mercoledì 19 aprile 2023

UN ANNIVERSARIO MANCATO : 18 APRILE 1948

LEONARDO LUGARESI 

Ieri cadeva il settantacinquesimo anniversario delle elezioni del 1948, le uniche che la Democrazia Cristiana vinse davvero. Posso sbagliarmi, ma mi pare che la ricorrenza sia passata nel silenzio generale, o quasi. Il che, se ci si pensa, è molto strano in un tempo come il nostro, in cui la fregola delle celebrazioni impazza e non c'è giorno che non si commemori questo o quell'altro avvenimento del passato. Oltretutto, “75” è una cifra abbastanza tonda da ingolosire i celebratori in servizio permanente effettivo, ma c'è una ragione di più per insospettirsi. Nelle attuali circostanze, quale occasione più ghiotta di questa ci sarebbe stata per sfruttare – strumentalmente, si capisce, ma oggigiorno tutto è strumentale – la “scelta atlantica” fatta allora dal popolo italiano a supporto di quella che si vuole che faccia oggi? “Settantacinque anni dopo, oggi come allora, dalla parte dell'Occidente contro la Russia!”: non sarebbe forse questo uno slogan spendibile, sul mercato della propaganda di guerra? Allora perché tacere, “un po' come si tace di un'onta”, di ciò che avvenne quel giorno?

Ci ho pensato, e il mio “debol parere” sarebbe questo. Qual è il senso principale di ciò che fece il popolo italiano il 18 aprile del 1948, nelle elezioni più democratiche che mai ci furono nella sua storia? Per chi votò e contro chi votò? Ma soprattutto, perché votò così? Per rispondere a queste domande ci vorrebbero naturalmente analisi storiche complesse e raffinate, che qui certo non c'è la presunzione di poter fare. Andiamo però al sodo, facendo un discorso rozzo sì ma io credo fondato: chi c'era sulla lista e nei manifesti del Fronte Popolare? C'era Garibaldi. Che fosse solo una maschera di Stalin lo disse, con indubbia efficacia, la propaganda avversa, ma c'era Garibaldi, non qualcun altro. E i simboli in politica contano; allora poi contavano moltissimo, in un'Italia ancora relativamente poco alfabetizzata.

Il 18 aprile del '48, il popolo italiano votò contro Garibaldi. In che senso? Nel senso che quel popolo, il quale era appena uscito dall'immane catastrofe della guerra cioè dalla quasi distruzione del paese, intuiva di chi fossero le responsabilità storiche di tutto quel male. Del fascismo, in primo luogo. Su questo non ci possono essere equivoci e sottili distinguo: la libertà di manifestazione del pensiero è sacra e quindi io, come ho detto tante volte in questo blog, sono assolutamente contrario a qualsiasi forma di repressione penale anche dell'apologia del fascismo, ma con pari forza credo che vada contrastata duramente, sul piano culturale ed intellettuale, qualsiasi forma di rivalutazione di un fenomeno storico che ha portato l'Italia sull'orlo dell'annientamento. Del fascismo in quanto tale non c'è nulla da salvare e Mussolini è stato uno dei più grandi criminali (e coglioni) della storia d'Italia. Nulla importa, rispetto a questo, che “abbia anche fatto cose buone”.

Ma il fascismo si presentò, non senza ragione, come il compimento definitivo, in chiave di rivoluzione nazionale, del processo risorgimentale. Cioè di quel processo di cui il conte di Cavour pagò il biglietto di ingresso, “con alcune migliaia di morti per sedere al tavolo della pace”, mandando i soldati piemontesi a morire di colera in Crimea (in Crimea!); facendo cioè, sia pure con opposti risultati, lo stesso ragionamento che fece Mussolini nel giugno del 1940 (sedendosi però dalla parte sbagliata del tavolo). Quel processo in base al quale, fatta l'Italia, “bisognava fare gli Italiani”; frase totalitaria quant'altre mai, e no, non la disse Mussolini. Quel processo che si sviluppò nelle stolte e fallimentari aspirazioni imperialistiche e coloniali dell'Italia crispina (poi puntualmente riprese, in modo ancor più stolto e criminale dal fascismo). Quel processo che culminò nei seicentomila morti della guerra del '15-'18: guerra di aggressione contro l'integrità territoriale di uno stato sovrano (toh, proprio come quella di Putin!), per giunta dichiarata contro una potenza con cui eravamo alleati (questo nemmeno Putin l'ha fatto), decisa dal re e da una minoranza di manigoldi contro la volontà della maggioranza del paese e del parlamento, e legittimata appunto come quarta guerra d'indipendenza. E no, non fu Mussolini a dichiararla, anche se, per parte sua, l'appoggiò entusiasticamente, costruendoci sopra l'inizio delle sue fortune politiche. Si potrebbe continuare, ma non ce n'è bisogno: basti solo notare la contraddizione vigente ancor oggi, per cui noi dovremmo ufficialmente esaltare tutta quella robaccia e al tempo stesso esecrare il fascismo che si inserì a pieno titolo in quella stessa corrente. È in gran parte per quel legame che esso non fu, come ormai tutti gli storici convengono, né un incidente di percorso, né una parentesi nella storia d'Italia unita, ma una parte ingrante di essa.

A tutto ciò il popolo italiano, ferito e bruciato dalle conseguenze della catastrofe a cui tutto quel percorso nazionalistico aveva portato, nell'unica volta in cui gli fu possibile esprimersi effettivamente, disse di no. Con la scelta di Garibaldi, il Fronte Popolare intese invece riallacciarsi a quella storia anticattolica, sia pur pretendendo di cambiarne radicalmente il segno in senso rivoluzionario socialista e pacifista. Il popolo italiano non abboccò. Per questo dico che votò sì contro i comunisti, per sana intuizione del pericolo pur senza aver provato fino in fondo sulla sua pelle che cosa fosse il comunismo; ma votò anche contro Garibaldi.

E da chi andò, invece, nella sua condizione di rovina post-bellica? Dalle mie parti si sarebbe detto, brutalmente e ingiustamente: dai preti. Più correttamente diremo che il popolo italiano il 18 aprile 1948 riconobbe d'istinto che, pur con tutti i suoi difetti e i suoi peccati, chi lo aveva veramente sostenuto e aiutato era sempre stata la Chiesa Cattolica, e dunque votò non per il partito cattolico (che è una contraddizione in termini) ma per il partito dei cattolici, che era la forma allora storicamente possibile dell'unità politica dei cattolici. Un partito che non aveva il papa nel suo stemma, ma la croce, e si chiamava Democrazia cristiana: formula felicissima, nel suo implicito richiamarsi al profetico ammonimento di Leone XIII: «la democrazia o sarà cristiana o non sarà», perché in essa l'aggettivo faceva da imprescindibile sostegno al sostantivo altrimenti periclitante (come poi si è visto). “Democrazia cristiana” e non “Cristianesimo democratico”, che è la merce avariata che certuni propagandano oggi nella chiesa.

Ricordare il 18 aprile, se mai lo si facesse seriamente, richiederebbe però di non fermarsi alla celebrazione di quella giornata e di riflettere invece sul quinquennio che ne seguì, in assoluto il migliore della storia italiana, il breve periodo in cui è racchiuso il “miracolo italiano” (certi frutti del quale si videro dopo, ma in un certo senso la semina fu quasi tutta e quasi solo in quegli anni). Ma soprattutto bisognerebbe fare i conti con la tragedia che venne dopo e di cui oggi misuriamo amaramente le conseguenze. La chiamo tragedia perché tale è, ma il nome che propriamente la definisce è subalternità culturale dei cattolici ad un pensiero non cristiano, anzi anticristiano. Di nuovo, qui ci vorrebbero analisi storiche che vanno ben oltre la nostra portata, ma il nocciolo della questione è chiaro. Quel partito di cattolici, che allora era ancora guidato da uomini politici che in gran parte andavano a messa credendoci veramente, fu però, nei quarant'anni e più di durata del suo primato politico-elettorale, fortemente subalterno ad una cultura anticristiana, quella sì veramente egemone, a cui si devono i disastri di oggi.

Quella cultura prese il controllo delle parole, e non lo mollò più. Il primo segnale si ebbe alle elezioni successive, il 7 giugno del 1953, quando per un soffio la coalizione di maggioranza formata dalla DC e dai partiti minori di centro mancò la maggioranza assoluta dei voti. Furono elezioni dominate dal falso dibattito, che la sinistra riuscì ad imporre, su una legge elettorale che da allora tutti chiamano “legge truffa”, usando l'etichetta truffaldina che la sinistra le appiccicò. Era una legge che attribuiva un premio di maggioranza a chi la maggioranza assoluta dei voti l'avesse conquistata nelle urne. Cioè era una legge che quanto a rappresentatività democratica era infinitamente più corretta dei sistemi maggioritari con cui, senza battere ciglio, si lascia che ormai in quasi tutti i paesi europei governino delle minoranze. Eppure, chi aveva preso il controllo della lingua decise che era “la legge-truffa”, e tale è rimasta.

Da quel momento in poi, fu solo un lunghissimo piano inclinato, di progressivo cedimento, ripeto, a una cultura che di cristiano non aveva nulla. Si dirà che non fu tutta colpa del partito, perché la carenza di cultura era nella chiesa stessa e di pensiero cristiano politicamente adeguato alle necessità dei tempi ce n'era poco in giro, ed è vero ma solo fino ad un certo punto. Basti considerare, per esempio, l'indifferenza, per non dire il disprezzo, con cui fu trattato nella DC il contributo di idee del più importante pensatore cattolico di quel tempo, Augusto Del Noce: un tardivo e sostanzialmente inutile seggio da senatore offertogli da vecchio non compensa l'errore capitale di non aver prestato alcuna attenzione a ciò che aveva detto per decenni.

Fra le tante conseguenze nefaste di quella subalternità culturale, ce n'è una che spicca per la gravità delle sue conseguenze: la mancata centralità di una politica della famiglia. Nonostante la matrice da cui proveniva e ad onta delle solenni promesse della Costituzione repubblicana che aveva contribuito a scrivere, il partito dei cattolici, nei quaranta e più anni in cui ha contato qualcosa in Italia, ha fatto davvero troppo poco per la famiglia: niente quoziente familiare nel sistema fiscale, niente sostegno alla libertà di scelta educativa dei genitori, provvedimenti in favore della donna, della maternità e della tutela della vita nascente preferibilmente concepiti in un'ottica individualista / femminista più che familiare, e via discorrendo. In buona sostanza, e di nuovo con una consapevole semplificazione, per tutto quel tempo si è potuto fare solo quello che passava il vaglio di una cultura dominante, che non era quella dei cattolici, per quanto il loro partito continuasse ad avere la maggioranza relativa.

Oggi che la presenza politica dei cattolici è inesistente, quell'epoca potrebbe sembrarci un paradiso; ma era un paradiso di latta, in cui si ponevano tutte le premesse della situazione attuale. Oggi, per fare un solo esempio di stretta attualità, tutti hanno dovuto sbattere il naso contro il disastro demografico. Che non c'è da oggi, ma da almeno trent'anni, però è sempre stato proibito parlarne, perché chi lo faceva era immediatamente tacciato di essere “fascista”.

Proprio ieri, nel giorno della mancata memoria del 18 aprile, un ministro dell'attuale governo ha detto una cosa elementare, talmente scontata che la si potrebbe persino definire banale: una nazione in cui non si fanno più figli, che pensa di risolvere il problema importante degli immigrati si condanna al suicidio. Nell'esprimere questo concetto lapalissiano, quel ministro ha usato l'espressione sostituzione etnica, la cui applicabilità al caso specifico può essere discutibile nel merito (come tutto) ma che non ha in sé nulla di scorretto e tanto meno di scandaloso. Gli epigoni di quella ideologia del nulla – che tanto male ci ha fatto, e che ormai è un cadavere putrefatto a cui nessuno dà più alcun credito ma continua con i suoi cascami ad ammorbarci – ha subito cominciato a strepitare e a stracciarsi le vesti perché quel ministro “ha bestemmiato”. Poiché hanno ancora in mano le redazioni dei giornali e delle televisioni, l'editoria, i centri di potere dell'accademia e della scuola e di tutte le altre istituzioni culturali, il rumore per quanto superficiale si sente.

Incapaci di pensare le cose, si gingillano con le parole: le sequestrano, le criminalizzano e le sterminano. Già non si poteva usare razza, perché se lo si faceva si era automaticamente razzisti (e chissenefrega se la Costituzione repubblicana la usa tranquillamente: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»). Ora è proibito anche dire etnia. Se potessero, proibirebbero anche di dire popolo (perché il popolo lo odiano), ma hanno qualche problema in più perché la parola è troppo infiltrata anche nei loro sacri testi. Però con l'invenzione del derivato omnibus populismo sono riusciti a proiettare un'ombra di sospetto anche sul sostantivo di base. Incapaci di comprendere la realtà, sono però bravissimi ad assassinare il linguaggio. Solo che agli uomini, se gli togli le parole li rovini.

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