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giovedì 21 agosto 2014

CACCIARI: “LE PAROLE DEL PAPA SU GUERRA E PACE? UNA SVOLTA RADICALE PER LA CHIESA CATTOLICA”

Il filosofo: "Per la prima volta un vescovo di Roma abbandona l'idea cattolica di 'guerra giusta'. Quella di Wojtyla era ancora un'idea tradizionale: ma lui era l'ultimo grande pontefice medioevale"

Massimo Cacciari "Per la prima volta un pontefice abbandona l'idea cattolica di "guerra giusta": e questa è una novità epocale". Il filosofo non ha dubbi: Jorge Mario Bergoglio, parlando con i giornalisti nel viaggio di ritorno dalla Corea, si è espresso in termini assolutamente laici, nel momento in cui ha evocato un possibile intervento in Iraq deciso dalle Nazioni Unite. Ragiona, cioè, in termini realistici e non "assoluti".

"Il che - afferma Cacciari - dimostra che vi sono trasformazioni colossali in atto nel mondo della Chiesa cattolica". Che ormai confluisce sulle posizioni del diritto positivo proprie dei laici: "In sostanza Francesco dice che non possiamo rimanere impotenti di fronte a queste stragi quotidiane. Ma lo fa con termini non dissimili da quelli che usava Bobbio. Ed è anche il grande realismo di un papa gesuita che percepisce il tramonto dell'Occidente".

"SI TRATTA di una svolta radicale nella teologia politica della Chiesa. Per la prima volta Francesco abbandona l'idea cattolica di "guerra giusta"". Massimo Cacciari interpreta come "una novità epocale" le parole del pontefice sulla tragedia irachena.

Il Papa ha sostenuto che è lecito fermare la violenza dei seguaci del califfato islamico. Fermare, non fare la guerra. E i modi in cui fermarla devono essere decisi dalle Nazioni Unite. Si appella in sostanza a un organismo internazionale.
"Ma questo è un bel problema. Un Papa che si mette a ragionare in termini realistici, e sulla base di diritti positivi, una questione teologica la pone. La mia non è una critica. Solo una constatazione delle colossali trasformazioni dentro la Chiesa".

A cosa di riferisce?
"Con quelle parole papa Francesco ha abbandonato completamente l'idea cattolica di "guerra giusta". Quando io stabilisco che la guerra deve essere fondata sul diritto internazionale, il cui organo effettivo è rappresentato dalle Nazioni Unite, non ha più senso parlare di "guerra giusta". La categoria di giusto non ha a che fare con il diritto positivo".

Sta dicendo che il giusto ha a che fare con valori assoluti?
"Ma certo. La dignità teorica e teologica della "guerra giusta" è fondata su valori assoluti e irrelativi, che non vengono decisi dalle Nazioni Unite".

Lei si riferisce al principio di bellum iustum di Sant'Agostino, che traeva la legittimità della guerra non dal diritto ma dalla volontà di Dio?
"Sì, lei lo dice in termini più radicali, ma è così. Per parlare di "guerra giusta" devo riconoscere in Dio la volontà di quel conflitto, non affidarmi al diritto internazionale, che nasce dall'accordo tra diritti positivi nazionali".

Papa Francesco non parla mai di "guerra giusta", anzi respinge la parola "guerra". Ed esclude i bombardamenti. Ma la sua posizione teorica non sembra distante dalla nozione di "guerra giusta" elaborata da Norberto Bobbio, che era fondata su basi giuridiche: l'intervento militare può essere un mezzo per difendere il diritto dei popoli aggrediti.
"Sì, c'è analogia. Bobbio esprimeva un principio laico per il quale è necessario l'intervento militare per salvaguardare i diritti umani. Ma se è corretto quello che abbiamo detto finora - ossia che Francesco considera legittimo un intervento nella misura in cui viene deciso dall'Onu - siamo in presenza di una laicizzazione dell'idea cattolica di "guerra giusta". Non vedo differenze neppure con la posizione sostenuta da tutti i governi europei durante le guerre del Golfo. Si tratta di una banalizzazione laicista della "guerra giusta"".

Ma perché "banalizzazione"? Un Papa non può invocare una guerra, allora cerca di dare la sveglia ai governi.
"Ma io parlo dal punto di vista della teologia politica: la posizione di Francesco è fragilissima. La sua è una posizione che potrebbe sostenere un Renzi o una Merkel. Se mi permette, io dal Papa mi aspetto qualcosa di più, ossia che mi dica che bisogna intervenire sulla base di valori considerati assoluti. Un grande papa medioevale, se ci fosse un eccidio di cristiani come quello in atto, tenderebbe alla crociata. Per fortuna l'attuale papa non lo è. Francesco ragiona in termini realistici. Però pone alla Chiesa un problema teologico".

Anche Wojtyla aveva sostenuto negli anni Novanta la necessità dell'intervento militare come extrema ratio. E davanti all'assedio di Sarajevo usò la stessa formula di Francesco: fermiamo gli aggressori ingiusti.
"Ma la sua era ancora un'idea tradizionale di "guerra giusta". Wojtyla è stato l'ultimo grande papa medioevale, che ha chiuso un secolo straordinario. La sua storia appartiene alle tragedie del Novecento. È stato il papa che ha sfidato l'impero comunista. Francesco è il papa gesuita che percepisce con grande realismo il tramonto dell'Occidente. E teme che il conflitto iracheno possa rendere difficile l'evangelizzazione soprattutto in quelle zone".

Nel Novecento il rapporto tra Chiesa cattolica e guerra è stato controverso. Benedetto XV stigmatizzò la Grande Guerra come "inutile strage", ma i cappellani militari in trincea usavano le immaginette per promuovere il conflitto.
"Certo. Ma questa è la storia, che ripropone le contraddizioni della Chiesa. Oggi noi assistiamo a un grande passaggio culturale: per quanto concerne le questioni della pace e della guerra, la Chiesa cattolica confluisce sulle posizioni del diritto positivo che sono proprie dei laici. E non è un caso che a compiere questo passaggio sia un papa gesuita: è la posizione di chi vuole contare - secondo la tradizione di quell'ordine - sul piano politico dell'immanenza ".

È significativa anche l'enfasi che ha posto sulla "terza guerra mondiale".
"La guerra mondiale è un conflitto tra grandi potenze, qui che c'entra? Però il pontefice ha voluto avvertirci: guardate che le guerre stanno dilagando, non possiamo assistere impotenti alle stragi quotidiane. Manca il katéchon , la forza per tenere a freno stermini e genocidi. Il Papa si richiama a questa forza".

Da Repubblica, intervista di Simonetta Fiori

“AHIMÉ, BASTA TACERE! GRIDATE CON CENTOMILA LINGUE. VEDO CHE, PER LO TACERE, LO MONDO È GUASTO, LA SPOSA DI CRISTO È IMPALLIDITA”.

Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.

(Nota del Blog: continuano gli stringenti interventi di Socci sulla persecuzione dei Cristiani, e la critica all'operato del Vaticano e del Papa; spesso sopra le righe, a tratti sferzante e velenoso, interpreta una parte di opinione cattolica. Noi non condividiamo molte affermazioni, ma è utile seguirlo)

Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che – come Caterina – si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.
Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono.

Eppure è difficile e – per un cattolico – molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.
Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana.

Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”.
Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i “nemici dell’Islam”, che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.

Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: “Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ ingerenza umanitaria”.
Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza “bombardare” o “fare la guerra”.
Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti. Qual è infatti il modo per “fermare” una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per “fermare” quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino?
Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di “uso della forza” per la legittima difesa.
Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale,
Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando “il principio della ‘responsabilità di proteggere’ (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati”.
E aggiunse che “il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli”.

In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione”.
Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica).

Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere – sulle orme di Giovanni Paolo II – è che tale “uso della forza” da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.
Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa “politically correct”. Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani “e sono tutti uguali davanti a Dio”. Un’ovvietà che è parsa una “excusatio non petita…”.

Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa “tragedia umanitaria” e per quale motivo viene perpetrata.
Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’Islam.
Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’Islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.
Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio “giudizio culturale” su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani.
Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di “cristiani perseguitati” (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior  numero di paesi del mondo).

Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che – senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica – arrivino presto parole ancora più chiare e decise.
Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate.
L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, oppure “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”.
Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il “dialogo” o la diplomazia.
Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.

Antonio Socci


Da “Libero”, 20 agosto 2014

mercoledì 20 agosto 2014

FERMARE L'AGGRESSORE

CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
DURANTE IL VOLO DI RITORNO DALLA COREA
Volo Papale 
Lunedì, 18 agosto 2014

FERMARE L’AGGRESSORE

(...) 
Santità, mi chiamo Alan Holdren, lavoro per la Catholic News Agency, ACI Prensa a Lima, in Perù, anche EWTN. Come Lei sa, le forze militari degli Stati Uniti da poco hanno incominciato a bombardare dei terroristi in Iraq per prevenire un genocidio, per proteggere il futuro delle minoranze – penso anche ai cattolici sotto la Sua guida. Lei approva questo bombardamento americano?

(Papa Francesco)
Grazie della domanda così chiara. In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo anche avere memoria! Quante volte, con questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: “E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto questo, niente di più.
Secondo, le minoranze. Grazie della parola. Perché a me dicono: “I cristiani, poveri cristiani…” Ed è vero, soffrono. I martiri, sì, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose, non tutte cristiane, e tutti sono uguali davanti di Dio. Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto dell’aggressore, di essere fermato per non fare del male.

(...) 


sabato 16 aprile 2011

LA TRAGEDIA DI UN VOLONTARIO


La tragedia di un volontario

Arrigoni chiamava “ratti” i sionisti, era un duro che militava con ardore. L’islamismo lo ha ucciso perché veicolo di “vizio occidentale”, come altri attivisti macellati da un nemico feroce che non hanno saputo riconoscere

Vittorio Arrigoni non faceva mistero di disprezzare gli israeliani. In un recente post su Facebook, dove scriveva molto prima di essere ucciso a Gaza da fondamentalisti islamici, l’attivista italiano aveva appena definito i sionisti “ratti”. Una fotografia, diffusa dai siti israeliani, lo mostra abbracciato al premier di Hamas, Ismail Haniyeh. Arrigoni era un duro della militanza pro Hamas, certo. Ma era anche un ragazzo ardente che ha militato per un’idea (sbagliata) e lo ha fatto senza infingimenti, pronto perfino ad accettare una bella morte. La morte invece è stata orrenda e lo ha colto alle spalle, ma se possibile questo accresce la pietà verso un altro “nostro” morto ammazzato. Nostro, proprio in quanto veicolo di “vizio occidentale” – questa l’accusa della mano assassina – in quella fortezza della sharia che è Gaza.

Quando in Iraq fu macellato Enzo Baldoni, l’italiano “panza e istinto” ammiratore del subcomandante Marcos e primo di una filiera di pacifisti italiani uccisi per mano del terrorismo, il moralismo arcobaleno provò a distinguere tra il cattivo bodyguard dagli occhi di brace che doveva portare la mesata a casa, il “mercenario” Fabrizio Quattrocchi, e l’“uomo di pace” Baldoni. L’uccisione di Arrigoni, impiccato da uno squadrone della morte, ci ricorda che questa distinzione non esiste agli occhi dei predoni islamisti.

Non è bastato santificare l’altruismo perché il giovane romano Angelo Frammartino fosse risparmiato a Gerusalemme. Militava per Rifondazione comunista e l’Arci, cantava “le fionde dei ragazzi palestinesi”, è finito accoltellato. Il suo carnefice riteneva che Angelo fosse “ebreo”. In Iraq è morto Salvatore Santoro di Pomigliano. E’ stato ucciso dai terroristi a Ramadi, “la tomba degli americani”, dove Salvatore voleva collaborare alla ong pacifista Charity for England and Wales.

Cresciuto a pane e politica”, Arrigoni era stato cooperante in Bosnia e osservatore durante le elezioni in Congo. La sua fama crebbe quando da Gaza cominciò a scrivere per il Manifesto. Arrigoni dragava, il volto squadrato e convinto, con i pescatori palestinesi. Eppure questo non gli ha risparmiato l’esposizione piangente e disperata di fronte alle telecamere, che in Iraq prima di lui ha sigillato la morte di Nick Berg, l’ebreo esperto di radioline a cui hanno segato la testa. Arrigoni diceva che “apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, alla stessa famiglia umana”. Non la pensano così i fanatici genocidi che tengono in scacco Israele da oltre sessant’anni.

Il suo ultimo video, la testa strattonata per i capelli e gli occhi bendati, ricorda quelli della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, generosa pacifista dal volto sciupato e dolente e dal sorriso spento nel pianto. Anche la “resistenza irachena”, per cui Sgrena aveva patteggiato, la costrinse a farsi megafono del banditismo omicida che ha infestato l’Iraq, facendo esplodere i seggi elettorali. Baldoni, Santoro, Sgrena, le due Simone, Frammartino, Arrigoni, sono tutti pacifisti finiti, letteralmente, nelle mani del nemico. Ma il nemico non era quello che immaginavano loro, i marines, le truppe italiane di Nassiriyah, i cingolati israeliani.

E’ un odio puro, feroce, che non discrimina fra ebrei, crociati o apostati del vizio occidentale.

 Eccola la tragedia dei nostri pacifisti.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/8532

domenica 27 marzo 2011

UNA GUERRA DISUMANITARIA



Contro questa guerra (dis)umanitaria

“La violenza non instaura il regno dell’umanesimo. E’ al contrario uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

E’ un pesantissimo giudizio di Benedetto XVI ed essendo contenuto nel libro appena uscito, “Gesù di Nazaret”, diventa inevitabile associarlo alla cosiddetta “guerra umanitaria” appena scatenata – a suon di bombe – contro la Libia di Gheddafi.
Anche perché è sempre più chiaro che questo Papa parla direttamente tramite il suo insegnamento e non attraverso la diplomazia vaticana (che peraltro è sempre più assente e lo è stata anche in questa circostanza).
Il giudizio del libro del Pontefice va accostato infatti alle specifiche parole sulla Libia pronunciate da Benedetto XVI nell’Angelus del 20 marzo: “chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana”.
Poi ha aggiunto: “rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari. Alla popolazione desidero assicurare la mia commossa vicinanza”.

Questo appello va letto con le dichiarazioni del vescovo di Tripoli contro i bombardamenti sulla città scatenati dai “volenterosi” senza prima tentare nessuna mediazione. Monsignor Martinelli con saggezza ha auspicato, attraverso le organizzazioni internazionali, trattative politiche che sostituiscano l’uso delle armi.
Naturalmente non bisogna confondere la posizione della Chiesa, espressa da papa Ratzinger e da monsignor Martinelli, con l’ideologia del pacifismo assoluto.
Infatti si sa che il pensiero cattolico ha elaborato da tempo la dottrina della “guerra giusta”, che legittima – in certi particolarissimi casi – l’uso della forza. Per autodifesa o per la difesa di inermi.

Ma Benedetto XVI, coerentemente con tutto il magistero dei papi del Novecento, tende a restringere sempre più la casistica della “guerra giusta”.
Anche perché la storia recente dimostra quanto scivolosa e ambigua sia la categoria di “guerra umanitaria”, che spesso copre interessi inconfessati e inconfessabili.
Come accade peraltro nel caso della “guerra libica”, dove sono in tanti ad aver mestato nel torbido, magari fomentando le rivolte per poi poter intervenire militarmente e mettere le mani sul petrolio libico.
Inoltre, anche se ci sono casi in cui la dottrina cattolica ammette l’uso della forza, per la Chiesa tale uso della forza deve essere assolutamente proporzionato alle necessità e deve rigorosamente puntare a ottenere il massimo risultato col minimo danno.
Ovvero: non è legittimo – con la scusa della guerra in difesa di inermi – scatenare distruzioni e massacri peggiori di quelli che si pretendeva di evitare.

Questo è anche il motivo per cui non è lecito scatenare guerre a destra e a manca contro tutti i regimi che calpestano i diritti umani: il rimedio finirebbe per essere peggiore del male. L’esperienza storica dimostra che è attraverso la politica, gli accordi, i trattati, la cooperazione, il dialogo che si può ottenere anche un’evoluzione dei regimi dittatoriali.
E la storia del Novecento dimostra che è possibile uscire dalle tirannie (di destra come di sinistra) senza stragi, guerre e spargimento di sangue. Questa, per la Chiesa, è la strada da percorrere.

Colpisce che papa Ratzinger ancora una volta evochi la figura dell’anticristo, come ha già fatto molte volte nel suo pontificato (pure nelle encicliche), associandola all’inganno ideologico dei “nobili ideali”.
L’idea che l’anticristo si ammanti di apparenze idealistiche o umanitarie per scatenare, in realtà, il male è un pensiero ricorrente di papa Ratzinger ed è anche un’antica premonizione della tradizione cristiana.
Anzi, uno dei pericoli che papa Ratzinger denuncia con più vigore è la copertura “religiosa” che da più parti si è tentati di dare alla violenza.
Infatti il brano del libro del Papa, letto per esteso, va molto al di là del caso attuale della guerra libica e – in un certo senso – è ancora più esplosivo.
Il primo bersaglio sono le cosiddette “teologie della rivoluzione” (che ben prima e ben più della “teologia della liberazione” considerarono Gesù come un “rivoluzionario politico”).
Secondo Benedetto XVI queste teorie assimilano Gesù agli zeloti del suo tempo, ovvero a quel partito fondamentalista che strumentalizzava l’attesa messianica di Israele per fomentare un’avventuristica rivolta armata all’occupazione romana: alla fine ci riuscirono (con dei messia fasulli) e i romani massacrarono il popolo ebraico, lo dispersero e distrussero Gerusalemme e il Tempio.
Dunque certe teologie politiche rivoluzionarie degli anni Sessanta pretendevano di far passare Gesù per uno zelota, un rivoluzionario, che per questa sua rivolta politico-sociale sarebbe stato ucciso.

Oggi – scrive il Papa – “si è calmata l’onda delle teologie della rivoluzione che, in base ad un Gesù interpretato come zelota, avevano cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore – il ‘Regno’.
I risultati terribili di una violenza motivata religiosamente stanno in modo troppo drastico davanti agli occhi di tutti noi. La violenza non instaura il regno di Dio, il regno dell’umanesimo.
E’, al contrario, uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

Il Papa afferma dunque che Gesù era all’opposto di tutto questo: “il sovvertimento violento, l’uccisione di altri nel nome di Dio non corrispondeva al suo modo di essere”. Egli sarà infatti “il re della pace”.
Ratzinger mostra che è proprio la vittima, il Crocifisso (con i crocifissi) a cambiare la condizione umana e il mondo con l’amore. E non i crocifissori con la forza e con la violenza.
Questo passo del libro del Papa torna dunque sul tema dell’ “esplosivo” discorso di Ratisbona, sul possibile legame fra religione e violenza, ma sottolineando che vale per tutti perché tutti – non solo i musulmani – possono essere tentati di giustificare la violenza con motivazioni religiose. Perfino i cristiani lo hanno fatto.
Fra gli spunti nuovi c’è l’evocazione, in questo contesto, pure della cultura umanistica e umanitaria.
Perché anche in nome dell’umanesimo, in nome di nobili ideali o della causa umanitaria si può giustificare la violenza. Ma è egualmente arbitrario e, afferma il Papa, “non serve all’umanesimo. Bensì alla disumanità”.
Una riflessione per tutti i tempi. Ma che, nel caso specifico, a mio avviso, boccia la “guerra libica” così come è esplosa e si è svolta finora.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 marzo 2011