venerdì 21 aprile 2023

ROCCELLA: UN GELIDO INVERNO DEMOGRAFICO

«È la maternità la grande ferita del nostro tempo, ma il destino dell’Italia non è segnato».     «Oggi le donne sono più libere di non avere figli, piuttosto che di averli. E io vorrei aiutarle col mio “ministero della vitalità”» 

Intervista alla ministra Roccella al convegnoNascere è cominciare – Donne e lavoro: quali politiche di welfare per uscire dall’inverno demografico”organizzato da Tempi

Per Eugenia Roccella «il fatto di essere donna e di stare dalla parte delle donne mi appartiene profondamente. Si può essere femminista e cattolica, femminista e di destra». La ministra per la Famiglia, Natalità e Pari opportunità è, fra tutti i componenti del governo Meloni, quella che più mette in crisi lo stereotipo dei conservatori arroccati su posizioni stantie e antimoderne. Innanzitutto per ragioni biografiche, che la stessa Roccella ha raccontato in un recente – e meraviglioso – libro: Una famiglia radicale. Cresciuta in un ambiente dove Marco Pannella era di casa, ha attraversato il Sessantotto senza perdere se stessa, rielaborando certe istanze di libertà in modo originale, adattandole ai problemi nuovi che le moderne tecniche impongono alla nostra coscienza e che non possono essere superate con un banale richiamo ai “diritti”.

In secondo luogo, Roccella è, da un punto di vista culturale, una delle avanguardie più riconoscibili dell’esecutivo Meloni. Sin dalla sua intitolazione, il suo ministero costituisce «un programma di governo», come dice in questa conversazione con Tempi. «Le tre parole non sono collegate a caso, ma si tratta di tre temi interconnessi: bisogna agire sull’uno per agire sull’altro».

Eugenia Roccella al Convegno di Tempi a Roma

Lei ha detto che l’Italia non sta vivendo solo un “inverno” demografico, ma è un vero e proprio “inferno” demografico. I dati che rendono il nostro paese uno dei più vecchi al mondo, il numero sempre più ridotto di nascite, l’età in cui viene partorito il primo figlio… li conosciamo e sappiamo anche che abbiamo una decina d’anni per invertire la rotta. Spesso, commentando questi numeri, lei ha detto che c’è un problema di “libertà femminile”. In che senso?

L’Istat ci dice che le donne tra i 25 e i 35 anni vogliono avere almeno due figli. Il desiderio di mettere al mondo dei bambini è forte, tuttavia la realtà è diversa. Oggi constatiamo che le coppie decidono di “mettere su famiglia” quando i partner sono già avanti con l’età. Constatiamo anche che spesso decidono di avere un solo figlio, a volte addirittura di non averli. Come si conciliano questi dati con quel “desiderio” registrato dall’Istat? Io penso che esista un problema di libertà per le donne. La situazione, rispetto al passato, si è rovesciata. Oggi una donna è più libera di non avere figli, piuttosto che di averli. E questo è un problema che ha enormi ricadute sociali ed economiche, ma il punto di partenza, e questo governo vuole lavorare in questa direzione, è come favorire questa libertà e questo desiderio.

«Fare un figlio non è un fatto privato»: è una delle frasi che le ho sentito ripetere spesso e mi pare un’affermazione molto controcorrente rispetto a una mentalità che oggi tende a relegare la scelta della maternità a fatto intimo e insindacabile. Vedo, invece, e questo mi sorprende e gliene voglio chiedere conto, che lei dice spesso che quello della madre è un lavoro “socialmente utile”. In che senso?

Avere figli non è un fatto privato. Questa idea, se pensiamo ai nostri nonni o ai nostri padri, prima era scontata perché la madre aveva un ruolo centrale all’interno della comunità; che il suo lavoro fosse “socialmente utile” non era messo in discussione da nessuno. Oggi, invece, la maternità è oscurata, è solo una delle scelte possibili. Anzi, spesso chi ha figli ha meno opportunità degli altri perché i bambini appaiono solo come elementi di disturbo, e nient’altro (pensi solo a certe réclame di alberghi o ristoranti che promettono ai clienti di essere “child free”). Ora, non voglio dilungarmi su questioni comunque importanti come la continuità generazionale, i problemi dello spopolamento di certe zone in Italia, la tenuta del nostro welfare, della sanità e, in generale, di tutti gli effetti socio economici che il calo della natalità produce, ma voglio solo dire che questo “inferno demografico” ha un effetto sulla vitalità e la coesione della nostra società. Una società che ha meno bambini è una società triste, che non sa guardare al futuro con speranza.

Rimaniamo sulla parola “speranza”. Quando si parla di inverno demografico ci si concentra molto, e giustamente, sugli ostacoli economici che impediscono alle donne di avere figli. Sono gli unici che vanno rimossi?

Questi ostacoli esistono ed è compito della politica fare in modo che possano essere superati, ma, naturalmente, non sono gli unici. Il paradosso demografico è che sono le nazioni più ricche quelle che hanno meno figli. Non solo: il calo demografico c’è in tutto il mondo, non solo in Occidente, che pure è all’avanguardia, ma anche in Asia (pensiamo al Giappone) e, secondo alcune stime, persino alcuni paesi dell’Africa si stanno avviando verso questa strada. Il fatto è che nella postmodernità c’è una cesura tra “oggi” e “ieri” e si stanno diffondendo dei modelli di vita, fondati sull’individualismo e il consumo, diversi da quelli di un tempo. La vita non è qualcosa che si costruisce, ma che si spreme. Si consumano le esperienze, le relazioni, i propri giorni. La vita è solo ciò che accade “qui e ora” perché ciò che avverrà dopo di noi non ci interessa. Non avendo alcuna eredità da lasciare, non si vuole avere alcun erede. Il figlio, invece, è proprio il segno che si può guardare al futuro con speranza.

Da un punto di vista demografico, il nostro è un destino segnato?

Se pensassi questo, non avrei accettato l’incarico da ministro. Come dicevo prima, noi sappiamo che, sebbene la mentalità che sta prendendo sempre più piede sia questa, gli italiani, ancora oggi, desiderano avere figli. Io penso che la politica possa iniziare a intervenire e poi le cose potranno cambiare. Non sono fatalista e non ritengo che il nostro sia un destino ineluttabile. Si può iniziare un percorso.

Non certo riproponendo modelli di cinquant’anni fa, però.

Certo, non bisogna guardare indietro, ma in avanti.

E come?

Ripartendo dalle madri, innanzitutto. Costruendo intorno a loro un welfare di prossimità che non le lasci sole. Oggi molte madri vivono in una condizione di solitudine. Succede per ragioni diverse, ma cito solo un fatto: s’è sfilacciata quella rete parentale che, una volta, attraverso le nonne, le zie, le amiche, era un luogo di trasmissione di saperi e competenze che aiutavano le mamme ad affrontare la nascita dei figli. Prima era impensabile, ma oggi capita che una donna tenga per la prima volta in braccio un bambino solo quando le nasce il primo figlio. Ecco, io vorrei in qualche modo aiutare le donne, fornendo loro un accompagnamento per i primi mille giorni dopo la nascita del bambino. Non si può demandare tutto al rapporto col pediatra (e lo dice una che, al primo figlio, consultò il proprio pediatra milioni di volte!). Questo accompagnamento lo si può mettere in atto con politiche mirate, dando linfa a ciò che, in verità, è previsto anche dalla legge 194 attraverso la rete dei consultori. Oggi i consultori fanno questo lavoro? È la maternità la grande ferita del nostro tempo perché è “svalorizzata”. Eppure nella nostra Costituzione è nominata tre volte. All’articolo 31 si dice espressamente che la nostra Repubblica «protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».

Lei ha detto che è in corso una battaglia per «eliminare la maternità». Non è un’esagerazione?

Per niente. Si pensi ai concetti oggi tanto di moda di fluidità e neutralità, che neutri non sono per nulla. La parola “donna” non si può più pronunciare. La persecuzione mediatica cui è stata sottoposta l’autrice di Harry Potter, J.K. Rowling, ci mostra proprio questo. Appena qualche anno fa, fu pubblicato un documento dei ginecologi statunitensi in cui, nemmeno una volta, appariva la parola “donna”, ma solo l’espressione “persona con l’utero”. E pure questa, ormai, è inadeguata: mi è persino capitato di trovare l’assurda e vergognosa definizione di “persona con il buco davanti”. Ma lo vediamo anche in fenomeni come l’utero in affitto o le tecniche di riproduzione che consentono di definire “madre” tre, quattro, cinque persone diverse. Quindi, sì, è la potenza del materno che è sotto attacco. La società è stata costruita sull’individuo, letteralmente “ciò che non si può dividere”, mentre la donna, quando diventa madre, è colei che si divide, è l’uno che si fa due. È per questo che la donna ha vissuto sempre ai margini della cittadinanza. Poi le cose sono cambiate, le donne hanno fatto le loro conquiste, ma il modello non è cambiato. La maternità non è considerata, è rimasta fuori dal perimetro della cittadinanza e del mondo del lavoro.

Che significato ha per lei l’espressione “pari opportunità”?

Vede, oggi si è affermato un modello “emancipazionista”, secondo cui l’obiettivo più alto per una donna è essere come un uomo. No! Va invece valorizzata la differenza, il fatto che le donne sono altro dagli uomini ed è questa differenza che merita di avere cittadinanza. Sebbene oggi abbiano assunto altri significati, in realtà le “pari opportunità” sono nate proprio per questo: non per permettere alle donne di essere “alla fine” uguali agli uomini, ma per dare alle donne la possibilità di partire dallo stesso punto da cui partono gli uomini. Quindi per offrire la possibilità di colmare un gap alla partenza, non un modo per annullare la differenza tra maschi e femmine che, invece, vivaddio, esiste.

Basterà una politica più attenta alla vita a far uscire l’Italia dall’inferno demografico?

Le leggi contano e la politica conta, ma certo non possono risolvere tutto. Molto si può fare a partire dal luogo di lavoro con buone pratiche di welfare aziendale. Noi, ad esempio, abbiamo presentato un codice di autodisciplina per le aziende per favorire l’ingresso e la permanenza delle donne, anche in seguito alla maternità, nel mondo del lavoro. Io sono convinta che il cambio di un certo modo di fare impresa può dare una spinta importante. Poi, certo, come dicevo, la politica può molto, ma per una vera svolta serve un cambio di mentalità di tutta la società.

Una volta lei ha spiegato che se dovesse sintetizzare in una sola parola il cuore del suo ministero lo chiamerebbe “ministero per la vitalità”. Cosa intende?

Mi piace questa parola perché richiama l’idea di vita, il fatto che con i figli c’è una continuità generazionale ma anche una novità: un ieri, un oggi, un domani. È il contrario del pensiero molto attuale che noi dobbiamo vivere l’hic et nunc senza legami. Avere figli significa avere una speranza, essere aperti al futuro, pensare che non tutto è solo consumo immediato che inizia e finisce con noi. A partire da questa consapevolezza viene tutto il resto, lo sviluppo sociale ed economico. Ma io sono fiduciosa, vedo qualche segnale in controtendenza. Ora si tratta di allargare le maglie di questa consapevolezza e chiamare tutti a partecipare a questa rinascita.

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