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sabato 11 maggio 2024

NON ARRENDETEVI A COPIONI SCRITTI DA ALTRI, CHIEDETEVI CHE MONDO STIAMO COSTRUENDO

 

PAPA FRANCESCO 
AI PARTECIPANTI ALLA IV EDIZIONE DEGLI
 STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

Auditorium di Via della Conciliazione (Roma)
Venerdì, 10 maggio 2024

 


È bello fare un applauso quando uno dice “buongiorno”, perché tante volte non ci salutiamo. È bello l’applauso al “buongiorno”. E grazie a Gianluigi e a quanti lavorano per questa iniziativa. Sono contento di essere ancora con voi perché, come sapete, il tema della natalità mi sta molto a cuore. Ogni dono di un figlio, infatti, ci ricorda che Dio ha fiducia nell’umanità, come sottolinea il motto “Esserci, più giovani più futuro”. Il nostro “esserci” non è frutto del caso: Dio ci ha voluti, ha un progetto grande e unico su ciascuno di noi, nessuno escluso. In questa prospettiva, è importante incontrarsi, lavorare insieme per promuovere la natalità con realismolungimiranza e coraggio. Vorrei riflettere un po’ su queste tre parole-chiave.

Prima:  realismo. In passato, non sono mancati studi e teorie che mettevano in guardia sul numero degli abitanti della Terra, perché la nascita di troppi bambini avrebbe creato squilibri economici, mancanza di risorse e inquinamento. Mi ha sempre colpito constatare come queste tesi, ormai datate e superate da tempo, parlassero di esseri umani come se si trattasse di problemi. Ma la vita umana non è un problema, è un dono. E alla base dell’inquinamento e della fame nel mondo non ci sono i bambini che nascono, ma le scelte di chi pensa solo a sé stesso, il delirio di un materialismo sfrenato, cieco e dilagante, di un consumismo che, come un virus malefico, intacca alla radice l’esistenza delle persone e della società. Il problema non è in quanti siamo al mondo, ma che mondo stiamo costruendo - questo è il problema -; non sono i figli, ma l’egoismo, che crea ingiustizie e strutture di peccato, fino a intrecciare malsane interdipendenze tra sistemi sociali, economici e politici. [1] L’egoismo rende sordi alla voce di Dio, che ama per primo e insegna ad amare, e alla voce dei fratelli che ci stanno accanto; anestetizza il cuore, fa vivere di cose, senza più capire per cosa; induce ad avere tanti beni, senza più saper fare il bene. E le case si riempiono di oggetti e si svuotano di figli, diventando luoghi molto tristi (cfr Omelia della Messa per la comunità cattolica congolese, 1° dicembre 2019). Non mancano i cagnolini, i gatti…, questi non mancano. Mancano i figli. Il problema del nostro mondo non sono i bambini che nascono: sono l’egoismo, il consumismo e l’individualismo, che rendono le persone sazie, sole e infelici.

Il numero delle nascite è il primo indicatore della speranza di un popolo. Senza bambini e giovani, un Paese perde il suo desiderio di futuro. In Italia, ad esempio, l’età media attualmente è di quarantasette anni – ma ci sono Paesi del centro Europa che hanno l’età media si ventiquattro anni – e si continuano a segnare nuovi record negativi. Purtroppo, se dovessimo basarci su questo dato, saremmo costretti a dire che l’Italia sta progressivamente perdendo la sua speranza nel domani, come il resto d’Europa: il Vecchio Continente si trasforma sempre più in un continente vecchio, stanco e rassegnato, così impegnato ad esorcizzare le solitudini e le angosce da non saper più gustare, nella civiltà del dono, la vera bellezza della vita. E c’è un dato che mi ha detto uno studioso di demografia. In questo momento gli investimenti che danno più reddito sono la fabbrica di armi e gli anticoncezionali. Le une distruggono la vita, gli altri impediscono la vita. E questi sono gli investimenti che danno più reddito. Che futuro ci attende? È brutto.

Nonostante tante parole e tanto impegno, non si arriva a invertire la rotta. Come mai? Perché non si riesce a frenare questa emorragia di vita?

La questione è complessa, ma questo non può e non deve diventare un alibi per non affrontarla. Serve lungimiranza, che è la seconda parola-chiave. A livello istituzionale, urgono politiche efficaci, scelte coraggiose, concrete e di lungo termine, per seminare oggi affinché i figli possano raccogliere domani. C’è bisogno di un impegno maggiore da parte di tutti i governi, perché le giovani generazioni vengano messe nelle condizioni di poter realizzare i propri legittimi sogni. Si tratta di attuare serie ed efficaci scelte in favore della famiglia. Ad esempio, porre una madre nella condizione di non dover scegliere tra lavoro e cura dei figli; oppure liberare tante giovani coppie dalla zavorra della precarietà occupazionale e dell’impossibilità di acquistare una casa.

È poi importante promuovere, a livello sociale, una cultura della generosità e della solidarietà intergenerazionale, per rivedere abitudini e stili di vita, rinunciando a ciò che è superfluo allo scopo di dare ai più giovani una speranza per il domani, come avviene in tante famiglie. Non dimentichiamolo: il futuro di figli e nipoti si costruisce anche con le schiene doloranti per anni di fatica e con i sacrifici nascosti di genitori e nonni, nel cui abbraccio c’è il dono silenzioso e discreto del lavoro di una vita intera. E d’altra parte, il riconoscimento e la gratitudine verso di loro da parte di chi cresce sono la sana risposta che, come l’acqua unita al cemento, rende solida e forte la società. Questi sono i valori da sostenere, questa è la cultura da diffondere, se vogliamo avere un domani.

Terza parola: coraggio. E qui mi rivolgo particolarmente ai giovani. So che per molti di voi il futuro può apparire inquietante, e che tra denatalità, guerre, pandemie e mutamenti climatici non è facile mantenere viva la speranza. Ma non arrendetevi, abbiate fiducia, perchè il domani non è qualcosa di ineluttabile: lo costruiamo insieme, e in questo “insieme” prima di tutto troviamo il Signore. È Lui che, nel Vangelo, ci insegna quel “ma io vi dico” che cambia le cose (cfr Mt 5,38-48): un “ma” che profuma di salvezza, che prepara un “fuori schema”, una rottura. Facciamo nostro questo “ma”, tutti, qui e ora. Non rassegniamoci a un copione già scritto da altri, mettiamoci a remare per invertire la rotta, anche a costo di andare controcorrente! Come fanno le mamme e i papà della Fondazione per la Natalità, che ogni anno organizzano questo evento, questo “cantiere di speranza” che ci aiuta a pensare, e che cresce, coinvolgendo sempre più il mondo della politica, delle imprese, delle banche, dello sport, dello spettacolo e del giornalismo.

Ma il futuro non si costruisce solo facendo figli. Manca un’altra parte molto importante: i nonni. Oggi c’è una cultura che nasconde i nonni, li manda alla casa di riposo. Adesso è cambiata un po’ per la pensione – purtoppo è così –, ma la tendenza è quella: scartare i nonni. Mi viene in mente una storia interessante. C’era una bella famiglia, dove il nonno viveva con loro. Ma con il tempo in nonno è invecchiato, e poi quando mangiava si sporcava… Allora il papà ha fatto costruire un tavolino, in cucina, perché ci mangiasse il nonno, così loro potevano invitare gente. Un giorno il papà torna a casa e trova uno dei bambini piccoli che lavorava con il legno. “Cosa stai facendo?” – “Un tavolino, papà” – “Ma perché?”- “Per te, per quando sarai vecchio”. Per favore, non dimenticare i nonni! Quando io, nell’altra diocesi, visitavo tanto le case di riposo, domandavo ai nonni – penso a un caso –: “Quanti figli ha?” - “Tanti” - “Ah, bene. E vengono a trovarla?” - “Sì sì, vengono sempre”. Poi, all’uscita, l’infermiere mi diceva: “Non vengono mai”. I nonni soli. I nonni scartati. Questo è un suicidio culturale! Il futuro lo fanno i giovani e i vecchi insieme; il coraggio e la memoria, insieme. Per favore, parlando di natalità, che è il futuro, parliamo anche dei nonni, che non sono il passato: aiutano il futuro. Per favore, abbiamo figli, tanti, ma abbiamo anche cura dei nonni! È molto importante.

Cari amici, vi ringrazio per quello che fate, grazie a tutti voi. Grazie a te per il tuo coraggio. Vi sono vicino e vi accompagno con la mia preghiera. E per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Ma pregate a favore, non contro! Grazie.

Questo “a favore e non contro” lo dico perché una volta, stavo finendo un’udienza e lì a venti metri c’era una signora, una vecchietta, piccolina, occhi bellissimi. Ha cominciato a dire: “Vieni, vieni!”. Simpatica. Mi sono avvicinato: “Signora come si chiama?” – mi ha detto il nome – “E quanti anni ha?” – “87” – “Ma cosa fa, cosa mangia per essere così forte?” – “Mangio i ravioli, li faccio io”. E mi ha dato la ricetta dei ravioli. E poi le ho detto: “Signora, per favore, preghi per me” – “Lo faccio tutti i giorni”. E io per scherzare le dissi: “Ma preghi a favore, non contro!”. E la vecchietta, sorridendo, mi disse: “Stia attento, Padre! Contro pregano lì dentro”. Furba! Un po’ anticlericale. E per favore: a favore, non contro, a favore.

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[1] cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc.  Sollicitudo rei socialis (1987), 36-37;  Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1869.

 

mercoledì 5 ottobre 2016

UN'IDEA AMERICANA

Riro Maniscalco
mercoledì 5 ottobre 2016 da ilsussidiarionet


Ogni giorno un santo. A casa nostra lo sappiamo bene perché tutte le mattine mia moglie ne dà pubblicamente notizia. Siccome non abitiamo più tutti sotto lo stesso tetto, talvolta l'annuncio viaggia via telefono o attraverso la chat di famiglia (sempre molto attiva). Una volta ricevevamo puntuali aggiornamenti anche su compleanni ed anniversari, ma per quelli ormai ci sono i social media. Invece rispetto ai santi l'interesse — e di conseguenza il giro di informazioni — scarseggia. Il santo del giorno lo conoscono in pochi. Da noi invece si sa. Oggi per esempio (ieri per voi che leggete) è san Francesco. Francesco e santa Caterina, patroni d'Italia. Una volta era una festività nazionale e lo sapeva anche il gatto (oltre al lupo d Gubbio). Tanti se lo ricorderanno ancora, ma chissà anche quanti non lo sanno.

L'altro giorno invece, 2 ottobre, era una festa particolare e per noi Maniscalco una ricorrenza molto sentita. Il 2 ottobre, dal lontano 1411, Santa Romana Chiesa celebra gli Angeli Custodi. Ho sempre amato gli Angeli Custodi da quand'ero piccolino. L'idea di qualcuno che mi tenesse sempre segretamente sott'occhio, con tutti i casini che combinavo senza tregua, mi rassicurava. E forse mi stavano simpatici anche perché delle preghiere che si recitavano con la mamma prima di dormire quella degli Angeli Custodi era l'unica in italiano. Molto più praticabile di quell'improbabile mix di latino e dialetto con cui si masticavano il Pater, l'Ave ed il Gloria.
Per noi Maniscalco quel giorno, il 2 di ogni ottobre, riporta alla mente, agli occhi ed al cuore le immagini del drammatico intervento chirurgico d'urgenza cui venne sottoposto il nostro bambino che sembrò sul punto di tornarsene da dove era arrivato poco più di venti giorni prima. Il "bambino" oggi ha trent'anni, una moglie, un figlio, e quel figlio ha il suo Angelo Custode. Anzi, tanti Angeli Custodi cosi come gli altri sette nipoti che abbiamo ricevuto in dono (per ora…).

Angeli Custodi di diversa natura, pure con i loro difetti, ma presenti: i nonni. Cos'altro sono i nonni?
Anche i nonni da un po' di tempo hanno la loro festa. Lo crediate o no, fu un'invenzione americana. Come Abraham Lincoln aveva ceduto a Mrs. Hale rispetto a Thanksgiving, cosi Jimmy Carter accolse l'insistenza della signora McQuade, casalinga, madre di 15 figli e nonna di 40 nipoti. Cosi in Italia il 2 ottobre, nella giornata degli Angeli Custodi, si celebrano i nonni. Certo, nessun nonno è perfetto, ma anche gli angeli hanno avuto i loro problemi. Al catechismo non andavo mai, ma mi ricordo quell'immagine (e didascalia) di Lucifero sul libretto che mi avevano dato. 

Dipende tutto dalla libertà, dalla gratitudine e dalla letizia con cui si vive il compito. Cambieranno le circostanze, mancheranno le ali, ma il compito della vita resta lo stesso.
I nonni lo sanno, ma se lo possono dimenticare, cosi come il mondo si può dimenticare degli Angeli Custodi, di Francesco e di tutti i santi.

Nonni e Angeli Custodi…. sembrano cose troppo semplici, cose da bambini. Qua ci sono guerre, elezioni, referendum…   
Mi viene in mente quel "pensiero improvviso" di Sinjavskij: "Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro". Proprio come i nonni e gli Angeli Custodi.