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sabato 13 aprile 2013

JONAH LYNCH, TRA FEDE MUSICA E DOSTOEVSKI


Perdere la fede a 15 anni leggendo I fratelli Karamazov mentre si sorvolano in aereo le Montagne Rocciose. Studiare filosofia per capire come agire in assenza di Dio. Buttarsi a capo fitto nella fisica per mettere alla prova le teorie sulla creazione. Scoprire la musica e girare la Francia facendo l'autostop, mangiando con i soldi raccolti grazie al proprio violino. Sono i primi frammenti di una vita fuori dal comune, soprattutto se chi la offre al lettore, senza censure, è un prete.

Jonah Lynch, americano di origine irlandese, oggi è il giovane vicerettore del seminario della Fraternità San Carlo, fondata da monsignor Massimo Camisasca, da qualche mese vescovo di Reggio Emilia. Non sembra il tipo che abbia voglia di difendersi dalla realtà (in gioventù è passato anche dall'esperienza delle comuni hippies) e non teme le domande, anche quelle più scomode.

Il suo ultimo libro, Egli canta ogni cosa (ed. Lindau), ne è pieno – come si fa a credere in Dio? Come può il Signore accettare il dolore innocente di cui parla Dostoevskij? Non è che la fede è solo autoconvincimento? – e segue il successo di quella riflessione, lontana dalle prediche, su ciò che stiamo perdendo in nome dell'onnipotenza di internet e dei social network, che è Il profumo dei limoni («tatto, olfatto e gusto, tre quinti della realtà, non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia»).

Per rispondere alle questioni poste dalle persone che incontra, Jonah Lynch non parte però dalla teoria cristiana o dal catechismo, ma dalla sua esperienza di uomo. E questo lo rende ancora più interessante («temo di non riuscire a darti indicazioni precise per arrivare alla fede, ma potrò forse farti vedere che è possibile arrivarci»). Il suo percorso, che offre alle obiezioni degli altri, attraversa il nero-freddo di spazi vuoti (così definisce l'ateismo) e arriva fino al "voglio vivere così" pronunciato davanti alla fede di un'altra persona.

Da buon violinista e da uomo che alla musica ha dato da sempre un peso notevole nella sua formazione, anche intellettuale, organizza il tutto in una struttura che richiama gli ultimi quartetti d'archi di Beethoven (Allegro vivace, Andante serioso, Grave, ma non troppo, Cavatina, adagio molto espressivo, Allegro appassionato - forse un tributo al T.S. Eliot di Four Quartets, di certo alle pagine a cui è più legato).

«Conoscere la verità è una grande avventura e un grande rischio. Potresti scoprire che devi cambiare idea su qualcosa, potresti scoprire che devi cambiare vita» scrive a un certo punto Lynch. E infatti, in volo su quella stessa tratta, vent'anni dopo, si sorprenderà con una certezza prima impensabile («Cristo è la chiave di ogni domanda, non ci sono angoli bui che la sua luce non raggiunge»). Ma anche con un abito talare addosso, i rosari di una hostess indiscreta da benedire e un'infaticabile devota di Dan Brown a cui rispondere.

domenica 3 febbraio 2013

LYNCH: RIPARTIRE MILLE VOLTE


Ripartire mille volte (col perdono)

 

Casa nostra è su una collina, da cui si vede un piccolo borgo romano di altri tempi con una parrocchietta dedicata a santa Gemma Galgani. Quando ero seminarista, una volta alla settimana, più o meno, scendevo nella valle frammezzo, piena del traffico pericoloso e rumoroso della via Boccea, per risalire l’altro lato fino alla chiesa. Suonavo il campanello e aspettavo qualche minuto mentre arrivava il padre Anselmo, il mio confessore, vecchio prete con la tonaca lisa. Poi ci mettevamo nel confessionale e raccontavo.
            Se le parole stentavano a uscire, il padre esortava: «Su, che non c’è d’avere paura! Io sono vecchio, non mi ricorderò di niente. E Dio non vede l’ora di perdonarti. Basta che tu dici umilmente “ho fatto questo, ho fatto quello, e non lo voglio più fare”. Allora?».
            Oppure se mi dilungavo troppo, quasi scrupoloso, mi interrompeva: «Va be’, lascia stare, che il buon Dio conosce queste cose e ora te le perdona. Ti assolvo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Ora mi raccomando» – e qui prendeva le mie mani nelle sue, calde, rugose, con la pelle secca da uomo anziano – «ama la Madonna, e falla amare!».
            Adesso padre Anselmo ci aspetta di là, all’altro lato della morte. Egli mi ha insegnato a vivere la confessione come una forma di preghiera drammatica, semplice, liberante. È l’incontro con Gesù. È l’incontro con quello sguardo sconvolgente che nello stesso istante perdonava, ammoniva e consolava. Alla donna adultera, di cui parla Giovanni nell’ottavo capitolo del suo vangelo, Gesù dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
            È un gesto così luminoso. Basta riconoscere la semplice realtà del peccato, chiedere il perdono, e andare avanti con passo rinvigorito sulle strade della vita.
Spesso si sente un’obiezione a questa dinamica fanciullesca: il fatto che il perdono ripetuto tenda a ridurre la serietà del peccato. Anche fra i primi padri della Chiesa c’era questa obiezione, e la confessione come la conosciamo noi ha avuto bisogno di qualche secolo prima di emergere pienamente alla luce.
            Eppure un padre o una madre sa che è giusto così. Certo, il perdono non è arrendevolezza, non deve essere dato per scontato. Ma senza di esso un figlio non può crescere, e non si può mai dire quante volte occorreranno. «Sette? Ti dico: settanta volte sette», disse Gesù.

            Un’obiezione più drammatica ancora è la disperazione strisciante che può insinuarsi nel penitente: «Tanto so che rifarò la stessa cosa, tanto non ce la faccio a cambiare…». Penso che qui si veda in modo chiarissimo la pedagogia di Dio. Per Lui l’importante non è tanto la sequela della legge. Se avesse voluto un popolo perfetto, sarebbe stato ben in grado di crearlo. A Lui sta a cuore l’adesione libera, ed è disposto ad accettare tanti sbagli sulla strada che porta all’amore libero, all’accettazione libera della nostra dipendenza da Lui.  

            Certamente, lasciati alle nostre sole forze, non siamo in grado di cambiare molto. Ma a Dio tutto è possibile. Ritornare a confessarsi, inginocchiarsi, riconoscere il male fatto e desiderare di cambiare, è il gesto che apre il cuore alla grazia di Dio. Lui, sì, può cambiarci.
            Una bellissima pagina verso la fine di Dottor Zivago riporta una frase che dice Maria Maddalena in una preghiera ortodossa: «Sciogli i miei debiti, come io sciolgo i miei capelli». Immaginiamo l’elegante semplicità delle mani di quella donna mentre rilascia la sua chioma fluente, che cade liscia, senza nodi. Così veniamo sciolti dai nostri peccati, ogni volta che lo chiediamo.

 

Jonah Lynch

sabato 26 gennaio 2013

 

domenica 13 maggio 2012

DANIELOU LA VERITA' USURPATA


Al numero 56 di rue Dulong, non c’è il citofono per suonare agli appartamenti. Allora, per entrare, aspetto che arrivi qualcuno. Davanti alla casa, c’è una chiesa luterana. Un po’ più avanti, massaggi tailandesi; a fianco una psicoterapeuta; sull’altro lato, una misteriosa società finanziaria. Una famiglia arriva, apre il portone, e mi respinge bruscamente quando chiedo di poter vedere l’ingresso. Dopo qualche tempo arriva una giovane donna, molto truccata. Ha paura di me, ma infine mi fa entrare: «Però non ti ho fatto entrare io», dice. Salgo quattro piani, 72 scalini ricoperti da un tappeto lurido, un buio e uno squallore che fanno impressione. Al quarto piano, sono davanti alla porta che fu della call-girl Mimì Santoni. Non busso. Qui, nel 1974, morì il cardinale Jean Daniélou, stroncato da un infarto. Daniélou è un protagonista dimenticato della stagione teologica del Vaticano II. Era uno dei principali motori della "nouvelle théologie", fra i fondatori di Sources Chrétiennes, redattore di riviste, autore di circa sessanta libri, e fra le voci più autorevoli al Concilio. Ma in seguito alla sua morte, raccontata in modo scandalistico sulla stampa parigina, su di lui è calato il silenzio. Oggi i suoi libri sono quasi tutti fuori commercio.

Di lui si ricorda solo la strana circostanza del decesso. «Camminava sempre in fretta; la testa arrivava prima, poi il resto!». Lo racconta suor Grazia Zangrando, che trovo a Parigi nella casa delle "Figlie del Cuore di Maria". Negli ultimi tempi il cardinale Daniélou viveva da loro. Aveva traslocato a casa delle suore in seguito a forti contrasti con i gesuiti con cui abitava da decenni. Aveva osato molto in un’intervista a Radio Vaticana il 23 ottobre 1972: «Penso che attualmente c’è una crisi molto grave della vita religiosa e che non bisogna parlare di rinnovamento, ma piuttosto di decadenza. […] La causa essenziale di questa crisi è una falsa interpretazione del Vaticano II». Suonava come un’accusa ai suoi superiori diretti: all’epoca, il segretario dell’Unione dei Superiori Generali degli istituti religiosi era il generale della Compagnia di Gesù. Suor Grazia racconta: «Appena è venuto da noi, ha dato la sua disponibilità per celebrare la nostra messa mattutina, alle 7. Ma dopo l’Eucaristia il cardinale si sedeva per venti minuti di preghiera in silenzio, prima di dare la benedizione, sconvolgendo così tutti gli orari della casa!». Veramente un sacerdote così aveva una doppia vita? Suor Grazia allarga le braccia: «Non ho mai creduto a quelle storie».

Nel 1972 era giovane novizia, ed era rimasta colpita dalla semplicità di padre Daniélou, che come unico segno esteriore del suo essere cardinale portava le calze rosse, e che nonostante i suoi molti impegni faceva di tutto per pranzare nel convento assieme a un vecchio sacerdote, padre Girard, che altrimenti sarebbe rimasto solo. Il 19 maggio 1974, Daniélou era andato in Bretagna a predicare un ritiro (fra le altre cose, aveva parlato della bellezza del celibato sacerdotale). Il giorno dopo aveva celebrato la messa, aveva lavorato a Sources Chrétiennes e, nel pomeriggio, aveva preso l’autobus 68 per Porte de Clichy, all’altro lato della città ed era giunto alla casa della prostituta Mimì Santoni. Questo il racconto di Mimì riportato da Emmanuelle de Boysson: «Veniva per portarmi dei soldi per aiutarmi a pagare l’avvocato di mio marito, che era stato imprigionato. Era bianco come un lenzuolo. Mi ha guardato e mi ha domandato di aprire la finestra. sottolineando: "Che caldo che fa qui!"». L’attacco cardiaco preannunciato negli ultimi due giorni, con mancamenti notati da molti testimoni, è arrivato. Concludeva la Santoni: «È caduto in ginocchio. La sua testa si è schiantata sul pavimento. Un ultimo respiro e poi niente. Molto tempo dopo, mi sono detta: che bella morte per un cardinale cadere in ginocchio!».

Le circostanze della morte furono al centro di una feroce campagna di stampa. Ma Daniélou meritava veramente un simile trattamento? Nel suo primo libro, Il segno del tempio, cita una bella frase di Claudel, «Soltanto un’anima purificata sentirà il profumo della rosa». Poi commenta: «Occorre che ritrovi la purezza del mio sguardo. Allora le creature ritorneranno a essere messaggi luminosi». Ma chi era il cardinale Daniélou? Ovunque nella sua autobiografia, come nel ricordo di chi lo conosceva bene, si pone come un uomo singolarmente libero, fuori dagli schemi. Si situa fuori dall’ambito mondano che suo padre, più volte ministro, voleva per lui. E si pone fuori dagli stereotipi: «Sono profondamente un uomo di Chiesa, sono molto poco clericale». Nei ritiri spirituali poneva apertamente le domande scottanti della fede: «Che cosa vi dà il diritto di credere in questa cosa improbabile che Dio sia intervenuto nella storia dell’uomo? Cioè, che cosa giustifica il mio diritto di aderire alla verità della storia santa? […] Ho il diritto di fidarmi assolutamente della testimonianza della Scrittura?». Non aveva paura di guardare in faccia le difficoltà, non si nascondeva dietro pie frasi. Allo stesso tempo, la sua grande certezza non aveva il sapore dell’intransigenza. In un dibattito pubblico con André Chouraqui, traduttore di una versione della Bibbia in francese che ha suscitato molto interesse, ebbe a dire «In quanto cristiano, le devo annunciare Gesù Cristo e spero una cosa soltanto, che lei lo riconosca, il che non mi impedisce di rispettare profondamente i valori del giudaismo». Singolare e solare schiettezza. Daniélou, l’uomo del dialogo, era anche l’uomo della fermezza e del vigore del pensiero. Non aveva paura di usare parole forti quando era in gioco un punto irrinunciabile. Ha dimostrato in numerosi testi e conferenze di essere un profondo conoscitore ed estimatore di tante religioni: non solo l’ebraismo, ma anche l’islam, l’induismo, il buddismo, l’animismo africano... Era seriamente impegnato a far emergere dall’esperienza religiosa dell’umanità quegli elementi comuni su cui far leva per meglio vivere insieme, e anche per mostrare la somma convenienza di Cristo. Diceva che «il cristianesimo non è una religione tra altre religioni. È fondamentalmente un messaggio di Dio indirizzato agli uomini di ogni religione».

L’unica posizione religiosa con cui aveva poca pazienza era l’ateismo. Lo considerava «profondamente disumano». «Dinnanzi all’ateismo, davanti a una totale insensibilità ai valori religiosi, provo un senso di imbarazzo quasi fisico e non capisco perché i cristiani non rigettino fermamente l’ateismo, per quanto siano ammirabili alcuni atei». Dedicava una parte significativa del suo tempo a parlare agli studenti. Nei primi anni di messa, aveva servito come cappellano dell’École Normale Supérieure de Sèvres, e aveva aiutato il cappellano del gruppo cattolico di Lettere presso la Sorbonne. Poi con madre Marie de l’Assomption dà vita al movimento ecclesiale il "Circolo san Giovanni Battista". Si radunavano gruppi di studentesse per la messa domenicale seguita da una conferenza sulla fede, le matinées spirituelles. Molti suoi libri sono nati da questa predicazione. All’inizio di uno di essi, Miti pagani e mistero cristiano, scrive nella prefazione: «In un tempo in cui l’esistenza di Dio è contestata da tanti, è più che mai urgente parlare, e con quel tono diretto che può prestarsi alle critiche dei saggi, ma che può giungere ai cuori. Ed è questo che mi interessa». La stessa testimonianza viene resa da padre Xavier Tilliette, nella prefazione ai Carnets del cardinal Daniélou. Scrive: «Deplorava la speculazione teologica, col pomposo titolo di ricerca, e la pastorale sacramentale utopica, senza radici, senza la vera esperienza delle persone, delle anime, dei loro bisogni e della loro fame. Respingeva con tutta la forza una teologia di laboratorio». Daniélou fu innanzitutto un prete, apostolo di Cristo, infiammato dal desiderio di insegnare agli uomini e alle donne la bellezza della vita cristiana.



Jonah Lynch - Vicerettore Fraternità San Carlo Borromeo



A metà degli anni 60 ho fatto alcuni incontri decisivi per mia vita: fra questi la letture del “Saggio sul Mistero della Storia” di Padre Danielou. Da allora Lo porto sempre nel cuore.
E ringrazio Jonah Lynch per questa memoria