giovedì 19 gennaio 2012

IL FUMO NEL TEMPIO

CARO MONS. URSO, QUESTA VOLTA SI SBAGLIA

«Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri».

In queste parole di mons. Paolo Urso, vescovo di Ragusa, è ben espresso l’erroneo pensiero dominante al giorno d’oggi in campo cattolico. Il problema è che a pronunciare simili affermazioni è un vescovo che dovrebbe confermare nella fede il popolo lui affidato.

In un’intervista rilasciata lo scorso 11 gennaio alla testata on-line “Quotidiano. Net”, che compare anche nel sito di informazione della curia ragusana “Insieme”, il vescovo siciliano ha rilasciato alcune dichiarazioni gravemente contrarie a quanto insegna il Magistero della Chiesa. Dopo aver ammesso con tutta sincerità e senza alcun ripensamento che rifarebbe la scelta operata nel 2005, ovvero votare al referendum sulla legge 40 nonostante l’invito all’astensione formulato dal cardinal Ruini, allora presidente della Cei, con il sostegno del Papa, mons. Urso ha difeso le unioni omosessuali.

Eppure il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’omosessualità una condizione oggettivamente disordinata. «Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto», ha sostenuto il vescovo. Salvo poi aggiungere, per cercare di smorzare un po’ i toni, che tali unioni non potrebbero comunque essere chiamate matrimoni.

Appare evidente che il pensiero espresso dal vescovo di Ragusa è del tutto incompatibile con gli insegnamenti di Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI poi. Il discorso sui valori non negoziabili (tra cui la famiglia naturale fondata sul matrimonio) di Papa Ratzinger e quello sulla democrazia che va fondata su valori oggettivi di Papa Wojtyla vengono completamente ignorati. «Sono stato educato alla laicità dello Stato e al rispetto delle leggi civili», ha dichiarato mons. Urso, dimenticando così quello che è un principio classico del Cattolicesimo: alle leggi ingiuste non si deve obbedire.


Come potrebbe infatti un fedele cattolico e tanto più un vescovo, ammettere una legislazione che normalizza gravi peccati come l’aborto, il divorzio e la pratica dell’omosessualità? In nessun documento del Magistero vi è la possibilità di rintracciare uno spiraglio in tal senso. Mons. Urso sa sicuramente che la separazione tra fede e vita non è ammissibile e che lo Stato laico non può comunque essere neutro quanto ai valori. E allora perché ha rilasciato simili dichiarazioni?
di Federico Catani

Tratto dal sito dell'agenzia Corrispondenza Romana il 17 gennaio 2012

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