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sabato 16 luglio 2022

EUGENIO E FRANCESCO: QUAL ERA IL PAPA?

Eugenio Scalfari era il pontefice del mainstream cui tutti hanno finito per allinearsi, compreso il mondo cattolico: prima, nonostante Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, poi con la collaborazione di Francesco. Il Papa pensava di dialogare con un laico, senza accorgersi che era quest’ultimo a mettergli in bocca la sua dottrina.

di STEFANO FONTANA

Eugenio Scalfari, morto due giorni fa, non è stato solo un giornalista. È stato molto di più. È stato un Papa. Il suo giornale – La Repubblica – è diventato un nuovo vangelo da lui ispirato, guidato, e della cui dottrina era l’interprete ufficiale e il garante. Repubblica è stata la Summa del radicalismo borghese irreligioso della postmodernità italiana. Sin da subito si è imposto come quotidiano militante, religioso nel suo laicismo dogmatico, più avanti del Manifesto o de L’Unità, perché completamente post-ideologico. Scalfari e Repubblica hanno confermato e sviluppato le istanze del modernismo nichilista della modernità italiana, hanno seminato l’età dei “nuovi diritti”, hanno esercitato un potere ideologico di interdizione, di scomunica, di estradizione nei confronti degli intellettuali non allineati all’autoritarismo del nuovo.

Scalfari era il Papa della chiesa dell’anti-Chiesa, rigida nei suoi assunti, per niente tollerante con i dissenzienti, inquisitoria, attiva nel proscrivere quanti non si allineavano. Repubblica era il nuovo vangelo letto dai preti e dalle suore postconciliari, cui erano abbonati i seminari di tutta Italia, poi copiato da Avvenire che, alla fine, divenne anch’esso un piccolo Repubblica. Oggi, tutti i giornali italiani, tolto qualche reprobo opportunamente vituperato dal sistema di potere mediatico, sono RepubblicaRepubblica aveva conquistato alla propria ideologia anche il Corriere, ma Il Giornale che da quella consapevolezza nacque, alla fine tornò ad essere anch’esso una specie di Repubblica.
Pannella, Bonino, i radicali, i verdi, la sinistra cattolica, il Partito Democratico trasformatosi dal vecchio PCI, Renzi, i Cinque Stelle, tutti coloro che ora vogliono occupare il “centro”, il presidente Mattarella… null’altro esprimono se non l’ideologia di Repubblica e di Scalari: laicismo, soggettivismo radicale, nuovi diritti, cultura borghese allo stato puro, proceduralismo istituzionale.

Scalfari ha dettato l’orizzonte di comprensione dell’Italia di oggi, l’Italia del divorzio e dell’aborto, della legge Cirinnà e del ddl Zan, l’Italia anti-famiglia e anti-vita, l’Italia prona ai poteri forti internazionali, l’Italia che vuole + Europa e - Italia, l’Italia che reclama le “transizioni” presentandole come la salvezza. Scalfari era un Papa, era capo di una religione e annunciava la salvezza. Il mondo cattolico ne è stato catturatoRepubblica entrò nelle parrocchie. Ricordo quando Giovanni Reale chiamò Scalfari a parlare alla Cattolica di Milano per dire che noi uomini siamo come delle formichine sperdute nell’universo, senza senso, senza capo, senza un fine.

Il cattolico che non leggesse Repubblica era considerato fuori tempo e fuori dal proprio tempo. Nessun quotidiano pensò mai, come Repubblica, di essere una nuova Bibbia. Nessun giornalista pensò mai, come Scalfari, di essere un nuovo evangelista.
Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI Repubblica e Scalfari fecero man bassa tra i cattolici, ma era chiaro che ciò avveniva nonostante quei Pontefici. Comunione e Liberazione non leggeva Repubblica, la Comunità di Sant’Egidio, l’Azione cattolica e gli Scout leggevano Repubblica.
Con Francesco è come se tutti i cattolici leggano ora solo Repubblica. Tutti sono ormai allineati al nuovo credo. Oggi sono i cattolici a chiedere divorzio e aborto, sono i vescovi cattolici a volere la legge Cirinnà e il suicidio assistito. Nel Nuovo Testamento di Repubblica si incontrano le fedi di Cappato e di Avvenire.

Appena eletto Papa, Francesco cominciò ad incontrare Eugenio Scalfari. Francesco doveva essere il Papa, e Scalfari il laico. Invece Francesco era il laico e Scalfari il Papa. La religione di Scalfari era definita, a tutto tondo, con dogmi ben precisi, intollerante e capace di inquisizione, voleva convertire e fare proseliti anche Oltretevere, voleva far valere la propria superiorità argomentativa, provocare, dissacrare. Nei colloqui con Francesco, Scalfari interpretava lo stesso Francesco, che non rettificava, gli metteva in bocca le proprie parole, che l’altro pronunciava, gli faceva contraddire le verità di fede cattolica, e l’altro ubbidiva.

Scalfari era il Papa che insegnava, esplicando il proprio magistero di Papa, senza paura e privo di un minimo senso ecumenico. Per lui – ateo, nichilista e disperato – la verità era una sola.

Francesco giocava di rimando, non precisava quando l’altro, il Papa, gli faceva dire cose non da Papa, era interessato al dialogo anche se era a senso unico, si compiaceva di scandalizzare con le parole suggeritagli da Eugenio. Voleva essere laico, pensava di avere davanti a sé un laico, ma aveva un Papa, il Papa della nuova religione della irreligione.


La storia di Francesco e di Eugenio Scalfari è la storia di una Chiesa che fa di tutto per essere laica e non più una religione e che non si accorge che il laicismo è la nuova religione e che non è per niente laico. Mentre il Papa gioca a non fare più il Papa, altri Papi ne occupano il ruolo.

Mentre la Chiesa cattolica tollera e dialoga, le nuove chiese del laicismo postmoderno pontificano.

 tratto da LA NUOVA BUSSOLA

mercoledì 3 aprile 2019

REQUIEM PER LA SINISTRA


IN UN LIBRO DI FEDERICO RAMPINI

“Debuttai come giornalista (in nero e senza un contratto di lavoro, proprio come si usa oggi) nel 1977 alla ‘Città futura’. Era il giornale della Federazione giovanile comunista italiana”.

Così impietosamente Federico Rampini – oggi firma di punta di “Repubblica” – ricorda il suo esordio professionale nel suo ultimo libro, “La notte della sinistra”, dove affonda il coltello nelle contraddizioni, nelle ipocrisie e negli errori della sua parte politica, che elenca:“dall’immigrazione alla vecchia retorica europeista ed esterofila, dal globalismo ingenuo alla collusione con le élite del denaro e della tecnologia”.

Il libro di Rampini in pratica demolisce la Sinistra. L’autore invita anzitutto a smetterla di “raccontarci che siamo moralmente superiori e che là fuori ci assedia un’orda fascista”.
Invita anche a smetterla “di infliggere ai più giovani delle lezioni di superficialità, malafede, ignoranza della storia. Si parla ormai a vanvera di fascismo, lo si descrive in agguato dietro ogni angolo di strada, studiando pochissimo quel che fu davvero… Si spande la retorica di una nuova Resistenza, insultando la memoria di quella vera (o ignorandone le contraddizioni, gli errori, le tragedie)”. 

Poi l’autore ricorda le orribili assemblee studentesche degli anni Settanta, dove “gli estremisti, decidevano chi aveva diritto di parola e chi no. ‘Fascisti’, urlavano a chiunque non la pensasse come loro. L’élite di quel momento (giovani borghesi, figli di papà, più i loro ispiratori e cattivi maestri tra gli intellettuali di moda) era una Santa Inquisizione che sottoponeva gli altri a severi esami di purezza morale, di intransigenza sui valori”. 
Attualmente sembra si sia disinvoltamente cambiato tutto, ma “nel politically correct di oggi sono cambiate solo le apparenze, il linguaggio, le mode. Tra i guru progressisti ora vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer dei social, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiano conti in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity.

sabato 1 dicembre 2018

RAZZISTI ( O FASCISTI) ROSSI?


Il caravanserragglio dei giornali di sinistra contro il professor Blangiardo
Emanuele Boffi 30  Tempi novembre 2018

La nomina alla presidenza dell’Istat del bravo professore è contestata perché è «cattolico, pro life, leghista e vicino a Cl». Mavaffanbagno, dai

Gian Carlo Blangiardo è colpevole di avere delle idee. Delle idee “sbagliate”, par di capire. Repubblica e tutto il caravanserraglio dei giornali di sinistra sta montando la panna sulla sua nomina a presidente dell’Istat, fortemente contestata dalla Cgil: «È a rischio l’indipendenza e l’imparzialità della statistica ufficiale». Addirittura, e perché mai?

LA COLPA DI BLANGIARDO

Attenzione, la “colpa” di Blangiardo non è di non avere un curriculum adatto a ricoprire quel ruolo. Da questo punto di vista, il nostro professore ordinario di demografia dell’Università di Milano Bicocca ha tutti i titoli per sedere sulla poltrona più importante dell’ente. No, la colpa di Blangiardo è di essere «cattolico, leghista, vicino a Comunione e liberazione» (che poi, che diavolo vorrà mai dire questa frase lo sa Dio), addirittura di «scrivere editoriali su Avvenire». Su Avvenire, capito? Manco fosse un black bloc sfasciavetrine, un affiliato di Al Qaeda, un brigatista rosso. È intervenuto spesso anche su Tempi, sapete? Arrestatelo subito, mettetelo ai ceppi!
Questo è razzismo. Razzismo cristallino di chi crede che lo Stato sia roba sua e, dunque, fuori i barbari da casa nostra. Mavaffanbagno, dai. Non è casa vostra, amici di Repubblica e della Cgil.

MICA È BOERI
A leggere i comunicati del sindacato rosso e le parole dei giornali c’è da trasecolare. Blangiardo non va bene perché è denigratoriamente definito un pro life. È contro l’aborto, fa parte di Scienza e vita, partecipa a convegni e iniziative politiche e culturali a cui lo invitano. Tutto questo è una “colpa”, secondo loro. Invece se Tito Boeri – che è dei “loro” – usa la sua carica di presidente dell’Inps per prepararsi un futuro politico, allora no, tutto ok, tutto legittimo, lui lo può fare. Mavaffanbagno, dai.

LUI È IL MALE, LORO IL BENE
Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale, chiunque abbia partecipato mai a un convegno in cui parlava come relatore, sa che Blangiardo è uomo di una pacatezza e preparazione straordinaria. È uno studioso, parte dai numeri e ne offre delle interpretazioni. Quando spiega perché non ama provvedimenti come lo Ius soli, si preoccupa anche di fornire dei dati e un’interpretazione. Ha delle convinzioni e non le nasconde? Ma vivaiddio che lo faccia, non è mica un ruffiano. La cosa importante, però, è che le suffraga con delle motivazioni. Perché sulle motivazioni i suoi avversari tacciono? Perché sulla sua preparazione non hanno niente da dire? Perché il loro è razzismo, appunto. La colpa di Blangiardo è di essere Blangiardo. Non ha fatto niente di male, lui è il male perché loro sono “il bene”. Mavaffanbagno, dai.

FASCISTI ROSSI
Ci rompono le balle un giorno sì e l’altro pure col “pericolo fascismo”, il “ritorno dei rigurgiti populisti”, i “movimenti medioevali al potere” e poi perdono la trebisonda davanti a una semplice nomina di un professore con tutte le stellette a posto per ricoprire quel ruolo. I fascisti sono loro, fascisti rossi, la peggior specie di fascismo che esista su questa terra. Mavaffanbagno, dai.

Foto Ansa

martedì 9 ottobre 2018

LA NUOVA INSORGENZA



Robi Ronza 8 ottobre 2018

La vittoria del liberale Jair Bolsonaro sul laburista Fernando Haddad al primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile conferma che l’ondata internazionale di risentimento contro la sinistra storica continua la sua corsa. Ormai da qualche anno nelle democrazie dei più diversi Paesi del  mondo gli elettori puniscono sistematicamente i partiti in vario modo eredi del socialismo marxista e/o del progressismo borghese del secolo XX. Il processo è iniziato già prima della vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton, ma ovviamente  da tale episodio ha ricevuto una spinta potente.

Andreas Hofer insorgenza antifrancese nel 1809
Ogni volta e in ogni Paese i buoni motivi specifici non mancano. Non riescono però a spiegare come mai nei più differenti contesti, dalle Filippine all’India, dalla Polonia all’Ungheria, dall’Italia alla Svezia, dagli Stati Uniti al Brasile, escono battuti i candidati suggeriti e sostenuti dall’ordine costituito mass-mediatico, dall’intellighenzija e dalle nuove gigantesche  multinazionali dell’epoca del web.

E viceversa gli “impresentabili” vanno al governo. Di fronte a quanto sta accadendo il disorientamento dei giganti sconfitti è quasi patetico.
Si veda, tanto per restare sotto casa, il vano agitarsi dell’imponente flotta di mass media schierata in Italia contro l’attuale governo: da La Repubblica e dalla vasta corona dei giornali suoi satelliti fino a SkyTv e alla rete televisiva La7 passando per la miriade dei conduttori di trasmissioni meridiane e pomeridiane sia della Rai che della quasi totalità delle radio private. Come un pugile “suonato” questo pur così imponente coacervo di forze tira ormai pugni nel vuoto. Più spara a palle incatenate contro Di Maio e Salvini, cogliendo al volo ognuna delle loro quotidiane smargiassate e impertinenze, e più i sondaggi registrano la crescita del consenso popolare al loro governo e ai loro partiti.

Se, come oggi appare probabile, il fenomeno verrà confermato alla scala continentale dall’esito delle elezioni europee della prossima primavera questa svolta — di cui già in precedenti occasioni abbiamo parlato come di una specie di insorgenza anti-giacobina alla scala planetaria — segnerà definitivamente il ribaltamento della geografia politica delle democrazie così come si era definita al compiersi della rivoluzione industriale. Volendo per una volta ancora usare la vecchia e superata terminologia di un tempo diremo che in sostanza il popolo va a destra e le élites vanno a sinistra.

E’ un processo storico a ben vedere tanto positivo quanto preoccupante.
E’ positivo nella misura in cui ci libera dall’egemonia di quel progressismo astratto, radicale e in sostanza autoritario di cui, ad esempio in Italia, La Repubblica è la nave ammiraglia.
E’ preoccupante nella misura in cui  i suoi antesignani, ubriacati dal loro successo politico, cessano o non iniziano tutto il lavoro di raccolta e di approfondimento di idee e di studi, nonché di mobilitazione di competenze e di alleanze culturali, mancando il quale il consenso che hanno raccolto non può che finire sprecato e disperso.

E’ invece proprio questo il rischio che sta correndo in Italia l’attuale governo. Da un lato senza raccogliere adeguate competenze e senza un conseguente poderoso lavoro di analisi e poi di riorganizzazione dello Stato diventa impossibile trasformare in fatti concreti delle promesse elettorali radicalmente innovative come quelle  in base alle quali Lega e 5 Stelle hanno vinto le elezioni della primavera scorsa.  Per un po’ si può andare avanti a colpi di “twitter”,  ma poi la realtà presenta il conto.  E’ istruttivo il caso del  viadotto Morandi a Genova, che rischia di diventare ogni giorno di più il segno premonitore di un fallimento politico alla scala nazionale.
Dall’ altro lato poi, come le insorgenze anti-giacobine di oltre due secoli fa, anche questa è una rivolta dove c’è di tutto; non solo il limpido ma anche il torbido, non solo il popolare ma anche il reazionario. Un processo storico è appunto un processo, ossia innanzitutto qualcosa che accade,  non qualcosa che viene posto in moto e tenuto in movimento da qualche singolo soggetto per potente che sia. Se però all’ interno di esso non si pone mano a una purificazione delle idee e degli obiettivi diventa molto probabile che anche  il movimento anti-giacobino di oggi faccia la fine di quello di un tempo: finisca cioè non di mettere fuori gioco il suo avversario bensì di aprigli la strada a una sua continuazione in nuove forme.


sabato 11 novembre 2017

CONTRO TRUMP O CONTRO L’AMERICA?


 Trump non è sicuramente Churchill, ma i pacifisti, dall’era di Hitler a quella di Kim Jong Un, invece, sembrano sempre proprio gli stessi
Chamberlain e Hitler

David Nakamura e Ashley Parker sul Washington Post del 7 novembre riportano questa frase di Donald Trump “Some people said my rethoric is very strong, but look what’s happened with very weak rhetoric over last 25 years”: qualcuno dice che la mia retorica è troppo forte, ma guardate dove siamo finiti dopo 25 anni di retorica debole.
Accanto a queste parole Trump ha messo in chiaro la disponibilità a trattare anche con Kim Jong Un. Nonostante questa disponibilità, il Presidente Usa è stato contestato da proteste pacifiste sottolineate con soddisfazione da Federico Rampini sulla Repubblica sempre del 7 che dei manifestanti scrive: “pensano che sia più pericoloso lo zio d’America che il cugino di Pyongyang”. 
Trump certamente non è Winston Churchill ma i giovani sudcoreani e i loro lodatori repubbliconi sembrano molto nipotini di Neville Chamberlain, dei giovani laburisti ultrapacifisti di allora (di cui è erede Jeremy Corbyn) e degli ambienti filonazisti di Londra che applaudivano il Patto di Monaco con annesso regalo dei Sudeti ad Adolf Hitler.

Come diceva il vecchio Churchill: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

lodovico festa l'occidentale

venerdì 10 febbraio 2017

IL PRESIDENTE IMPREVISTO NEMICO DEL POTERE



C'è'imbarazzo della scelta, è sempre il suo turno: la prima occasione di stamattina per l'attacco al presidente americano è il "dietrofront di Trump rispetto alla Cina" ovvero il suo ripensamento in favore politica della Cina unica. Per 'Repubblica' un passo indietro rispetto all'apertura precedente a Taiwan. Ma più che il fatto in sé, comunque una libera critica, ciò che mi ha colpito è l'incongruenza e la pericolosità delle considerazioni.

LE CRITICHE A PRESCINDERE
La prima critica che Federico Rampini fa a Trump (escludendo il corollario di invettive contro il presidente o meglio "il singolare personaggio che alloggia alla Casa Bianca" che sarebbe iracondo, impulsivo, invaghito di se stesso e quant'altro),  è che il suo modo di far politica non esclude ripensamenti o cambiamenti di strategia.
Ora è sconcertante tutto questo, giacchè sappiamo tutti che il programma di Trump era ben definito ma che per l'ostilità delle piazze rosa e degli ex alleati europei, ha spesso dovuto 'annacquare' le prospettive di cambiamento che si era prefissato di iniziare. Le pressioni sono state così forti che è stato costretto a ridimensionare la squadra di governo inserendo persone gradite a certi ambiti repubblicani che aveva promesso di combattere.
I media stanno contribuendo ed hanno contribuito a 'prescindere' a costruire una immagine di Trump negativa; essi si sono schierati apertamente contro, ben prima della critica ai suoi primi provvedimenti di governo. Questa critica nasce soprattutto perché la sua rivale in campagna elettorale non ha vinto le elezioni. E' questo il vero motivo per cui il suo insediamento sarebbe 'illegittimo'.

L’ILARITA’ DEGLI IDIOTI
Tanta ostilità, è in gran parte costruita dai media mentre i più recenti sondaggi dimostrano che la maggior parte degli americani sostengono il presidente Trump. Non c'è giorno che in qualsiasi ambito Trump non venga criticato, anche a San Remo. Ormai come nel caso di Berlusconi, è l'oggetto dell'ilarità degli idioti. La constatazione di questo sostegno sta portando sia in America che in Europa a pensare seriamente di reprimere la diffusione alternativa di notizie e di critiche tramite la rete.

LA PREVEDIBILITA’ E’ UN VALORE?
La seconda osservazione è che l'articolista rimpiange la vecchia politica di Obama, cioè una certa "tradizione diplomatica, non sempre brillante, non sempre coronata da successo, ma almeno prevedibile". La domanda è: la prevedibilità è un valore? E da quando? Non è più importante ciò che muove? Io sono dell'avviso che solo un imprevisto buono può cambiare le cose e scompaginare una situazione deteriorata non per strategie sbagliate ma per mancanza di attaccamento al vero, a saper giudicare e cogliere l'essenziale .
Che valore hanno slogan ripetuti per anni, sempre gli stessi, incuranti e insensibile alla distruzione procurata di intere nazioni? Che valore ha la coerenza e la prevedibilità quando non è altra che  uno slogan, coerente solo con se stesso?

TRUMP COMBATTE GLI INTERESSI PARTICOLARI CONTRARI AL POPOLO AMERICANO
Trump nel discorso di inizio mandato ha promesso battaglia all'establishement e cioè agli interessi particolari che sono contrari al bene del popolo americano. E' questo il punto. Ha promesso che la sovranità con lui sarebbe tornata dalle élite,  al popolo americano. Perché si finge di non sapere? Questo punto non si affronta mai. Il giudizio sulla politica di Obama, sulla sua natura non si giudica mai. Le reazioni isteriche che abbiamo visto  tramite il discredito, in realtà vogliono evitare che questa promessa sia mantenuta.

LA RIBELLIONE DEL POTERE
 Non nascondiamoci dietro ad un dito. Tutto ciò che sta accadendo intorno a Trump è la ribellione del potere. E' da qui che proviene questa ostilità, ed a giudicare dalle dimensioni, dalla potenza, dalla sistematicità di questi attacchi, si sente sotto attacco. Si tratta di un potere che sopravvive ai governi, che fa leggi per perpetuare se stesso, per creare mentalità L'establishement: è pericoloso. Trump fa politiche per gli Stati Uniti, gli rispondono da oltre oceano: è perché mette in dubbio una dottrina che per sopravvivere ha bisogno di menzogna.


Trump può avere  mille pecche ma ha un merito: si è accorto che quel potere si è prefisso il compito di educare e non immagina altre vie. E da qui l'origine e la motivazione vera del discredito e della gogna. Per i media allineati e per le troike ogni voce dissonante merita l' etichetta di xenofoba o populista: questa è la cosa più pericolosa per una democrazia.

E' inaccettabile come in questi giorni si rimpianga Obama che ha distrutto la Libia, la Siria ed armato i terroristi: meglio essere narcisisti, farabutti e delinquenti  e sapere però due o tre cose importanti nella vita che essere un servo, convinto che siccome la vita non vale niente , l'unica cosa che salva è il servire progetti ed interessi 'superiori'.

L’ALTERNANZA E’ LEGITTIMA SOLO SE VINCONO LORO
La morale della favola è che in realtà l'alternanza è legittima solo quando non sconfessa la politica generale da mantenere e non presuppone un cambiamento di mentalità, altrimenti l'alternanza è illegittima. In sostanza i governi dovrebbero cambiare solo apparentemente senza cambiare nulla, nonostante le richieste dei cittadini vadano in un senso diametralmente opposto.

Questo è il giudizio di fondo. Poi, è legittima ogni critica.

tratto dal Blog "vietato parlare"

lunedì 16 gennaio 2017

CAVALIERI DI MALTA

DIETRO IL CASO MALTA SI GIOCA LA BATTAGLIA SULLA VERITÀ

di Riccardo Cascioli
15-01-2017

Sarà pure una coincidenza, ma è certo che il caso dei Cavalieri di Malta, non fosse Raymond L. Burke il cardinale patrono, sarebbe scivolato via senza troppo clamore. Burke è uno dei quattro cardinali firmatari dei “Dubia”, le cinque domande al Papa di chiarimento su alcuni aspetti ambigui dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Ed è anche, dei quattro, quello su cui si sta concentrando il fuoco dei “Guardiani della Rivoluzione”, giornalisti e intellettuali decisi a mettere fuori gioco chiunque richiami alla continuità della Chiesa e del Magistero o alla coerenza con l’insegnamento della Chiesa.

Così il focus della controversia, che già di per sé mette in gioco questioni importanti come le modalità di intervento delle organizzazioni cattoliche caritative e i rapporti tra Santa Sede e un Ordine Sovrano, si è ormai spostato sulla figura del cardinale Burke, dipinto come una sorta di anti-Papa. Non importa che lui stesso respinga questa etichetta e smentisca dichiarazioni e intenzioni che gli sono attribuite, l’ultima nell’intervista del 12 gennaio a La Verità. Per chi ha deciso di “cecchinarlo” quello è il ruolo che gli deve essere attribuito.

Rivelatrici, in tal senso le parole con cui il vaticanista Paolo Rodari chiudeva l’articolo che su Repubblica ha dedicato al caso Ordine di Malta l’11 gennaio: «La linea dell’Ordine, sotto il patronato di Burke (…) dista anni luce con quanto la Chiesa tutta, al tempo di Francesco, sta cercando di fare: il Vangelo incarnato nelle sfide del tempo, vicino all’uomo e alle sue sofferenze». Ecco lo schema: Burke contro la Chiesa tutta, una semplificazione grossolana che non corrisponde minimamente alla verità.

Ma soprattutto questo giudizio rivela quale sia la vera posta in gioco. Nel caso in questione si sta parlando della distribuzione di contraccettivi nei Paesi poveri, all’interno di progetti di assistenza e sviluppo promossi da organismi cattolici. Opponendosi a questa pratica, secondo Rodari, si predicherebbe un Vangelo disincarnato, lontano dalle sofferenze dell’uomo. Va da sé che la “nuova” Chiesa non si preoccuperebbe più di annunciare la Verità sull’uomo, ma di soddisfare i desideri e le esigenze immediate.

Ritorna lo schema dottrina contro pastorale, attenzione ai bisogni veri dell’uomo contro il legalismo e il moralismo.
È uno schema falso che mette in discussione la verità stessa del cattolicesimo, perché se la dottrina (ciò che Cristo ci ha rivelato) non corrisponde alla verità dell’uomo, il cattolicesimo è la più grossa menzogna della storia.

Nella bella intervista concessa dal cardinale Carlo Caffarra al Foglio e pubblicata il 14 gennaio, ci sono dei passaggi che ben spiegano questo punto. Ne cito uno che è premessa a tutto il resto: «Pensare una prassi pastorale non fondata e radicata nella dottrina significa fondare e radicare la prassi pastorale sull’arbitrio. Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante. La Verità di cui noi parliamo (…) è una Verità che dona salvezza eterna (…) la quale, se obbedita dalla libertà, genera la vera vita».


Questa è la certezza e la convinzione che hanno accompagnato l’annuncio missionario della Chiesa per duemila anni. Ed è ciò che oggi si sta mettendo in discussione. Lo scontro nella Chiesa che stiamo vivendo è a questo livello.

giovedì 10 novembre 2016

LA FINE DI UNA STORIA


L’Unità del 21 gennaio 2009, giorno dell’insediamento di Obama titola a tutta pagina

Il mondo e’ cambiato
CAMBIAMO CON LUI



All’interno:  “Le parole di domani” della desaparecida Concita De Gregorio, e poi”Il Presidente è uno di noi” lo stesso titolo rurale usato oggi da Feltri per Trump,  “Caro Presidente, i sogni dei bambini” di una toccante Lidia Ravera,  Veltroni in una nota di euforia “In America tutto è possibile”, e infine i piccoli appunti che rendono umano un fatto storico, il giudice emozionato che inciampa sul giuramento, Ted Kennedy che sviene al pranzo del congresso, e il malinconico Bush che se ne va in elicottero dopo un rapido sorvolo sulla Casa Bianca, per un ultimo saluto. 
Ah, come era bello il mondo a colori!


REPUBBLICA di oggi


Repubblica di oggi copia l’Unità del 2009, con tanti articoloni, ma alla fine resta qualcosa di inespresso: “ IL MONDO E’ CAMBIATO”, so what? e quindi?

E anche gli altri giornali hanno titoli triti (“Presidente per tutti”) o con il pregiudizio incorporato (“Svanite le certezze”) e infine dalla Gazzetta del Mezzogiorno  la sintesi from Puglia, Italy, delle elezioni americane: “Trump seduce l’America”.

Nessun pentimento per aver sbagliato tutto e non aver capito che la realtà non è quello che le èlite da loro rappresentate sognano. Era una buona occasione per ristabilire un minimo di contatto con la realtà (e i lettori), è stata buttata alle ortiche.

Due considerazioni dopo le elezioni americane
  1. i mass media sono ormai scollati dalla realtà. Non osservano, non ascoltano, non imparano dall’esperienza, non sono interessati alla verità. I media sono una classe di potere a sé, che si riferisce a sé e non c’entra più nulla con la gente reale e con il popolo reale

  1. Trump ha dimostrato che chiunque arrivi e bypassi politica e media vince, perché la gente non riconosce più alla politica e ai media la capacità di dire cose sensate e veritiere, di svolgere la funzione per cui esistono. Quindi non è un problema di persona, ma di sistema.

lunedì 17 ottobre 2016

LO SMEMORATO DELLA REPUBBLICA


Vittorio Feltri per Libero Quotidiano

Premettiamo che non siamo animati da rancore, un sentimento faticoso da coltivarsi. Chi ha da fare non ha tempo per odiare alcuno, al massimo dice una battuta scherzosa sulle persone che non stima. È esattamente il nostro intento mentre scriviamo queste note. Dario Fo è morto a novanta anni e oltre. Succede a tutti di concludere la propria vita, succede a pochi di arrivare a una età così avanzata. È un privilegio raro tirare le cuoia quando si è ancora lucidi.
Il Nobel l' ha avuto. Beato lui.


Ieri i giornali gli hanno tributato ogni onore possibile e immaginabile. Si sono lasciati andare a elogi esagerati e si sono ben guardati dal muovere critiche al guitto, la cui esistenza è stata ricca di incidenti.

Non importa che abbiano minimizzato la sua giovanile adesione alla Repubblica sociale di Salò. In fondo anche i nostri padri, almeno il mio, sono stati fascisti fino alla morte del Duce e anche dopo. Giorgio Albertazzi, come Fo, indossò orgogliosamente la camicia nera. Ma non ne fece mai mistero, ne parlava con sereno distacco senza rinnegare il suo tumultuoso passato. Dario invece sorvolava. Guai a ricordargli ciò che era stato. Forse se ne vergognava. Gli uomini non sono tutti uguali.
 E anche Mario Calabresi non è molto uguale, sia pure per ragioni diverse.

Il direttore di Repubblica ha lasciato che il quotidiano da lui diretto sbrodolasse sulla presunta grandezza del Nobel, al quale ha infatti dedicato pagine e pagine non di inchiostro ma di saliva, trasformandolo in una sorta di eroe della patria culturale.

Non ci sarebbe problema, se non fosse che Calabresi non è un orfano qualunque, ma figlio del commissario Luigi Calabresi assassinato da Lotta Continua molti anni orsono, dopo che Dario Fo ne aveva sollecitato l' eliminazione in un comunicato storico sottoscritto da una folla di intellettuali, veri o presunti, ovviamente tutti filo-comunisti.

Ora si sa che il tempo è medico e che la memoria è corta, per cui capisco che Calabresi abbia glissato sui misfatti di Fo e gli abbia riservato comunque smisurati peana sul proprio foglio. Ma c' è un limite oltre il quale non doveva andare.

Almeno due righe per ricordare il papà ammazzato su istigazione anche del Nobel egli avrebbe avuto l' obbligo morale di scriverle. Invece non lo ha fatto. D' accordo che la carriera è fondamentale, ma lo è anche la dignità. Quella dignità che Adriano Sofri, condannato per il delitto del commissario, ha dimostrato di possedere dimettendosi da Repubblica il giorno stesso in cui l' orfano ne assunse la guida. Grande Sofri, piccolo Calabresi.


martedì 6 settembre 2016

CL E LA SUA STORIA

Caro professore, giù le mani dalla storia di Cl
Il potere mediatico sta dicendo a Cl: «se cambi pelle, sarai benvenuta nel mondo»

di Peppino Zola tratto da la nuovabussola
06-09-2016


Malgrado il grande e ingenuo impegno dell’attuale dirigenza di Cl teso ad accattivarsi i mass-media, noto che c’è una ripresa degli attacchi giornalistici al movimento fondato dal servo di Dio don Giussani, che mettono in mostra che il movimento non va bene a lorsignori con nessun tipo di pelle. Il solito Espresso del 28 agosto dedica tre pagine generiche e confuse alla “rete dei ciellini”, che sarebbe più forte ed egemonico di prima, anche senza Formigoni e Lupi. 

La Repubblica, appartenente allo stesso gruppo editoriale, ospita, il27 agosto, un articolo del professor Agostino Giovagnoli, il quale, in modo a mio parere molto arbitrario, ipotizza un futuro di Cl che sarebbe distante dal movimento delle origini e della storia. Vale la pena esaminare questo secondo articolo. Vedendo dall’esterno il movimento, Giovagnoli prende alcune cantonate, a partire dalla considerazione che gli fa dire che vi sarebbero dei ciellini contrari ad ogni cambiamento. Notizia sbagliata, perché i ciellini sanno che la vita cristiana ci chiede una continua conversione e quindi un continuo cambiamento.

La fedeltà al carisma di don Giussani è la garanzia di ogni vero cambiamento. Il resto è soloideologia. L’articolista insinua il dubbio che i ciellini non sappiano quale debba essere il “punto d’arrivo” del movimento. Non ci può essere dubbio su questo. Il movimento, attraverso l’adesione libera, convinta e personale di ciascuno che vi appartiene ed una intensa vita comunitaria (il popolo di Dio di cui parla il Concilio), sa bene che lo scopo di tutto è, in ogni modo, affermare «la gloria umana di Cristo».

Giovagnoli afferma che la prova che in Cl vi sarebbe un “nuovo corso” è data dal fatto che quest’annoal meeting di Rimini hanno partecipato «ortodossi, ebrei e mussulmani, nonché personalità non particolarmente vicine al movimento». Osservazione banale. Non so se Giovagnoli abbia partecipato a precedenti edizioni del meeting: in tal caso, avrebbe visto che da sempre sono presenti al meeting tutte la persone da lui elencate, perché il movimento, e con esso il meeting, è sempre stato aperto a tutti, per un confronto civile delle posizioni umane e culturali, al di fuori di mire interessate, forse ancor più di oggi. Il dialogo c’è sempre stato ed ha sempre affascinato tutti.

Il punto che più mi ha negativamente impressionato dell’articolo di Giovagnoli è là dove egli haauspicato che “il nuovo corso” arrivi a queste terribili conseguenze: «persino la memoria di un incontro che ha cambiato la vita, infatti, può diventare un’idolatria delle origini che le priva della loro forza più vera se non si accetta la sfida del presente». La frase è totalmente inaccettabile perché mette in dubbio la bontà positiva del Signore che ha permesso a molti giessini prima e a moltissimi ciellini dopo di assaporare la grazia gratuita di una vita totalmente nuova e diversa, che permette loro non solo di accettare, ma anche di affrontare tutte, e dico tutte, le sfide del presente. Nessuno, neppure le autorità ecclesiastiche, possono permettersi di abolire ciò che il Signore ha voluto e causato. I ciellini vogliono solo essere fedeli alla storia di questo straordinario carisma. 

Giù la mani dalla nostra storia, caro Giovagnoli. Aveva assolutamente ragione Antonio Gramsci,quando affermava che «nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente». E, come ti ho già segnalato in altra occasione, don Carron ha scritto che «la fedeltà all’inizio è decisiva se non si vuole smarrire la strada» (prefazione al libro delle conversazioni di don Giussani con Robi Ronza).

E stia tranquillo, Giovagnoli: per i ciellini non esiste il «Giussani del mito». Per loro, esiste un uomo santo, che, come tale, va seguito ed amato. Per questo, esiste solo il «Giussani della storia» e, semmai, sono preoccupati che la storia di Giussani venga cambiata per potere meglio seguire le proprie soggettive posizioni e tesi. 
Così, Dario Di Vico, sul Corriere, approva soddisfatto una svolta del movimento, in cambio di «ulteriore rispetto e considerazione». In poche parole, il potere mediatico sta dicendo a Cl: «se cambi pelle, sarai benvenuta nel mondo». Ma Gesù, nel Vangelo, ha chiesto esattamente l’opposto ed ha messo i suoi discepoli in guardia dal consenso del mondo.


lunedì 13 giugno 2016

CHIAMARE LE COSE CON IL PROPRIO NOME: LA STRAGE DI ORLANDO È TERRORISMO ISLAMICO

Chi nega la radice religiosa dell’attacco nel club gay americano che ha causato 50 vittime finisce per creare una confusione che rende più difficile identificare e combattere il nemico

Tutta colpa di Trump, delle pistole e del suprematismo bianco. Un bestiario dei giornali italiani su Orlando
Da Repubblica, al Corriere della Sera, passando per l'Unità. La solita narrativa dominante con cui la stampa italiana commenta la strage della Florida

il terrorista Omar Mateen
I criminali di Columbine o di Aurora nel Colorado e la falciatura di gay e lesbiche nel “Pulse” di Orlando nel nome del Profeta – la stessa città dove ieri l’altro fu spenta l’innocua nocetta di una piccola stella del pop da talent show – sono azioni di retroguardia, condotte con il volto girato verso un passato che non può mai più tornare, ma che i cultori neonazi dell’America Bianca e i nuovi americani missionari della purificazione morale a colpi di Corano calibro nuove continueranno a combattere. E’ la nuova Mein Kampf 2.0.
Trovano ora per la prima volta anche nei grandi imbonitori della politica ufficiale voci che li incoraggiano a condurre la nuova guerra civile e massacrare, per ora simbolicamente, i nemici, quali che essi siano, di volta in volta. Per rifare l’America Grande per gli obitori e i muri e le Glock calibro 9 per tutti, come vuole Donald Trump.
Editoriale di Vittorio Zucconi, Repubblica

Il massacro di Orlando, pur con le sue dimensioni impressionanti e l’origine afgana dell’assassino, potrebbe essere il crimine di uno squilibrato dettato dall’odio contro una minoranza: in questo caso quella dei gay. Qualcosa di simile agli attacchi dei “white supremacist” contro i neri in una chiesa di Charleston o in un tempio sikh del Wisconsin.

(…) Dopo la strage di San Bernardino, a dicembre, era diffuso il timore che l’atmosfera surriscaldata della campagna elettorale potesse alimentare altri attentati di ‘lupi solitari’. (…) Più che al terrorismo, il massacro di Orlando ci riporta alle stragi insensate nelle scuole, nei cinema, nei campus universitari d’America. E agli ‘hate crime’ degli estremisti della supremazia bianca che di volta in volta hanno preso di mira varie minoranze etniche e religiose. Stavolta l’intolleranza è quella di un uomo di origine afgana, ma il suo sembra essere il gesto di uno squilibrato violento più che quello di un estremista religioso con un’agenda precisa.
Editoriale di Guido Olimpio, Corriere della Sera

Con chi ce l’ha, Cunningham?
Con tutti quelli che denigrano ogni giorno la comunità omosessuale: politici, religiosi, ognuno che abbia risonanza pubblica e che viene ancora invitato dai media. Sono tutti responsabili di questa mattanza.
Per esempio?
Prenda Ted Cruz, il candidato repubblicano sconfitto da Trump. Ha ricevuto il sostegno anche da un predicatore evangelico (Kevin Swanson, ndr) secondo cui i gay dovrebbero essere giustiziati. E Cruz lo ha accettato. Poi ha perso le primarie repubblicane. Ma quel religioso è ancora lì. E nessuno dice niente. Persone come queste sono corresponsabili della strage di oggi. (…) Soggetti come Trump danno solo un megafono più estremo a sentimenti di destra che hanno avuto sfogo per decenni: omofobia, sessismo, isolazionismo. E oggi abbiamo raggiunto questo climax inquietante.
Intervista a Michael Cunningham, scrittore americano, Repubblica

“Licenza di strage. (…) Il Far west del paese più armato è la guerra persa da Obama, vinta dalla lobby filo Trump”.
Titolo di apertura de l’Unità


Il problema principale risiede nella mancanza di regolamenti sull’acquisto di armi da fuoco.
Federiga Bindi, l’Unità


Mentre canti e balli ti possono uccidere. A Orlando, in California, nel locale frequentato da persone omosessuali la morte è arrivata in una nottata di divertimenti. A imbracciare le armi, a portare un ordigno, un killer che spara sulla folla. Una folla di gente che non sta facendo nulla se non riunirsi come accade il sabato sera quasi in ogni angolo del mondo. Strage omofobia? Il movente è l’odio contro i gay, dice il padre del killer. Nell’America che conosce l’intolleranza e pare apprezzarla, visto il consenso riscosso da Donald Trump, l’omicida ha preso di mira proprio gay e lesbiche. Trump, più friendly in passato, in questa campagna ha dichiarato che se verrà eletto annullerà il decreto della Corte Suprema per ripristinare come unico matrimonio quello tra un uomo e una donna. Come al solito, gay e lesbiche possono diventare bersagli molto facili nel corso delle campagne elettorali.

Delia Vaccarello, l’Unità