domenica 30 giugno 2019

LA DISOBBEDIENZA CIVILE TRAVISATA, UNA STORIA CHE NUOCE ALLA CAUSA DELL'ACCOGLIENZA E IL VUOTO DI PROPOSTE SUL TEMA A SINISTRA



Carola Rackete, la  capitana della nave Sea Watch 3, dopo lo sbarco a Lampedusa ha detto:"Lo speronamento della motovedetta è stato un errore". La Guardia di Finanza ha già multato la comandante, l'armatore e il proprietario dell'imbarcazione con 16mila euro di sanzione ciascuno. La capitana è agli arresti domiciliari nel centro di accoglienza per i migranti, insieme ai 42 stranieri che saranno ricollocati in cinque paesi europei. Francia, Germania e Lussemburgo chiedono la liberazione della comandante della nave. Per Parigi ha parlato il ministro dell'Interno Christophe Castaner, fedelissimo di Macron; a Berlino si è schierato con la capitana il ministro degli Esteri Heiko Maas; dal Lussemburgo ha protestato il ministro degli Esteri Jean Asselborn. Tutti dicono che "salvare vite non è un reato". Il ministro dell'Interno Salvini: "Non prendiamo lezioni da nessuno e tanto meno dalla Francia". Fioccano le divisioni, dopo i guelfi e i ghibellini, siamo giunti ai carolisti e agli anti-carolisti. Come previsto, siamo al naufragio della ragione. Proviamo a rimettere ordine nella vicenda e fare un'analisi del problema: l'immigrazione illegale e il potere dello Stato sul controllo dei confini. 

di Lorenzo Castellani (List)

La vicenda della Sea Watch 3 si è conclusa come ci si aspettava: violazione dei confini nazionali e arresto (domiciliare) del capitano della nave, Carola Rackete. L’agenda politica, ancora una volta, è stato proiettata tutta sul tema dell’immigrazione e imperniata sulle decisioni di Matteo Salvini. Sul piano del consenso rafforzerà, molto probabilmente, la posizione del Ministero dell’Interno. La dinamica è quella che si ripete oramai da un anno a questa parte, ma il fatto della Sea Watch 3 è più complesso del solito poiché raggruppa insieme una serie di elementi interessanti sul piano politico-culturale. Come siamo arrivati a questo punto sull’immigrazione? Le reazioni  dei progressisti e dell’opposizione continuano ad essere costellate di errori e mancanze che ben raccontano la strada percorsa fino qui. Andiamo con ordine. 

La percezione e la realtà. 
La prima critica generale, posta sulla esagerata centralità del tema dell’immigrazione, riguarda il problema della comunicazione. Gran parte dei maître à penser ostili alla destra sostiene che l’emergenza immigrazione in realtà non esista e che sia stata creata a tavolino dalla Lega. Che sia insomma tutta una manipolazione mediatica, una circonvenzione del cittadino ignorante e rabbioso. Tuttavia, sappiamo che la comunicazione funziona quando c’è un almeno punto d’attracco nella società, nella sua profondità razionale e sentimentale. La questione della centralità dell’immigrazione nel dibattito politico si protrae da anni, cosa che dovrebbe almeno far sospettare che l’appiglio nella società sia piuttosto profondo. Ciò perché, dati alla mano, l’immigrazione ha avuto un incremento numerico considerevole negli ultimi cinque anni ed una pessima gestione del processo d’integrazione da parte di tutti i governi che hanno lasciato in strada, spesso nelle mani del racket e della mafia centinaia di migliaia di immigrati irregolari. Persone che, purtroppo, sono fantasmi non identificati che vagano per le nostre strade, senza un percorso di istruzione o d’inserimento lavorativo e senza una reale assistenza da parte dello Stato nel percorso di integrazione sociale. Una situazione irrisolta che contribuisce a creare la percezione secondo cui l’immigrazione sia in aumento e fuori controllo. Anche perché la crescita numerica e l’abbandono a se stessi degli immigrati è fisicamente riscontrabile nelle stazioni, nelle piazze, nelle strade di ogni città italiana. Nessuno nega che la politica e i media amplifichino le percezioni, ma una base empirica, fattuale, che genera l’attenzione al fenomeno deve esistere (ed in questo caso esiste). Anche perché altrimenti tutta la comunicazione massiccia su fenomeni che vengono presentati dai promotori come una questione di massima urgenza dovrebbe funzionare e non è così, vale per la pubblicità e anche per la politica. 

Il contesto storico. 
In secondo luogo, spesso il mondo intellettuale e politico progressista tende a trascurare la storia e di conseguenza a razionalizzare errori e sconfitte. Ogni fase storica ha i suoi momenti topici e anche per l’immigrazione è forse possibile individuarne uno. Un momento fondamentale di questa storia, a giudizio di chi scrive, è stato il dicembre 2014, quando furono pubblicate le intercettazione di mafia capitale in cui Buzzi, manager di una cooperativa e appaltatore della giunte Alemanno e Marino per l’accoglienza dei migranti, affermava “con gli immigrati faccio più soldi che con la droga”.  Con quello scandalo si è iniziata a determinare nell’opinione pubblica la saldatura logica tra immigrazione senza controllo-ONG-logiche affaristiche-compiacenza del Partito Democratico, da cui non si è più tornati indietro. È stato il momento in cui Matteo Salvini ha iniziato a martellare contro la politica dell’allora governo Renzi e contro i 35 euro al giorno pro-capite destinati agli immigrati. Nella vulgata comune il concetto di accoglienza, con cui il mondo progressista si auto-compiaceva, si è trasformato in un “business con i soldi degli italiani”.
Retrospettivamente l’esplosione di Mafia Capitale è stato un momento di rottura nel dibattito politico italiano in cui la questione pro/anti-immigrazione è divenuta centrale. In cui si sono attivati quelli che potremmo chiamare “i meccanismi politici del sospetto”, secondo cui dietro la gestione dell’immigrazione si sarebbero celati convenienze, sprechi pubblici, guadagni privati dei fiancheggiatori del Pd. Un episodio che ha contribuito, in modo fondamentale, al successo della Lega e alla disgrazia del Pd. Questa dinamica, unita al discredito della classe politica e alla sfiducia verso l’Unione Europea, ha creato i presupposti per l’affermazione di successo del neo-nazionalismo di Salvini. Mentre i democratici nel campo delle politiche sull’immigrazione non si sono mai liberati, agli occhi della grande maggioranza degli elettori, del sospetto che gravava su di loro e sul partito. Una spirale letale.

La disobbedienza civile. 
Da ultimo, il micro-cosmo in progress sbandiera in questi giorni,  su social network e media mainstream, l’invocazione dell’Antigone di Sofocle e della disobbedienza civile. Anche questa storia sembra stia sfuggendo di mano al pianeta del progresso. La disobbedienza civile è un concetto soggettivo (o al massimo di gruppo) che si può prestare a molteplici usi e significati politici (esempio: non pagare le tasse, sparare a chi entra nel perimetro di casa, occupare una casa perché senza tetto etc). Il confine tra disobbedienza civile e la decisione sullo "stato d’eccezione", teorizzata dal giurista tedesco Carl Schmitt come atto extra-legale per ripristinare la legittimità politica, è molto labile.
Insomma, giustificare (ed incitare) la violazione delle leggi di uno Stato come atto moralmente giusto - e pretendendo che possa essere giustificato - apre la strada a ripetizioni pericolose.
Se ogni gruppo ha la propria morale, diversa rispetto a quelle degli altri, ed ognuno si sente legittimato a violare la legge dello Stato in nome dei suoi valori, che ne sarà dell’ordine politico? Quanto possono essere messe in pericolo le libertà e la democrazia? Tutto questo senza considerare il fatto che è molto discutibile parlare di disobbedienza civile di un cittadino straniero nei confronti di un altro Stato. Soprattutto nel caso in cui questo individuo favorisca l’immigrazione illegale e violi senza permesso i confini della nazione verso cui sta andando. La disobbedienza rischia di perdere di senso in questo specifico. Lo stesso Henry David Thoreau la concepiva come atto di resistenza nei confronti di leggi ingiuste e tiranniche del proprio governo. Non come violazione delle leggi di una nazione straniera.

La causa dell'accoglienza. 
Infine, siamo certi che atti dimostrativi di questo genere aiutino chi vorrebbe più apertura sull’immigrazione a diffondere il suo messaggio? È forse inneggiando al forzare posti di blocco e regolamenti che si riesce a sensibilizzare l’animo degli italiani sul problema degli immigrati? O la solidarietà del resto d’Europa? Chi fugge da guerre, fame e miseria ha molto più diritto ad entrare attraverso percorsi legali, sicuri e controllati, non con azioni illegali, dopo aver subito la pena di settimane di stallo in mare. E al tempo stesso i cittadini di uno Stato hanno diritto al fatto che i confini della propria nazione siano attraversati con procedure legali. 
Del RIO (PD) a bordo della Sea Watch

Una scelta diversa. 
Forse l’opposizione può fare diversamente e meglio, promuovere un dibattito, fornire soluzioni pratiche, convincere gli italiani con progetti ed idee su integrazione ed accoglienza, indebolire la politica di Salvini con fatti e credibilità. 


Salire su una nave non basta, anzi rischia di trasformarsi in una stucchevole passerella, in un esercizio di pedante pedagogia e replicare tutti gli stessi errori del passato.


«L’ORIGINE ANTROPICA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE È UNA CONGETTURA»

Bisogna basarsi sui «fatti», non sulla «propaganda». Intervista al professor Ricci, tra i firmatari dell’appello “Clima, una petizione controcorrente”

«Non si può prendere una ragazzina e mandarla in giro per il mondo a “lottare”, ho proprio sentito usare questo verbo come slogan nelle varie manifestazioni di piazza, contro il cambiamento climatico. Ma che significa? È un’affermazione che ha la stessa logica di chi afferma di volere “lottare” contro il fatto che la terra giri su se stessa».


Renato Angelo Ricci, professore emerito di Fisica all’Università di Padova, già presidente della Società italiana di Fisica e della Società europea di Fisica, è tra i firmatari di “Clima, una petizione controcorrente” pubblicata qualche giorno fa dall’Opinione.

Cosa “non” sappiamo

La lettera, indirizzata ai politici, raccoglie le firme di studiosi, professori, esperti di alto livello sul tema del “riscaldamento globale antropico”. Oltre a Ricci, l’hanno sottoscritta personalità accademiche importanti come Uberto Crescenti, Franco Prodi, Antonino Zichichi. La missiva è ricca di dati, spiegazioni, «fatti», come scrivono i firmatari, per richiamare tutti a un sano realismo di fronte ai sempre più frequenti allarmismi climatici.

«La nostra petizione – spiega Ricci a tempi.it – vuole rimettere le cose un po’ in ordine e riportare il problema sui sentieri di un serio dibattito scientifico. Spiegare cosa sappiamo a proposito di cambiamenti climatici e, soprattutto, cosa “non” sappiamo. Perché, vede, la prima questione da puntualizzare è proprio questa: è più quel che non si sa, di quel che si sa. Uno scienziato che si voglia serio, che non si faccia guidare dalla propaganda e che non si lasci trascinare in polemiche e allarmismi inutili, deve basarsi sui fatti, essere disposto a proporre ipotesi che possano essere discusse, non accontentarsi di modelli, considerati infallibili, che prefigurano opinabili scenari. Insomma, deve seguire il metodo galileiano. Altrimenti il suo non è un atteggiamento scientifico, ma fideistico».

Posizione anticatastrofista

La petizione tocca diversi punti oggi al centro della discussione pubblica, andando a smontare diverse affermazioni che ormai, come nota Ricci, «sono diventate “verità incontrovertibili”. Ma dire “verità incontrovertibili” nel linguaggio scientifico è una bestemmia.

Permettere poi che si confonda il problema climatico con le giuste preoccupazioni relative all’inquinamento (la Co2 non è un inquinante, semmai un gas serra, meno importante ad esempio del metano e del vapore acqueo) e con altri problemi ambientali reali è mistificante.
La nostra è una ferma posizione anticatastrofista analoga a quella di anni fa contro i falsi allarmismi dell’”elettrosmog” e degli Ogm (organismi geneticamente modificati)».

Miliardi di euro

Il lettore avrà la pazienza di seguire il link sopra riportato per approfondire le tematiche toccate dalla petizione, qui si riporta l’osservazione di Ricci che si dice sconcertato dal fatto che «ormai pare non si possa più discutere di nulla. Chi pone dubbi sui cambiamenti climatici d’origine antropica è messo al bando. È qualcosa di assurdo. Ormai ci sono scienziati che devono aspettare la pensione per potere dire cosa pensano perché, se solo lo facessero mentre sono in attività o se solo osassero mettere in discussione le tesi dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), sarebbero subito additati come “negazionisti”, imbecilli o addirittura criminali». Risultato? «Il risultato è che poi i responsabili dei vari Stati prendono provvedimenti in base a questi assunti e spendono miliardi di euro che potrebbero essere destinati a cause migliori».

Il clima cambia

I cambiamenti climatici ci sono sempre stati e ci saranno sempre (per dirla con Franco Prodi, quel che è certo del clima è che cambia). Nella petizione si ricorda «che il riscaldamento osservato dal 1900 ad oggi è in realtà iniziato nel 1700, cioè al minimo della Piccola Era Glaciale, il periodo più freddo degli ultimi 10.000 anni». Al contrario, «l’origine antropica del riscaldamento globale è una congettura non dimostrata, dedotta solo da alcuni modelli climatici, cioè complessi programmi al computer, chiamati General Circulation Models».

Ricci e gli altri scienziati contestano in particolare due “dogmi”: «Il primo – ci spiega il professore – è l’assunto secondo cui il “riscaldamento globale è appurato che sia di origine essenzialmente (al 99%!) antropica”. Il che discende dalla sequenza riduttiva: cambiamento climatico = riscaldamento globale = riscaldamento globale antropico. Una semplificazione senza significato. Se stiamo ai dati, non è scientificamente realistico attribuire all’uomo la responsabilità quasi totale del riscaldamento osservato dal secolo passato ad oggi. Chi lo fa, si affida a modelli che sovrastimano l’incidenza antropica mentre sottostimano la variabilità climatica naturale, fenomeno assai complesso che implica l’uso di numerosi  parametri, molti dei quali tutt’altro che definiti».
La natura governa il clima

Assunto numero due. A Ricci e agli altri che s’oppongono alla vulgata allarmista non va giù che sia fatta passare l’affermazione secondo cui «il 97 per cento degli scienziati sono d’accordo sul fatto che i cambiamenti climatici sono d’origine antropica.
A parte il fatto che le verità scientifiche non si affermano a colpi di maggioranza (Galileo insegna), ciò comunque non è vero, è falso. Come abbiamo ricordato anche nella petizione, già moltissimi  autorevoli colleghi come quelli (migliaia) riuniti intorno al fisico Frederick Seitz, già presidente della National Academy of Sciences americana, oltre a quelli aderenti  al Non-governamental International Panel on Climate Change (Nipcc), sostengono che “la natura, non l’attività dell’uomo, governa il clima”».  

Altri dieci anni. Ancora

Semmai, aggiunge Ricci con amara ironia, «l’unico 99 o 97 per cento di consensi che si raccoglie attorno a una tesi è costituito dalla grande stampa e dai mezzi di comunicazione (purtroppo anche di divulgazione scientifica, che confondono opportunisticamente un sano scetticismo e dubbio scientifico con le banalità delle fake news) schierati compattamente dalla parte di chi sostiene il riscaldamento globale antropico.

E, così, ogni dieci anni, ci dicono che abbiamo solo dieci anni per salvare il pianeta. Ne sono passati più di trenta. 

ORMAI NON SI È PERSO SOLO IL LUME DELLA RAGIONE SCIENTIFICA, MA ANCHE IL SENSO DEL RIDICOLO».

Emanuele Boffi  TEMPI

giovedì 27 giugno 2019

LA PROCEDURA D’INFRAZIONE E LE REGOLE “DISCREZIONALI”



Tutti parlano della “procedura d’infrazione” – ossia della punizione, con tanto di multa – che la UE intenderebbe infliggere all’Italia per “deficit eccessivo”. Ma nessuno spiega se è giusto, chi sono i “punitori” e cosa li muove.
Il professor Luca Ricolfi (area centrosinistra) ha osservato sul “Messaggero” che le cosiddette “regole” vengono fatte valere dalla Commissione europea con una “fortissima discrezionalità”, cosicché “sono state tranquillamente ignorate quando a violarle erano Paesi come la Francia o la Germania”. Mentre per l’Italia si decide in base al governo.


Così è accaduto “che al governo italiano fosse concessa ogni sorta di sforamento e dilazione negli anni di Renzi e Gentiloni…  e, simmetricamente, ora accade che… al governo italiano venga assai più perentoriamente richiesto di obbedire alle regole”.  In sostanza vogliono mettere in riga l’Italia che ha la colpa di aver votato Lega.
Le regole europee sono usate dalla Commissione per costringere l’Italia a sottomettersi e per imporre le sue politiche economiche che si sono rivelate fallimentari  (hanno infatti portato povertà, recessione e disoccupazione).

La cosa che sconcerta è l’assurdità dei pretesti che accampano per colpirci: in questo caso l’irrilevante esiguità della variazione del deficit, che è ben inferiore al deficit della Francia.
Ma nella narrazione corrente sembra che l’Italia meriti di essere punita perché sarebbe spendacciona e danneggerebbe gli altri partner europei i quali sarebbero stanchi di “pagare” i suoi vizi.

Anzitutto va detto chel’Italia è fra i paesi più rigorosi e disciplinati perché da quasi trent’anni è in avanzo statale primario (un economista l’ha definito: “un record assoluto a livello mondiale”).
Ma c’è di più. Ieri Matteo Salvini ha dichiarato:“All’Unione europea gli italiani stanno regalando decine di miliardi (e sangue) da anni, adesso basta”.

E’ vero? Sì. E’ esattamente così. Come ha fatto notare Fabio Dragoni, dal 2000 al 2017 noi abbiamo versato alla UE molto più di quanto abbiamo ricevuto: precisamente 88,720 miliardi in più che, evidentemente, sono andati a beneficio degli altri partner della UE. Inoltre abbiamo contribuito al Fondo Salva Stati con 58,200 miliardi (Fonte DEF 2019).
In totale fanno 146,920 miliardi di cui hanno beneficiato gli altri paesi europei che poi oggi – incredibilmente – vogliono la procedura contro l’Italia per uno scostamento minimo del nostro deficit previsto.
E’ grottesco e ingiusto: con tutti quei soldi avremmo addirittura abbattuto il debito (oltreché il deficit) e rilanciato la nostra economia (con forti investimenti in opere pubbliche).

E’ assurdo che l’opposizione non faccia fronte comune col governo contro questa palese iniquità. E’ anche avvilente che sui media sia l’Italia ad apparire in colpa. Eppure noi non siamo debitori della Ue, bensì creditori. Perché non rivendicarlo tutti uniti?

Forse qualcuno in Italia tifa per la procedura d’infrazione per dare un colpo ai “sovranisti”?  Qualcuno in Italia pensa di avvantaggiarsi se la UE ci impone di dare un nuovo colpo a sanità e pensioni, se ci costringe a una nuova stangata fiscale e a una nuova recessione? C’è chi si aspetta un aiuto straniero contro Salvini?
Spero di no. La “chiamata dello straniero” è sempre stata la causa di tutte le sciagure italiane. La storia insegna che le invasioni, le devastazionie i saccheggi degli eserciti europei nel nostro Paese sono stati possibili per le divisioni fra gli italiani e perché qualcuno di loro chiamava quell’“aiuto” contro altri italiani.

Esemplare il caso dell’Italia rinascimentale che era il faro mondiale della civiltà (nelle corti europee si imparava l’italiano come oggi si studia l’inglese).
Essendo purtroppo divisa in tante fazioni contrapposte fu un boccone ghiotto per gli eserciti “europei”  che non trovavano mai una resistenza concorde.

Lo ha raccontato nella sua “Storia delle repubbliche italiane”  lo storico ed economista ginevrino Sismondo de Sismondi“Alla fine del secolo XV i signori delle nazioni francese, tedesca e spagnolafurono tentati dall’opulenza meravigliosa dell’Italia, dove il saccheggiodi una sola città prometteva loro a volte più ricchezze di quante ne potessero strappare a milioni di sudditi. Con i più vani pretesti essi invasero l’Italiache, per quaranta anni di guerra, fu di volta in volta devastata da tutti i popoli che poterono penetrarvi. Le esazioni di questi nuovi barbari fecero infine scomparire l’opulenza che li aveva tentati”.
Vogliamo imparare dalla storia?

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 giugno 2019


LA COLPA DI MONSIGNOR CAVINA

  
Le dimissioni del vescovo di Carpi sono un fatto gravissimo che riguarda la libertà della Chiesa. Cosa ci insegna la sua vicenda e cosa lui ha insegnato ai suoi nemici

Come hanno giustamente notato gli amici del Centro Studi Livatino, le dimissioni di monsignor Francesco Cavina da vescovo di Carpi sono un fatto gravissimo. È una questione che riguarda la «libertà della Chiesa». Mentre in Italia si dibatte di giustizia, di Csm, di politici a cena con pm, di magistrati che mercanteggiano per avere dei posti, come se fossero dei politici qualunque (ironia), accade che un incensurato, vescovo per di più, su cui non c’è nulla, niente di niente, finisca sputtanato sui giornali, si pubblichino sue intercettazioni, lo si metta alla gogna sebbene sia in via d’archiviazione, gli si riservi insomma quel trattamento che da venticinque anni abbiamo visto riservare a tutti quelli che non garbano alla sinistra, fino a portarlo a una decisione clamorosa e inaudita: le dimissioni. E questo non è uno scandalo? E questa non è macchina del fango? E questa non è una vicenda che dovrebbe portare a un radicale ripensamento della giustizia e della mefitica commistione tra certe procure e certe redazioni? Se fossimo un paese normale, e non una discarica infettata dal manipulitismo grillino, accadrebbe questo. Ma non siamo un paese normale. Siamo il paese il cui presidente del Consiglio è un avvocato messo lì dal partito più manettaro della storia della Repubblica (e ho detto tutto).

La santa alleanza
Ad aprile l’Espresso ha pubblicato un servizio che parlava di un’inchiesta che coinvolgeva il sindaco e il vicesindaco di Carpi, entrambi del Pd. Il secondo, così si raccontava, ha provato a fare le scarpe al primo. Ma all’Espresso interessava soprattutto il ruolo svolto nella vicenda da Cavina (il titolo dell’articolo era “La santa alleanza”) che è stato sottoposto alla solita “radiografia” malevola che s’usa da quelle parti. Sebbene il settimanale avesse esplicitato che su di lui la stessa procura fosse orientata all’archiviazione (perché nulla di penalmente rilevante aveva compiuto), tuttavia il ritratto che si faceva del vescovo era quello del poco di buono. Allusioni, battutine, persino pubblicazioni di intercettazioni. Alla fine della fiera, la colpa più grave commessa da Cavina sembrava essere quella di essere stimato da Benedetto XVI.

La colpa di essere Cavina
Forse questa vi sembrerà una battuta, ma – tragicamente – non lo è. Perché la “colpa” di Cavina non è di aver fatto qualcosa (perché nulla ha fatto). La “colpa” di Cavina è di essere Cavina, cioè un vescovo non conforme ai desiderata dell’Espresso. È la tragedia attuale dell’Italia: giudicare un uomo per quel che “è” e non per quel che “fa”. È la gogna mediatica, è l’inquisizione a mezzo stampa, è uno schifo.

Benedetto, Francesco, Alfie
Cavina arrivò a Carpi sette anni fa. E si ritrovò a fare i conti con una situazione difficilissima (il terremoto). Anziché limitarsi a predicare dal pulpito, s’è dato da fare per la sua gente affinché chi aveva perso il lavoro lo potesse ritrovare e s’è impegnato a ridare una speranza a una terra ferita. Lo ha fatto secondo la sua sensibilità e capacità, portando a Carpi non solo Benedetto XVI (che nell’occasione pronunciò la battuta «ma come? I miei poveri 100 mila euro hanno ottenuto tanto valore e sono stati così valorizzati?»), ma anche papa Francesco (che con Cavina ha un ottimo rapporto). Cavina è il vescovo che è andato a Erbil in Kurdistan, portando in tasca una lettera autografa di Bergoglio per i cristiani perseguitati. Cavina è il sacerdote che s’è prodigato per far arrivare in Vaticano Thomas Evans, il papà di Alfie, nelle ore decisive dello scontro con i giudici inglesi e i medici dell’Alder Hey di Liverpool. La foto del giovane padre col Pontefice ha fatto il giro del mondo. La colpa di Cavina non è dunque quella di aver “brigato” nelle beghe tra sindaco e vicesindaco, ma quella di essere un pastore di santa romana Chiesa che non garba all’Espresso. Come capite bene, mica poteva passarla liscia.
La lezione ai nemici.

Se in tutta questa storia non ci vedete il virus dell’anticlericalismo, avete i paraocchi. Il resto -“quel resto” che viene dopo la cattiveria originaria – è il giornalismo scemo e codino che si trastulla a far diventare “notizie” ciò che notizie non sono: cattiverie, allusioni, dicerie. Così, anche una volta arrivata la tanto sospirata archiviazione, per monsignor Cavina non è finito il calvario. Poteva sopportare ancora? Ha ritenuto di no, non solo per sé, e qui sta un fatto che merita la sottolineatura, ma anche per il bene della sua diocesi e perché la sua vocazione non fosse compromessa dalla malapianta del risentimento.

«Ho ritenuto di fare un passo indietro esclusivamente per l’amore che porto a questa Chiesa locale alla quale ho cercato di dare tutto quanto era nelle mie possibilità. Spero, in tale modo, che ora i riflettori si spengano e sia restituita alla diocesi la necessaria tranquillità per compiere la sua missione e a me la serenità e la pace per dedicarmi alla sola ragione per la quale ho donato la mia vita al Signore: annunciare ai fratelli le meraviglie del Suo amore».
La lezione che monsignor Cavina ha dato ai suoi nemici è che un uomo di Dio può soccombere e risultare sconfitto fino all’umiliazione, ma non verrà mai meno al compito che Dio gli ha affidato.

venerdì 21 giugno 2019

UTERO SOLIDALE : NO ALLA CGIL



 L'errore della Cgil, ma l'utero non è lavoro
di LUCETTA SCARAFFIA

La decisione della Cgil di aderire all’iniziativa dei radicali che chiedono la liberalizzazione e regolamentazione della gestazione per altri, oltre a essere discutibile è soprattutto inattuale. Del resto, come hanno scritto 150 femministe, è difficile capire come questo problema possa essere ritenuto di competenza sindacale, dal momento che non si tratta certo di prestazione di lavoro, ma di puro sfruttamento del corpo femminile dietro compenso: quindi qualcosa di più vicino alla prostituzione che al lavoro salariato.
 
Ma colpisce soprattutto il fatto che, mentre i salariati che lottano per il lavoro in pericolo sono tanto numerosi, la Cgil scelga di sconfinare dal suo ambito istituzionale dedicando tempo e risorse a un problema che nel nostro Paese non esiste perché l’affitto dell’utero non è consentito dalla legge. Questa strana decisione ricorda la scelta che fece il partito comunista, poi Pd, a fine XX secolo, quando la crisi del sistema comunista imponeva la scelta di nuovi obiettivi. Accadde così che gli ex comunisti cercassero di sposare i ‘diritti delle donne’ e le scelte di liberalizzazione su temi di bioetica, facendo diventare ‘di sinistra’ una lotta soprattutto finalizzata ad ampliare i diritti individuali.

La motivazione ‘di classe’ è sempre la stessa: che i ricchi possono eludere la proibizione andando all’estero e i poveri no. Motivazione che in questo caso sarebbe valida solo se esistesse un diritto al figlio, che invece non esiste. Non pare proprio però che questa tattica abbia sortito buoni risultati. È solo riuscita a piegare problemi gravi, che richiedono una pacata discussione sulla natura umana, a una superficiale logica di scontro politico. 

In un momento in cui il nostro Paese sta vivendo una grave crisi, che senso ha cercare di rifarsi una immagine ‘progressista’ sulle spalle di donne costrette dalla necessità economica a vendere il proprio corpo? Non sarebbe invece il caso, da parte del sindacato, di smascherare la falsa libertà di un consenso estorto dalla necessità economica, che solo biechi sfruttatori come le agenzie internazionali che si occupano di vendere gli uteri – in cambio di somme ingenti solo in minima part date alle donne – osano ancora chiamare "dono solidale"?

Il resto del Carlino 20 giugno 2019