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lunedì 15 febbraio 2021

RIUSCIRA’ LA SINISTRA A SOPRAVVIVERE SENZA UN NEMICO DA ACCUSARE?


IL  CONFRONTO SALVINI –ZINGARETTI

DEVASTANTE PER IL SEGRETARIO DEM 

di ANTONIO SOCCI

Certe notizie passano quasi inosservate, ma sono le più rivelatrici. Mi ha colpito una cosa accaduta, nella disattenzione generale, durante le consultazioni di Mario Draghi per formare il nuovo governo.

Così venerdì sera, ascoltando la lista dei ministri, l’ho sintetizzata in questo tweet: “Da padre che vive il (vero e proprio) dramma della disabilità, ringrazio Matteo Salvini perché è stato l’unico che ha portato sul tavolo del premier incaricato la sofferenza di milioni di persone dimenticate da tutti e inascoltate: un ministero per i disabili è una grande cosa”.

Il leader della Lega ha spiegato, in un’intervista a Mentana, che negli incontri con Draghi – oltre all’ovvio e primario obiettivo di spazzar via il flagello Covid – ha portato alla sua attenzione la necessità di “un ministero per le disabilità, perché in Italia ci sono sei milioni di disabili troppo spesso inascoltati, ed (il ministero) è stato creato”.

Salvini ha segnalato anche la necessità di un ministero “ad hoc” per il turismo, “che è il settore che ha sofferto di più in questo anno di crisi e che rappresenta il 13 per cento del Pil”.

Inoltre ha affrontato il problema centrale del Paese, quello delle impreseche hanno necessità di essere sostenute per riprendere vigorosamente a produrre ricchezza e costruire il futuro dell’Italia.

Il leader della Lega ha concluso: “non ho parlato di poltrone o di nomi, ma di cose da fare per il Paese”. Fra le cose da fare mi ha colpito la sua attenzione a quei milioni di persone che soffrono per disabilità spesso terribili perché sono soli e abbandonati e spesso nessuno li ascolta.

Il confronto con Zingaretti e il Pd si è imposto ieri mattina aprendo il “Corriere della sera” e leggendo questo titolo su un’intera pagina riferito al nuovo governo: “Il segretario del Pd soddisfatto: ‘Così possiamo impedire che centrodestra e Renzi prendano il sopravvento’”.

La differenza è abissale. Il primo, Salvini, ha parlato con Draghi degli italiani (i disabili, il settore turismo che è ko, le imprese che devono riprendere a lavorare). Il secondo, Zingaretti, si è preoccupato di poltrone e di piantare bandierine di partito, cosa che confessa apertamente: “Il Pd ha mantenuto una grande unità che gli ha permesso di collocarsi bene… Non era scontato. E’ stata un’altra importante prova che ripropone il Pd come forza centrale del cambiamento”.

A parte l’uso a sproposito della parola cambiamento (giacché il Pd è sempre al governo e c’è pur avendo perso le elezioni, cosicché l’unico cambiamento vero sarebbe il suo passaggio all’opposizione dove lo avevano messo gli italiani con il voto del 2018), appare chiaro che Zingaretti è andato da Draghi con questo unico obiettivo: le poltrone.


Avendogli tolto gran parte del potere, Draghi (secondo gli osservatori, come Marzio Breda, avrebbe avuto un ruolo anche Mattarella) ha fatto concessioni d’immagine al Pd, per esempio lasciando alcuni (pessimi) ministri del governo Conte, cosicché Zingaretti ora parla di una certa continuità e vanta un successo mentre in realtà la sua è una disfatta.

Il mandato di Draghi infatti stava in queste parole di Mattarella: “Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo”.

Il monopolio del potere PD/M5S nei fatti è stato archiviato. Si deve aprire una stagione nuova all’insegna dell’unità della nazione e dei partiti: a questo appello hanno aderito Lega e FI. Però Zingaretti, per non apparire il grande sconfitto, sbandiera le poltrone ottenute e l’unità col M5S (che in realtà sta esplodendo) come l’asse che condizionerà questo governo.

Il confronto fra Zingaretti e il comportamento tenuto da Salvini e Berlusconi è impietoso per il segretario Dem. La presunta (e autocertificata) superiorità culturale e morale della Sinistra, sempre sbandierata sui giornali progressisti, non si è vista. Anzi, si è visto l’esatto contrario.

Fra l’altro Zingaretti è incorso nell’ennesimo incidente che evidenzia la storica ipocrisia della Sinistra. L’ha sottolineato perfino Concita de Gregorio sulla prima pagina di Repubblica: “Parole tante. Alla prova dei fatti, poi, la sinistra non porta donne al governo. Zero, dal Pd e da Leu. E’ tristissimo, è antistorico, desolante, ma è così: inconfutabile”.

E anche qui il confronto con il Centrodestra è micidiale, perché Forza Italia e Lega, senza mai aver fatto proclami femministi, né quote rosa, hanno tre ministri donne e tre uomini.

Ma soprattutto risalta la diversità di atteggiamento culturale, morale e politico. Le parole di Mattarella invitavano tutti i partiti a voltare pagina e a dare al Paese un segnale di forte coesione in questo momento drammatico.

Ieri, tramite il solito quirinalista, dal Colle più alto è stato fatto arrivare un messaggio che va nella stessa direzione, condensato in una frase di Albert Camus che “in tempi di catastrofi” invitava a fare “lo sforzo di dominare i propri risentimenti”.

Una splendida esortazione, che però Pd e M5S non mostrano di voler ascoltare. I Dem e i grillini non si sono ancora accorti che la guerra è finita e sono in subbuglio.

Zingaretti anche ieri rivendicava il merito di aver “salvato il Paese dalla marea populista”: l’ennesima gaffe visto che il Pd, proprio grazie alla “marea populista” del M5S, è tornato al potere dopo la sconfitta elettorale.

A prendere sul serio l’esortazione del Capo dello Stato è stato solo il centrodestra che non ha messo veti a nessuno. In particolare Salvini – a costo di scandalizzare qualche suo tifoso superficiale – ha dato l’esempio di una politica che sa mettere da parte gli interessi di partito e sa trovare l’unità d’intenti nei momenti drammatici: ha evocato il governo di unità nazionale guidato da De Gasperi nel dopoguerra, quando il Paese era in macerie (un po’ come oggi), si è detto pronto a collaborare con chiunque e ha perfino glissato, venerdì, sull’incomprensibile riconferma dei ministri Speranza e Lamorgese, dichiarando che, se non cambiano approccio, “avranno bisogno di aiuto e sostegno”. Insomma un dialogo costruttivo.

Più collaborativi di così non si può essere. Ma a Sinistra, anziché cogliere questa mano tesa e rispondere con eguale disponibilità, si sono scatenate le tifoserie dei social e dei giornali per irridere le “conversioni” di Salvini.

E’ una Sinistra che è vissuta finora di odio e non sa uscirne. Col governo Draghi riuscirà a pensare finalmente al Paese e a fare a meno di un nemico da indicare al pubblico disprezzo?

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 14 febbraio 2021

 

venerdì 2 ottobre 2020

I MIGRANTI TRA SILENZI E AMNESIE

   Paolo Mieli | 30 settembre 2020/ Corriere della Sera

Ancora un giorno e il leader della Lega entrerà nell’albo d’oro dei leader politici italiani transitati per le aule giudiziarie. Come Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi

Ci siamo. Ancora un giorno e Matteo Salvini entrerà nell’albo d’oro dei leader politici italiani transitati per le aule giudiziarie. Come Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. Lui, a differenza dei predecessori, non ha neanche fatto una onorevole sosta a Palazzo Chigi. Senza esser stato presidente del Consiglio (ma esclusivamente vice, oltreché ministro dell’Interno), Salvini dovrà rispondere a Catania di aver sequestrato — da solo, presumiamo — 131 migranti in attesa di scendere a terra dalla motonave della Guardia costiera «Bruno Gregoretti». 


I profughi maschi, al termine di un viaggio infernale che durava da gennaio, dovettero aspettare per cinque lunghissimi giorni, tra il 27 e il 31 luglio del 2019. Donne e bambini per due. Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro aveva chiesto l’archiviazione di questo caso Gregoretti-Salvini. Un altro magistrato, parlandone con Luca Palamara (quando l’ex capo dell’Associazione nazionale magistrati era ancora in auge) aveva espresso dubbi sull’iniziativa giudiziaria antisalviniana. Ma il presidente dei giudici delle indagini preliminari, Nunzio Sarpietro, è andato avanti con decisione: «A me Palamara non lo dice nessuno», ha dichiarato. E il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro per «sequestro di persona aggravato». Va riconosciuto che Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio — di allora e di adesso — è stato assai fortunato.

Nessun giudice ha pensato di coinvolgerlo, neanche marginalmente, nella decisione di trattenere quei disgraziati a bordo della «Gregoretti» in quell’ormai lontano luglio del ‘19. E ugualmente baciati dalla fortuna sono stati i colleghi di governo dell’ex ministro. C’è da aggiungere che anche dovesse uscire indenne dalle forche catanesi, come già capitò ai succitati predecessori, altri procedimenti si prospettano per Salvini. Sicché sabato 3 ottobre probabilmente inizierà per il leader leghista una vita nuova tra tribunali e toghe che — presumiamo — non sarà ininfluente agli effetti della prosecuzione dell’altra sua vita, quella politica.

Nel frattempo i migranti — ovemai a qualcuno stesse tuttora a cuore il loro destino — hanno continuato ad essere «trattenuti» sui ponti delle navi. L’Italia giallorossa sulla scia di quella gialloverde ha poi stanziato dieci milioni per la guardia costiera libica. Nicola Zingaretti il 18 luglio scorso ha annunciato l’intenzione di verificare «con assoluta inflessibilità» che con tale impegno implicasse un «termine alla condizione infernale nella quale sono costretti a vivere tanti migranti». Ma di quella «inflessibile» verifica si è saputo poco. Diciamo meglio: niente.

Fortunatamente si batte per la causa dei fuggiaschi dall’Africa un esperto di diritti umani, il greco Jason Apostolopoulos, che (in compagnia del medico Fabrizio Gatti) avrebbe voluto farle lui questo genere di verifiche imbarcandosi sul rimorchiatore Mare Jonio della ong «Mediterranea». Apostolopoulos è una figura quasi leggendaria da quando nell’ottobre 2015 ha lasciato il lucroso mestiere di ingegnere per andare a Lesbo ad aiutare i profughi provenienti dalla Turchia. Da allora si è occupato solo di loro, dei migranti, in decine, centinaia di casi. Ma stavolta si è imbattuto in un italiano d’acciaio, il comandante della Guardia costiera Donato Zito, che non ha consentito né a lui né a Gatti di imbarcarsi: «trattasi di due profili che non hanno alcuna attinenza con la tipologia di servizio svolto dal rimorchiatore», ha sentenziato. Il governo non ha sconfessato Zito. Anzi ha avallato le sue motivazioni. Si sono levate soltanto le proteste dei radicali Giulia Crivellini e Massimo Iervolino, più a sinistra di Rossella Muroni, Nicola Fratoianni, Erasmo Palazzotto, Matteo Orfini e dell’ex M5S Gregorio de Falco. Tutti concordi su un’unica cosa: dai tempi di Salvini, in Italia non è cambiato niente. Solo che adesso nessuno o quasi ne parla più. Nel frattempo Alarm Phone ha denunciato che tra il 14 e il 25 settembre, centonovanta persone sono morte in sei naufragi davanti alla Libia. Cioè in dieci giorni: sei naufragi e centonovanta morti. Qualcuno ne ha saputo qualcosa?

Secondo la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi il silenzio che avvolge queste storie risponde ad una «strategia del governo italiano» in complicità con il resto d’Europa. Tra il governo Conte I e il governo Conte II, prosegue la Linardi, «sono cambiate le modalità e i toni ma non è cambiato l’obiettivo di cacciare le Ong dal Mediterraneo». Salvini a suo tempo voleva «porti chiusi»; il governo attuale, con il decreto del 7 aprile scorso, ha dichiarato i porti italiani «non sicuri». «Quasi peggio», sostiene Giorgia Linardi. Quanto al cambiamento dei decreti sicurezza, pare che tale modifica preveda la revisione delle sanzioni. Ma, secondo la portavoce di Sea-Watch, manterrebbe «l’approccio criminalizzante verso chi salva vite in mare». A parole, denuncia l’attivista umanitaria, «le nuove policy italiane ed europee menzionano il soccorso in mare, ma poi, a leggere bene, si coglie che l’unico cambio di passo è il rafforzamento di Frontex e dei respingimenti verso la Libia».


Le critiche mosse da radicali, da sparuti elementi di sinistra varia e dalla rappresentante di Sea-Watch all’attuale governo ci sembrano esagerate. Siamo persuasi che nel suo intimo il presidente del Consiglio sia cambiato dall’agosto 2019 , che a lui sarebbe sufficiente qualche sollecitazione per dar prova di quanto gli stia a cuore la causa dei migranti. Allo stesso modo non può sfuggirci il più che evidente cambio di passo dell’attuale titolare degli Interni: la Lamorgese lunedì scorso è stata persino ricevuta dal Papa che ha dato evidenti segni d’assenso al monito della ministra a «non dimenticare, in un frangente così gravido di domande, il dramma dell’immigrazione».
  

Roberto Saviano

Quel che si è visto meno — ce ne siamo accorti da tempo — sono le manifestazioni di sostegno alla causa dei fuggiaschi da parte del mondo della cultura e delle arti. Pochi letterati, poche personalità dello spettacolo si sono prodigate, negli ultimi e penultimi tempi, per premere sul Parlamento a che vengano presi provvedimenti adeguati al dramma caliamesso in risalto dalla Lamorgese. Ancor meno sono gli scrittori che, sul modello di quel che loro stessi fecero nelle estati 2018 e 2019, abbiano preso la via del mare per portare un pur minimo sollievo ai disperati in fuga dalle coste africane (così da aver poi modo di scrivere libri su quelle loro sofferte esperienze). Per buona sorte ci è rimasto — assieme a un modesto numero di compatrioti — il greco Apostolopoulos che, dopo il cambio d’inquilino al Viminale, non ha modificato la propria sensibilità in materia di migranti. Peccato che Conte, Zingaretti e Grillo non lo abbiano preso a modello.

 

giovedì 20 febbraio 2020

L’URGENZA DI UNA NUOVA PRESENZA POLITICA DEI CRISTIANI 1


Politica_Insieme rientra in quella medesima sfera di iniziative civili volte a rianimare il Pd, e il centro sinistra in genere, di cui le “Sardine” sono la novità più clamorosa
 
ROBI RONZA

PRIMO ARTICOLO 26 DICEMBRE 2019

Oggi occorre innanzitutto ricostruire le ragioni della speranza, senza la quale – diciamolo ancora una volta — non si esce né dalla crisi dell’economia né da quella della politica. Quindi è tra l’altro urgente che una grande autorità morale come la Chiesa faccia nel suo insieme la propria parte senza dimenticarsi di essere, prima di tante altre cose, Mater et Magistra.

Non si tratta beninteso di ricostruire un partito come la Dc, frutto necessario dell’epoca della Guerra fredda e perciò venuto meno insieme ad essa ( in tale prospettiva sarebbe fra l’altro l’ora di rendersi conto di quanto Tangentopoli non fu la causa bensì la conseguenza della fine della Prima Repubblica).
Ciò fermo restando, a valle resta poi il problema di come, ormai a trent’anni dal tramonto della Dc, una nuova presenza dei cristiani possa riconfigurarsi sulla scena politica del nostro Paese. Non va bene per i diretti interessati ma nemmeno per nessun altro che  una presenza così marcata nel concreto della società italiana resti priva di proporzionati riflessi anche sulla scena politica: ne risulta infatti una democrazia incompleta nella sostanza perché non rappresentativa del Paese nel suo insieme. E ciò non solo e non tanto per motivi per così dire difensivi ma innanzitutto per il rilevante contributo specifico che la gente di fede può dare al bene comune del Paese ( Appunti sugli specifici contributi che possono dare i cristiani alla costruzione della casa comune di tutti gli uomini, 17 giugno 2019).

“Il cristianesimo (…) non ha fissato il messianismo nel politico. Si è sempre impegnato, fin dall’inizio, a lasciare il politico nella sfera della razionalità e dell’etica. Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile. In altri termini il Nuovo Testamento conosce un ethos politico, ma nessuna teologia politica” (Joseph Ratzinger, Chiesa, ecumenismo e politica). 
E’ chiaro quindi che non ha senso puntare a ricostruire un partito di raccolta di tutti i cattolici, una forzatura a suo tempo storicamente giustificata dalla realtà della Guerra fredda e dalla delicata e cruciale posizione che l’Italia aveva in tale contesto, ma che oggi sarebbe improvvida. Si tratta tuttavia di far riemergere un adeguato spazio pubblico come luogo privilegiato della condivisione di quell’ethos politico; e perciò luogo di fraterno  ascolto reciproco delle ragioni di scelte politiche immediate anche molto diverse. (…)

Politica_Insieme: Una novità interessante ma insufficiente
In questo quadro, con riguardo alla riemersione della presenza cristiana  nella vita pubblica del Paese tra i cattolici impegnati nell’area di centro-sinistra qualcosa già si muove. Nel loro Generativi di tutto il mondo unitevi!, Feltrinelli 2018, Mauro Magatti e Chiara Giaccardi propongono un “Manifesto per la società dei liberi” originale nell’impianto e ricco di spunti interessanti. Il caso  più strutturato è però quello di Politica_Insieme,( https://www.politicainsieme.com), un’iniziativa lanciata lo scorso 1 novembre da Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti e altri. Politica_Insieme  è salita alla ribalta con la pubblicazione del manifesto programmatico “per una presenza pubblica ispirata cristianamente”, http://www.politicainsieme.com/il-manifesto-per-un-nuovo-soggetto-politico-dispirazione-cristiana, che nell’arco di una trentina di giorni dalla sua uscita aveva già raccolto circa 500 firme.

Il manifesto di Politica_Insieme delinea una proposta largamente condivisibile da chiunque avverta l’urgenza e l’utilità di una nuova presenza cristiana sulla scena politica del nostro Paese. A prima vista sembrava dunque proporre la creazione di una «piattaforma» senza un orientamento partitico prestabilito. In seguito però è emersa una scelta di campo assai più ristretta: “Chiaramente il Manifesto e il percorso politico che presuppone è ontologicamente alternativo alla destra, questo è del tutto chiaro”, si è preoccupato di ribadire un altro dei primi firmatari del Manifesto, l’ex presidente della Provincia Autonoma di Trento e ex deputato Lorenzo Dellai, per quasi trent’anni al centro della scena politica del Trentino dapprima come figura di spicco della Democrazia Cristiana poi de La Margherita e infine di un piccolo partito alleato del Pd.
Grazie alle parole di Dellai è insomma diventato chiaro che, seppur con altro spirito e altri obiettivi, Politica_Insieme rientra in quella medesima sfera di iniziative civili volte a rianimare il Pd, e il centro sinistra in genere, di cui le “Sardine” sono la novità più clamorosa.
 Politica_Insieme non riesce insomma a liberarsi dal luogo comune post-giacobino secondo cui chi non è di sinistra non è qualcuno che pensa anch’egli al bene comune seppur in modo diverso da me. E’ invece prima di tutto e sostanzialmente una persona indegna al servizio di sordidi interessi. È la mentalità in forza della quale, come si vede in questi giorni, si può impunemente accusare un ministro dell’Interno in carica (ossia Salvini al tempo dei fatti) di sequestro di persona perché negò il permesso di sbarco in Italia di un gruppo di migranti irregolari. Vietando loro di sbarcare si sostiene infatti, al di là non solo del diritto ma prima ancora del buon senso, che egli li abbia perciò tenuti sotto sequestro nella nave sulla quale si trovavano.
Da luoghi comuni un po’ manichei come quelli cui ha dato voce Dellai sarebbe ora di emanciparsi, e la prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani potrebbe anche essere una buona occasione per farlo. In tale prospettiva ciò che occorre non è tanto un forum in cui stabilire chi ha ragione e chi ha torto bensì un luogo di reciproco ascolto in cui ciascuno, singola persona o gruppo, renda ragione delle proprie convinzioni e delle proprie scelte prudenziali immediate alla luce della dottrina sociale della Chiesa e prima ancora della fede comune. Senza avere alcuna funzione e quindi nessuna  importanza dal punto di vista specificamente politico, un tale luogo potrebbe però divenire una grande testimonianza pubblica di comunione.

lunedì 27 gennaio 2020

EMILIA-ROMAGNA. LA LEZIONE CHE I CATTOLICI DEVONO TRARRE


Rodolfo Casadei 27 gennaio 2020

No, la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna non è l’equivalente della vittoria contro i nazisti a Stalingrado; Lucia Borgonzoni non è Friedrich Paulus e Stefano Bonaccini non è Georgij Zhukov, così come Zingaretti non è Stalin e Salvini non è Hitler.

Perciò non contate su di me per il grande fronte democratico antifascista che ha dimostrato che la marcia della Lega non è inarrestabile. Non contate su di me per la santa alleanza fra radicali e cattolici, liberaldemocratici e socialdemocratici, sinistra europeista e destra europeista in funzione antisovranista, dove il sovranismo è l’uomo nero pronto a sguinzagliare falangi di razzisti, manipoli di neonazisti e coorti di neofascisti contro immigrati, ebrei, musulmani, preti di strada, omosessuali e transessuali.

E perdonatemi se per rafforzare il mio “no” tiro in ballo il servo di Dio don Luigi Giussani, e le motivazioni con cui giustificò il “no” di Comunione e Liberazione all’analoga richiesta che nei terribili anni Settanta veniva fatta al suo movimento (e a quella gemmazione di Cl che era il Movimento Popolare) di aderire al fronte antifascista promosso ed egemonizzato dall’allora Pci, quando il neofascismo era una cosa seria, e non si accontentava di essere accomunato a chi suona i citofoni delle famiglie contenenti qualche pregiudicato, ma metteva bombe, sprangava avversari e sparava in piazza.
Diceva a quel tempo (che secondo alcuni si sta ripresentando) Giussani: «Non ci si può riconoscere in un progetto politico che oggi viene portato avanti con grande tenacia dal Pci e da altre forze di sinistra “laica”, e che consiste nella mobilitazione di un fronte democratico ed antifascista, l’adesione al quale è suggerita come forma di resistenza al neofascismo emergente, e che dovrebbe essere egemonizzato da chi lo propone. (…)
Questa proposta – culturale prima che politica – non può essere, ritengo, accolta dai cattolici proprio perché è ancora la tradizionale proposta della cultura illuministico–borghese, che in questa nuova versione tende a quella ultima intolleranza, che fatalmente riemerge in ogni progetto culturale, e quindi socio–politico, che sia generato non da un senso religioso (consapevole o inconsapevole che sia), ma da una elaborazione intellettuale. Ancora una volta, si accuseranno di fascismo tutti coloro che non di ciò saranno rei, ma di non aderire alla cultura ed ai progetti dei promotori del fronte; ed in special modo si tenderà a trattare da fascisti tutti coloro che vivono realmente la fede ecclesiale.
Ma, nell’attuale stato di cose, i cattolici hanno spazio e possibilità di non entrare in questo fronte democratico e antifascista così ambiguo, senza correre il rischio di essere spinti a fianco dei neo-fascisti? A mio avviso una vita ecclesiale consapevole e tutta tesa ad incarnarsi può ancora garantire lo spazio necessario perché questa posizione emerga e si affermi come l’ambito adeguato di una presenza inconfondibile. Certamente si tratterà di uno spazio molto esiguo e da difendere con atteggiamento insonne e deciso. (…) Proprio per questo i cattolici italiani devono impegnarsi ad una presenza intelligente ed organizzata, che testimoni e renda evidente un’unità popolare da cui si generi una resistenza nuova, secondo l’aspetto più autentico di quello spirito che mobilitò le energie migliori della società italiana fra il 1943 e il 1945». (Comunione e Liberazione – Intervista a Luigi Giussani, a cura di Robi Ronza, Jaca Book 1976, pp. 172-174)

martedì 5 novembre 2019

INTERVISTA AL CARDINAL RUINI



«La Chiesa dialoghi con Salvini. I sacerdoti sposati? Un errore»
«Salvini ha notevoli prospettive davanti a sé, però deve maturare. Il rosario? Un modo per affermare il ruolo della fede. Vedo un declino dell’autorevolezza della Chiesa. E il cattolicesimo politico di sinistra ha sempre meno rilevanza».



Prima di entrare nella stanza del cardinale Camillo Ruini (Sassuolo, 1931, per sedici anni presidente dei vescovi italiani) si viene accolti dalla signora Pierina, tradizionale barometro della sua salute e del suo umore. Come sta? «È sempre il solito combattente» sorride lei.

Eminenza, sul «Corriere» Ernesto Galli della Loggia ha scritto che il voto in Umbria certifica «l’inconsistenza del richiamo politico di segno cattolico-democratico, nonostante l’impegno diretto della Chiesa». È d’accordo?
«In questi mesi Galli della Loggia ha scritto vari articoli molto acuti e penetranti. Penso anch’io che il “cattolicesimo democratico”, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra, in Italia abbia sempre meno rilevanza. Sarei invece più cauto a parlare di impegno diretto della Chiesa».
In Umbria non c’è stato?
«Ha riguardato solo quella parte di uomini di Chiesa che sono a loro volta orientati a sinistra».
Ha l’impressione che i cattolici nella politica italiana non contino molto?
«Sì, oggi è così. E non per caso. Ma spero che non si tratti di una situazione irreversibile».
Dopo la fine della Dc e dell’unità politica dei cattolici, lei scelse la strada di influenzare gli schieramenti, in particolare il centrodestra. Non se n’è pentito?
«Non mi sono pentito. Senza mitizzarla, quella strada ha portato dei frutti. Si è trattato di sottolineare contenuti molto importanti, non solo per i cattolici, e di chiedere alle forze politiche di impegnarsi su di essi, o almeno di non contrastarli. Questa linea ha avuto maggiori adesioni nel centrodestra, ma ne ha trovate anche nel centrosinistra».
Cosa dovrebbero fare oggi i cattolici per far sentire la propria voce? Con il proporzionale non potrebbero fondare un loro partito?
«Domanda difficile. Non è questo il tempo per dar vita a un partito dei cattolici. Mancano i presupposti: per il pluralismo molto accentuato all’interno della Chiesa stessa, e per la sua giusta ritrosia a coinvolgersi nella politica. I cattolici possono però operare all’interno di quelle forze che si dimostrino permeabili alle loro istanze. È una strada oggi più faticosa di ieri, perché la scristianizzazione sta avanzando anche in Italia; ma non mi sembra una strada impossibile».
Salvini è così cattivo come lo dipingono? È possibile il dialogo con lui? O deve cambiare linea sui migranti?
«Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso, anche se personalmente non lo conosco e quindi il mio discorso rimane un po’ astratto. Sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo; senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano».
Sbaglia a baciare il rosario?
«Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità. Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico».
È vero che la Santa Sede rischia il crac finanziario?
«Attualmente non ho informazioni in merito, al di là di quello che leggo sui giornali. Però ho fatto parte per vent’anni del Consiglio dei cardinali per gli affari economici; e penso che la notizia sia fortemente esagerata. La Santa Sede non è così ricca come tanti pensano, e spesso i suoi bilanci sono in rosso; ma da qui a un crac finanziario la distanza è grande».
Il Sinodo sull’Amazzonia potrebbe consentire ai diaconi sposati di diventare preti. L’impressione è che possa essere il grimaldello per far saltare l’obbligo del celibato. O no?
«In Amazzonia, e anche in altre parti del mondo, c’è una grave carenza di sacerdoti, e le comunità cristiane rimangono spesso prive della messa. È comprensibile che vi sia una spinta a ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, e in questo senso si è orientato a maggioranza il Sinodo. A mio parere, però, si tratta di una scelta sbagliata. E spero e prego che il Papa, nella prossima Esortazione apostolica post-sinodale, non la confermi».
Perché sbagliata?
«Le ragioni principali sono due. Il celibato dei sacerdoti è un grande segno di dedizione totale a Dio e al servizio dei fratelli, specialmente in un contesto erotizzato come l’attuale. Rinunciarvi, sia pure eccezionalmente, sarebbe un cedimento allo spirito del mondo, che cerca sempre di penetrare nella Chiesa, e che difficilmente si arresterebbe ai casi eccezionali come l’Amazzonia. E poi oggi il matrimonio è profondamente in crisi: i sacerdoti sposati e le loro consorti sarebbero esposti agli effetti di questa crisi, e la loro condizione umana e spirituale non potrebbe non risentirne».
Sta dicendo che un prete divorziato sarebbe un guaio?
«È così».
Ma lei non ha mai sentito la mancanza di una famiglia, di avere figli?
«Vivere il celibato non mi è stato facile: è un grande dono che il Signore mi ha fatto. Non ho però avvertito il peso di non avere figli, forse perché ho goduto dell’affetto di molti giovani. Quanto alla mancanza di una mia famiglia, sono tanto legato a mia sorella Donata (il cardinale indica una signora sorridente dalla fotografia che tiene accanto a quella di Wojtyla), e ho la fortuna di vivere con persone che per me sono come una famiglia».
Cosa si può fare allora per combattere il calo delle vocazioni? Per riempire i seminari? E anche le chiese, spesso disertate dai fedeli?
«A tutti questi interrogativi la risposta decisiva è una sola: noi cristiani, e in particolare noi sacerdoti e religiosi, dobbiamo essere più vicini a Dio nella nostra vita, condurre una vita più santa, e domandare tutto questo a Dio nella preghiera. Senza stancarci».
Papa Francesco è attaccato sia da coloro — come i vescovi tedeschi — che lo vorrebbero più riformatore, sia da coloro — come i vescovi nordamericani — che lo vorrebbero più conservatore. C’è il rischio di uno scisma?
«Non lo penso, e spero di no con tutto il cuore. L’unità della Chiesa è un bene fondamentale, e noi vescovi, in unione con il Papa, dobbiamo esserne i primi fautori».
Lei come giudica l’attuale pontificato? Sbaglia chi definisce Francesco un Papa «di sinistra», se non «populista»?
«Gesù Cristo ha detto: non giudicate, per non essere giudicati. Tanto meno io posso giudicare Francesco, che è il mio Papa, a cui devo rispetto, ubbidienza e amore. In questo spirito, posso rispondere che papa Francesco ha messo i poveri al centro del suo pontificato; e ricordo che anche san Giovanni Paolo II, molto diverso da lui, ribadiva di continuo l’amore preferenziale per i poveri».
Vede un declino dell’autorevolezza della Chiesa italiana?
«Lo vedo, purtroppo. Anche se non dobbiamo esagerare, e tanto meno disperare. Per recuperare autorevolezza dobbiamo esprimerci con chiarezza, coraggio e realismo sui problemi concreti; così la gente può comprendere che il messaggio cristiano la riguarda da vicino».
Il Papa emerito Ratzinger ha affermato che la crisi dell’Europa è antropologica: l’uomo non sa più chi è. Lei è d’accordo?
«Sì. Il principale motivo per cui non sappiamo più chi siamo è che non crediamo più di essere fatti a immagine di Dio; la conseguenza è che non abbiamo più la nostra identità, rispetto al resto della natura».
Lei ha scritto un libro sull’aldilà, «C’è un dopo? La morte e la speranza». Come se lo immagina?
«Ho 88 anni, e anche per questo all’aldilà penso ogni giorno, soprattutto nella preghiera. Immaginarlo è impossibile, se non per quello che ce ne ha detto Gesù Cristo: saremo per sempre con Lui e con Dio Padre, insieme ai nostri fratelli. Vivere già adesso il rapporto con Dio è il modo per pregustare la gioia che ci attende e che supera ogni nostro desiderio».
Ha mai qualche dubbio sull’immortalità dell’anima e sulla resurrezione della carne?
«Fino a Kant, l’immortalità dell’anima era l’idea prevalente tra i filosofi; il vero scandalo del cristianesimo è la resurrezione dei morti. Non i dubbi, ma più precisamente le tentazioni contro la fede nella salvezza futura mi hanno sempre accompagnato e affaticato. A vincerle aiuta la teologia, ma molto di più aiuta la preghiera. E ci confortano i segni che dall’aldilà talora arrivano».
Quali segni?
«Pensi alle tante guarigioni dovute all’intercessione di padre Pio. E anche a quelle — lo so per certo — dovute a san Giovanni Paolo II».

tratto dal Corriere della sera

giovedì 29 agosto 2019

NE’ CON SALVINI NE’ CON PADRE SPADARO


ALFREDO MANTOVANO

Mettiamola dal lato dei cattolici italiani. Dal lato di quella minoranza che mantiene la frequenza della Messa domenicale, che tenta di orientare la vita secondo un senso religioso ricevuto o acquisito, che prova perfino a riferirsi a un quadro essenziale di principi, la cui trasmissione attende dalla chiesa, che è disponibile a manifestare il proprio sentirsi cristiani nell’educazione dei figli e in opere concrete di aiuto al prossimo, che riesce a mobilitarsi in manifestazioni di piazza, come è stato per i due Family day del 2015 e del 2016.
Quest’area, che non è la maggioranza degli italiani, ma nemmeno un circolo isolato, ha assistito negli ultimi mesi, soprattutto negli ultimi giorni, all’ostentazione da parte del leader della Lega dei simboli più cari alla religiosità popolare: in occasione non di celebrazioni sacre, bensì di eventi politici e istituzionali.
E ha contestualmente assistito alla pesante critica rivolta a Salvini da esponenti significativi della realtà ecclesiale italiana, di strumentalizzazione, se non di uso blasfemo. Il livello della polemica politica è tale che non ci si meraviglia se, a un vicepremier che bacia la corona del Rosario nell’Aula del Senato fa da pendant il presidente della commissione Antimafia, per il quale in Calabria il Rosario è uno dei simboli della ndrangheta; la questione è troppo seria per essere liquidata in poche battute, ma l’equazione del pentastellato Morra si qualifica da sé. Né ci si meraviglia dell’ira laicista esplosa dentro e fuori quell’Aula alla mera comparsa di quei simboli: per ribadire il divieto di riferirsi a Dio nella vita pubblica, comunque si manifesti, quasi come se fosse una bestemmia.

Ma dal direttore di Civiltà cattolica ci si aspetta qualcosa di più: uno sforzo di analisi invece che un anatema, in linea con la tradizione di quella testata… E non è solo Civiltà cattolica, vi è un orientamento diffuso nella comunicazione ecclesiale, che si percepisce al di là della sua connotazione di ufficialità. I Pontefici hanno sempre insegnato che i criteri di valutazione della linea di un partito, o di un governo, o di una iniziativa politica sono quelli elaborati dalla Dottrina sociale della chiesa: che continua a restare “parte integrante della concezione cristiana della vita”, come la definiva San Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et magistra. Essa non indica soluzioni concrete, ma prospetta principi di riferimento, criteri di giudizio e direttive di azione, il cui filo conduttore, prima ancora del dato confessionale, sono l’adesione a una sana antropologia e la verifica ex fructibus.

Non è complicato valutare l’anno abbondante di governo gialloverde alla stregua di questi criteri; nel “contratto” che lo ha fondato, poiché le questioni attenenti alla vita e alla famiglia sono fra le più divisive in assoluto, è stata concordata una moratoria: non rivedere, neanche in parte, le norme fortemente ostili introdotte dai Governi della precedente legislatura, dal divorzio breve e facile alle unioni same sex, fino alle dat, ma nemmeno andare oltre.

I cattolici hanno pieno titolo a mostrarsi delusi sulla tenuta della tregua, che non vi è stata.
Basta ricordare tre vicende: la prima è l’ordinanza n. 207/2018 con cui la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della disposizione del codice penale che sanziona l’aiuto al suicidio, ha messo in mora il Parlamento affinché, entro il 24 settembre 2019, vari una normativa sostanzialmente eutanasica, lasciando intendere che altrimenti provvederà la stessa Consulta. Vi è stata la lodevole proposta di legge di qualche deputato leghista, per evitare l’inserimento del suicidio medicalizzato nel Sistema sanitario nazionale, ma il vertice della Lega non ha fatto nulla perché tale proposta pervenisse nell’Aula della Camera. Né oggi il tema è minimamente evocato fra le questioni importanti: la crisi di governo rischia di lasciarla al destino di una grave decisione già nella sostanza anticipata.

La seconda è la Determina con la quale a fine febbraio l’Aifa-agenzia italiana del farmaco ha inserito la molecola TRP-triptorelina fra i medicinali erogabili a carico del Servizio sanitario nazionale: da somministrare, sotto controllo medico, ad adolescenti ritenuti affetti da DG-disforia di genere, al fine di procurare loro un blocco temporaneo, fino a un massimo di qualche anno, dello sviluppo puberale, con l’ipotesi che ciò “alleggerisca” in qualche modo il “percorso di definizione della loro identità di genere”. E’ uno strumento per la riaffermazione dell’ideologia del gender in danno del minore, in spregio alle preoccupazioni di ordine scientifico e giuridico espresse da realtà qualificate.
Qui il governo è stato parte in causa, dal momento che Aifa opera sotto la vigilanza dei ministeri della Salute e dell’Economia. Vi è stato qualche cenno di agitazione, qualche interrogazione presentata, poi è calato il silenzio.

La terza è l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri – il 28 febbraio –, fra gli altri, di un disegno di legge delega di riscrittura del codice civile, con la previsione degli accordi prematrimoniali, che riducono il matrimonio a un contratto come tanti altri che, come per la somministrazione di un servizio, disciplina le modalità di conclusione prima ancora di iniziare, in un’ottica mercantilistica consacrata in clausole negoziali.

Questo per non dire, al di fuori delle decisioni romane, della deriva libertaria inspiegabilmente imposta dalla guida leghista della Regione Lombardia.

Lo spazio complessivo dedicato a queste voci dagli opinion maker della realtà ecclesiale italiana è stato minimo, del tutto incomparabile con la questione immigrazione, che ha polarizzato, al di là dei simboli, la critica al governo, e in particolare al vicepremier Salvini, peraltro spesso aspra, emozionale, senza quelle distinzioni che fanno cogliere la complessità dei fenomeni, e per questo alla fine non incisiva.

Vi è però un ulteriore dato di riflessione. Salvini – al di là delle intenzioni, per le quali dovrebbe comunque valere il “chi sono io per giudicare?”, e al di là del necessario equilibrio fra la propria fede e la sua ostentazione – riempie lo spazio dell’uso in calo di simboli della fede popolare.
Sarei curioso di sapere se egli conosce la radice e il senso della devozione al Cuore Immacolato di Maria, come e perché essa nasce, quale importanza abbia oggi per la Chiesa e per il mondo, quanto essa sfugga ad appropriazioni politiche.
Quel che è certo è che però si tratta di una pratica religiosa poco diffusa. Far riferimento a essa provoca l’effetto di risvegliare l’attenzione remota di fedeli che non ne sentono più parlare: oggettivamente cattura un segmento di elettorato, non esteso ma da sommare ad altri. La reazione negativa dei media ecclesiali ci sta tutta. Ma non si svolge alcun orientamento se ci si ferma alla demonizzazione.

Se non ci si domanda quanto l’abbandono di preziosi territori di fede – la devozione al Cuore Immacolato lo è – lasci spazi che vengono occupati, se pur in modo distorto.
In quest’ottica, la risposta, al posto della quotidiana scomunica, potrebbe essere ridare senso a quel bene prezioso che è la fede in Italia, uscendo dalla sovrapposizione della realtà ecclesiale nazionale a una megaonlus orientata quasi monotematicamente – questa è la percezione - sull’accoglienza dei migranti.

Tornando alla politica, l’alternativa alle manifestazioni religiose di Salvini, comunque
apprezzate da una parte del popolo dei cattolici, non è il silenzio dei “cattolici democratici”, né il timore che nelle istituzioni o nelle piazze si dica o si faccia qualcosa di cattolico, ma il coraggio di riprendere a applicare la Dottrina sociale cristiana.

Il prezzo del tratto ecclesiale su vicende come il “caso Salvini”, è l’accentuazione dell’irrilevanza della presenza pubblica dei cattolici in Italia. E non dipende dalle corone del Rosario che il capo della Lega ostenta.

Alfredo Mantovano sarà a Cesena il 12 settembre a parlare di suicidio assistito invitato dal Crocevia