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lunedì 9 dicembre 2019

QUESTA EUROPA NON E’ LA MEDICINA, MA LA MALATTIA


IMPARARE DA USA E GIAPPONE
ANTONIO SOCCI – LO STRANIERO

La nostra economia potrebbe ricominciare a correre e l’Italia potrebbe rinascere. La medicina di cui ha bisogno il nostro Paese la conoscono tutti gli addetti ai lavori.
È molto semplice: l’Italia ha bisogno di un forte choc fiscale, che abbassi drasticamente le tasse, ha bisogno di un robusto stimolo alla crescita che rilanci la nostra economia, l’occupazione, i consumi; ha bisogno di forti investimenti pubblici  nell’innovazione e nelle infrastrutture (per modernizzare le comunicazioni e per mettere in sicurezza strade, ponti, territori) che attivino investimenti privati.

Ha bisogno di fare esattamente quello che ha fatto Trump negli Stati Uniti (ottenendo risultati straordinari) e quello che in questi giorni ha deciso di fare il Giappone, il quale ha varato un pacchetto di stimoli e di aiuto all’economia del valore di 13.200 miliardi di yen (121 miliardi di dollari). È anche uno stimolo alla domanda interna  che intende prevenire crisi provenienti dall’estero, magari dallo scontro sui dazi.
È stato calcolato che per noi sarebbe l’equivalente di circa 40 miliardi di euro di spesa straordinaria. Non c’è altra strada per far ripartire un’economia che è in coma da vent’anni (da quando è stato introdotto l’euro). E allora perché non si fa come il Giappone?
Sembra già di sentire la solita lagna: noi non possiamo farlo perché abbiamo un colossale debito pubblico  e – ci ripetono ogni giorno dalla Ue – bisogna piuttosto tagliare che spendere.

A parte il fatto che questi venti anni dimostrano il contrario (l’austerità deprime l’economia e quindi fa crescere il debito), è il caso di ricordare che il Giappone ha un debito pubblico molto più grande del nostro: si aggira attorno al 240 per cento del Pil (mentre il nostro è circa il 130 per cento).
Peraltro il Giappone ha anche un deficit più alto  del nostro, eppure non ha né problemi di inflazione, né timore di spread  e paga interessi quasi nulli  (con una pressione fiscale al 30,6 per cento, molto inferiore alla nostra).

Come tutto questo sia possibile e come sia possibile  che, con un tale debito pubblico, adesso quel Paese vari un pacchetto di stimoli all’economia di 121 miliardi di dollari i nostri euristi non ce lo spiegano. Si arrampicano sugli specchi.
Invece gli antieuro la spiegazione l’hanno data da tempo: il Giappone può farlo perché, come tutti i paesi normali, liberi e indipendenti, ha sovranità monetaria (e la Banca centrale giapponese detiene il 42 per cento del debito pubblico), mentre l’Italia dissennatamente ha ceduto la sua sovranità monetaria aderendo all’euro.

martedì 19 febbraio 2013

LA GRECIA E' FALLITA


Toccherà anche all’Italia la stessa fine?

By nicolacurro on 14 febbraio 2013

La Grecia è definitivamente crollata e quel che in questi giorni si sta consumando ai piedi del Partenone è un vero e proprio dramma della fame. Nell’indifferenza generale e nel silenzio dei media, i Greci nelle ultime ore stanno prendendo d’assalto i supermercati. A compiere tali saccheggi non sono però delinquenti armati di tutto punto, a rubare nei supermercati sono normali cittadini i quali non avendo più di che vivere cercano di procurarsi il cibo come meglio possono.

La rivolta di questi giorni è opera di circa 200 produttori agricoli, ex proprietari di caseifici, che da padroni della propria azienda sono diventati impiegati della Müller, multinazionale bavarese, che si è appropriata delle loro aziende indebitate acquistandole, per pochi euro, grazie al credito agevolato bancario. Gli ex produttori, inferociti per questo stato di cose, hanno preso i loro prodotti – 40.000 vasetti di yogurt, l’eccellenza del made in Greece -, li hanno caricati sui camion e invece di portarli al Pireo, per imbarcarli verso il mercato continentale della grande distribuzione, li hanno regalati alla popolazione offrendoli davanti a scuole e ospedali.

Tale forma di protesta esprime un dato di fatto incontrovertibile: l’economia ellenica, sotto il gravoso debito contratto con la BCE, è definitivamente crollata e forse non è un caso che Monti, nelle ultime ore, citi frequentemente la Grecia associandola al populismo di Grillo. No, non è un caso considerato che la Grecia è vicina all’Italia non solo geograficamente, ma lo è anche e soprattutto dal punto di vista dell’impostazione politica ed economica. E’ bene allora avere coscienza di quanto sta accadendo a due passi dal nostro Paese, nella speranza che possa servire da monito per la scelta da compiere il prossimo 24 e 25 febbraio.

Nei mesi scorsi l’informazione mondiale ha impostato le notizie sul ritornello secondo il quale per “la Grecia sarebbe il momento dell’austerità”, un ritornello tanto semplice quanto falso perché induce a pensare a un popolo fatto di virtuosi che stringe la cinghia e va avanti, mentre è vero l’esatto contrario: la Grecia è un paese fallito da tempo. I dati parlano chiaro: la disoccupazione, in un solo anno, è raddoppiata; droga e prostituzione hanno invaso le città; 439.000 bambini vivono in condizioni di estrema povertà (molti dei quali sono sottopeso); il numero di reati e suicidi è aumentato in modo esponenziale. A fronte di tale drammatica situazione la tanto sbandierata solidarietà europea pare consistere unicamente in prestiti (ché non si regala niente a nessuno!) concessi a condizioni draconiane, impossibili da onorare. Così, dalla manovra finanziaria di quest’anno, ci si attende un’ulteriore decrescita del 3.8%, un debito che lieviterà oltre il 179% e tagli del welfare per altri 8 miliardi di Euro. Per il 2013, inoltre, il Pil greco dovrebbe scendere ancora, toccando – rispetto al 2008 – un calo del 23% (-4,5% rispetto al 2012).

Di fronte a una situazione del genere a nulla sembrano valere le osservazione del prof. Hans Werner Sinn il quale, assieme ad altri 50 economisti e supportato da sir Moorald Choudry, al Consiglio d’Europa, alla presidenza della BCE e all’Ufficio centrale della Commissione bilancio e tesoro dell’Unione Europea, ha presentato un rapporto urgente dove si sostiene che “la Grecia deve uscire, subito, temporaneamente dall’euro, svalutando la loro moneta del 20-30%, pena la definitiva distruzione dell’economia, arrivata a un tale punto di degrado da poter essere considerata come “tragedia umanitaria” e quindi cominciare anche a ventilare l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’Onu”.

Insomma, in Grecia dopo 5 anni di recessione è morta la speranza, ma questo non basta ai burocrati europei per ravvedersi e cambiare rotta. In Europa l’imperativo continuerà ad essere uno ed uno solo: costruire un nuovo ordine economico mondiale. Costi quel che costi. La Grecia e i Paesi come la Grecia? Piuttosto muoiano se non sono in grado di inserirsi in un cambiamento di tale portata.

Su tutto quanto sta avvenendo in Grecia c’è allora molto da meditare, anche per quanto riguarda il prossimo futuro della nostra amata Italia.


 

giovedì 8 novembre 2012

IL VOLTO SPIETATO DEL NUOVO POTERE

LA GRECIA CI PRECEDE
UNA NUOVA COLONIZZAZIONE

 

La Grecia è in attesa di ricevere dall’Unione Europea un prestito di 31.5 miliardi di euro senza il quale rischia di morire di stenti. Questo prestito giunge in cambio dell’ennesimo giro di adempimenti e riforme prescritte al governo ellenico dai non disinteressati creditori internazionali dei cui interessi la cosiddetta troika (i rappresentanti del FMI, della BCE e della UE che da oltre 4 anni controllano tutte le decisioni che si prendono ad Atene) è garante.
Sui giornali filtra il solito ritornello: “
Per la Grecia è il tempo dell’austerità” che suona bene perché fa pensare ad un popolo fattosi virtuoso che stringe la cinghia e va avanti, mentre è vero l’esatto contrario, la Grecia si sfalda anche sotto il profilo umano: la disoccupazione è quasi raddoppiata in un solo anno, droga e prostituzione hanno invaso le città, 439.000 bambini vivono in condizioni di grande povertà (molti dei quali sono sottopeso), è aumentato in modo impressionante il numero dei reati ed il numero di suicidi… A fronte di ciò la tanto sbandierata solidarietà europea pare consistere unicamente in prestiti (non si fanno certo regali) concessi a condizioni draconiane, impossibili da realizzare. Così, dalla manovra finanziaria del prossimo anno, ci si attende un’ulteriore decrescita del -3.8% (con ulteriore perdita di posti di lavoro), un debito che lievita oltre il 179% e tagli del welfare per altri 8 miliardi di Euro. Dopo 5 anni di recessione è morta la speranza. Cos’altro si potrebbe chiedere legittimamente ad un paese ridotto allo stremo? Cosa si pensa che possa dare ancora la Grecia?

Colpisce, a questo proposito, l’insistenza sulle cosiddette “riforme strutturali”: potenti personaggi del mondo economico tedesco ammoniscono in questi giorni i politici perchè procurino di “risolvere il problema greco rapidamente”. Ma di cosa si parla? Quale tipo di soluzione rapida o finale si auspica? Il noto settimanale tedesco Der Spiegel ha riferito di una pressante richiesta per trasformare la Grecia in una “Zona Economica Speciale” all’interno dell’EU, il che significherebbe la colonizzazione del paese da parte di imprese tedesche e olandesi abilitate a portare in loco propri tecnici, dirigenti e funzionari. Ha affermato Hans Peter Keitel (vedi la traduzione dell’intervista rilasciata a Der Spiegel in Spiegel On Line): “Gli interessi tedeschi saranno favoriti attraverso la creazione di zone economiche speciali da parte del governo greco, come da tempo il mondo economico tedesco chiedeva. Secondo i piani attuali le aziende riceveranno agevolazioni fiscali – con una possibilità di imposizione fiscale dello 0% – e sovvenzioni (…). Ma non sono solo alcune aree economiche della Grecia, è l’intero paese che dovrebbe diventare una sorta di zona economica speciale dell’euro-zona” la gestione della quale avverrebbe “con personale straniero della UE”.

Quale ruolo toccherebbe a quel punto ai Greci? E’ del tutto evidente: fornire manodopera a basso e bassissimo costo alle imprese straniere. La Grecia ridotta a periferia bracciantile del nuovo ordine economico. E’ forse questo il destino dell’Europa mediterranea? Certo è che si stanno percorrendo strade che sempre più tendono ad assimilare il mercato del lavoro dell’Europa a quello della Cina. Pare proprio questo il modello economico-sociale che i circoli finanziari trovano maggiormente congeniale ai propri interessi. Inoltre la Cina ha acquisito, a causa di una dissennata mondializzazione e dell’acquisto del debito (sta acquistando i bond europei), un crescente controllo sui paesi della zona-euro così come già era avvenuto nei confronti degli Stati Uniti (la Cina possiede un decimo del debito americano). I Greci non potranno far altro che accettare perché sono ridotti allo stremo e lavorare per 10-12 ore al giorno a 450 Euro è comunque meglio che morire di fame. Tutto questo è peraltro consentito e finanche incoraggiato dai trattati-capestro (come il “Patto di Stabilità”) che per la gran parte i ceti politici hanno sottoscritto a nome dei loro popoli senza chiedere l’autorizzazione ad alcuno! Trattati che hanno trasformato l’Unione Europea da un’alleanza di stati ad una società per azioni governata da regole impersonali e spietate. Se c’è dunque un crimine che andrebbe addebitato alle classi dirigenti è, a mio parere, quello di aver abdicato ai propri doveri costituzionali di rappresentanza di specifici popoli e regioni, svendendo ai poteri sovranazionali o esteri quote decisive di sovranità senza alcuna verifica democratica.

Non stupisce allora che la costruzione dell’Europa sia diventata sempre più materia di competenza della nuova casta emergente dei tecno-banchieri e non ci si può sorprendere se il risultato conclusivo appare del tutto freddo e sconcertante. Peraltro, mentre Atene agonizza, il nuovo potere celebra i suoi fasti a Francoforte con l’edificazione del nuovo megagalattico grattacielo della BCE. A pagare per la realizzazione di questa nuova torre di babele saremo naturalmente anche noi contribuenti italiani: il tempio della finanza costerà infatti 1,2 miliardi di Euro che la BCE si farà carico di stampare caricandoli poi sul debito del nostro e di altri paesi. Il “patto di stabilità” (Fiscal Compact e MES), approvato in gran segreto dalla Camera dei Deputati il 20 Luglio 2012, serve proprio a garantire i nuovi padroni del fatto che anche noi, come gli altri, faremo fino in fondo il nostro dovere: metteremo a disposizione della BCE e dei poteri finanziari ogni centesimo racimolato grazie alle ulteriori trattenute e ai nuovi tagli alla scuola e alla sanità che il cosiddetto governo tecnico si è affrettato a battezzare: “manovra di stabilità”.

giovedì 28 giugno 2012

IL RIGORE TEDESCO (E QUELLO ITALIANO)

Ci sono due tipi di rigore:
il primo taglia il welfare, il secondo lo aumenta

Ci sono due tipi di rigore tedesco: quello di scuola tedesca e quello di scuola italiana.

 Mentre il rigore tedesco di scuola tedesca taglia spietatamente le spese, praticamente azzera il welfare, riduce la sanità pubblica al suo fantasma, nega la tredicesima al pubblico impiego e non ha pietà di nessuno, specie dei pensionati, il rigore tedesco di scuola italiana si tiene il welfare così com'è e anzi pretende d'estenderlo a sempre nuove fasce di bisognosi, lavoratori stranieri e minoranze sessuali in particolare, e allo stesso modo pretende di mantenere anche la sanità pubblica così com'è, idem ogni altra spesa, anche le più onerose e fantastiche, affidando la soluzione d'ogni problema di cassa alla buona volontà fiscale dei contribuenti e, mancando questa, a Equitalia, che probabilmente costa più di quanto recuperi.

Nel rigore tedesco di scuola italiana il nemico non è lo spreco del denaro pubblico ma l'avarizia dei contribuenti. Se questi accettassero di pagare tutto, o se meglio ancora pagassero più di quanto devono, e persino più di quanto sia sensato fare, allora i politici italiani (bocconiani compresi, visto che finora non hanno neppure provato a frenare l'andazzo) potrebbero fare come in Grecia: aumentare i ranghi del pubblico impiego di altre 70.000 (o anche 700.000, perché no) unità.

Non ci sono abbastanza ospedali in Calabria? Apriamone altri 56, ciascuno con 100 posti letto e, per ogni posto letto, tre medici dalla laurea dubbia e non meno di trenta o quaranta infermieri dalla reputazione più losca che dubbia. E così via: nuovi uffici, nuove agenzie governative, nuove spese faraoniche per la tv pubblica da mettere in conto a chi cordialmente la detesta, nuove sedi d'Equitalia e nuovi enti che sarebbe scabroso dire inutili.

 Esagerato finchè si vuole, il rigore tedesco di scuola tedesca è almeno coerente. Di coerente, nel rigore tedesco di scuola italiana, c'è solo la boria dei nostri leader, ieri politici, oggi tecnici, ma simili e anzi identici nell'opinione sproporzionata che hanno di se stessi. Silvio Buonanima vuole per esempio redivivere, dopo essersi autoconvinto che l'Italia moderata non ha votato Angelino Alfano perché voleva votare lui, il capopopolo con la fissa della patonza. Pierluigi Bersani, da parte sua, non è meno irragionevole: esige rispetto dagli amministratori locali democratici, e s'offende quando questi rifiutano di baciargli l'anello e preferiscono acclamare uno di loro, il sindaco di Firenze. Quanto poi all'esecutivo tecnico, non ne azzecca una, non un provvedimento, non una previsione, ma guai a dirglielo: insorge tutta la repubblica (be', se non tutta la repubblica, insorge almeno Repubblica, che dichiara guerra a evasori fiscali, mormoratori, kulaki, lavoratori autonomi e altri parassiti sociali). È l'altra faccia del rigore tedesco di scuola italiana: la Ghepeù de noantri.
DI ISHMAEL DA “ITALIAOGGI” 27 GIUGNO

venerdì 6 gennaio 2012

APPUNTAMENTO CON LA FOLLIA

E SE LUTTWAK AVESSE RAGIONE?


Il “fattore dominante” degli scenari internazionali nel 2012 sarà “la questione delle finanze pubbliche europee”. Non ha dubbi Edward Luttwak nel tracciare una previsione per l’anno appena iniziato. La crisi del debito dell’eurozona, ricorda, “causa un rallentamento dell’economia globale”.


L’economista e politologo Usa, che si definisce “storico dilettante”, traccia un inquietante parallelo con due crisi del secolo scorso, quando, dice, “gli europei diventarono folli: il 1914 e il 1939, e il risultato fu una crisi globale. Ora, siamo al terzo appuntamento con la follia: la crisi dell’euro”.


“Nonostante l’enorme crescita di Cina e India, l’Europa rimane comunque centrale”, afferma Luttwak, che non ha peli sulla lingua nell’evocare “la follia dei governanti dei Paesi dell’Europa del sud ossessionati dall’idea di farsi accettare da Francia e Germania”. E che, sostiene, a causa di questa “ossessione”, “stanno sacrificando i loro figli per rimanere nel club dell’euro”.

L’alternativa alla moneta unica per “i Paesi che non ce la fanno”? La risposta e’ semplice: “Uscire dall’euro e pagarne le conseguenze, ma anche averne i benefici che ne deriverebbero”. E i benefici, dice Luttwak, “si chiamano competitivita’ e lavoro per i giovani, invece di disoccupazione”.

Tra i Paesi vittime di questa “ipnosi collettiva”, l’economista Usa inserisce ovviamente anche l’Italia e “l’ostinazione di fare qualcosa di aritmeticamente impossibile”, come uscire dalla crisi del debito attraverso “l’imposizione fiscale, che non fa altro che deprimere l’economia”. E’ “aritmeticamente impossibile”.

C’e’ quindi un “nuovo fattore” negli scenari internazionali tracciati a tinte fosche dal politologo ed economista americano per il 2012. “Si tratta del disprezzo crescente che c’e’ fuori dall’Europa per l’Europa: se tu vai a Londra, a Washington, a Singapore, a Pechino, a Tokyo il nuovo fattore e’ il disprezzo per l’Europa. Perche’ gli europei fanno finta di non sapere che la crisi del debito non e’ risolvibile”.

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