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venerdì 31 ottobre 2025

I CATTOLICI E LA POLITICA. L'IMPEGNO DI ROMANO COLOZZI

 


I cattolici e la politica. L’impegno di Romano Colozzi

Il 29 ottobre al Palazzo del Ridotto si è un dedicato un convegno al politico cesenate e all’esperienza del Movimento Popolare.

Èdedicato alla memoria e agli albori politici di Romano Colozzi, cesenate per oltre vent’anni assessore alla regione Lombardia scomparso nel 2023, il convegno che si terrà mercoledì 29 ottobre alle 21 al palazzo del Ridotto di Cesena, promosso da LetturIncontro, LabOra e Il Crocevia. Prende spunto dal volume ’Movimento Popolare. Materiali per una storia’ di Rodolfo Casadei, Roberto Formigoni (tra i fondatori di Mp) e Gian Franco Lucini. Casadei sarà presente insieme a Giancarlo Cesana, già presidente di Mp e ad Arturo Alberti, firmatario del manifesto del movimento a Cesena. In dialogo con Leonardo Lugaresi e Michele Navacchia, gli ospiti ripercorreranno la nascita e l’esperienza del soggetto politico negli anni ’70 e ’80.

Campanile di San Martino (Ivrea)

"Il Mp si costituì Cesena nel 1976 – rievoca il medico Arturo Alberti, che con Colozzi fu tra i promotori – per cercare di riaggregare il mondo cattolico e farlo diventare un soggetto culturale e politico capace di giudizi e di costruttività sociale. Eravano una trentina di persone nel dicembre del 1975 a ritrovarci per costituire la base fondativa, e nel febbraio 1976 in un teatro Jolly gremito tenemmo l’evento inaugurale". Alberti fu il presidente di Mp per anni, la sede era in mura Barriera Levante. "Gli aderenti - aggiunge - non erano solo di Comunione e Liberazione. In seguito l’ipotesi di un movimento cattolico perse pian piano la sua forza senza comunque rinunciare ad accogliere chiunque fosse disposto a lavorare in questo soggetto. Il settimanale ’Il Sabato’, fu uno strumento molto utile".

"L’incontro dedicato alla memoria di Romano Colozzi – afferma Alberti – non vuole essere una malinconica riunione di nostalgici, ma intende riproporre un impegno culturale e politico con altre forme ma con lo stesso desiderio di essere utili alla costruzione del bene comune" "Quegli anni della nostra gioventù –: rievoca Alberti – furono pieni di passione. Romano ed io fummo entrambi candidati nel 1975 come indipendenti nella Dc. Io ebbi più di mille preferenze, poco meno del professor Giobbe Gentili. Scegliemmo di impegnarci nella Dc per dare un contributo affinché mantenesse l’identità cristiana, consapevoli che nel partito c’erano molte anime e alcune temevano Cl. A posteriori, vedendo cosa è successo con la seconda repubblica, devo constatare che la Dc fu un grande partito."

 

 

sabato 26 ottobre 2024

DEVI DIRMI DOV'E'


Oggi 26 ottobre 2024  a Cesena nel Tempio Maggiore della Diocesi 
al termine della Santa Messa officiata
 dal Vescovo Mons. Douglas Regattierr per le esequie  di

ROMANO COLOZZI

il popolo ha cantato la "Canzone del Melograno"
di Claudio Chieffo




Testo
In una piccola casa nel cuore della città
C'è un giardino nascosto che nessuno si può immaginare
Nel giardino c'è un melograno coi rami in fiore
E tra i sassi del muro nascono le viole
Devi dirmi dov'è questa casa dei fiori
È da sempre che cerco la casa dove posso tornare
Devi dirmi dov'è, perché voglio venire anch'io
Non lasciarmi da solo
Bussa pure alla porta, mia madre ti aprirà
Lei è ancora più bella di quello che puoi immaginare
Nella casa del melograno c'è sempre il sole
E la brezza di sera ti fa sentire il mare
Devi dirmi dov'è la tua casa dei fiori
È da sempre che cerco la casa dove posso tornare
Devi dirmi dov'è, perché voglio venire anch'io
Fammi stare con te
Segui il raggio di luce e la luce ti porterà
Dove il dubbio torna domanda e rinasce il cuore
Nel giardino c'è Dio che ti aspetta e ti vuole parlare
Puoi sederti vicino, vicino ad ascoltare


giovedì 24 ottobre 2024

IN MORTE DI UN AMICO

 

24 OTTOBRE 2024 GIOVEDI’

 leonardolugaresi 

ROMANO COLOZZI

Una volta, quando ci si andava a confessare, il sacerdote prima di pronunciare la formula dell’assoluzione diceva queste parole: «Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis, et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris, et mali sustinueris, sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ, et præmium vitæ æternæ». La passione di nostro Signore Gesù Cristo, i meriti della beata Maria Vergine e di tutti i Santi, tutto quel che di buono avrai fatto e il male che avrai sopportato ti valgano per la remissione dei peccati, l’aumento della grazia e il premio della vita eterna.

Romano Colozzi, che è morto poche ore fa, di cose buone e importanti ne ha fatte molte nel corso della sua vita attiva, spesa bene come uomo politico e amministratore della cosa pubblica per il “bene comune”, come si usa dire con una formula che di solito è vuota ma in questo caso no, perché si è concretizzata nella partecipazione al più importante tentativo di applicare la dottrina sociale della chiesa alla politica italiana mai realizzato nella storia del nostro paese. (Sì, mi riferisco al governo della regione Lombardia dalla metà degli anni novanta fino ai primi anni dieci).

Ma il quidquid boni di ciascuno di noi, quando c’è, è sempre inevitabilmente pieno di imperfezioni (se non altro dell’amor proprio che inevitabilmente ci mettiamo): Dio lo accetta, lo gradisce, ma c’è qualcosa di più grande, di più puro e di più gradito che possiamo dargli, ed è la fede speranza e carità con cui possiamo vivere le sofferenze che dobbiamo sopportare.

Romano, come dicevo, ha fatto cose grandi e buone nella sua vita attiva, ma assai più grande è stata – per quel che di lontano e senza mai parlarne con lui ho potuto intravedere – quella che mi pare giusto chiamare la sua “vita contemplativa”: i lunghi anni di sofferenze fisiche silenziosamente portati in un modo che, sia pur da me solo spiato quasi di nascosto, mi hanno riempito di ammirazione e ora mi pervadono di una confusione dolorosa e al tempo stesso lieta e grata, alla notizia della sua morte.

Ma anche questo sentimento servirebbe a poco, se la sua testimonianza non fosse, come invece è, martirio, cioè prova della verità del fatto di Cristo.

Grazie, Romano.

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Caro Romano, Maria "sicurezza della nostra speranza" ti accompagni all'abbraccio con il Risorto nel suo Regno.

Gli amici del Crocevia

domenica 28 gennaio 2024

CATTOLICI E POLITICA: UN GIUDIZIO DALLA ROMAGNA

Dopo l'incontro del 24 gennaio del vescovo di Cesena Douglas Regattieri con i giornalisti in occasione del patrono, san Francesco di Sales, l'ex assessore alla Regione Lombardia, il cesenate Romano Colozzi, ha inviato un suo scritto circa la rilevanza dei cattolici in politica dopo la dissoluzione della DC.

Carissimi, nell'incontro di ieri tra il vescovo Douglas e i giornalisti mi ha molto colpito quanto è stato detto in relazione alle prossime elezioni amministrative: 

"Monsignor Regattieri rimpiange il tempo della Democrazia cristiana, partito dei cattolici?”

«Lo rimpiango – ha risposto il vescovo – vedendo la dispersione dei cattolici e il fatto che non è stato trovato il modo per essere significativamente presenti». «In questi anni con il giovane sindaco di Cesena ho creato un bel rapporto, ci sentiamo spesso. Ciò non toglie che le visioni siano molto diverse, ma ci accomuna l’attenzione ai poveri»".

La nettezza di questo giudizio è tale da spingere ad una seria riflessione (e ad un conseguente giudizio) tutti i cattolici cesenati, il cui atteggiamento politico riassumerei, semplificando, in tre fondamentali posizioni: chi é favorevole all'attuale amministrazione(retta da 50 anni dal PD), fino a collaborare attivamente con essa; chi si oppone ad essa frontalmente, sostenendo partiti di diversa collocazione politica; chi é sostanzialmente disinteressato alle vicende politiche, ritenendo che non abbiano a che fare con la propria identità di cattolici. 

Il giudizio di monsignor Regattieri mi sembra contenga alcuni spunti che dovrebbero guidare questo lavoro di giudizio e che schematizzerei così

Mons. Douglas Regattieri

- la mancanza di unità politica dei cattolici non é un valore, ma é un di meno di cui si prende atto (col desiderio, magari, che si possa superare l'attuale dispersione)
- la presenza politica dei cattolici non é riuscita a trovare modalità di presenza significativa (in altre parole, é stata una presenza non visibile o non sufficientemente efficace)
- il rapporto umanamente positivo con il sindaco PD Enzo Lattuca non ha fatto venire meno il fatto di avere "visioni molto diverse"
- il disinteresse dei cattolici per la presenza sociale e politica non è un bene, tanto é vero che si auspicherebbe una presenza più significativa (qui la memoria corre al richiamo di Papa Francesco fatto proprio a Cesena nel 2018) a "non stare al balcone").

Credo che la rilevanza di quanto detto dal nostro vescovo sia tale da meritare che non solo singolarmente, ma anche a livello ecclesiale si individuino modalità per prendere sul serio questo importante richiamo.

Romano Colozzi - Cesena

 

giovedì 4 giugno 2020

“SOLITUDINE, PAURA E FEDE: I MIEI 40 GIORNI IN TERAPIA INTENSIVA”


INTERVISTA A ROMANO COLOZZI

Cosa vuol dire essere ricoverato per Covid-19 e arrivare quasi alla morte? Ce lo racconta un paziente guarito
“Avevo l’identikit per non guarire, per essere il classico paziente a rischio: età avanzata, patologie pregresse. Avevo paura di morire, ma non tanto paura della morte, quanto di non riuscire più a vedere i miei familiari prima di andarmene”. Romano Colozzi, di Cesena, ex assessore al Bilancio delle giunte Formigoni, è una delle migliaia di persone colpite dal Covid-19. Un ricovero lungo più di un mese e poi, improvvisamente, la guarigione, con la malattia che è andata scemando da sola, “vissuta in totale solitudine, sapendo di trovarmi davanti a una patologia sconosciuta non solo a me, ma anche ai medici cui erano affidate la mia vita e la speranza di guarigione”. 


Quando e come ha cominciato a sentire i primi sintomi?
Era il 9 marzo, avevo una semplice febbre che con la tachipirina scendeva e risaliva, non pensavo assolutamente al coronavirus, convinto fosse la solita influenza. Questo forse mi ha fatto ritardare un po’ il ricovero. Sono andato avanti con questa febbre per circa una settimana. 

Aveva problemi di respirazione?
No, né tosse né raffreddore, l’unica cosa era la sensazione di respirare a pieni polmoni con difficoltà. La cosa determinante che mi ha fatto decidere di telefonare al medico di base è che avevo il saturimetro a casa, l’ho provato e la saturazione era molto bassa. C’era un problema di ossigenazione, perciò il mio medico ha chiamato l’ambulanza. Al pronto soccorso mi hanno fatto gli esami e mi hanno ricoverato. 

Cosa hanno scoperto?
Dagli esami ai polmoni è risultato che avevo una polmonite molto rilevante e lì è cominciato un decorso lungo 40 giorni. 

Questo ci fa capire come mai tante persone non si siano rese conto di essere contagiate fino a quando è stato troppo tardi. Il suo ricovero è avvenuto nel periodo peggiore dell’epidemia. Come è cominciato?
In quel periodo sulle terapie si andava un po’ a tentativi, mancavano gli elementi utili che sono emersi in seguito. 

Era consapevole dei tanti decessi, della situazione drammatica?
Sì, assolutamente. Quando sono stato ricoverato era previsto un percorso preciso. All’inizio si entrava in un reparto chiamato pre-Covid, dove si vedeva come reagiva il paziente. Poi si era trasferiti nel reparto pre-intensivo, in cui cominciavano a dare un aiuto di ossigeno per respirare meglio. Nel giro di un giorno e mezzo avevo bisogno di sempre più ossigeno e mi hanno messo in medicina intensiva. 

Dove si usano i caschi ossigenatori?
Ero in una stanza, sempre da solo, vedevo solo i medici e gli infermieri quando dovevano fare qualcosa al mio povero corpo. C’ero solo io non intubato, gli altri erano tutti intubati e sedati. Il lavoro dei medici è stato quello di evitare di dovermi intubare. 

Come?
casco cpap
Hanno provato in tutti i modi, perché non c’erano farmaci risolutivi: gli antivirali, poi il farmaco per l’artrite reumatoide, poi l’eparina, il cortisone. Io non rispondevo a nessuno di questi. A distanza di otto giorni dal ricovero, eseguendo una radiografia, è venuto fuori che stavo peggio che all’inizio. Hanno avuto l’impressione che avrei potuto anche non farcela, che ero davvero in bilico. 

Glielo hanno detto? E come ha vissuto quel momento?
Non ero del tutto lucido, l’ho scoperto solo quando sono tornato a casa. Prima, ogni tanto, mandavo messaggi ai familiari e quando sono tornato mia moglie e i miei figli mi hanno detto: guarda che per cinque giorni non ti sei fatto vivo, per fortuna siamo riusciti a parlare con l’ospedale. Io non me ne ero reso conto, ma in effetti nel cellulare c’è un buco di cinque giorni. Mi hanno messo la testa nel casco che ossigena e quella è stata una esperienza davvero dura. 

Lo hanno detto tutti: una grande sofferenza. È così?
Diverse persone facevano fatica a tenerlo, sei dentro a questo scafandro con un rumore molto forte causato dall’ossigeno che entra al suo interno. Le giornate sono eterne, fai fatica a dormire. Chiedevo al medico di togliermelo qualche ora, mi diceva: deve tenerlo, altrimenti dobbiamo intubarla. Poi, improvvisamente, dal giorno dopo, piano piano, hanno diminuito le ore. 

Stava recuperando la sua capacità respiratoria?
Sì, un po’ di capacità respiratoria autonoma, fino a quando il bisogno di ossigeno è stato talmente basso da poter farmi tornare al reparto di ingresso. Hanno continuato a darmi l’ossigeno, ma in quantità minori. Sono stato trasferito nella pre-intensiva, poi nella medicina normale e gli ultimi dieci giorni in una sorta di reparto Covid dove c’era sì gente con il contagio, ma finalizzato alla riabilitazione. 

Le hanno spiegato come ha fatto a guarire?
Mi sento un miracolato. Io avevo tutte le caratteristiche per non guarire. 

Anche la solitudine deve essere stata una dura prova.
Una esperienza insolita. Ero già stato ricoverato in passato, con la possibilità che ci stesse sempre qualcuno a farmi compagnia. Lì invece sei da solo, in una stanza con le macchine a cui sei collegato, l’unica possibilità di interloquire è attraverso i messaggi telefonici. Una esperienza lunga, 40 giorni, e strana. Per chi, come me, ha la fede il tempo era riempito dalla preghiera. La solitudine era meno forte, la preghiera non è dire delle parole, è vivere a tu per tu con una Persona. Era solitudine rispetto al modo ordinario di relazionarsi, ma non era una solitudine totale. Da questo punto di vista un momento di grande grazia. 

Ce lo spieghi meglio.
Avendo molto tempo per stare con te stesso magari intuisci o cogli degli aspetti della tua fede che in altre condizioni hai percepito di meno. 

Mentre noi vivevamo l’isolamento in casa con noia e rabbia, lei ha vissuto un isolamento che l’ha messa faccia a faccia con il mistero. Ne ha colto il senso?
C’è stato un momento in cui ero davvero convinto che sarei morto, senza poter salutare mia moglie, i figli, la nipotina. Ho scritto a mia moglie “non mi sento pronto”, ma non di morire, non ero pronto a quel tipo di morte. Nella stanza accanto alla mia c’era una persona che non vedevo, ma ho capito che era deceduto. Ho visto quando l’hanno portato via senza un sacerdote, senza nessun parente: mi ha davvero impressionato. Anche il Papa ha ricordato tutte queste persone. La morte è sempre una esperienza drammatica, ma così in totale solitudine, non era mai successo. L’ho visto in questa persona che è passata dal sonno alla morte in totale solitudine. 

Lei ha anche detto che quello che lo sosteneva era il dialogo con una Presenza di cui era certo, ma normalmente questa Presenza è l’ultimo dei nostri pensieri.
Non facevo l’eroe, pregavo per essere liberato da questa prova, come Gesù nel Getsemani, però allo stesso tempo con il riconoscimento che la volontà di Dio è un bene per te, non ci toglie la fatica, ma dà senso a qualcosa che altrimenti non lo avrebbe. Lo dico per me, non so per gli altri, ma senza la certezza di questa Presenza, puoi pensare a questa esperienza solo come una sfortuna. La volontà di Dio assume forme misteriose e si manifesta in circostanze che uno non avrebbe mai scelto.

(Paolo Vites, IL SUSSIDIARIO.NET 1 giugno 2020)

sabato 25 gennaio 2020

SANITÀ A CHI GIOVA AGITARE LO SPAURACCHIO DEL “PRIVATO”?


 La campagna elettorale delle elezioni qui in Emilia-Romagna ha visto come tema predominante quello della sanità. Cosa comprensibilissima per almeno due buoni motivi:
1) la sanità è la competenza sicuramente più rilevante attribuita alle regioni dall’articolo 117 della Costituzione e il bilancio sanitario rappresenta circa l’87% dell’intero bilancio regionale (dati 2018);
2) a livello sociale, il servizio sanitario, per ovvie ragioni, è l’unico che “tocca” la vita del 100% dei cittadini.
Il dibattito si sta svolgendo su due piani: uno, più squisitamente amministrativo, con l’opposizione che cerca di evidenziare le lacune del servizio sanitario regionale e le forze di maggioranza che ribadiscono che la sanità emiliano-romagnola è un’eccellenza; l’altro, più squisitamente politico, iniziato quando Bonaccini ha tuonato contro la Borgonzoni, rea di aver fatto riferimento al modello sanitario lombardo.
Sul primo aspetto, quello amministrativo, premesso che la qualità dei servizi è assicurata essenzialmente dalla competenza e dall’abnegazione del personale sanitario, per cui viene assicurata a prescindere dal nome e dal colore degli amministratori di turno, mi sembra siano tre i temi più “caldi”:
a) la questione dei punti nascita in aree montane, chiusi dalla Regione in questi anni, scelta duramente contestata soprattutto dagli abitanti delle zone montane, rispetto alla quale Bonaccini ha assicurato che vi sarà, in caso di rielezione, una marcia indietro, con conseguente riapertura delle strutture;
b) il tema della mobilità passiva, cioè degli emiliano-romagnoli che scelgono di farsi curare in altre Regioni, per i quali la Regione nel biennio 2017-2018 ha dovuto sborsare più di mezzo miliardo (ampiamente recuperati con la mobilità dei pazienti provenienti da altre Regioni, in particolare del Sud): ma rimane ugualmente rilevante la necessità di capire perché tanti pazienti “emigrano” per farsi curare. Per fare un confronto, nel 2017 l’Emilia-Romagna, coi suoi 4 milioni e mezzo di abitanti, ha speso per la mobilità passiva 253 milioni di euro, mentre la Lombardia, coi suoi 10 milioni, ne ha spesi 359;
c) la grave insufficienza di strutture convenzionate per anziani non autosufficienti, che crea il fenomeno di lunghe liste d’attesa, con gravi disagi per le famiglie: se si prende come riferimento la Regione che ha la maggior dotazione di posti letto in Rsa, la Lombardia, l’Emilia-Romagna ne dovrebbe finanziare altri 8.000, oltre ai 16.000 già attivi. Discorso analogo per i posti per malati di Alzheimer, che dovrebbero passare dagli attuali 190 a circa 2.000.
Ma la discussione più accesa è sul piano politico, perché i sostenitori di Bonaccini non si stancano di accusare il centrodestra di voler privatizzare la sanità, trasformando un servizio pubblico essenziale in un “mercato”, in cui sarebbero favoriti i più ricchi.
Non c’è molto da stupirsi di questo, dal momento che non fanno altro che ripetere gli slogan del loro presidente, il quale, ogni volta che interviene su temi sanitari, ripete come un mantra queste testuali parole: “…se qualcuno si candida alle elezioni… per smantellare la sanità pubblica a favore di quella privata, troverà noi a sbarrargli la strada. Perché l’Emilia-Romagna deve andare avanti, non tornare indietro. E perché, per noi, un ricco e un povero devono avere gli stessi servizi quando si parla di salute…”.
I fattori che determinano la salute: i servizi sanitari sono una piccola parte
Evidentemente Bonaccini dice queste cose per costruire, secondo il più classico metodo leninista, un nemico da indicare alle proprie truppe, per cementarle nella lotta contro un ipotetico invasore alle porte che non c’è e non ci può essere: infatti il nostro presidente è troppo preparato per non sapere che in Italia non è possibile privatizzare la sanità, se non altro perché sulle norme generali in questa materia la competenza è dello Stato ed esse non sono modificabili da nessuna Regione. Peraltro tutte le Regioni erogano i servizi sanitari ospedalieri, diagnostici e riabilitativi attraverso un mix di strutture pubbliche e private e, a quanto mi risulta, la Regione con la più alta percentuale di sanità privata è il Lazio, guidato dal segretario nazionale del Pd, e non la Lombardia, come molti pensano.

mercoledì 22 gennaio 2020

ELEZIONI: VENTI MOTIVI PER CAMBIARE E NON VOTARE LA SINISTRA


Il Capo Sardina, per sponsorizzare Bonaccini, ha detto: “Se vinci i mondiali non cambi allenatore.
Non so quali mondiali abbia visto la Sardina; forse allude ai quattro dati statistici che Bonaccini sbandiera ai quattro venti dall’inizio della campagna elettorale, per dimostrare di essere il migliore, l’inarrivabile, al punto che si dice vagoli per le stanze di via Aldo Moro chiedendosi, quasi incredulo, come mai non sia adorato dal 100% degli emiliano-romagnoli.
rosso PD azzurro CENTRO DESTRA

Ebbene, caro Capo Sardina, cercherò di dirti i motivi per cui io voglio CAMBIARE ALLENATORE e, soprattutto, IL PROPRIETARIO DELLA SQUADRA, CIOÈ IL PD, CON TUTTO L’ARMAMENTARIO IDEOLOGICO DELLA SINISTRA:

1. sono stanco di una politica egemonizzata da un partito che controlla tutto, dagli appalti alla cultura, dalle cooperative alle fondazioni bancarie, dalla sanità alla grande distribuzione

2. desidero che le famiglie non debbano aspettare mesi o anni per l’insufficienza di posti letto in RSA per disabili e non autosufficienti

3. vorrei una vera libertà di scegliere dove farsi curare, ampliando il numero delle strutture sanitarie convenzionate, così da diminuire gli intollerabili tempi di attesa

4. non mi piacciono centri storici desertificati
 
5. credo che la famiglia, formata da uomo, donna e figli, sia la cellula fondamentale della società e non vada considerata “superata” a favore di altre “unioni”

6. voglio continuare a parlare di babbo e mamma e non di genitore1 e genitore 2
 
7. desidero continuare a chiamare bambino un maschio e bambina una femmina senza incorrere nelle sanzioni della legge sulla transomofobia
la mappa del 2014

8. penso che la singola persona umana abbia un valore assoluto che va difeso dal momento del concepimento fino alla morte naturale

9. credo che chi vede ogni giorno commettere furti, scippi, reati di droga abbia il diritto che questo problema sia considerato una priorità e di non sentirsi dire che la sua è una “insicurezza percepita”

10. vorrei che finalmente tutti i genitori potessero decidere liberamente quale scuola scegliere per i propri figli, senza dover pagare due volte: prima con le tasse e poi con le rette

11. mi sembra sbagliato lasciare entrare indiscriminatamente più immigrati di quelli che possiamo accogliere e non voglio essere considerato razzista per questo

12. non sopporto che le nostre forze dell’ordine siano sbeffeggiate da delinquenti, arrestati mettendo a rischio la propria incolumità, e subito rilasciati

13. mi sembra inaccettabile che i pendolari che pagano il biglietto, per andare a lavorare, debbano vedere che qualcuno può impunemente viaggiare gratis e minacciare il controllore di turno
la mappa del 2018

14. penso che non sia fascista difendere i confini del proprio Paese, come fanno tutte le nazioni del mondo

15. ritengo che amare l’Europa non significhi accettare tutte le vessazioni di una burocrazia assurda e sempre più invadente

16. non accetto l’arroganza dei partiti che ritengono chi non la pensa come loro un fascista o un ignorante da rieducare, perchè “ragiona con la pancia e non con la testa”

17. non voglio lasciar spazio ad una cultura che vorrebbe togliere i crocefissi dai luoghi pubblici e coprire quelli nei cimiteri, con la scusa dell’accoglienza e del “rispetto” degli islamici

18. sul clima voglio poter credere più a Rubbia o a Zichicchi che a Greta, senza essere considerato un distruttore dell’ecosistema

19. desidero delle istituzioni che combattano veramente gli sprechi, così da poter diminuire la pressione fiscale

20. non condivido la nostra totale sudditanza ad un’Unione europea che, con la sua pervicace politica di austerity, rende la crisi economica insuperabile.

ROMANO COLOZZI