose immorali non sono quelle di un remoto passato, di una fase storica della Chiesa ormai finita da un pezzo, e così lontana dal nostro mondo e dalla nostra mentalità per cui i termini delle questioni si ponevano allora in modo del tutto diverso da come si fa oggi, eccetera eccetera … (ammesso e non concesso che anche in questo caso l’accusa di immoralità sia giustificata). No, il papa sta evidentemente parlando della “chiesa di ieri”, non di quella di cinque secoli fa. Per dirla tutta: non della “Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione” di Paolo III e nemmeno della “Sacra Congregazione del Sant’Uffizio” di san Pio X, ma della “Congregazione per la Dottrina della Fede” di san Paolo VI, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ancor più brutalmente: non sta parlando dei tempi del cardinal Carafa (XVI secolo), ma del cardinale Ratzinger. Se le cose stanno così, a rendere ancor più “problematica” per un cattolico l’accusa di immoralità rivolta alla CDF sta il fatto che essa ha sempre agito in obbedienza e comunque con l’assenso dei pontefici regnanti: san Paolo VI, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Di conseguenza diventerebbe impossibile sottrarre quei santi pontefici al rimprovero di essere stati come minimo conniventi con i «metodi immorali» della CDF. Solo io resto senza parole di fronte a una prospettiva del genere?

Tutto ciò è per me, come semplice fedele cattolico, fonte di un enorme imbarazzo, per non dire di scandalo, ma francamente non mi pare che l’affermazione del papa possa essere intesa in altro modo. La comunicazione ha le sue regole e neanche un papa può ignorarle. Provo a spiegarmi ancora meglio con un esempio. Poniamo che il rettore di una scuola, presentando ai docenti e agli alunni un nuovo insegnante che ha appena nominato, dica: «Un tempo in questa scuola si usavano metodi violenti. Da lei mi aspetto sicuramente qualcosa di molto diverso». Chi mai potrebbe pensare che quel rettore si riferisca, che ne so, ai tempi degli antichi Romani e al plagosus Orbilius di oraziana memoria?

Tutti capirebbero che intende alludere al predecessore o ai predecessori immediati del nuovo docente. Altrimenti la sua frase sarebbe priva di senso, quanto lo sarebbe oggi dichiarare di aspettarsi che il nuovo prefetto del dicastero vaticano non scriva con la penna d’oca, non faccia il viaggio dall’Argentina a Roma su un veliero e non si rechi al lavoro in carrozza.

LEONARDO LUGARESI

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NOTA DEL CROCEVIA

Mons Fernandez è da sempre in prima linea per aprire la comunione ai divorziati risposati, favorevole alle leggi per le unioni civili, aperto al cardinalato delle donne. Ha pubblicato un libro in Argentina nel 1995, un bestseller col titolo di: “Saname con tu boca. El arte de basar”. Si legge:” Nell’intento di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita, sono venute fuori queste pagine afavore del bacio che , spero, ti aiutino a baciare meglio, e ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere”.

Niente di male in tutto questo.

Ma molta strada è stata fatta da quando i Prefetti della Dottrina della fede avevano come best seller titoli come “Introduzione al Cristianesimo”