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mercoledì 11 agosto 2021

MIKEL AZURMENDI (1942-2021): STORIA DI UN INCONTRO E DI UNA VITA CAMBIATA

Robi Ronza

(In calce una lettera di Azurmendi agli amici del movimento)

Anche se ci eravamo incontrati e conosciuti soltanto via Zoom, la notizia diffusasi ieri sera dell’improvvisa morte di Mikel Azurmendi – noto in Italia anche per un suo intervento al Meeting di Rimini 2020 — mi ha colpito come quella di un vecchio amico.

Come tanti avevo letto con grandissimo piacere L’abbraccio. Verso una cultura dell’incontro, BUR/Rizzoli, 2020, il volume in cui egli, intellettuale di sinistra con un passato di militante dell’ETA, racconta la storia della sua riscoperta, anzi della sua scoperta di Cristo e della Chiesa grazie all’incontro con la gente e con l’esperienza di CL in Spagna.

 


Era una testimonianza, la sua, tanto più di grande interesse per me che proprio allora stavo scrivendo Luigi Giussani, Comunione e Liberazione & oltre, un libro, pubblicato poi quest’anno dalle Edizioni Ares, in cui cerco di spiegare (col vantaggio che mi viene dal non esserne un rappresentante ufficiale) che cosa CL è veramente al di là del muro di pregiudizi e di fraintendimenti entro cui si trova oggi racchiusa in Italia.

Nel libro gli ho poi dedicato due pagine in cui suggerisco vivamente la lettura de L’abbraccio. Verso una cultura dell’incontro come una via maestra per farsi un’idea autentica della realtà di popolo germogliata dalla fede che Comunione e Liberazione è al di là dei suoi limiti e nel medesimo tempo dei preconcetti di cui si diceva.

Desiderando conoscerlo di persona ero riuscito di raggiungerlo tramite amicizie comuni scoprendo fra l’altro che, avendo egli letto un mio libro, non gli ero ignoto Per lui provai immediatamente una grande simpatia, forse anche ricambiata.

Lo scorso 2 luglio (cfr.qui Mikel Azurmendi, Mireille Yoga e altri: «Storie di un incontro e di vite cambiate»), su invito dell’Associazione Rosmini di Padova, partecipammo insieme alla presentazione via Zoom del libro Storie di un incontro e di vite cambiate a cura di Micol Mulè, Circolo delle Imprese/Amazon, Milano 2021, in cui vari fondatori e iniziatori di opere di rilievo (tra cui Arturo Alberti, Mario Dupuis, padre Pigi Bernareggi, padre Aldo Trento, Alda Vanoni, don Antonio Villa, Peppino Zola) spiegano come l’incontro con don Giussani sia stato all’origine di quanto hanno fondato e iniziato.

Nel corso dell’incontro — tuttora accessibile all’indirizzo Youtube dell’Associazione,  https://www.youtube.com/user/rosminipadova — i suoi curatori avevano avuto la piacevole sorpresa di sentirlo dire che la lettura di Storie di un incontro e di vite cambiate, era ciò che lo aveva infine deciso a presentare la sua domanda di iscrizione alla Fraternità di CL.

A parte questo, con ciò che aveva detto aveva ancora una volta dimostrato quanto egli fosse una conferma vivente di come nell’esperienza di fede gli ultimi sono i primi.

Una volta mi aveva confidato di  dispiacersi di non aver trovato prima la fede. Gli avevo risposto che c’era a mio avviso qualcosa di provvidenziale in quel suo incontro tardivo che faceva appunto di lui un testimone così limpido e importante del «gli ultimi saranno i primi». Avrei voluto ridirglielo di persona su questa terra, ma non ho fatto in tempo. Glielo dirò quando ci rivedremo.

ROBI RONZA

7 agosto 2021

https://robironza.wordpress.com/2021/08/07/mikel-azurmendi-1942-2021-storia-di-un-incontro-e-di-una-vita-cambiata/

 

 Ecco la lettera che Azurmendi ha inviato agli amici del movimento pochi giorni fa

Caro Nacho,
sto maturando da tempo la mia adesione a CL e credo sia giunto il momento di farvene richiesta. 

Da quando ho finito di scrivere L’Abbraccio, sto facendo un cammino in cui confido sempre di più nel fatto che la mia rinascita come cristiano sia definitiva, perché si basa sulla mia assoluta accettazione e dedizione a Gesù.

Da una parte, ho preso coscienza di essere molto amato da Dio, per non dire troppo amato, visto l’eccesso di perdono che ho ricevuto. E di questo posso solo esserGliene grato con una maggiore dedizione personale.

Dall’altra, la lettura meditata di Generare tracce nella storia del mondo - libro che stiamo leggendo anche alla SdC (Scuola di Comunità) - mi spinge a rompere un ultimo e vecchissimo pregiudizio anarchico sul non permettermi di «appartenere» completamente, di restare come un perpetuo gabbiere senza consegnare a nessuno la cabina di vedetta della mia propria navigazione.

Ho compreso che il «sì» di Pietro ha generato la nascita di un Popolo, un’unità di gente-in-incontro, una certa «entità etnica», come disse un Papa. Ho capito il significato di «obbedire» come l’unico modo per trascendere il mio io verso l’Altro, così come un calciatore “obbedisce” al suo allenatore. Cioè, che devo “dare retta” a voi pastori che state guidando questa tribù il cui stile di vita mi ha tanto commosso.

È passato il tempo di «essere come voi», ora mi propongo di «essere con voi». Devo andare oltre l’essere un vostro compagno di cammino per diventare compagno del vostro cammino.

Spero che, con questa consegna del mio orgoglio, una certa povertà di cuore mi incammini di più verso la speranza e a realizzarla nel mio Destino già così prossimo.

Ecco, rimango a vostra disposizione con un grato abbraccio.
Mikel

martedì 29 settembre 2020

L’AMMIRAZIONE COME CONOSCENZA

Fernando De Haro

Il libro El Abrazo (L’abbraccio) di Mikel Azurmendi, pubblicato un paio di anni fa in spagnolo, è uscito in italiano. L’autore, che è stato professore nell’Università dei Paesi Baschi e a Parigi, antropologo e saggista, in occasione di questa nuova edizione ha ripercorso il suo itinerario di avvicinamento al cristianesimo in un documentario-intervista  presentato al Meeting di Rimini.


Nella sua infanzia, il padre lo educò molto presto a lavorare duramente. Due ore prima di entrare a scuola e due ore dopo l’uscita lavorava nella rivendita di carbone della famiglia. Lì imparò a fare bene le cose e a continuare a farle fino a che non erano realmente completate. Entrò molto giovane nel seminario di San Sebastian, ma a 21 anni il cristianesimo aveva già cessato di essere qualcosa di significativo e si era ridotto a un riferimento mitico e a delle regole. Ciò che veramente lo interessava in quel momento – siamo negli anni ’60 – era la giustizia sociale, che considerava però impossibile sotto il regime franchista. Così se ne andò via dai Paesi Baschi e viaggiò in Francia e Germania.

Stava lavorando in una fabbrica, un lavoro molto duro, quando fu contattato da uno dei membri dell’ETA, l’organizzazione terrorista che stava nascendo proprio in quel periodo. Azurmendi entrò nell’organizzazione e tornò in Spagna lavorando come scaricatore per raccogliere nuovi adepti.

Tuttavia, si scontra presto con ciò che realmente significa il terrorismo. In una riunione del suo gruppo si vota se si deve uccidere una persona e per un solo voto ” la sua vita è risparmiata”. Questa esperienza lo segnerà per sempre, perché gli ripugna profondamente attentare alla vita, l’uccidere o l’essere ucciso. Quando nel ’68 avviene il primo omicidio organizzato dall’ETA, il terrorista che lo commette è uno dei giovani che aveva arruolato e si rende conto che lui stesso avrebbe potuto essere l’assassino. Da quel momento inizia una lotta contro l’ETA che segnerà buona parte della sua vita. L’organizzazione non gli perdonerà mai la sua opposizione e le minacce continueranno per molti anni e per un certo periodo dovrà anche utilizzare una falsa identità.

Azurmendi ha vissuto intensamente, non è stato un professore isolato in una sua bolla. In tutti i suoi libri vibra un’intensa ricerca. Alcuni anni fa, per una serie di rapporti assolutamente fortuiti, arrivò come relatore all’Encuentromadrid, ma si trovò in difficoltà nel partecipare alla tavola rotonda alla quale era stato invitato. Gli era difficile, infatti, prendere parte a un dialogo con cristiani, ma alla fine, per una questione di lealtà personale, decise di intervenire. Profondo conoscitore della filosofia moderna e contemporanea, Azurmendi sviluppò in quella occasione una lucida critica al pensiero illuminista.

Sorpreso da coloro che lo avevano invitato, incominciò lo studio di quella che definisce una “tribù molto speciale”, la tribù di Comunione e Liberazione, ed è questo studio che ha portato a El Abrazo. Come antropologo aveva già prodotto lavori simili, per esempio con i migranti di una località del Sud della Spagna, ma questa volta ha cambiato il metodo. Il punto di partenza non era quello già utilizzato da Durkheim o Weber, che si avvicinano ai fenomeni umani cercando la migliore quantificazione e la massima obiettività con distacco.

Il suo sguardo si era riempito di sorpresa, una sorpresa che si convertì subito in ammirazione e nel desiderio di volersi identificare con quello che aveva incontrato. Il punto di partenza divenne quindi la ricerca delle ragioni del suo stupore, di ciò che lo obbligava a ripensare se stesso, a riconsiderare l’io che stava guardando. Si era lasciato dietro il distacco e la neutralità teorica che, per principio, avrebbe dovuto rispettare.

Così, El Abrazo si trasforma in un viaggio appassionante pieno di incontri con persone che gli raccontano le loro storie, che Azurmendi coglie nel loro lavoro quotidiano come giornalisti, professori, come padri e madri di famiglia.


Uno dei momenti più intensi dell’opera è il racconto di un gesto di caritativa con un gruppo di drogati, in uno dei quartieri più degradati di Madrid. In prospettiva qui c’è poca utilità sociale, molti dei drogati non cambieranno la loro vita, ma ciò che cambia è la vita dei “membri della tribù”. E le domande si intensificano, si fanno più nette.

Azurmendi ammira Wittgenstein, ha letto e riletto i suoi diari. Perciò, quando trova in un libro di Carron una citazione del filosofo che pare giustificare il suo agnosticismo, capisce che ciò apre una sfida e non vuole ripetere la risposta che si diede Wittgenstein.

Considera quindi come plausibile l’ipotesi che la tribù che sta studiando abbia la sua origine nel Risuscitato. Dall’ammirazione per la tribù passa all’ammirazione per l’origine della tribù.

Azurmendi in italiano. Non conviene perderlo.  

 

Da Ilsussidiario.net