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mercoledì 7 marzo 2018

SE LA CHIESA NON EDUCA, ABBANDONA IL POPOLO A SE STESSO


MONS. LUIGI NEGRI
La grande assente di questa competizione elettorale è una presenza cristiana autentica, che è poi la grande assente dalla vita della società italiana. Ma per la Chiesa questa è una sfida  a recuperare la propria identità alla missione, per annunciare Cristo.

Non ho certamente né la competenza né la presunzione di aggiungere una mia particolare interpretazione alla vicenda elettorale che si è conclusa. Preferisco invece fare una serie di osservazioni a un livello più fondamentale della vita politica che richiama inevitabilmente una concezione dell’esistenza o - come diceva san Giovanni Paolo II - la cultura.

Vincitori e vinti sono per me accomunati da una totale assenza di cultura, cioè di una concezione dell’esistenza e quindi di una concezione dei rapporti sociali. In fondo la concezione della politica è uguale, sia in chi è stato scalzato dal potere sia in chi lo sostituisce. È una concezione sostanzialmente materialistica e consumistica.


La grande affermazione dei 5 stelle al Sud ci dice anzitutto che anche lì è risultata inesistente, inconsistente e inespressa quella tradizione popolare cattolica che normalmente era presente nelle vicende culturali e politiche del Mezzogiorno. Oggi il Mezzogiorno è azzerato nella sua tradizione e gli viene imposta dal centro ancora una volta una versione della vita e della società assolutamente estranea alla tradizione del Meridione italiano.

È come se la cultura fosse relegata ai margini della vita politica. E la vita politica fosse sostanzialmente ridotta alla possibilità che forze nuove succedano a quelle che fino ad adesso hanno detenuto il potere, ma per gestire il cosiddetto potere in un modo sostanzialmente non diverso dal passato.Ora, che in questa visione sia difficile prevedere una via agevole per arrivare al governo rende ancora più complessa la situazione, che sicuramente è di grave difficoltà e di grave confusione.

E qui è necessario parlare della grande assente di questa competizione politica, che è poi la grande assente dalla vita della società italiana. Vale a dire una presenza cristiana autentica. Una presenza cristiana che è rimasta ai margini della vita sociale anche quando si compivano delitti contro la coscienza del popolo, contro la coscienza della persona. Parlo ad esempio di tutta quella trama di leggi contro la famiglia che in pochi mesi ha sostanzialmente svuotato la famiglia della sua identità, della sua missione. La famiglia è stata attaccata nella sua sostanziale identità, nella sua originale identità di essere un luogo di presenza gratuita e di responsabilità verso la storia e verso l’umanità.

E tutto questo è accaduto senza che i cattolici abbiano fatto un minimo di resistenza, o meglio c’è stata la resistenza vana di pochissimi; così pure poco più che un intervento molto flebile è stato fatto per questa ignobile questione del testamento biologico, che di fatto avvia il processo dell’eutanasia in Italia.

Appare che questa realtà cattolica italiana - che pure ha avuto una parte rilevante nella tradizione politica, sociale, democratica del nostro paese, oltre ad aver prima avuto una sostanziale capacità di resistenza al regime - sembra votata all’inincidenza. E, per inciso, val la pena ricordare che l’inincidenza è un aspetto dell’inesistenza.

Credo invece che una prova gravissima come quella che ha subito la Chiesa italiana  sia come un’ultima occasione per riprendere il senso profondo della propria identità e della propria missione, soprattutto di quella missione di educazione del popolo ai valori fondamentali della vita personale e sociale, che hanno detto nei secoli una responsabilità diretta e inderogabile della Chiesa.

Se la Chiesa non educa, il popolo è abbandonato a se stesso. Ovviamente non perché la Chiesa sia l’unica agenzia educativa; ma perché la Chiesa nella misura in cui è fedele alla propria identità, immette in tutta la società valori grandi a fondazione della vita, valori grandi in quelle che sono espressioni della vita, che non viene banalizzata nell’ambito dei propri piccoli interessi materiali, personali o parentali. Sostiene il grande compito di intervenire attivamente nella vita della società e della storia. Se la Chiesa non educa, non educa la parte più viva del popolo e quindi depaupera tutto il popolo di una presenza attiva.

Quello che ci aspetta forse nei prossimi anni, se vogliamo come cristiani riscuoterci da questo torpore che ci ha avvinto, è chiedere con umiltà al Signore di aiutarci a vivere la nostra missione educativa, cioè di contribuire alla creazione di «un popolo di laici, vivi, attivi e intraprendenti», come augurava al laicato della mia prima diocesi di San Marino Montefeltro papa Benedetto XVI, congedandosi dopo una giornata indimenticabile.

Noi non possiamo cercare di combattere il predominio quasi assoluto della mentalità laicista, il pensiero unico dominante, laicista, consumista e istintivo, con forze ideologiche; a questa marea montante della banalità, a questa marea montante della meschinità, possiamo opporre una vita nuova, quella che Cristo ci dona nel battesimo e nell’appartenenza alla Chiesa, quella che rende così bella la nostra vita quotidiana.

Ma soprattutto ci spinge a uscire dai confini della nostra vita, della nostra storia, per annunziare a ogni uomo che vive accanto a noi che Cristo è veramente risorto, abita in mezzo a noi; e nella misura in cui apriamo la nostra vita a Lui, cambia la nostra vita perché attraverso la nostra vita cambiata possa cambiare il mondo. E questa è la sfida che viene da questa amarissima sconfitta dei cattolici: recuperare la propria identità alla missione, per annunziare Cristo, perché da questo annunzio l’uomo possa essere sempre un uomo salvato.

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio


venerdì 28 giugno 2013

CREPALDI: IL BENE COMUNE E' IL RISPETTO DELL'ORDINE DEL CREATO


«Leggi contro natura, dove sono i laici cattolici?»

di Stefano Fontana28-06-2013

 

Pubblichiamo l'intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che esce oggi sul settimanale diocesano Vita Nuova, in cui offre un giudizio sulla realtà presente del laicato cattolico e il suo impegno nel sociale e nel politico.

Eccellenza, nella sua omelia per la chiusura della processione del Corpus Domini di domenica 2 giugno, lei ha avuto parole dure circa l’approvazione di leggi che possono «compromettere i capisaldi del nostro vivere umano: la vita, la famiglia e la nostra libertà». Ora, proprio quello dovrebbe essere il campo dell’impegno dei fedeli laici. Il suo discorso era un richiamo anche a loro?
Non c’è dubbio che questa dovrebbe essere l’ora del laicato. Ma purtroppo il laicato cattolico non si fa sentire. Magari lamentando poi che i Vescovi parlano troppo.

Perché, secondo lei, questa è l’ora del laicato?
Certamente ogni ora è l’ora del laicato, perché non c’è un momento in cui il laico non tragga dal suo battesimo il compito di ordinare a Dio le cose temporali. Però questa è l’ora del laicato in modo particolare. La politica e le leggi stanno mettendo mano all’ordine della creazione, alla natura della famiglia e alle relazioni naturali di base, quella tra padre e madre e tra genitori e figli. Si tratta di qualcosa di inedito e sconvolgente che richiede una presenza particolarmente convinta ed attiva.

Perché dice che il laicato cattolico non si fa sentire?
Sono molti i laici cattolici che nella famiglia, nel lavoro, nella società incarnano con fedeltà la propria fede cristiana. Ciò avviene però soprattutto nella quotidianità. Ciò che manca in modo evidente è una presenza unitaria e coordinata nella società civile e una testimonianza chiara e coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni.

Eppure esistono vari organismi di rete tra cattolici e in passato sono stati in grado di portare in piazza con il Family Day moltissime persone. Non ci sono più?
Ci sono ancora, però bisogna prendere atto di alcuni mutamenti. Intanto alcune di queste reti si sono costituite ma non si sono consolidate, sono rimaste tali a livello formale di vertice e più di qualche convegno non potranno fare. In secondo luogo, mi sembra che alcune reti un tempo molto attive su questi temi – penso per esempio a Scienza e Vita oppure al Forum delle Associazioni familiari – abbiano un po’ allentato la presa, dirottando l’attenzione verso altre tematiche a mio avviso meno importanti. Infine, vorrei notare che anche dentro le singole associazioni e i singoli movimenti la presa di posizione sui temi che ho sopra richiamato è scarsa sia in sede nazionale che in sede locale.

Può spiegare meglio cosa intende quando parla di “testimonianza coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni”?.
Nelle amministrazioni pubbliche ci sono cattolici dichiaratamente tali. Ma quando si tratta di affrontare questi temi, essi utilizzano le categorie mentali di tutti gli altri e si fanno scudo della laicità della politica per non prendere una posizione che certamente costerebbe loro sul piano politico, ma che io vedrei come coerente sul piano umano con la fede professata.

Una delle storiche associazioni di fedeli laici è l’Azione cattolica. Cosa mi può dire a riguardo?
Prendo spunto da un recente libro di Luigi Alici dal titolo “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” edito da La Scuola.

Ma Luigi Alici non è più presidente dell’Azione cattolica…
Però lo è stato a lungo e può dirsi un intellettuale fortemente impegnato nell’associazionismo del laicato cattolico. Recentemente egli ha girato tutta l’Italia – è stato anche in Friuli Venezia Giulia ed anche a Trieste. Certo il suo libro non rappresenta l’Azione cattolica, però può essere indicativo di un modo di pensare, diffuso anche dentro l’associazione.

Cosa l’ha maggiormente colpita nel libro?
Il suo appartenere alla categoria dei libri “Sì, ma …”: affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli. Ho cercato in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero e di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia: li ho trovati. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua, dice, ma nega ed è piena di “tuttavia”.

Può fare un esempio?
Alici ha parole molto belle sulla famiglia, ma poi si dice a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali. Si rifà al cardinale Martini, ma non ai Vescovi italiani che, in una Nota del 2007, hanno chiarito la questione. I diritti per le persone omosessuali vanno affrontati sul piano del diritto privato. Il riconoscimento della convivenza in quanto tale non è accettabile né per le cosiddette coppie di fatto eterosessuali né per quelle omosessuali. Manca il requisito della valenza pubblica.

Quali sono gli argomenti di Luigi Alici a proposito?
Quello della gradualità dei diritti. Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento. Una simile argomentazione non è accettabile: ciò che è sbagliato non può essere fonte di diritti pubblicamente riconosciuti, e non può esserci per esso nessuna gradualità.

Cosa significa questo?
Credo che questo libro esprima bene una certa cultura dentro il mondo cattolico. I laici che vi si ispirano sposteranno sempre più in avanti l’asticella del “non possumus”, adeguandosi al mondo.

Nel libro di Alici c'è il continuo rifarsi al “paradosso” cristiano che farebbe del fedele laico una persona continuamente combattuta al proprio interno e a cui solo la risposta della propria coscienza potrà indicare la via.
Il paradosso cristiano non va interpretato come un'insanabile contraddizione interna del cristiano, perché la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione. Quello di Alici è un modo per far sì che l’agire dei cattolici nella società e nella politica sia lasciato unicamente alla loro autonoma coscienza.

Alici sostiene che c’è un ambito di partecipazione politica non direttamente partitica in cui dovrebbe valere la collaborazione dei cattolici con tutti gli altri e un ambito strettamente partitico in cui vale la competizione. E’ d’accordo?
Non solo tra i partiti, ma anche nella società ci sono oggi antropologie in conflitto. Anzi, oggi si assiste alla competizione tra chi dice che non c’è una antropologia, una vera visione dell’uomo, e chi invece dice che c’è. In questi campi – penso alla cultura, all’animazione sociale, alla formazione dei giovani, alla comunicazione - non può esserci solo collaborazione. Smettiamola una buona volta di continuare a illuderci e a illudere su questo punto. Dialogo e rispetto non devono mancare mai, ma la collaborazione la si fa sulla verità.

Da cosa dipende tutto ciò?
Credo dipenda dall’aver cambiato lo scopo della presenza dei laici cristiani nel mondo. I laici hanno come scopo di ordinare a Dio l’ordine temporale – come dice il Concilio – o, in altre parole, di costruire la società secondo il progetto di Dio. Invece, lo scopo dei fedeli laici è stato ridotto a conseguire il bene comune, a costruire la democrazia, a realizzare la Costituzione, a far funzionare le istituzioni.

Perché l’obiettivo del bene comune non va bene?
Va bene, a patto però che in esso si faccia rientrare anche il rispetto dell’ordine del creato e il benessere spirituale e religioso delle persone. Non c’è vero bene comune quando Dio viene messo tra parentesi e quando a Dio non è riconosciuto un posto nel mondo.

L’Azione cattolica ha avuto una lunga storia. Qual è stato il suo momento critico secondo lei?
Lascio questo compito agli storici. Posso solo tentare qualche ipotesi. La cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione cattolica in modo ambiguo. Doveva comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”. E’ stata invece vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata condannata troppo frettolosamente come preconciliare. Dico “apparente” perché – strano a dirsi! – da allora moltissimi dirigenti dell’Azione cattolica si impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra. Ultimo esempio è stato Ernesto Preziosi alle recenti elezioni politiche.

Allora a lei l’Azione Cattolica non va bene?
Io credo nell’Azione Cattolica, continuo ad esserne un sostenitore convinto e, a parte qualcuno e qualcuna, sono assai grato a quella diocesana per quello che fa e nutro grandi aspettative verso di essa. Credo però che l’Azione cattolica - sto parlando in termini generali - oggi abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo. Ciò sarebbe di grande vantaggio non solo per la missione pastorale delle nostre Diocesi, ma anche per le altre forme di associazionismo dei fedeli laici.

In che modo?
Si tratta di essere fedeli, in maniera integrale e con generosità spirituale, all’insegnamento del Concilio Vaticano II: essere laici nel mondo per ordinarlo a Dio, mettendo in primo piano l'esigenza e l'urgenza dell'ordinarlo a Dio. Per l'Azione cattolica significa: recuperare la sostanza del proprio passato, anche di quello che oggi si ricorda con un certo inspiegabile disprezzo; recuperare la dottrina sociale della Chiesa in tutti i suoi sostanziali collegamenti con la dottrina cristiana; intendere la laicità nel modo che ci ha insegnato Benedetto XVI, cioè pensare che al mondo non bisogna solo adeguarsi se si vuole veramente servirlo; superare una visione inadeguata del Concilio, recuperandone tutto l’insegnamento dentro la tradizione della Chiesa e non le solite due o tre frasi adoperate in modo retorico; non minimizzare gli attacchi che oggi vengono portati alla natura umana e alla fede cristiana, accusando quanti cercano di reagire di voler ristabilire uno schema mentale integralista proprio del passato. La Chiesa ha un bisogno immenso di un'Azione cattolica così, che riprenda a formare laici capaci di costruire la società secondo il cuore e il progetto di Dio. Per questo continuo a pregare e a sperare...

giovedì 8 settembre 2011

ANGELO SCOLA E LA VERA LAICITA'

La sfida di Scola e la vera laicità

di Giacomo Samek Lodovici
Labussola quotidiana08-09-2011

«Scola: cristiani e vita pubblica, più coraggio».

Così venerdì scorso Avvenire titolava efficacemente una sintesi dell’intervista rilasciata di recente ad alcune testate dal cardinal Scola, l’unica concessa dopo che il Papa lo ha nominato a Milano. Per il neo successore di Ambrogio – che il 9 settembre, tramite un procuratore, prenderà possesso canonico dell’arcidiocesi, con una celebrazione che si terrà in Duomo – «Nel prossimo decennio la questione dell’impegno politico dei cristiani e della dimensione sociale della vita di fede, sul piano personale e comunitario, sarà bruciante» e «Bisognerebbe che i cristiani si interrogassero molto di più sulla modalità con cui attuare la dimensione pubblica della fede. […] Penso ai temi scottanti della nascita, della morte, della bioetica in generale, dell’educazione, della giustizia sociale e altri».

È un invito cruciale, che va assolutamente raccolto e rilanciato, ma che si scontra con alcune convinzioni che sono molto frequenti, sia tra i non credenti sia fra i credenti. Infatti, molti (anche tra gli stessi cattolici, lo ripetiamo) pensano che i cattolici non possano pronunciarsi nella sfera pubblica sulle questioni menzionate da Scola − questioni che in larga misura coincidono con i «valori non negoziabili» e primari che tanto stanno a cuore a Benedetto XVI − perché ritengono che le convinzioni di fede non debbano valere per chi la fede non ce l’ha.

A maggior ragione, l’interdetto viene rivolto nei confronti dei pronunciamenti della Chiesa su questi temi, a cui viene imputato il reato (per così dire) di lesa laicità.
Ora, non è ovviamente qui possibile soffermarsi sulle diverse accezioni (talvolta scorrette) con cui viene utilizzato il termine «laicità».

Diciamo solo che, attingendo all’evangelico «rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (Lc, 20, 25), fin dalle sue origini è stata proprio la Chiesa ad elaborare un concetto di laicità intesa come distinzione tra religione e politica, tra Chiesa e Stato. Distinzione non vuol dire opposizione (come vorrebbe il laicismo), né comporta il silenziamento laicista della religione da parte dello Stato: del resto, esigere il silenzio della Chiesa vuol dire violare il diritto alla libertà di espressione, che deve valere per tutti (e va revocato solo a chi ne approfitta per fare apologia di reato) e quindi anche per la Chiesa.

Quest’ultima, inoltre, ha da proporre un giacimento di esperienza e di insegnamenti accumulati per 2000 anni e già solo per questo motivo sarebbe ragionevole ascoltarla, beninteso dubitando molto spesso delle sintesi giornalistiche e leggendo direttamente quanto essa propone, come oggi è possibile fare attraverso internet.
Piuttosto, distinzione tra religione e politica vuol dire che (diversamente da quanto avviene nelle teocrazie) i chierici non devono (eccetto casi particolari) essere politici e che le norme religiose non devono tradursi in leggi dello Stato.

Ora, questa laicità non viene affatto violata dalla Chiesa, perché essa svolge il suo magistero usando due registri: talvolta usa sì argomenti che provengono dalla fede ma, in questi casi, non chiede allo Stato di adottare certe iniziative o certe leggi su questa base; quando si rivolge allo Stato e ai politici lo fa sulla scorta di argomenti ‘laici’, razionali (come ha ricordato anche il cardinal Bagnasco domenica scorsa), che a buon diritto hanno titolo di cittadinanza nella sfera pubblica.

Ovviamente questi argomenti in un Angelus o in una dichiarazione alla stampa, ecc. non possono essere formulati o possono essere solo accennati, e un’omelia non è il luogo per svolgerli; ma nelle encicliche e in altri documenti sono invece dispiegati. Solo che i mass media spesso non li riportano.

Così, per una rovinosa incomprensione, anche molti cattolici pensano che le posizioni della Chiesa discendano solo dalla fede. Le cose non stanno così ed è fondamentale, imprescindibile chiarirlo: i valori non negoziabili e gli altri valori che la Chiesa promuove sono già condivisibili dalla ragione ‘laica’, tanto è vero che i cattolici hanno avuto e hanno diversi compagni di strada anche tra i non credenti: si pensi, per fare solo alcuni nomi recenti e italiani, a Norberto Bobbio, Oriana Fallaci, Giuliano Ferrara e Marcello Pera. Inoltre, la Chiesa, da sempre, chiede ai credenti di promuovere, proporre, difendere la visione cristiana della vita, sia con la testimonianza, sia sforzandosi di «rendere ragione» (1 Pt, 3, 15).