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venerdì 22 settembre 2023

COS'È L'UNITÀ DEI CATTOLICI IN POLITICA SECONDO DON GIUSSANI

 Che i cattolici siano sparsi è un bene? «È un dolore», diceva il fondatore di Cl. 

Antonio Simone 

Nei giorni scorsi (l'articolo è del 2018) mi è capitato di venire a conoscenza di un incontro a Milano, nell’immanenza delle elezioni politiche, a cui partecipavano quattro candidati in quattro liste diverse per l’elezione del consiglio regionale lombardo (Pd, Forza Italia, Energie per l’Italia, Noi per l’Italia), tutti affezionati partecipanti alla vita di Comunione e Liberazione.
Mi è sembrata una cosa un po’ strana. Infatti il pensiero del fondatore di Cl è sempre stato chiaro e semplice circa l’unità in politica dei cristiani, anche in epoche diverse, in contesti cambiati, in periodi difficili o più o meno “liquidi”.

Un breve excursus storico.


Come giudica le divergenze tra cattolici che si manifestano sul terreno sociale o politico?
Idealmente noi dobbiamo tendere all’unità anche in politica, perché i cristiani debbono tendere all’unità in tutto, dato che sono un corpo solo. Perciò è un dolore non trovarsi dello stesso parere, non un diritto conclamato sconsideratamente. È dolorosa, anche se tante volte inevitabile, la diversità, e bisogna essere tutti tesi a scoprire il perché il fratello la pensa diversamente e comunicargli nel modo migliore i motivi della propria convinzione, nella ricerca dell’unità.

Per molti invece il pluralismo è un valore in sé…

È esattamente questo che noi combattiamo. Il Sinodo, parlando dei cristiani, non ha usato la parola “pluralismo”, ma “multiformità”: multiformità è, per esempio, la presenza nella Chiesa del movimento dei Focolari, dell’Azione Cattolica, di Cl, che sono diverse modalità di sperimentare la stessa cosa che è il fatto cristiano; così fra loro c’è un’affinità, una parentela profonda. Uno è contento di vedere che l’altro ha una fantasia diversa dalla propria…

E il pluralismo?
Il pluralismo invece è l’esito dell’impatto della fede sul campo culturale: che ci sia, per esempio politicamente, diversità fra cattolici, è umanamente comprensibile, ma non è l’ideale. L’importante che almeno, pur avendo opinioni diverse, ci si senta dentro la stessa cosa, ma spesso questo non avviene: in molto associazionismo cattolico e anche in molte parrocchie, pesa di più essere della stessa parte politica piuttosto che della stessa fede. La posizione giusta, secondo noi, è quella opposta: siccome è più forte la nostra fede, anche se la pensiamo diversamente siamo protesi a imparare l’uno dall’altro, a cercare di capire senza ostilità. Ma non è un valore il pluralismo, il valore è la libertà.
Intervista a A. M. Baggio, 1986, in Luigi Giussani, L’io, il potere, le opere, Marietti.

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Cl e la politica. Un rapporto molto discusso in questi anni, almeno a partire dal 1974. Qual è la concezione di fondo che ha animato questo rapporto e che, in diverse forme, lungo diverse vicende, si è manifestata?


È la fedeltà alla concezione dell’uomo e della società implicita nell’esperienza cristiana e nella prassi della Chiesa, concezione che trova una sua perspicua esplicitazione nella dottrina sociale del Papa. La fedeltà a questa visione è stata sempre vissuta fino alla difesa di essa a livello sociale e politico, attraverso l’impegno convergente di tutti i cattolici. La posizione di Cl risponde a questa concezione di fondo: come ha detto il Papa a Loreto, c’è la necessità di un’unità dei cattolici, che non deriva soltanto da una convenienza politica o da una convergenza sentimentale di chi ha lo stesso titolo di cristiano, ma nasce da un fatto. Il fatto è che la comunione battesimale lega così l’individuo a tutta la realtà ecclesiale che il confronto ultimamente obbediente con l’espressione autorevole di questa realtà diventa forma del criterio del singolo. Dunque siamo per l’unità dei cattolici e per la posizione politica che, almeno teoricamente, vuole essere fedele alla tradizione cristiana. Ma con un atteggiamento particolare, avendo presente che la Dc è un partito molto articolato, dove la presenza delle sensibilità e delle elaborazioni culturali è ampia, la nostra preoccupazione sarà quella di scegliere e di appoggiare i candidati che maggiormente diano affidamento nel senso che a noi interessa.

“La politica, per chi, per cosa”, supplemento a “Il Sabato”, n. 22 del 30 maggio 1987, p. 13-21. Intervista a monsignor Luigi Giussani a cura di Alessandro Banfi.

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Ruini lo hanno attaccato tutti…
È un fatto gravissimo. Mai il Corriere della Sera si era permesso di trattare oltraggiosamente in prima pagina il leader dei vescovi italiani. Ho in mente quel titolo: “Cardinale, lasci stare”. Quasi un ordine insolente a un servo. Ruini difende l’incarnazione, il centro dell’esperienza cristiana, oggi minacciato più che mai. È tanto semplice: Cristo con il battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni degli altri. È una cosa dell’altro mondo, ma questa è l’unità cristiana. Se tutti siamo una cosa sola non possiamo non cercare di esprimerci concordemente. E perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la sente o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un diritto da sbandierare! C’è un altro criterio che viene oltraggiato, ed è invece così umano: l’obbedienza. È il criterio supremo dell’azione cristiana. Il criterio della verità è ultimamente fuori di noi – e questo fa imbestialire i nemici del cristianesimo. Sì: obbediamo! Ci toglie dalla balìa del potere che occupa e dirige le coscienze illudendole della loro autonomia e invece, credendo di essere liberi, obbediscono a uomini. L’obbedienza cristiana pesca nel mistero. E invece chi si dipinge come autonomo obbedisce a quella ridicola menzogna che ha come criterio di base la valutazione morale dell’altra persona. Una cosa atroce, disumana.
Intervista a Renato Farina, Il Sabato, n. 17, 25 aprile 1992, pp. 14- 15

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Lei ritiene che sia un bene la fine dell’unità politica dei cattolici?
Non so se è un bene. È un fatto, perfettamente previsto dall’autorità della Chiesa e prevedibile nel fatto di libertà della coscienza cristiana. Anche se, là dove l’unità che i cattolici hanno come oggetto di fede – membra di un solo Corpo per la comunione battesimale – quando si realizzasse anche a un livello socio-politico, sarebbe sempre per la società umana, qualunque posizione uno avesse, un esempio confortante. Unità in funzione della Chiesa e non di un partito politico o di uno schieramento. Lo ha ribadito il Papa a Palermo e al Te Deum del 31.

Intervista a P. Battista, La Stampa, 4 gennaio 1996

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Ciò che emerge nella impostazione del pensiero di don Giussani è la scelta semplice ed intelligente dell’obbedienza, quando richiesta anche sul terreno politico, dall’autorità della Chiesa.
Ancor più travolgente e attuale mi pare il brano tratto da una conferenza fatta alla fondazione Adenauer per i dirigenti del Movimento Cristiani Lavoratori nel 1986 dal titolo “La crisi dell’esperienza cristiana come trionfo del potere”.
Quest’ultimo intervento in particolare mi sembra essere un grande suggerimento per il compito che spetta ai cristiani impegnati in politica nel loro rapporto col potere, al di là della questione partitica. Perché ieri come oggi (ieri gli studenti, oggi i cinquestelle) non ci si può unire in base alle domande, alle esigenze, alle recriminazioni, ma in base alle «risposte», come insegna appunto Giussani.

«Più acuto è il corollario circa l’unità della gente, l’unità del popolo, di una folla. L’unità, in un simile contesto di potere, deriva dalla identità delle esigenze. Insomma, uno è considerabile per le esigenze che ha, per le domande che fa, per le domande in cui traduce delle esigenze.
Ma l’unità deve essere fatta sulle esigenze, sulle domande che le esprimono, o piuttosto sulle risposte che a queste domande si riconoscono? L’unità può essere fatta sulle esigenze? No, e questo è il punto esatto in cui il potere gioca tutto. L’unità, infatti, può essere costruita solo sulle risposte che si riconoscono.
Pensiamo al Pascoli, la bella poesia I due fanciulli, oppure a Il focolare: l’unità è fondata sul bisogno comune, sullo smarrimento comune, ma ciò non può impedire che molti si stacchino dagli altri e vadano via bestemmiando i compagni. Una unità fondata sulle esigenze, sulle domande, e non sulle risposte conosciute non è un’unità che unisca.
Peggio, una unità fondata, dunque ricercata, sulle incertezze e sulle indigenze, sulla necessità di far fronte a un potere avverso, di superare certe circostanze, una unità fondata sul riconoscimento di limiti che bisogna oltrepassare: ecco, il potere si costruisce a questo punto.
Vediamo un esempio di attualità: gli studenti. Dicono: uniamoci, perché abbiamo tutti le stesse esigenze, manchiamo tutti delle stesse cose. E questo diventa un motivo globale, totalizzante. Chi interviene con una sinergia mestatrice più forte, domina tutto, dà la sua risposta.
Vorrei aggiungere una osservazione che mi sembra importante. Il potere che uno si riconosce fra le mani coincide con una appartenenza. È una appartenenza che dà la soggettività che la definisce, che le dà densità.
La vaghezza pascoliana del «comun destino» dà una appartenenza ben da poco. Ma la appartenenza di un popolo a chi sembra far giustizia è forte, anche se estremamente provvisoria. L’appartenenza della gente a chi è più forte, a chi dalle circostanze è fatto vincente, è evidente. Questi infatti viene criticato mentre si fa strada rubando e massacrando, ma appena giunge al potere tutti lo onorano».

 

DA TEMPI 2018

sabato 24 aprile 2021

UNA STORIA POPOLARE. QUELLA DI FORMIGONI

 Camillo Ruini 

«La conclusione traumatica e immeritata della sua esperienza politica è stato un danno per lui e per tutti». Il cardinal Ruini ripercorre l’avventura di lotta e di buongoverno di Formigoni nell’Introduzione al libro, pubblicato su TEMPI

Una storia popolare, è il libro intervista in cui Roberto Formigoni racconta a Rodolfo Casadei la sua vicenda politica e umana (Cantagalli, 536 pagine, 25 euro).

Questo libro parla di sessant’anni di storia del nostro paese, vissuti e visti attraverso gli occhi di un ragazzo che incontra molto presto una proposta cristiana che lui definisce affascinante, quella di Comunione e Liberazione, e poi diventa uomo sempre seguendo le tracce di quell’incontro, ma anche trovandosi ad assumere responsabilità in campo civile e politico via via più importanti.

Non è la storia di un uomo solo, ma e anche la storia di un popolo, fortemente coeso, che cammina con lui. E insieme affrontano battaglie culturali e politiche, ora vincendo ora perdendo, ma sempre tenendo la rotta e riprendendo il cammino. E sempre lavorando perché l’intelligenza della fede che hanno ricevuto diventi anche intelligenza della realtà.

L’impegno politico, che ben presto diventa preponderante, viene vissuto come occasione per incontrare e condividere i bisogni delle persone. E per cercare e costruire soluzioni, nell’ottica, dice il protagonista, di rendere esperienza la dottrina sociale cristiana. 

Soprattutto il principio di sussidiarietà è proclamato e vissuto come la stella polare che orienta le diverse scelte, e questo anche alla guida di una delle regioni più moderne e avanzate d’Europa, la Lombardia, alle prese con problemi tipici di una società complessa, che guarda con ansia al futuro.

Incalzato da un intervistatore che è sì un amico ma non risparmia le domande più scomode, il protagonista parla anche di sé, degli aspetti più intimi, meno noti e più sofferti della sua vita.

Dunque è a tutto tondo una “Storia popolare”, la storia di un cristiano e di un pezzo di popolo cristiano. Nell’accadere di una società sempre più secolarizzata, nel susseguirsi di battaglie unitarie dei cattolici e di episodi laceranti, dalle divisioni e dalla sconfitta nel referendum sul divorzio al ricomporsi dell’unità ma sempre sconfitti nel referendum sull’aborto, fino all’unità e alla vittoria nel referendum sulla fecondazione assistita. Mentre emerge prepotentemente una questione antropologica che è centrale già oggi e ancor più per il futuro e che deciderà che cosa ne sarà dell’uomo e della sua identità.

La ricerca dell’unità

È la storia di un politico cristiano insieme ad altri politici cristiani e non cristiani, dalla forza alla decadenza e alla morte della Dc, al tentativo di innervare di una visione cristiana alcuni dei nuovi partiti nati dal disfacimento della prima Repubblica. Sempre con l’obiettivo di preservare quei valori fondamentali, irrinunciabili, che appartengono all’essenza dell’uomo e di una società realmente umana, messi a forte rischio dal mainstream odierno.

D’altra parte, per chiunque faccia politica seriamente, questa è fortemente legata a una visione culturale, e per il cristiano la cultura e indissolubilmente legata alla fede.

Il libro si colloca sul confine tra un’epoca in cui tutto questo era evidente e la situazione odierna, dove cultura e politica sono troppo condizionate dalla pura immagine e dall’istinto immediato: una situazione che dobbiamo cercare di correggere. Rievocando ampi e significativi brani della storia del Movimento popolare e di Comunione e Liberazione, questo testo offre un esempio e indica implicitamente percorsi possibili per la ripresa di una forte presenza dei cattolici nella vita pubblica. 

Dal racconto si evince che per Cl la decisione per una presenza unitaria dei cristiani nelle questioni sociali e nell’azione politica non è nata da un’interpretazione integralista della fede o dalla sua riduzione a ideologia. Al contrario, Cl non metteva in discussione il principio del pluralismo legittimo, che in quegli anni era stato esplicitato dalla lettera apostolica Octogesima adveniens di Paolo VI; Cl cercava di vivere fino in fondo il suo carisma, che si può riassumere nel fare dell’unità dei cristiani in Cristo un’esperienza esistenziale.

Chi fa l’esperienza dell’unità con gli altri cristiani in Cristo e dei nuovi rapporti umani che gradualmente ne nascono desidera vivere quell’esperienza di unità in ogni ambito della vita: nella politica, nell’impegno sociale, nella cultura, eccetera. Non si trattava dunque di imporre alla società “leggi cristiane”, ma di agire nella vita pubblica a partire da quel cambiamento della personalità che avviene prendendo parte all’esperienza di comunione che si fa nella comunità cristiana.

Il compito dei cattolici

In mezzo a errori e difetti tipici di ogni esperienza umana questo approccio ha prodotto nel medio termine risultati positivi per il bene di tutti. Negli anni Settanta ha contribuito ad evitare l’avvento al potere di un Partito comunista ancora troppo subalterno a Mosca; negli anni a cavallo fra i due millenni ha dato vita a esperienze benemerite di buongoverno, di cui la Lombardia rappresenta il caso più avanzato. Esperienze che hanno saputo coniugare libertà e responsabilità, solidarietà e principio di sussidiarietà.

Pur non essendo l’unico esponente politico italiano proveniente dalle file di Cl, Roberto Formigoni è stato l’uomo politico che più ha sintetizzato ed espresso il patrimonio di impegno unitario, iniziative sociali e culturali, sollecitudine per la cosa pubblica, che, a partire dagli anni Settanta, era andato accumulandosi attraverso revisioni e correzioni che non sono mancate.

Oggi i cattolici, al di là della questione di un loro partito, devono puntare sui contenuti dell’azione politica e sviluppare un’azione il più possibile unitaria, aperti al contributo e alla collaborazione di quanti, anche non credenti, condividono tali contenuti. È un compito essenziale, che ha valore per l’Italia e per l’Europa. Spetta ai cattolici operare affinché l’una e l’altra accettino di riconoscere le loro radici cristiane, oggi sempre più minacciate da un violento attacco esterno di radice in particolare islamista, ma soprattutto dall’indifferenza e spesso dall’ostilità aperta di tanta intellighenzia occidentale. Questo libro mostra che tutto ciò e possibile e indica una strada.

Termino con una brevissima riflessione personale: Roberto Formigoni è stato costretto a una conclusione traumatica e immeritata della sua esperienza politica. È stato un danno non solo per lui ma per quanti condividono con lui una certa visione dell’Italia e del suo futuro.

foto ANSA

 

lunedì 6 luglio 2020

IL RELATIVISMO DIVENTA ASSOLUTISMO


Stralcio dal colloquio tra Don Nicola Bux e il Card. Camillo Ruini e il Senatore Gaetano Quagliariello. L’incontro merita di essere visto tutto.

Domanda: Rimanere attaccati al Magistero della Chiesa e recuperare il gusto della battaglia, oggi, vuol dire anche riempire le piazze  d’Italia per manifestare contro il DDL Zan?
Quagliariello: Penso che su questo tema sarebbe importante organizzare una battaglia. 
A diversi livelli: giuridico, in Parlamento e anche con momenti di mobilitazione, che vanno però pensati e organizzati come furono organizzati i primi Family day, per capirci. Perché momenti, diciamo così, improvvisati, servono a quel che dicevo prima, magari a guadagnare qualche tweet, però poi alla fine sono controproducenti. 
Credo che quel DDl abbia a che fare profondamente con il tema della verità e in qualche modo con il politicamente corretto. Non si ha il coraggio di ammettere, da parte dello stesso estensore, ciò che quel disegno di legge contiene. Non si tratta di colpire chi fa uso di violenza, sia pure violenza verbale. Quel disegno di legge prevede un reato di opinione. Determinate opinioni possono essere punite penalmente. Sotto questo aspetto alcuni contenuti di quel disegno di legge avrebbero potuto essere ospitati dal Codice Rocco (due codici, adottati in materia penale durante il ventennio fascista in Italia, ndr), un Codice Rocco rivisto ed aggiornato ai tempi di oggi, cioè è espressione di regimi autoritari, se non totalitari, passati ai raggi X del politicamente corretto. Ma sempre reati di opinione rimangono. Su questo dovremmo impostare la nostra opposizione al DDL, e se lo si facesse con intelligenza, si potrebbe suscitare sdegno indipendentemente dalla materia. Perché quello che è veramente grave è che chi esprime un’opinione senza usare violenza, senza offendere può essere incriminato. E avere anche in teoria una condanna a molti anni. E questa cosa non è passata fin qui [nell’opinione pubblica], e questa sarebbe una cosa su cui riorganizzarci però, ripeto, con intelligenza. Se si tratta semplicemente di organizzare subito una piccola manifestazione  e poi fondamentalmente rassegnarsi a far passare il provvedimento, sarebbe un’altra occasione persa. 

Ruini: Io vorrei condividere fino in fondo quello che ha detto il senatore Quagliariello, Questo è un tipico esempio di dittatura del relativismo. Cioè, in nome di alcune idee, essi ritengono non solo di poterle affermare, ma di criminalizzare idee diverse. E quindi un relativismo che diventa in realtà un assolutismo. E qui noi proprio dobbiamo difendere la libertà di espressione, guai se cediamo su questo! E devo dire che in questo caso la CEI si è espressa in maniera tempestiva e chiara; però che cosa è accaduto? 
Che anche i giornali cattolici continuano a essere piuttosto ambigui, a dire, sì, è così, sotto un certo aspetto, però ci sono anche altre interpretazioni possibili, ecc. ecc.. E non si dice invece come ha detto giustamente, in maniera chiara, il prof. Quagliariello che se concediamo questa possibilità di censurare giuridicamente, penalmente non delle offese, non delle istigazioni a colpire, ma semplicemente delle valutazioni di ordine antropologico e morale, allora veramente la libertà è in pericolo. E su questo credo anch’io che insistendo e lanciando queste idee alla grande opinione [pubblica] si possano ottenere vastissimi consensi; è ridicolo che la differenza fra uomo e donna possa venire alla fine criminalizzata.


giovedì 20 febbraio 2020

L’URGENZA DI UNA NUOVA PRESENZA POLITICA DEI CRISTIANI 1


Politica_Insieme rientra in quella medesima sfera di iniziative civili volte a rianimare il Pd, e il centro sinistra in genere, di cui le “Sardine” sono la novità più clamorosa
 
ROBI RONZA

PRIMO ARTICOLO 26 DICEMBRE 2019

Oggi occorre innanzitutto ricostruire le ragioni della speranza, senza la quale – diciamolo ancora una volta — non si esce né dalla crisi dell’economia né da quella della politica. Quindi è tra l’altro urgente che una grande autorità morale come la Chiesa faccia nel suo insieme la propria parte senza dimenticarsi di essere, prima di tante altre cose, Mater et Magistra.

Non si tratta beninteso di ricostruire un partito come la Dc, frutto necessario dell’epoca della Guerra fredda e perciò venuto meno insieme ad essa ( in tale prospettiva sarebbe fra l’altro l’ora di rendersi conto di quanto Tangentopoli non fu la causa bensì la conseguenza della fine della Prima Repubblica).
Ciò fermo restando, a valle resta poi il problema di come, ormai a trent’anni dal tramonto della Dc, una nuova presenza dei cristiani possa riconfigurarsi sulla scena politica del nostro Paese. Non va bene per i diretti interessati ma nemmeno per nessun altro che  una presenza così marcata nel concreto della società italiana resti priva di proporzionati riflessi anche sulla scena politica: ne risulta infatti una democrazia incompleta nella sostanza perché non rappresentativa del Paese nel suo insieme. E ciò non solo e non tanto per motivi per così dire difensivi ma innanzitutto per il rilevante contributo specifico che la gente di fede può dare al bene comune del Paese ( Appunti sugli specifici contributi che possono dare i cristiani alla costruzione della casa comune di tutti gli uomini, 17 giugno 2019).

“Il cristianesimo (…) non ha fissato il messianismo nel politico. Si è sempre impegnato, fin dall’inizio, a lasciare il politico nella sfera della razionalità e dell’etica. Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile. In altri termini il Nuovo Testamento conosce un ethos politico, ma nessuna teologia politica” (Joseph Ratzinger, Chiesa, ecumenismo e politica). 
E’ chiaro quindi che non ha senso puntare a ricostruire un partito di raccolta di tutti i cattolici, una forzatura a suo tempo storicamente giustificata dalla realtà della Guerra fredda e dalla delicata e cruciale posizione che l’Italia aveva in tale contesto, ma che oggi sarebbe improvvida. Si tratta tuttavia di far riemergere un adeguato spazio pubblico come luogo privilegiato della condivisione di quell’ethos politico; e perciò luogo di fraterno  ascolto reciproco delle ragioni di scelte politiche immediate anche molto diverse. (…)

Politica_Insieme: Una novità interessante ma insufficiente
In questo quadro, con riguardo alla riemersione della presenza cristiana  nella vita pubblica del Paese tra i cattolici impegnati nell’area di centro-sinistra qualcosa già si muove. Nel loro Generativi di tutto il mondo unitevi!, Feltrinelli 2018, Mauro Magatti e Chiara Giaccardi propongono un “Manifesto per la società dei liberi” originale nell’impianto e ricco di spunti interessanti. Il caso  più strutturato è però quello di Politica_Insieme,( https://www.politicainsieme.com), un’iniziativa lanciata lo scorso 1 novembre da Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti e altri. Politica_Insieme  è salita alla ribalta con la pubblicazione del manifesto programmatico “per una presenza pubblica ispirata cristianamente”, http://www.politicainsieme.com/il-manifesto-per-un-nuovo-soggetto-politico-dispirazione-cristiana, che nell’arco di una trentina di giorni dalla sua uscita aveva già raccolto circa 500 firme.

Il manifesto di Politica_Insieme delinea una proposta largamente condivisibile da chiunque avverta l’urgenza e l’utilità di una nuova presenza cristiana sulla scena politica del nostro Paese. A prima vista sembrava dunque proporre la creazione di una «piattaforma» senza un orientamento partitico prestabilito. In seguito però è emersa una scelta di campo assai più ristretta: “Chiaramente il Manifesto e il percorso politico che presuppone è ontologicamente alternativo alla destra, questo è del tutto chiaro”, si è preoccupato di ribadire un altro dei primi firmatari del Manifesto, l’ex presidente della Provincia Autonoma di Trento e ex deputato Lorenzo Dellai, per quasi trent’anni al centro della scena politica del Trentino dapprima come figura di spicco della Democrazia Cristiana poi de La Margherita e infine di un piccolo partito alleato del Pd.
Grazie alle parole di Dellai è insomma diventato chiaro che, seppur con altro spirito e altri obiettivi, Politica_Insieme rientra in quella medesima sfera di iniziative civili volte a rianimare il Pd, e il centro sinistra in genere, di cui le “Sardine” sono la novità più clamorosa.
 Politica_Insieme non riesce insomma a liberarsi dal luogo comune post-giacobino secondo cui chi non è di sinistra non è qualcuno che pensa anch’egli al bene comune seppur in modo diverso da me. E’ invece prima di tutto e sostanzialmente una persona indegna al servizio di sordidi interessi. È la mentalità in forza della quale, come si vede in questi giorni, si può impunemente accusare un ministro dell’Interno in carica (ossia Salvini al tempo dei fatti) di sequestro di persona perché negò il permesso di sbarco in Italia di un gruppo di migranti irregolari. Vietando loro di sbarcare si sostiene infatti, al di là non solo del diritto ma prima ancora del buon senso, che egli li abbia perciò tenuti sotto sequestro nella nave sulla quale si trovavano.
Da luoghi comuni un po’ manichei come quelli cui ha dato voce Dellai sarebbe ora di emanciparsi, e la prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani potrebbe anche essere una buona occasione per farlo. In tale prospettiva ciò che occorre non è tanto un forum in cui stabilire chi ha ragione e chi ha torto bensì un luogo di reciproco ascolto in cui ciascuno, singola persona o gruppo, renda ragione delle proprie convinzioni e delle proprie scelte prudenziali immediate alla luce della dottrina sociale della Chiesa e prima ancora della fede comune. Senza avere alcuna funzione e quindi nessuna  importanza dal punto di vista specificamente politico, un tale luogo potrebbe però divenire una grande testimonianza pubblica di comunione.

venerdì 13 dicembre 2019

IL RAPPORTO FRA FEDE E POLITICA



 Mons. NICOLA BUX

Monsignor Nicola Bux è stato uno dei principali relatori della due-giorni di Anagni. “A Cesare e a Dio” può rappresentare un momento spartiacque dell’attuale dibattito attorno ai rapporti intercorrenti tra Chiesa e politica. E Bux, già collaboratore di Joseph Ratzinger, non fa mistero di come la situazione, rispetto a qualche anno fa, sia profondamente mutata.


Qual è l’odierno rapporto tra Chiesa e politica?
Per comprenderlo, bisogna vedere come la pensava Gesù Cristo: al quesito se pagare o meno il tributo a Cesare, simbolo dell’autorità politica, ha fatto realisticamente osservare che, usando la moneta, si riconosce implicitamente l’autorità di chi l’ha coniata; il punto è di non attribuire a questa attributi divini. Di conseguenza, i cristiani non bruciarono incenso all’imperatore che si riteneva ‘figlio di Dio’, ma riconoscevano come unico Signore Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio. Questi aveva pure precisato: il mio regno non è di questo mondo. Così, la Chiesa, che è il germe di tale regno, non se ne può occupare se non per chiedere la libertà di far conoscere il Vangelo. Di tutte le altre cose, in primis dei poveri, si interessava per evangelizzarli. Quindi, è inutile l’analisi che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri, peraltro contestata dalle statistiche; è pure inutile rincorrere l’utopia di far scomparire la povertà, perché Cristo ha detto: i poveri li avrete sempre con voi. Infatti, la Chiesa, si è occupata di civilizzare il mondo con l’evangelizzazione; a tal proposito, ad Anagni, è stato portato l’esempio dei Longobardi. Insomma alla Chiesa interessa la conversione degli uomini, perché è questa che cambia il mondo. La ‘vera politica’ è cristianizzare il mondo, predicando la conversione, non mondanizzare la Chiesa. Se l’uomo si converte, non resta imbrigliato nelle categorie conservatore/progressista, reazione/rivoluzione che hanno attraversato a fasi alterne la storia, ma è capace di operare la sintesi equilibrata tra tradizione e innovazione.

Rispetto ai tempi di Ruini qualcosa è cambiato?
Sì, in Vaticano sono stati convocati i movimenti popolari, in gran parte atei e veteromarxisti; invece, non è stato incoraggiato il grande movimento per la vita, forse perchè il papa ha dichiarato di non comprendere i principi non negoziabili. Invece, Giovanni Paolo II ha reso la Chiesa consapevole che il male morale si può incarnare storicamente nella politica, come è avvenuto con l’Unione Sovietica; perciò non si può scendere a compromessi, ma si può vincere con l’aiuto di Dio. Negli anni ’70, in Occidente e pure in Vaticano c’era la convinzione che il comunismo sovietico sarebbe durato ancora a lungo e quindi bisognava scendere a compromessi. La famosa ost-politik del card. Casaroli avallata da Paolo VI; un po’come si sta facendo con la Cina oggi. Giovanni Paolo II invece confidava nella vittoria morale e si dedicò ad affrontare il male, non con marce e convegni per la legalità e la pace, ma come un uomo di Chiesa, per di più sacerdote, deve fare: quando era arcivescovo di Cracovia, promosse la preghiera, le Messe per la patria; da papa, le Messe di Solidarnosc ai cancelli delle fabbriche, l’Anno della redenzione nel 1984, la consacrazione alla Madonna. Così nel 1989 cadde il muro di Berlino e l’anno dopo si dissolse pure l’Unione Sovietica. Fu la resa, grazie alla fede religiosa. Non è il tempo ad essere maggiore dello spazio, ma la morale ad essere più della politica; tantomeno può essere l’ingiustizia la fonte delle diseguaglianze, ma il mistero di iniquità, il male morale. Tutto questo ricorda che all’origine della politica deve esserci la vita morale. La politica è vera quando è consapevole dell’incompletezza dell’uomo – ossia il peccato originale – : se non se ne libera, andrà come l’ubriaco incessantemente dalla rivoluzione alla restaurazione. Per questo, nella Chiesa, ha osservato il prof. De Marco, non si deve mai accantonare la dialettica tra il peccato e la grazia. Se l’uomo si converte, diventa capace di annunciare la parola di vita e dove fosse perseguitato, parlerà il sangue, come scrive Karol Wojtyla nella lirica a Santo Stanislao.

martedì 5 novembre 2019

INTERVISTA AL CARDINAL RUINI



«La Chiesa dialoghi con Salvini. I sacerdoti sposati? Un errore»
«Salvini ha notevoli prospettive davanti a sé, però deve maturare. Il rosario? Un modo per affermare il ruolo della fede. Vedo un declino dell’autorevolezza della Chiesa. E il cattolicesimo politico di sinistra ha sempre meno rilevanza».



Prima di entrare nella stanza del cardinale Camillo Ruini (Sassuolo, 1931, per sedici anni presidente dei vescovi italiani) si viene accolti dalla signora Pierina, tradizionale barometro della sua salute e del suo umore. Come sta? «È sempre il solito combattente» sorride lei.

Eminenza, sul «Corriere» Ernesto Galli della Loggia ha scritto che il voto in Umbria certifica «l’inconsistenza del richiamo politico di segno cattolico-democratico, nonostante l’impegno diretto della Chiesa». È d’accordo?
«In questi mesi Galli della Loggia ha scritto vari articoli molto acuti e penetranti. Penso anch’io che il “cattolicesimo democratico”, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra, in Italia abbia sempre meno rilevanza. Sarei invece più cauto a parlare di impegno diretto della Chiesa».
In Umbria non c’è stato?
«Ha riguardato solo quella parte di uomini di Chiesa che sono a loro volta orientati a sinistra».
Ha l’impressione che i cattolici nella politica italiana non contino molto?
«Sì, oggi è così. E non per caso. Ma spero che non si tratti di una situazione irreversibile».
Dopo la fine della Dc e dell’unità politica dei cattolici, lei scelse la strada di influenzare gli schieramenti, in particolare il centrodestra. Non se n’è pentito?
«Non mi sono pentito. Senza mitizzarla, quella strada ha portato dei frutti. Si è trattato di sottolineare contenuti molto importanti, non solo per i cattolici, e di chiedere alle forze politiche di impegnarsi su di essi, o almeno di non contrastarli. Questa linea ha avuto maggiori adesioni nel centrodestra, ma ne ha trovate anche nel centrosinistra».
Cosa dovrebbero fare oggi i cattolici per far sentire la propria voce? Con il proporzionale non potrebbero fondare un loro partito?
«Domanda difficile. Non è questo il tempo per dar vita a un partito dei cattolici. Mancano i presupposti: per il pluralismo molto accentuato all’interno della Chiesa stessa, e per la sua giusta ritrosia a coinvolgersi nella politica. I cattolici possono però operare all’interno di quelle forze che si dimostrino permeabili alle loro istanze. È una strada oggi più faticosa di ieri, perché la scristianizzazione sta avanzando anche in Italia; ma non mi sembra una strada impossibile».
Salvini è così cattivo come lo dipingono? È possibile il dialogo con lui? O deve cambiare linea sui migranti?
«Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso, anche se personalmente non lo conosco e quindi il mio discorso rimane un po’ astratto. Sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo; senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano».
Sbaglia a baciare il rosario?
«Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità. Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico».
È vero che la Santa Sede rischia il crac finanziario?
«Attualmente non ho informazioni in merito, al di là di quello che leggo sui giornali. Però ho fatto parte per vent’anni del Consiglio dei cardinali per gli affari economici; e penso che la notizia sia fortemente esagerata. La Santa Sede non è così ricca come tanti pensano, e spesso i suoi bilanci sono in rosso; ma da qui a un crac finanziario la distanza è grande».
Il Sinodo sull’Amazzonia potrebbe consentire ai diaconi sposati di diventare preti. L’impressione è che possa essere il grimaldello per far saltare l’obbligo del celibato. O no?
«In Amazzonia, e anche in altre parti del mondo, c’è una grave carenza di sacerdoti, e le comunità cristiane rimangono spesso prive della messa. È comprensibile che vi sia una spinta a ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, e in questo senso si è orientato a maggioranza il Sinodo. A mio parere, però, si tratta di una scelta sbagliata. E spero e prego che il Papa, nella prossima Esortazione apostolica post-sinodale, non la confermi».
Perché sbagliata?
«Le ragioni principali sono due. Il celibato dei sacerdoti è un grande segno di dedizione totale a Dio e al servizio dei fratelli, specialmente in un contesto erotizzato come l’attuale. Rinunciarvi, sia pure eccezionalmente, sarebbe un cedimento allo spirito del mondo, che cerca sempre di penetrare nella Chiesa, e che difficilmente si arresterebbe ai casi eccezionali come l’Amazzonia. E poi oggi il matrimonio è profondamente in crisi: i sacerdoti sposati e le loro consorti sarebbero esposti agli effetti di questa crisi, e la loro condizione umana e spirituale non potrebbe non risentirne».
Sta dicendo che un prete divorziato sarebbe un guaio?
«È così».
Ma lei non ha mai sentito la mancanza di una famiglia, di avere figli?
«Vivere il celibato non mi è stato facile: è un grande dono che il Signore mi ha fatto. Non ho però avvertito il peso di non avere figli, forse perché ho goduto dell’affetto di molti giovani. Quanto alla mancanza di una mia famiglia, sono tanto legato a mia sorella Donata (il cardinale indica una signora sorridente dalla fotografia che tiene accanto a quella di Wojtyla), e ho la fortuna di vivere con persone che per me sono come una famiglia».
Cosa si può fare allora per combattere il calo delle vocazioni? Per riempire i seminari? E anche le chiese, spesso disertate dai fedeli?
«A tutti questi interrogativi la risposta decisiva è una sola: noi cristiani, e in particolare noi sacerdoti e religiosi, dobbiamo essere più vicini a Dio nella nostra vita, condurre una vita più santa, e domandare tutto questo a Dio nella preghiera. Senza stancarci».
Papa Francesco è attaccato sia da coloro — come i vescovi tedeschi — che lo vorrebbero più riformatore, sia da coloro — come i vescovi nordamericani — che lo vorrebbero più conservatore. C’è il rischio di uno scisma?
«Non lo penso, e spero di no con tutto il cuore. L’unità della Chiesa è un bene fondamentale, e noi vescovi, in unione con il Papa, dobbiamo esserne i primi fautori».
Lei come giudica l’attuale pontificato? Sbaglia chi definisce Francesco un Papa «di sinistra», se non «populista»?
«Gesù Cristo ha detto: non giudicate, per non essere giudicati. Tanto meno io posso giudicare Francesco, che è il mio Papa, a cui devo rispetto, ubbidienza e amore. In questo spirito, posso rispondere che papa Francesco ha messo i poveri al centro del suo pontificato; e ricordo che anche san Giovanni Paolo II, molto diverso da lui, ribadiva di continuo l’amore preferenziale per i poveri».
Vede un declino dell’autorevolezza della Chiesa italiana?
«Lo vedo, purtroppo. Anche se non dobbiamo esagerare, e tanto meno disperare. Per recuperare autorevolezza dobbiamo esprimerci con chiarezza, coraggio e realismo sui problemi concreti; così la gente può comprendere che il messaggio cristiano la riguarda da vicino».
Il Papa emerito Ratzinger ha affermato che la crisi dell’Europa è antropologica: l’uomo non sa più chi è. Lei è d’accordo?
«Sì. Il principale motivo per cui non sappiamo più chi siamo è che non crediamo più di essere fatti a immagine di Dio; la conseguenza è che non abbiamo più la nostra identità, rispetto al resto della natura».
Lei ha scritto un libro sull’aldilà, «C’è un dopo? La morte e la speranza». Come se lo immagina?
«Ho 88 anni, e anche per questo all’aldilà penso ogni giorno, soprattutto nella preghiera. Immaginarlo è impossibile, se non per quello che ce ne ha detto Gesù Cristo: saremo per sempre con Lui e con Dio Padre, insieme ai nostri fratelli. Vivere già adesso il rapporto con Dio è il modo per pregustare la gioia che ci attende e che supera ogni nostro desiderio».
Ha mai qualche dubbio sull’immortalità dell’anima e sulla resurrezione della carne?
«Fino a Kant, l’immortalità dell’anima era l’idea prevalente tra i filosofi; il vero scandalo del cristianesimo è la resurrezione dei morti. Non i dubbi, ma più precisamente le tentazioni contro la fede nella salvezza futura mi hanno sempre accompagnato e affaticato. A vincerle aiuta la teologia, ma molto di più aiuta la preghiera. E ci confortano i segni che dall’aldilà talora arrivano».
Quali segni?
«Pensi alle tante guarigioni dovute all’intercessione di padre Pio. E anche a quelle — lo so per certo — dovute a san Giovanni Paolo II».

tratto dal Corriere della sera

venerdì 9 febbraio 2018

UN EVENTO NON PUO’ ANDARE IN CRISI



CRISTO E' UN EVENTO. PER QUESTO CI ODIANO

Intervista a don Giussani di Renato Farina aprile 1992

Don Giussani sta bene, benissimo. Persino la voce gli è tornata, e il respiro è libero. Lo sguardo? Quello non era mutato mai. Certo è che adesso gli occhi ridono: lanciano anche molte frecce però.
Soltanto pochi mesi fa, sotto Natale, monsignor Luigi Giussani, sessantanove anni, scriveva ai membri della Fraternità di Comunione e Liberazione come da un paese lontano: « Dalla particolare condizione che il Signore mi chiede di abbracciare » . Quello stesso Signore adesso, sotto Pasqua, lo fa muovere agile per il suo studio da eremita, con un mobile da primi Novecento, lucidato, si presume, in Brianza. All'ospite offre bonbon al caffè e una specie rara di sorriso. Una faccenda che deve avere a che fare con il mistero cristiano: letizia e preoccupazione insieme, come una lotta drammatica e serena. Accetta di virgolettare poche frasi, quasi un gesto di solidarietà verso il Papa e Ruini. Un lampo al magnesio che fotografa il mondo.

Don Giussani, come va?
Mi sto rendendo conto, adesso che ho quasi settantanni, della realtà dell'odio contro i cristiani. Dell'odio del  mondo di cui parlava Gesù Cristo nel capitolo XV del vangelo di san Giovanni. « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. »  Scorgo i segni di questa persecuzione.

Una persecuzione sottile, un'emarginazione culturale...
Ma quale sottigliezza. Intendo proprio una persecuzione.

Una persecuzione vera?
È così. L'ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all'idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale. Anzi c'è un ossequio formale, addirittura sincero. L'odio si scatena - a malapena contenuto, ma presto tracimerà - dinanzi a cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della tradizione.

Che intende?
Che cos'è il cristianesimo? Uno: Dio che si è fatto uomo, è morto e risorto, e vive tra noi. Due: il fatto che questo avvenimento non si può tacerlo, bisogna annunciarlo; è così semplice: per questo i cristiani sono stati scelti, per la missione. Ora, che Dio si sia incarnato, che — peggio ancora - lo si voglia annunciare, non può essere accettato, è qualcosa di intollerabile. Proprio come diceva Gesù: « Vi perseguiteranno... non siete del mondo » . Queste parole le ho, come dire?, viste in azione per la prima volta poche settimane fa. C'è talvolta, imprevedibilmente, un istante in cui ti si aprono gli occhi.

Lo racconti, la prego.
Leggevo un semplice articolo di giornale. Il quotidiano « Il Giorno » riportava la cronaca di una manifestazione di protesta di un gruppo di giovani contro il Papa a proposito della cacciata di duecentomila ebrei dalla Spagna, da parte di Isabella di Castiglia.

Una vecchia storia...
Una storia che occorrerebbe studiare bene, e si vedrebbe che il gesto di Isabella non fu dettato dall'ostilità ( e bisognerà leggere il libro di Jean Dumont, L'incomparable Isabelle la catholique, 49 che è ancora in cerca di un editore italiano). Ma non è questo il punto. Mi ha colpito la determinazione di un leader di questi giovani. Il quale affermava che il crimine più grande era commesso dal Papa, ed era l'insistenza sulla evangelizzazione. Il fatto che Giovanni Paolo II prenda alla lettera l'invito di Gesù Cristo che conclude il vangelo di san Matteo: « Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo [...]. Ecco, io sono  con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » . L'odio è contro l'incarnazione di Dio e contro l'evangelizzazione. Una figura di cattolico, una figura di Papa che obliteri questi due aspetti sarebbe bene accetta. Ciò che è intollerabile è la pura e semplice pretesa cristiana.

Il problema allora è l'ebraismo?
Ma no. Io sto con Pio XI che fece sapere a Mussolini: « Noi cristiani siamo spiritualmente degli ebrei » . Non si tratta di ebraismo qui, ma dell'affermazione categorica dell'odio contro i cristiani. Mi sono reso conto allora che se certi gruppi che alimentano la confusione in Italia prendessero il potere, saremmo veramente alla persecuzione cruenta. Ripeto, non contro i cattolici dell'immagine, ma contro i cattolici dell'incarnazione e della missione. D'altra parte, agendo così, questi pretesi laici stracciano due loro presunte bandiere. Quella della ragione, la cui caratteristica suprema è la categoria della possibilità. Infatti perché dovrebbero escludere la possibilità che Dio si sia incarnato? E quella della libertà: perché non si dovrebbe lasciare a chi si imbatta nell'annuncio cristiano la libertà di aderire e quindi di diffonderlo?
Mi ha impressionato, sempre tornando a quell'articolo de « Il Giorno » , l'unicità dell'odio. Il fondamentalismo islamico, anche quando non rispetta le scelte di chi si vuol sottrarre alle sue pretese, è comprensibile. Il cattolicesimo, che accetta e rispetta il no, è peggio del nazismo. Davvero capisco profondamente l'appello del cardinal Ruini all'unità dei credenti in politica.

Ruini lo hanno attaccato tutti...

È un fatto gravissimo. Mai il « Corriere della Sera » si era permesso di trattare oltraggiosamente in prima pagina il leader dei vescovi italiani. Ho in mente quel titolo: Cardinale, lasci stare. Quasi un ordine insolente a un servo. Ruini difende l'incarnazione, il centro dell'esperienza cristiana, oggi minacciato più che mai. E tanto semplice: Cristo con il Battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni degli altri. E una cosa dell'altro mondo, ma questa è l'unità cristiana. Se tutti siamo una cosa sola, non possiamo non cercare di esprimerci concordemente e perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la sente, o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un diritto da sbandierare! C'è un altro criterio che viene oltraggiato, ed è invece così umano: l'obbedienza. E il criterio supremo dell'azione cristiana. Il criterio della verità è ultimamente fuori di noi - e questo fa imbestialire i nemici del cristianesimo - . Sì: obbediamo! Ci toglie dalla balìa del potere che occupa e dirige le coscienze illudendole della loro autonomia, e invece credendo di essere liberi, obbediscono a uomini. L'obbedienza cristiana pesca nel mistero. E invece chi si dipinge come autonomo obbedisce a quella ridicola menzogna che ha come criterio di base la valutazione morale dell'altra persona. Una cosa atroce, disumana. 

Concludendo: guerra?
Pace! Pace! Nella tormenta, anche nella guerra, ma la pace. Chi ha avuto la grazia di partecipare dell'esperienza cristiana lo sa bene. Non esiste nulla di paragonabile a questa amicizia nel destino. Non ci fa paura nulla. Nemmeno la crisi della Chiesa. Il cardinal Giacomo Biffi mi raccontava una sua scoperta che non mi ha trovato - devo dirlo - impreparato. E cioè che il cristianesimo non è una religione, ma un evento: incarnazione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. E Biffi diceva: un evento non può andare in crisi: c'è. E questo fatto, vorrei dire, ci obbliga a essere magnanimi. Kafka dice nel suo diario: « Anche se la salvezza non viene, voglio però esserne degno ad ogni momento » . Un santo dice così. Siamo stati scelti solo per questo, per la missione. Che questa salvezza, che è la persona di Cristo, possa essere incontrata.

Le chiedo: quale compito?
Testimoniare Cristo. Testimoniarlo adoperando gli arnesi della propria professione. Fosse quella di essere ammalati, incurabili, in un letto.

Tratto da « Il Sabato » , n. 17, 25 aprile 1992, pp. 14- 15. 

leggi anche l'intervista a Ruini pubblicata ieri sul corriere della sera

http://roma.corriere.it/notizie/politica/18_febbraio_07/camillo-ruini-nell-italia-arrabbiata-cattolici-rischiano-l-irrilevanza-83017c56-0c44-11e8-ac00-e73bcae47d08.shtml