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martedì 19 luglio 2022

LUIGI “TEMPESTA DI VITA”

Don Giussani, un giorno di tanti anni fa, mi fissò e mi disse d’improvviso: «Come ama lui… non c’è nessuno». Ecco la presentazione del libro "Luigi Amicone, l'anarcoresurrezionalista"

Annalena Valenti

Il testo pubblicato di seguito è la postfazione di Annalena Valenti, moglie di Luigi Amicone, alla raccolta di scritti scelti del fondatore di Tempi edita da Itaca, in libreria dal 15 luglio. Sabato 16 luglio il libro – Luigi Amicone, l’anarcoresurrezionalista (176 pagine, 15 euro) –è stato presentato a Caorle (Ve) in piazza Vescovado alle 21.30 da Giuliano Ferrara (autore della prefazione), Gian Micalessin e Davide Prosperi all’evento “Chiamare le cose con il loro nome”, prima edizione del premio Luigi Amicone per il giornalismo e la comunicazione.

LUIGI AMICONE 

* * *

«Non sei più corpo: non sei più travaglio:
solo sei luce: trasparente luce
d’ottobre, al cui tepor nulla matura
perché già tutto maturò: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo».

Ada Negri

Quando mi chiedono come sto, non so cosa rispondere. Quando mi chiedono cosa avresti detto e scritto di Putin, della guerra, della Nato, di Biden, non so cosa rispondere. Perché sì, sappiamo tutti cosa pensavi e scrivevi, ma come immaginare l’imprevedibilità del tuo pensiero qui ed ora, se non della tua presenza? Ma quando mi chiedono cosa lasci nel mondo, cosa c’è ora di te, so cosa rispondere. E solo di questo voglio parlare. Di ciò che c’è, perché non conta l’aver amato, ma l’amare, scrive il tuo amico Pasolini (e non oso pensare alla grandezza ora tra voi).

E così ho già introdotto l’unica parola di cui voglio parlare per far capire a chi leggerà questo libro da dove nasca tutto quello che hai fatto, scritto e generato. La sola parola non pronunciata ma sottesa, l’ordito nella trama di telegrammi, articoli, lettere personali intravista da tutti, proprio tutti quelli che hanno scritto e detto di te dopo la tua morte. La parola che non si osa dire, forse perché svuotata del suo significato, eppure inseguita da tutti, ripetuta oggi all’infinito senza che l’infinito traspaia mai, la più potente che esista, forza creatrice, la più vera a descriverti e che solo il nostro grande amico Giussani osava pronunciare sempre, per sempre e in tutta la sua potenza trasformatrice, con la lettera maiuscola perché dipendente da Altro: Amore.

Senza introdurre questa parola non si può comprendere del tutto Luigi, né l’anarcoresurrezionalista, come lo chiamate a Tempi, e neppure tutto quel che ha scritto e che trovate in piccolissima parte in questo libro, né lo sguardo di simpatia all’uomo, chiunque fosse, e neanche da dove nascesse l’ipotesi sempre positiva con cui Luigi accostava la realtà tutta.

Mi disse Giussani, un giorno di tanti anni fa, mentre immagino, anche se non ricordo precisamente, mi stessi lamentando di qualcuno dei problemi in cui Luigi mi lasciava, ecco Giussani mi fissò, tanto da essere costretta a fissarlo negli occhi a mia volta, io che non lo facevo mai, e mi disse d’improvviso: «Come ama lui… non c’è nessuno», proprio così disse.


L’Amore di Luigi per la realtà in quanto “dato”, “mistero”, “dono”, “miracolo”, che coincideva con quello che aveva scritto e trovato in Hannah Arendt, quando ce la fece conoscere. L’Amore per il gran mare dell’essere lo ha stupito e interessato a tutto ciò che esisteva ed era esistito. Nessuna continuità spazio-temporale. Neppure il rapporto con la morte gli faceva paura, andare dagli amici malati era accompagnarsi al destino. Totale, ragionevole e affettivo, sempre coniugato al presente era il coinvolgimento nel rapporto con Wałęsa, Havel, e Bruno e il giornalaio sotto casa e Testori, e anche Pasolini, Leopardi e il vicino dei Cinque stelle e poi le donne, Flannery, Marina, Chiara, Hannah, Angelica, Anna, e la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, letto appena privato di metà polmone, e L’Annuncio a Maria, e tutto Giussani, sempre letto, animato dalla stessa passione fosse stato gettarsi nella bolgia televisiva o in quella condominiale (e tutto questo è minuscola goccia nel grande mare dell’essere in cui Luigi si tuffava), e il mitico muro di Trinità d’Agultu e poi Dante, Kafka, i diari e Grossman, la Madonna Sistina e Eliot (solo il Signore tolkieniano e fantastico non siamo mai riusciti a fargli digerire io e il suo amico), e la politica, Berlusconi, Pannella, non c’è persona o cosa che sia entrata nel suo campo visivo e che non sia stata investita da Luigi “Tempesta di vita”.

L’Amore in Luigi è stato generatore di vita, visione positiva e certa dell’esistenza, e lo continua ad essere, e non solo perché insieme abbiamo fatto sei figli, che alla fine è la cosa più grande lasciata al mondo, intendo l’amore generatore come rapporto, che parrebbe impossibile, con l’altro, amore incondizionato, unica strada percorribile all’amore vero, solo motivo per cui si può riconoscere l’altro per quello che è. Concentrato in quello sguardo che penetra e da cui ti senti incredibilmente attratto, amato, tanto da volere, magari per un secondo, essere anche tu così. Di questo mi hanno parlato tante persone, di quello sguardo e affetto amoroso e positivo da cui si sono sentiti abbracciati, sostenuti, spinti, spronati, sfidati anche all’ultimo duello, e non crediate che da lì dov’è non continui. I nostri figli e nipoti, i suoi studenti, i giovani giornalisti lanciati nel mondo, gli amici di sempre, gli amici “comunisti” e gli amici speciali “fine pena mai”, i colleghi giornalisti e quelli del Consiglio comunale, tutti travolti da quell’amore che assomiglia più a qualcosa che ti investe come un mistero che a un’azione che fai tu.

Quando mi incontrate, allora, parlatemi di voi e della Tempesta di vita, e con questa espressione coniata da Giussani, non intendendo solo il fatto che ho registrato come puro avvenimento il giorno 18 dicembre 2021, ore 11.34, quando, durante il matrimonio di nostra figlia, mentre il prete aveva da poco detto che comunque «Luigi è qui presente», e l’emozionata lettrice recitava la prima lettura, Cantico dei cantici 8, lì dove si dice «perché forte come la morte è l’amore», a Milano si è registrato un terremoto. Non voglio assolutamente scioccare il sentimentalismo di chi pensa che esista solo ciò che si vede, traendo qualche riflessione mistica. L’ho registrato, da vera razionalista mammaoca che vive nel Regno delle fate, come puro fatto capitato, insieme a qualche altro, di cui neppure dico, a meno che non me lo chiediate quando mi incontrate.

Perché l’Amore continua ad agire, se non ci fosse più niente? Perché la tristezza, e piangere e ridere insieme, e l’angoscia che si annida nel cuore della felicità? Perché? Perché bramiamo il per sempre? E il tempo, cos’è il tempo, e l’uomo, perché te ne curi? L’amore è così forte che assume in sé anche la morte, dicevi, perché l’impossibile c’è. Da che venne Cristo la tigre.

Incredibile, assurdo, profetico osa dire qualcuno, che ne avessimo appena parlato, così come, sempre il 17 ottobre, abbiamo letto insieme la poesia che dovevo pubblicare, «chiarezza che della terra fa cosa di cielo», parlando della grandezza di Ada Negri che sempre rilancia oltre le parole: la chiarezza limpida e sicura di quel ponte tracciato tra terra e cielo, tra le cose della terra e il loro senso. La trasparente luce che ora vedi. Per sempre.

A voi ancora non nati, e che pur vedo dedico questi canti.
Quando voi li leggerete, io, che ero visibile, sarò diventato invisibile,
e voi saldi, visibili, realizzando questi poemi, cercandomi,
immaginerete quanto sareste felici, se io potessi stare fra voi e diventar vostro compagno;
Sia come se fossi tra voi. (Né siate troppo sicuri che io con voi non sia già ora).

Walt Whitman

 

mercoledì 6 luglio 2022

MEDITAZIONE SULLA "MADONNA SISTINA": UN RACCONTO DI VASSILIJ GROSSMAN

 

Nel 1955 Vassilij Grossman, come tanti altri moscoviti, poté ammirare nel Museo Puskin la Madonna Sistina, il celebre dipinto di Raffaello che era stato razziato durante la guerra. Grossman era stato, in quegli anni, fra i più attenti corrispondenti dal fronte russo tedesco; aveva visto le più terribili atrocità, dai campi di concentramento nazisti ai gulag sovietici della Kolyma. La visione di quel quadro lo turbò profondamente e gli ispirò un breve racconto, di intensissima profondità, che è per tutti una
meditazione preziosa: "La Madonna a Treblinka". Il titolo fu poi modificato in quello attuale: “La Madonna Sistina” pubblicato nel volume: “Il bene sia con voi”, Adelphi.

Una sola cosa mi preme dire: leggete e rileggete La Madonna Sistina. 

È UN DONO, UNA GRAZIA INEFFABILE E MISTERIOSA.

 

LA MADONNA SISTINA

Dopo aver schiacciato e annientato l’esercito della Germania fascista, le vittoriose truppe sovietiche hanno portato a Mosca alcuni quadri del museo di Dresda. Questi quadri sono stati conservati sotto chiave per quasi dieci anni.

Nella primavera del 1955, il governo sovietico ha deciso di rimandare i quadri a Dresda. Prima di rispedirli in Germania, si è deciso di mostrarli al pubblico per novanta giorni.
E fu così che il 30 maggio 1955, di buon’ora in una fredda mattina, dopo aver risalito la via Volkhonka lungo i cordoni con cui la milizia moscovita convogliava le migliaia di persone che volevano vedere i quadri dei grandi maestri, sono entrato nel museo Puskin, sono salito al primo piano e mi sono avvicinato alla Madonna Sistina.


Raffaello, La Madonna Sistina
Dresda 


Fin dal primo sguardo c'è una cosa che si impone, immediatamente, prima di tutto: è immortale. Ho compreso allora che prima di aver visto la Madonna Sistina avevo usato con leggerezza una parola dal potere terribile, la parola “immortalità”, ho capito che avevo confuso con l’immortalità la potente vita di alcune, particolarmente sublimi, opere umane. E pieno di venerazione per Rembrandt, per Beethoven e Tolstoji, ho capito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna…
Dodici generazioni hanno guardato questo quadro, un quinto dell’umanità vissuta sulla terra a partire dall’inizio dei tempi storici fino ai giorni nostri.
È stato guardato da vecchi mendicanti e da imperatori d’Europa, da studenti, da miliardari venuti da oltre gli oceani, da papi e da principi russi, è stato guardato da vergini pure e da prostitute, da colonnelli di stato maggiore, da ladri, da geni, da tessitori, da piloti di aeri da guerra e da istitutori, è stato guardato dai buoni e dai cattivi.

Da quando questo quadro esiste, sono stati fondati imperi europei e coloniali e sono crollati, è sorto il popolo americano, le fabbriche di Pittsburgh e di Detroit, ci sono state rivoluzioni, e la struttura sociale del mondo è stata trasformata… Da allora, l’umanità ha lasciato alle sue spalle le superstizioni degli alchimisti, i telai dei tessitori; i bastimenti a vela e le diligenze, i moschetti e le alabarde; è entrata nel secolo dei motori elettrici e delle turbine, il secolo dei reattori atomici e delle reazioni termonucleari.Da allora, Galileo ha scritto i sui Discorsi formulando la conoscenza dell’universo, Newton ha scritto i Principia, Einstein Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. Da allora, Rembrandt, Goethe, Beethoven, Dostoevskij e Tolstojhanno reso più profonda la nostra anima e più bella la vita.

Ho visto una giovane madre tenere un bambino fra le sue braccia. Come posso rendere la grazia squisita d’un melo, esile e delicato, che abbia appena dato la sua prima mela, piena e bianca; la grazia d’un uccellino coi suoi pulcini appena nati, o di una cerbiatta appena diventata madre… 

La maternità e la grazia di una ragazzina, quasi ancora bambina.

Questa grazia, dopo aver visto la Madonna Sistina, non si può più dire che sia ineffabile o che sia misteriosa.
Nella sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della maternità e della sua bellezza. Ma non è da questo che dipende l’inesauribile vitalità del suo quadro. Dipende invece dal fatto che il corpo e il volto di questa giovane donna sono la sua anima, ed è questa la ragione per cui la Madonna è così bella. C’è in questa rappresentazione visiva dell’anima materna qualcosa di inaccessibile alla consapevolezza umana.
Noi sappiamo che le reazioni termonucleari trasformano la materia in una quantità di energia potentissima, ma non sappiamo rappresentarci il processo inverso, come cioè avvenga che l’energia si trasformi in materia; e qui, ecco la forza dello spirito, la maternità, cristallizzata e trasmutata in un’umile Madonna.
La sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani – quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine dell’anima materna, ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei bassifondi.
A me pare che questa Madonna sia l’espressione più atea possibile della vita, dell’umano senza alcuna partecipazione del divino.
C’erano istanti in cui mi è parso che esprimesse non solo l’umano, ma anche qualcosa di inerente alla vita terrestre nel suo senso più ampio, il mondo animale là dove negli occhi scuri della giumenta, della mucca o della cagna che nutrono i loro piccoli si può vedere, o indovinare, l’ombra prodigiosa della Madonna.



E più terrestre ancora mia pare sia il bambino che tiene fra le braccia. Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino.
I loro volti sono tranquilli e tristi. Forse vedono il Golgota, la via di polvere e sassi che vi conduce, e la croce, mostruosa, tozza e pesante, di legno grezzo, che è destinata ad appoggiarsi a questa piccola spalla che per ora non sente altro che il calore del seno materno…
Ed ecco che il cuore si serra, ma non è per l’angoscia, e non è per il dolore. È afferrato da un sentimento nuovo, mai provato prima. È umano, eppure è nuovo, questo sentimento è come se emergesse dalle salate e amare profondità oceaniche, ed è talmente insolito che la sua novità fa venire il batticuore.
È ancora una volta una caratteristica unica di questo quadro.
Suscita qualcosa di nuovo, come se ai sette colori dello spettro se ne aggiungesse un ottavo, ancora sconosciuto alla vista.

Perché non c’è paura sul viso della madre, e perché le sue dita non si intrecciano intorno al corpo di suo figlio con una forza tale da impedire che la morte le disserri; perché non vuole sottrarlo al suo destino?
Lei offre suo figlio al destino, non cerca di nasconderlo.
E il bambino non nasconde la faccia nel seno della madre. Anzi, è sul punto di strapparsi alla sua stretta per andare incontro al suo destino sui suoi piccoli piedi nudi.
Come spiegarlo, e come comprenderlo?
Sono un’unica cosa, e sono distinti. Vedono, sentono e pensano insieme, si fondono l’uno nell’altra, ma tutto indica che si separeranno, che l’essenza della loro comunione, della loro fusione è che si separeranno.
Succede che in certi momenti difficili siano proprio i bambini a sorprendere gli adulti con il loro buon senso, la loro tranquillità, la loro arrendevolezza. Di queste qualità bambini cristiani hanno dato prova nel corso di carestie, figli di negozianti e di artigiani ebrei durante i pogrom di Kichinev, figli di minatori, quando l’urlo della sirena annuncia che c'è stata un’esplosione sotterranea.
Ciò che nell’uomo vi è di umano, va incontro al suo destino, e in ogni epoca questo destino è particolare, è diverso da quello dell’epoca precedente. Ciò che accomuna questi diversi destini è il fatto di essere tutti ugualmente difficili…
Ma ciò che nell’uomo vi è di umano, ha continuato ad essere anche quando lo si inchiodava alla croce, anche quando lo si torturava in prigione.
Continua a vivere, questo qualcosa, nelle cave di pietra, nel freddo a meno cinquanta gradi, sui cantieri da macello della taiga, nelle trincee allagate di Przemysl e di Verdun. Continua a vivere nell’esistenza monotona dei servi, nella miseria delle lavandaie e delle donne di servizio, nella vana lotta condotta contro il bisogno, fino all’esaurimento, nella fatica senza gioia degli operai in fabbrica.
La Madonna con suo figlio fra le braccia, è ciò che c’è di umano nell’uomo, e sta in questo la sua immortalità.
Guardando la Madonna Sistina, la nostra epoca prende coscienza del proprio destino. Ogni epoca ha guardato questa donna con suo figlio nelle braccia, e fra uomini di generazioni diverse, di popoli, razze e tempi diversi, nasce una fraternità di una tenerezza commovente e dolorosa. L’uomo prende coscienza di se stesso, della sua croce, e comprende improvvisamente il meraviglioso legame che unisce tutte le epoche, il legame fra ciò che vive ora, e ciò che è stato, e tutto ciò che sarà.