mercoledì 17 maggio 2023

ALLUVIONE ROMAGNA: CRONACA DI UN DRAMMA FUORI DAGLI SCHERMI

 Da Cesena: noi, ostaggi di una pioggia crudele, isolati o con l’acqua alla gola

Gianfranco Lauretano

La realtà non è soltanto testarda, ma anche sfacciata. Così un conto è sentir parlare dall’informazione di una calamità naturale, un conto è trovarcisi in mezzo, come sta accadendo oggi, ma a cominciare da ieri, nella mia città, Cesena: improvvisamente le immagini diventano sentimenti forti, di ansia, paura, angoscia, ma anche partecipazione e assoluta vicinanza con chi subisce danni e dolore peggiori dei nostri.



Piove da lunedì e le autorità pensano bene di chiudere le scuole, i luoghi di aggregazione e chiedere a tutti di limitare al massimo gli spostamenti, così da martedì chi può sta a casa. La pioggia incalza con un’insistenza crudele, durante il mattino iniziano a saltare tubature e tombini, il fiume, che da noi è il Savio, si avvicina imperterrito al bordo degli argini e al colmo delle arcate dei ponti. L’acqua è marrone, sembra così anche quella che scende pesantissima dal cielo.

Ma, principalmente, è tutto vero, altro che schermi, anche il presentimento cupo che c’è nell’aria liquida di qualcosa di orribile che nessuno sa come impedire. Intanto molte cantine, garage e seminterrati si allagano, anche delle case recenti. Il traffico si dirada, i disubbidienti sono pochi: sui social rimbalzano avvertimenti e allerte, il sindaco stesso ci mette la faccia e dice che tra breve il fiume uscirà dal suo letto.

Verso le tre e mezza del pomeriggio il terribile sentore che ci rimbalziamo da un po’ diventa realtà: il fiume scavalca gli argini e, dopo una frazione di tempo e di esitazione, invade la città: case negozi uffici allagati, macchine sommerse, qualche poveraccio che non ha fatto in tempo a scappare si trova, letteralmente, con l’acqua alla gola. Iniziano le tragiche notizie dei dispersi.


Sembra impossibile: quando capita qualcosa del genere, alluvione, terremoto, eruzione, tornado, pare di non essere mai pronti: capita proprio a me? Erano cose sempre ascoltate nei telegiornali, che riguardavano altri abitanti di altri luoghi. Inaspettatamente, invece, è la nostra città ad essere sommersa, i nostri concittadini, mai così cari, a soffrire e, santo cielo, persino a morire. Gente sui tetti, costruzioni spazzate via, ettari ed ettari marciti sotto tonnellate d’acqua, strade interrotte, ponti spezzati: né auto né treni, né niente. Solo elicotteri che, come in un film catastrofista di quelli di Hollywood, vanno e vengono a trarre in salvo persone intrappolate dal diluvio.

Viene notte, ma chi dorme. Tutti a pensare agli amici, ai parenti, ai conoscenti che abitavano in centro, al piano terra, ospitati adesso in una palestra scolastica, dopo aver perso tutto. Altro che dormire! Rintronano in testa le immagini e i messaggi che per tutto il giorno ci siamo scambiati: quello è il mio supermercato, completamente allagato, quella la strada dove abita il mio amico, quella la mia parrocchia, che sembra una nave che galleggia col pennone-campanile. I cassonetti che navigano per la strada, urtando le macchine che non s’è fatto in tempo a parcheggiare in altura; la città divisa in spezzoni, perché né ponti né sottopassi sono utilizzabili; i parenti e gli amici che da tutt’Italia scrivono: abbiamo visto… state bene? Possiamo aiutarvi?

Si vorrebbe adesso, subito, prendere una vanga e uscire a dare una mano ai più sfortunati di noi, iniziare senza aspettare a rispondere al mostro, al dispetto mostruoso del fiume. Ma è buio, e soprattutto piove ancora a dirotto e, dicono, scroscerà fino a mezzogiorno, domani. L’impotenza e il dolore per l’impossibilità ci tiene, adesso, a distanza, rintanati nei nostri rifugi in gran parte coi piedi allagati. Mentre scrivo stiamo così. Ma basterà il primo spiraglio d’asciutto per cominciare la lotta e ricostruire quello che la strega-alluvione ha tentato di cancellare in città.

DA SUSSIDIARIO.NET

venerdì 12 maggio 2023

IL SANTO PADRE FRANCESCO AGLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

Auditorium di Via della Conciliazione Venerdì, 12 maggio 2023

Signora Presidente del Consiglio,
distinte Autorità e Rappresentanti della società civile,
cari amici, fratelli, caro amico Gigi,


mi scuso di non parlare in piedi, ma non tollero il dolore quando sono in piedi. Saluto tutti voi e vi ringrazio per il vostro impegno. Grazie a Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la Natalità, per le sue parole e per l’invito, perché credo che il tema della natalità sia centrale per tutti, soprattutto per il futuro dell’Italia e dell’Europa. Vorrei dare soltanto due “fotografie” che sono successe qui in Piazza [San Pietro]. Due settimane fa, il mio segretario era in Piazza e veniva una mamma con la carrozzina. Lui, un prete tenero, si è avvicinato per benedire il bambino… era un cagnolino! Quindici giorni fa, all’Udienza del mercoledì, io andavo a salutare, e sono arrivato davanti a una signora, cinquantenne più o meno; saluto la signora e lei apre una borsa e dice: “Me lo benedice, il mio bambino”: un cagnolino! Lì non ho avuto pazienza e ho sgridato la signora: “Signora, tanti bambini hanno fame, e lei con il cagnolino!”. Fratelli e sorelle, queste sono scene del presente, ma se le cose vanno così, questa sarà l’abitudine del futuro, stiamo attenti.

La nascita dei figli, infatti, è l’indicatore principale per misurare la speranza di un popolo. Se ne nascono pochi vuol dire che c’è poca speranza. E questo non ha solo ricadute dal punto di vista economico e sociale, ma mina la fiducia nell’avvenire. Ho saputo che lo scorso anno l’Italia ha toccato il minimo storico di nascite: appena 393 mila nuovi nati. È un dato che rivela una grande preoccupazione per il domani. Oggi mettere al mondo dei figli viene percepito come un’impresa a carico delle famiglie. E questo, purtroppo, condiziona la mentalità delle giovani generazioni, che crescono nell’incertezza, se non nella disillusione e nella paura. Vivono un clima sociale in cui metter su famiglia si è trasformato in uno sforzo titanico, anziché essere un valore condiviso che tutti riconoscono e sostengono. Sentirsi soli e costretti a contare esclusivamente sulle proprie forze è pericoloso: vuol dire erodere lentamente il vivere comune e rassegnarsi a esistenze solitarie, in cui ciascuno deve fare da sé. Con la conseguenza che solo i più ricchi possono permettersi, grazie alle loro risorse, maggiore libertà nello scegliere che forma dare alle proprie vite. E questo è ingiusto, oltre che umiliante.

Forse mai come in questo tempo, tra guerre, pandemie, spostamenti di massa e crisi climatiche, il futuro pare incerto. Amici, è incerto; non solo pare, è incerto. Tutto va veloce e pure le certezze acquisite passano in fretta. Infatti, la velocità che ci circonda accresce la fragilità che ci portiamo dentro. E in questo contesto di incertezza e fragilità, le giovani generazioni sperimentano più di tutti una sensazione di precarietà, per cui il domani sembra una montagna impossibile da scalare. La Signora Presidente del Consiglio ha parlato della “crisi”, parola chiave. Ma ricordiamo due cose della crisi: dalla crisi non si esce da soli, o usciamo tutti o non usciamo; e dalla crisi non si esce uguali: usciremo migliori o peggiori. Ricordiamo questo. Questa è la crisi di oggi. Difficoltà a trovare un lavoro stabile, difficoltà a mantenerlo, case dal costo proibitivo, affitti alle stelle e salari insufficienti sono problemi reali. Sono problemi che interpellano la politica, perché è sotto gli occhi di tutti che il mercato libero, senza gli indispensabili correttivi, diventa selvaggio e produce situazioni e disuguaglianze sempre più gravi.

Alcuni anni fa, ricordo un aneddoto di una coda davanti a una compagnia di trasporti, una coda di donne che cercavano lavoro. Ad una avevano detto che toccava a lei…; presenta i dati… “Va bene, lei lavorerà undici ore al giorno, e lo stipendio sarà di 600 (euro). Va bene?”. E lei: “Ma come, ma con 600 euro… 11 ore… non si può vivere…” – “Signora, guardi la coda, e scelga. Le piace, lo prende; non le piace, fa la fame”. Questa è un po’ la realtà che si vive.  È una cultura poco amica, se non nemica, della famiglia, centrata com’è sui bisogni del singolo, dove si reclamano continui diritti individuali e non si parla dei diritti della famiglia (cfr Esort. ap. Amoris laetitia, 44). In particolare, vi sono condizionamenti quasi insormontabili per le donne. Le più danneggiate sono proprio loro, giovani donne spesso costrette al bivio tra carriera e maternità, oppure schiacciate dal peso della cura per le proprie famiglie, soprattutto in presenza di anziani fragili e persone non autonome. In questo momento le donne sono schiave di questa regola del lavoro selettivo, che impedisce loro pure la maternità.

Certo, esiste la Provvidenza, e milioni di famiglie lo testimoniano con la loro vita e le loro scelte, ma l’eroismo di tanti non può diventare una scusa per tutti. Occorrono perciò politiche lungimiranti. Occorre predisporre un terreno fertile per far fiorire una nuova primavera e lasciarci alle spalle questo inverno demografico. E, visto che il terreno è comune, come comuni sono la società e il futuro, è necessario affrontare il problema insieme, senza steccati ideologici e prese di posizione preconcette. L’insieme è importante. È vero che, anche con il vostro aiuto, parecchio è stato fatto e di questo sono grato, ma ancora non basta. Bisogna cambiare mentalità: la famiglia non è parte del problema, ma è parte della sua soluzione. E allora mi chiedo: c’è qualcuno che sa guardare avanti con il coraggio di scommettere sulle famiglie, sui bambini, sui giovani? Tante volte sento le lamentele delle mamme: “Eh, mio figlio si è laureato già da tempo… e non si sposa, rimane a casa… cosa devo fare?” – “Non stiri le camicie, signora, incominciamo così, poi vediamo”.

Non possiamo accettare che la nostra società smetta di essere generativa e degeneri nella tristezza. Quando non c’è generatività viene la tristezza. È un malessere brutto, grigio. Non possiamo accettare passivamente che tanti giovani fatichino a concretizzare il loro sogno familiare e siano costretti ad abbassare l’asticella del desiderio, accontentandosi di surrogati privati e mediocri: fare soldi, puntare alla carriera, viaggiare, custodire gelosamente il tempo libero… Tutte cose buone e giuste quando rientrano in un progetto generativo più grande, che dona vita attorno a sé e dopo di sé; se invece rimangono solo aspirazioni individuali, inaridiscono nell’egoismo e portano a quella stanchezza interiore. Questo è lo stato d’animo di una società non generativa: stanchezza interiore che anestetizza i grandi desideri e caratterizza la nostra società come società della stanchezza! Ridiamo fiato ai desideri di felicità dei giovani! Sì, loro hanno desideri di felicità: ridiamo fiato, apriamo il cammino. Ognuno di noi sperimenta qual è l’indice della propria felicità: quando ci sentiamo ripieni di qualcosa che genera speranza e riscalda l’animo, e viene spontaneo farne partecipi gli altri. Al contrario, quando siamo tristi, grigi, ci difendiamo, ci chiudiamo e percepiamo tutto come una minaccia. Ecco, la natalità, così come l’accoglienza, che non vanno mai contrapposte perché sono due facce della stessa medaglia, ci rivelano quanta felicità c’è nella società. Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di integrare, di accogliere, mentre una società infelice si riduce a una somma di individui che cercano di difendere a tutti i costi quello che hanno. E tante volte si dimenticano di sorridere.

Amici, dopo aver condiviso queste preoccupazioni che porto nel cuore, vorrei consegnarvi una parola che mi è cara: speranza. La sfida della natalità è questione di speranza. Ma attenzione, la speranza non è, come spesso si pensa, ottimismo, non è un vago sentimento positivo sull’avvenire. “Ah, tu sei un uomo positivo, una donna positiva, bravo!”. No, la speranza è un’altra cosa. Non è un’illusione o un’emozione che tu senti, no; è una virtù concreta, un atteggiamento di vita. E ha a che fare con scelte concrete. La speranza si nutre dell’impegno per il bene da parte di ciascuno, cresce quando ci sentiamo partecipi e coinvolti nel dare senso alla vita nostra e degli altri. Alimentare la speranza è dunque un’azione sociale, intellettuale, artistica, politica nel senso più alto della parola; è mettere le proprie capacità e risorse al servizio del bene comune, è seminare futuro. La speranza genera cambiamento e migliora l’avvenire. È la più piccola delle virtù – diceva Peguy – è la più piccola, ma è quella che ti porta più avanti! E la speranza non delude. Oggi ci sono tante Turandot nella vita che dicono: “La speranza che sempre delude”. La Bibbia ci dice: “La speranza non delude” (cfr Rm 5,5).


Mi piace pensare agli “Stati generali della Natalità” – arrivati alla terza edizione – come a un cantiere di speranza. Un cantiere dove non si lavora su commissione, perché qualcuno paga, ma dove si lavora tutti insieme proprio perché tutti vogliono sperare. E allora vi auguro che questa edizione sia l’occasione per “allargare il cantiere”, per creare, a più livelli, una grande alleanza di speranza. Qui è bello vedere il mondo della politica, delle imprese, delle banche, dello sport, dello spettacolo, del giornalismo riuniti per ragionare su come passare dall’inverno alla primavera demografica. Su come ricominciare a nascere, non solo fisicamente, ma interiormente, per venire alla luce ogni giorno e illuminare di speranza il domani. Fratelli e sorelle, non rassegniamoci al grigiore e al pessimismo sterile, al sorriso di compromesso, no. Non crediamo che la storia sia già segnata, che non si possa fare nulla per invertire la tendenza. Perché – permettetemi di dirlo nel linguaggio che prediligo, quello della Bibbia – è proprio nei deserti più aridi che Dio apre strade nuove (cfr Is 43,19). Cerchiamo insieme queste strade nuove in questo deserto arido!

La speranza, infatti, interpella a mettersi in moto per trovare soluzioni che diano forma a una società all’altezza del momento storico che stiamo vivendo, tempo di crisi attraversato da tante ingiustizie. La guerra è una di queste. Ridare impulso alla natalità vuol dire riparare le forme di esclusione sociale che stanno colpendo i giovani e il loro futuro. Ed è un servizio per tutti: i figli non sono beni individuali, sono persone che contribuiscono alla crescita di tutti, apportando ricchezza umana e generazionale. Apportando creatività anche al cuore dei genitori. A voi, che siete qui per trovare buone soluzioni, frutto della vostra professionalità e delle vostre competenze, vorrei dire: sentitevi chiamati al grande compito di rigenerare speranza, di avviare processi che diano slancio e vita all’Italia, all’Europa, al mondo, che ci portino tanti bambini. Grazie.

 


MELONI AGLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

Roma Venerdì, 12 Maggio 2023

Santo Padre,
Presidente De Palo, Autorità, signore e signori, grazie.
Grazie per questo invito, grazie per questa iniziativa: bella, coinvolgente, ormai sta diventando tradizionale. Grazie, oltre le parole di rito che in questi casi si dicono. 

Viviamo un’epoca nella quale parlare di natalità, di maternità e di famiglia, è diventato sempre più difficile. A volte sembra quasi un atto rivoluzionario. E noi eravamo stati avvertiti. Eravamo stati avvertiti del fatto che sarebbe arrivato un tempo nel quale avremmo dovuto batterci per dimostrare che “le foglie sono verdi in estate” o che “due più due fa quattro”.

Oggi bisogna avere coraggio per rivendicare e per sostenere cose che sono fondamentali per la crescita della nostra società. Ma il coraggio è una cosa che in questa sala non difetta. Allora, al coraggio delle idee, ovviamente, deve corrispondere il coraggio delle azioni.
Noi oggi ci troviamo a governare la Nazione in questo tempo complesso e quello che avevamo detto prima di arrivare al governo è anche quello che stiamo cercando di realizzare. Perché alla fine la democrazia si sostanzia in questo: nel vincolo che esiste tra gli impegni che assumi e gli atti che porti avanti. Fin dal nostro primo giorno di lavoro, il Governo ha messo i figli, i genitori, le mamme e i papà in cima all’agenda politica.
Abbiamo fatto della natalità e della famiglia una priorità assoluta della nostra azione. E lo abbiamo fatto banalmente perché vogliamo che l’Italia torni ad avere un futuro, a sperare e a credere in un futuro migliore rispetto a questo presente incerto. 
Abbiamo dedicato alla natalità la titolazione di un Ministero - è qui presente il Ministro Roccella, la ringrazio -, e abbiamo collegato il tema della natalità con quello della famiglia e delle pari opportunità. Non è una scelta nominalistica. Non è, cioè, una scelta di forma, ma di sostanza. È la sintesi di un programma di governo che vuole affrontare con determinazione le grandi crisi che l’Italia, e non solo l’Italia per la verità, affronta.    E tra queste crisi è innegabile quella demografica, banalmente perché i figli sono la prima pietra della costruzione di qualsiasi futuro. E il lavoro che questo obiettivo richiede investe moltissimi ambiti. 
Se le donne non avranno una possibilità di realizzare il proprio desiderio di maternità senza dover rinunciare alla realizzazione professionale, non avranno dunque non tanto pari opportunità quanto pari libertà; se i giovani non hanno la possibilità di comprare una casa nella quale ambire a crescere i loro figli; se i salari saranno così bassi da frenare lo slancio di mettere in piedi una famiglia col timore di non essere nella condizione di mantenerla adeguatamente; se tutto questo e molto altro non verrà affrontato con dedizione sarà impossibile raggiungere l’obiettivo che tutti qui dentro ci prefiggiamo. 
Dunque, questa priorità attraversa trasversalmente tutte le politiche del Governo. La scelta di un Ministero dedicato a questa materia non è la scelta di politiche settoriali, è la scelta di avere il punto di vista della famiglia a trecentosessanta gradi su tutte le politiche che il Governo porta avanti. Non significa soltanto varare provvedimenti specifici, significa considerare in ogni ambito il valore aggiunto che chi mette al mondo dei figli, che dà vita a una famiglia, porta avanti per l’intera società. 

In questa due giorni altri prima di me hanno parlato delle iniziative concrete che il Governo ha già realizzato in questa direzione. Da quelle che già erano presenti nella nostra legge di bilancio, scritta in appena dieci giorni, eppure capace di offrire un’indicazione della rotta che intendiamo seguire: l’aumento dell’assegno unico, il rafforzamento del congedo parentale, il rinnovo degli interventi di agevolazione nei confronti delle giovani coppie per l’acquisto della prima casa; il diritto, per esempio, per chiunque abbia un mutuo a tasso variabile di convertirlo in mutuo a tasso fisso e poi le norme recenti del 1° maggio in tema di lavoro, con l’assegno di inclusione per le famiglie con redditi medio-bassi che abbiano minori o anziani o disabili a carico; la previsione di rendere strutturale l’erogazione volontaria del datore di lavoro a favore del lavoratore che è completamente detassata, il cosiddetto ‘fringe benefit’, che vogliamo mantenere a tremila euro, dando però la priorità a chi ha figli a carico. Fino all’inserimento, lo diceva Gigi De Palo e io condivido questo obiettivo, nei principi della Legge delega fiscale della composizione del nucleo familiare e dei costi sostenuti per la crescita dei figli, fino alla revisione del sistema degli incentivi alle imprese, e molto altro ancora.

Su questo non voglio tediarvi, né ripeterò i dati statistici che sono stati magistralmente, come sempre, rimessi in fila dal professor Blangiardo ieri.
Io voglio approfittare di questa occasione, e della preziosissima presenza del Santo Padre, per spiegare un po’ meglio il perché, cioè qual è la visione di fondo che muove la nostra azione.

La nostra azione parte da un punto fondamentale: la denatalità non dipende solo da questioni materiali, certo c’è anche questo, è inevitabile, dipende dalla retribuzione, dai servizi, dagli asili, dalla sanità, dall’armonizzazione soprattutto per le donne tra vita e lavoro ma dipende anche, e tanto, dalla capacità che una società ha di percepirsi come vitale. Di immaginare il proprio futuro, di “pensarsi” nei decenni a venire, di saper guardare oltre il qui e ora. 
Questo a noi è mancato. Questa è la nostra prima e più grande sfida. È una sfida che vogliamo portare avanti non con l’impostazione dirigista, e fallimentare, di chi ci ha detto in passato che, per esempio, con un decreto si potevano creare dal nulla posti di lavoro e ricchezza. No, noi vogliamo cogliere questa sfida con un approccio diverso. Quell’approccio è l’approccio sussidiario. L’approccio di chi crede che il compito dello Stato sia creare le condizioni favorevoli, con l’ambiente normativo e soprattutto sul piano culturale, alla famiglia, all’iniziativa, al lavoro e allo sviluppo. Un ambiente che preferisca l’assistenza, intesa come cura dei più fragili, all’assistenzialismo; un ambiente orientato a migliorare le condizioni di chi sta peggio e non a peggiorare quelle di chi sta già così; un ambiente che consideri la genitorialità un valore aggiunto per tutti e un investimento per il futuro e non una sorta di capriccio o di privilegio.
Noi vogliamo promuovere una nuova vitalità della nostra società. Lo vogliamo fare con gli strumenti normativi, sostenendo le buone pratiche, lo vogliamo fare sul piano culturale. E qui si dirà: “Ma allora volete uno Stato etico!”. No, non vogliamo uno Stato etico.  Noi, al contrario, vogliamo uno Stato che accompagni e non diriga, vogliamo credere nelle persone, vogliamo scommettere sugli italiani, vogliamo scommettere sui giovani - qui ce ne sono tanti -, sulla loro fame di futuro. 

Sulla loro capacità di comprendere che il destino e quello che avranno nella loro vita dipende in gran parte da loro, dalla loro volontà. Noi dobbiamo, certo, costruire le precondizioni che sono necessarie a tutti per avere il massimo, ma quel massimo dipenderà anche dalla propria forza di volontà. Crediamo che l’ottimismo, l’entusiasmo, la positività, siano la più potente benzina che si può mettere nel motore in qualsiasi società. E liberare le energie delle persone è la giusta chiave per superare le crisi del nostro tempo. 
A me ha colpito moltissimo la lettura che sua Santità ha dato del concetto di “crisi”. Dice il Santo Padre che la crisi non ha una connotazione di per sé negativa. E del resto la parola crisi viene dal greco ‘krisis’, scelta, o ‘krino’, distinguere. Così la crisi richiede quel tipico lavoro di setaccio che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura, che consente di scegliere, separando, che consente di eliminare le scorie, ed è la condizione necessaria che poi permette al chicco di grano di essere macinato e diventare farina e pane. La trovo una metafora potentissima, Santità. Che ci dice che dove non c’è crisi non c’è vita, non c’è rinascita, se lo leggo correttamente, perché la crisi è il motore dell’azione, è il motore della scelta ed è in qualche modo il motore della responsabilità. E allora le crisi sono anche una grande occasione. E se lo sono per ciascuno di noi, a maggior ragione lo sono per i popoli nel loro complesso. E a maggior ragione lo sono per chi delle scelte deve fare la sua quotidianità, come chi una Nazione o un popolo è chiamato a governarli.
Liberare le migliori energie delle persone e della comunità nazionale è la nostra scelta per rendere più forte l’Italia. Ovviamente la famiglia è fondamentale in questo disegno, perché non c’è energia più autentica di quella che la famiglia sprigiona. 
Noi vogliamo restituire agli italiani la certezza e l’orgoglio di vivere in una Nazione capace di solidarietà e in grado di guardare al futuro. Una Nazione nella quale le persone abbiano voglia di fare, di mettere a frutto i loro talenti, di realizzare sé stesse e di aiutare chi realmente è in difficoltà. Una Nazione che metta da parte quella paura e quel sentimento di malinconia, che è stato descritto anche in un recente rapporto del Censis.
La storia del popolo italiano non è una storia fatta di malinconia. La storia del popolo italiano è una storia fatta di grandi imprese, di creatività, di risultati che hanno impressionato il mondo e quella è l’Italia che noi vogliamo incoraggiare. Quella è l’Italia che noi vogliamo tornare a vedere e a vivere, nella quale vogliamo tornare a essere protagonisti.

Vogliamo restituire agli italiani una Nazione nella quale essere padri non sia fuori moda ed essere madri non sia una scelta privata, ma un valore socialmente riconosciuto. Una Nazione nella quale tutti, uomini e donne, riscoprano la bellezza di diventare genitori, di accogliere, custodire e nutrire un figlio. Una Nazione nella quale fare un figlio è una cosa bellissima che non ti toglie niente, che non ti impedisce di fare niente e che ti dà tantissimo.
Per decenni, e vado alla conclusione, la cultura dominante ci ha detto il contrario ed io penso che sia arrivato il momento di invertire la tendenza. Noi vogliamo una Nazione nella quale non sia più scandaloso dire che, qualsiasi siano le legittime scelte e le libere inclinazioni di ciascuno, siamo tutti nati da un uomo e una donna. Nella quale non sia un tabù dire che la maternità non è in vendita, che gli uteri non si affittano, che i figli non sono prodotti da banco, che puoi scegliere sullo scaffale come se fossi al supermercato e magari restituire se poi il prodotto non corrisponde a quello che ti aspettavi. 

Vogliamo ripartire dal rispetto della dignità, dell’unicità, della sacralità di ogni singolo essere umano, perché ognuno di noi ha un codice genetico unico e irripetibile e questo, piaccia o no, ha del sacro. Vogliamo affrontare questa sfida con gli occhi della realtà e il motore della visione, non vogliamo infilare la camicia di forza dell’ideologia. 


Papa Francesco, fra le tante parole bellissime che ci ha consegnato, ci ha detto che “la famiglia è la storia da cui proveniamo”, una storia “intessuta di legami” che hanno formato assai più dei beni materiali le persone che siamo. E se tutti noi proveniamo da un legame, anche se talvolta imperfetto, anche se talvolta reciso, o ammaccato, dalle vicende della vita, è importante che questo legame a sua volta si trasmetta, che il fluire delle generazioni non si interrompa, che le nostre comunità sappiano essere solidali e vitali.
Vincere l’inverno demografico, ci ha detto Papa Francesco, significa combattere qualcosa che va contro le nostre famiglie, contro la nostra Patria, e anche contro il nostro futuro. Santità, noi amiamo le nostre famiglie, amiamo la nostra Patria, crediamo nel nostro futuro. E faremo fino in fondo la nostra parte.
Vi ringrazio.
 

 

 

 

mercoledì 10 maggio 2023

TAKASHI PAOLO NAGAI:CIÒ CHE NON MUORE MAI

La storia del “santo di Urakami” nel romanzo autobiografico Ciò che non muore mai. Un libro dove il medico giapponese, sopravvissuto alla bomba atomica su Nagasaki, racconta con stupore l’opera di Dio nella sua tormentata esistenza. Passando dalla disperazione alla conversione a Cristo.

“Tutta una vita per della cenere! Non poteva sopportare una vita senza senso! Doveva trovare ciò che non perisce. Doveva aggrapparsi a ciò che non muore mai. Il tempo passa, lo spazio svanisce, gli esseri viventi muoiono ma noi dobbiamo vivere la vita in modo che rimanga ciò che non perisce, ciò che non muore”.

Sono parole delle ultime pagine del romanzo autobiografico Ciò che non muore mai - Il cammino di un uomo, di Takashi Paolo Nagai (Edizioni San Paolo), davanti all’orrore della distruzione della sua città, Nagasaki, colpita dalla bomba atomica il 9 agosto 1945. Nella sua autobiografia (scritta in terza persona), Takashi Paolo Nagai, che assume lo pseudonimo Ryūkichi, è un medico radiologo e scienziato acclamato, costretto a riconoscere che non rimane più nulla di tutto ciò che ha realizzato nell’ospedale universitario; non c’è più nemmeno Midori (nel romanzo chiamata Haruno), la moglie dolcissima che lo ha portato alla fede cattolica, morta nell’esplosione col rosario in mano. Ma Dio in realtà non lo aveva abbandonato, come del resto non aveva mai fatto in tutta la sua esistenza travagliata, “tessendo” invece la sua vita in modo misterioso.

Takashi Nagai dovette arrivare alla grande tragedia della bomba atomica su Nagasaki per scoprire che “il Tessitore continuava a tessere instancabile la sua vita, teso a un compimento sempre più profondo e alto, quello di un amore che vince la morte e tutto il male che l’umanità possa commettere o subire”.     Da quel momento iniziò una vita di preghiera e servizio, in una piccola capanna nel mezzo della landa atomica spazzata dal vento, gravemente malato di leucemia, ma abbracciato dall’amore di Dio. Quel Dio che con discrezione lo aveva condotto lungo la strada imprevista della conversione, culminata nel battesimo richiesto prima del matrimonio con Midori. La Chiesa cattolica in Giappone, allora come oggi, era davvero una piccola minoranza, perciò incontrare la presenza cristiana era davvero difficile negli anni in cui visse il medico radiologo (1908-1951), educato dalla sua famiglia agli insegnamenti di Confucio e della fede scintoista, influenzato poi dal materialismo durante gli studi.

Anche a Nagasaki, città in cui si era trasferito per accedere all’università di medicina, l’ambiente era dominato dallo scientismo occidentale e dall’ateismo. Questo malgrado la città nel XVII secolo fosse diventata cristiana grazie all’opera di san Francesco Saverio e dei missionari gesuiti, che avevano portato la fede in Giappone nel 1549. Infatti, già sul finire del Cinquecento, il governo dei samurai cominciò ad attuare feroci persecuzioni che durarono fino al XIX secolo (il film Silence di Martin Scorsese dà un’idea delle atrocità subite dai credenti in quel periodo), in cui vennero sterminate decine di migliaia di martiri per la fede. Tuttavia un piccolo gruppo di fedeli, non disposto ad abiurare, si era rifugiato nelle campagne di Urakami, il distretto rurale a nord di Nagasaki, iniziando a vivere in clandestinità, senza chiese né preti né sacramenti, salvo il battesimo che celebravano loro stessi. Questo era il popolo dei cosiddetti cristiani nascosti, che tramandò la fede per 250 anni, di generazione in generazione, con tutta la forza e la certezza ereditata dagli antenati martiri. Urakami dunque, sul finire dell’Ottocento, quando la professione della fede cristiana venne finalmente liberalizzata, era profondamente cattolica.

TAKASHI NAGAI nel 1946

Secondo un disegno provvidenziale, che Nagai comprese solo negli ultimi anni, il giovane medico decise di farsi ospitare dalla famiglia Moriyama, discendente dei cristiani nascosti, proprio nel quartiere di Urakami. Qui si innamorò della loro unica figlia Midori, dopo averla salvata da un pericoloso attacco di appendicite acuta. A seguito di una veloce e precisa diagnosi, la portò sulle spalle in ospedale, sotto la neve, per farla operare da un amico chirurgo. Midori, diventata poi sua amorevole e silenziosa sposa, testimone incrollabile della fede, lo accompagnò fino alla terribile esplosione atomica, che cancellò tutto il quartiere di Urakami dove abitavano.

Takashi invece, pur già gravemente malato di leucemia per la sua attività di radiologo, a differenza di lei si salvò, protetto dalle pareti in cemento armato dell’ospedale universitario. Riconobbe davvero solo in quel momento la grandezza discreta ma potente della sua amata, che aveva sempre agito nel nascondimento, offrendo tutta se stessa a Cristo, senza riserve. Lui invece era diventato un affermato scienziato e un medico da tutti ammirato nella città, superando incredibilmente gli ostacoli che sembrava volessero bloccare la sua carriera.

La sua esistenza è stata segnata da prove durissime che lo hanno portato a cercare un amore che vince il male e la morte. Appena laureato, infatti, una gravissima otite gli impedì per sempre di esercitare l’arte medica con lo stetoscopio, come avrebbe voluto. La cruenta guerra in Manciuria, dove operò come ufficiale medico, sembrò interrompere il suo progetto matrimoniale con Midori. Scelta poi la strada della radiologia e diventato stimato professore, un’iniezione per curare una banale influenza lo portò sull’orlo della morte e lo rese asmatico cronico. La Seconda Guerra Sino-Giapponese, con la sua cieca barbarie, lo tenne a lungo lontano da casa, ma gli svelò anche il volto umano di un nemico capace di riconoscere il suo sorriso. Imparò così lentamente a intravedere il Bene nelle vie che il Signore gli faceva percorrere, a dispetto dei suoi progetti e anche delle tenebre della guerra.

Il romanzo di Takashi Paolo Nagai è commovente anche per i gesti di gratuità che racconta con meraviglia, segni di quell’amore che dà senso a qualunque condizione di vita, anche alle più terribili devastazioni. Nagai, ripercorrendo la sua esistenza, ci insegna con ammirevole umiltà uno sguardo capace di accogliere ciò che la Provvidenza di Dio prepara misteriosamente per ciascuno di noi. Nell’amicizia con Cristo che “il santo di Urakami” alla fine, immobilizzato in un letto dalla leucemia, ha vissuto in una capanna in assoluta povertà, ma “nel fulgore”. Recentemente si sono aperte le cause di beatificazione per lui e sua moglie.

martedì 9 maggio 2023

FESTIVAL DELLA LIBERTA’ MALATESTIANA CESENA 5/6 MAGGIO 2023

 “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente." (Rm. 12,2)



Biblioteca Malatestiana Cesena XV secolo

L’Associazione “IL CROCEVIA” è un luogo di esperienza della fede che diventa cultura.

Le nostre iniziative culturali sono pensate per aiutarci a prendere coscienza della realtà, perchè la fede diventi cultura e possa incidere in tutti gli ambiti della vita, educazione, impresa, l’organizzazione civile, la politica, la cultura.

La cultura è giudizio, è prendere posizione nei confronti di ogni  aspetto della realtà, specialmente di quelli nuovi e complessi che la società contemporanea quasi ogni giorno ci presenta. Ma per poter giudicare occorre possedere, cioè avere imparato, un criterio e un metodo. Imparare a conoscere e ad usare questo criterio e metodo è il fine e l’obiettivo del Percorso elementare di cultura, che ogni anno propone alla città nuove fonti di riflessione

Siamo appassionati alla libertà in questo momento in cui domina il pensiero unico e le persone sembrano aver perso l’affezione alla libertà. Noi crediamo che la prima libertà sia la libertas ecclesiae, come sta scritto nella pagina di apertura di questo blog, e la nostra partecipazione al “FESTIVAL DELLA LIBERTA’MALATESTIANA” è la diretta conseguenza della nostra identità.



RADIORADICALE ha seguito le due giornate del festival che sono visibili sul sito ai link







IL SENSO RELIGIOSO. LA PREFAZIONE DI JORGE MARIO BERGOGLIO

il testo dell’intervento di Jorge Mario Bergoglio, allora Arcivescovo di Buenos Aires, in occasione della presentazione pubblica dell’edizione spagnola de Il senso religioso, il 16 ottobre del 1998, a Buenos Aires.

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Quando ho tenuto la conferenza sulla quale si basa questo testo, in occasione della presentazione dell’edizione spagnola de Il senso religioso, non ho compiuto un gesto di protocollo formale, e neppure ciò che potrebbe apparire come una semplice curiosità scientifica davanti a un’opera che ha a tema una messa a fuoco dell’esposizione della nostra fede.

Innanzitutto ho compiuto un doveroso atto di gratitudine verso monsignor Giussani. Da molti anni i suoi scritti hanno ispirato la mia riflessione, mi hanno aiutato a pregare. Mi hanno insegnato a essere un cristiano migliore, e il mio intervento volle rendere testimonianza a questo.
Monsignor Giussani è uno di quei doni imprevedibili che il Signore ha regalato alla nostra Chiesa dopo il Concilio, facendo nascere, al di là di tutte le strutture e le programmazioni pastorali, una fioritura di persone e movimenti che stanno offrendo miracoli di vita nuova all’interno della Chiesa.

Il 30 maggio 1998, in piazza San Pietro, il Papa volle incontrarsi pubblicamente con le nuove comunità e con i nuovi movimenti ecclesiali. Fu un avvenimento oggettivamente trascendente. In special modo egli chiese a quattro fondatori di altrettanti movimenti di dare la loro testimonianza. Tra essi c’era monsignor Giussani, il quale nel 1954, anno in cui iniziò a insegnare religione in una scuola statale di Milano, diede vita al movimento di Comunione e Liberazione, presente oggi in più di sessanta Paesi del mondo e molto amato dal Papa.

Il senso religioso non è un libro a uso esclusivo di coloro che fanno parte del movimento; neppure è solo per i cristiani o per i credenti. È un libro per tutti gli uomini che prendono sul serio la propria umanità. Oso dire che oggi la questione che dobbiamo maggiormente affrontare non è tanto il problema di Dio – l’esistenza di Dio, la conoscenza di Dio –, ma il problema dell’uomo, la conoscenza dell’uomo e il trovare nell’uomo stesso l’impronta che Dio vi ha lasciato perché egli possa incontrarsi con Lui.

Fides et ratio

È una felice coincidenza il fatto che questa presentazione abbia avuto luogo il giorno dopo la pubblicazione dell’Enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II, che si apre con questa densa considerazione:

Un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone e Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza. (1)

Il libro di monsignor Giussani è in linea con l’Enciclica: è per tutti gli uomini che prendono seriamente la propria umanità, che prendono sul serio questi interrogativi.
Paradossalmente ne Il senso religioso si parla poco di Dio e molto dell’uomo. Si parla molto dei nostri “perché”, molto delle nostre esigenze ultime. Citando il teologo protestante Niebuhr, lo stesso Giussani spiega che «non esiste niente di più incomprensibile della risposta a una domanda che non si pone» (2). E uno dei problemi della nostra cultura da supermercato – che presenta offerte alla portata di tutti per tranquillizzare il cuore – è il dare voce a queste domande del cuore. Questa è la sfida. Di fronte al torpore della vita, a una tranquillità offerta a poco prezzo da una cultura da supermarket (anche se estremamente variata nelle sue forme), la sfida consiste nel rivolgere a noi stessi i veri interrogativi riguardo al significato dell’uomo, alla nostra esistenza, e nel dare risposta a queste domande. Ma se vogliamo rispondere a domande alle quali non osiamo o non sappiamo rispondere, o non riusciamo a formulare, cadiamo in un assurdo.
Per un uomo che abbia dimenticato o censurato i suoi “perché” fondamentali e l’ardente anelito del suo cuore, il fatto di parlargli di Dio risulta un discorso astratto, esoterico o una spinta a una devozione senza nessuna incidenza sulla vita. Non si può iniziare un discorso su Dio, se prima non vengono soffiate via le ceneri che soffocano la brace ardente delle domande fondamentali. Il primo passo è trovare il senso di tali domande che sono nascoste, sotterrate, forse quasi morenti, ma che esistono.

L’inquietudine del cuore

Il dramma del mondo d’oggi è il risultato non solamente dell’assenza di Dio, ma anche, e soprattutto, dell’assenza dell’uomo, della perdita della sua fisionomia, del suo destino, della sua identità, della capacità di spiegare le esigenze fondamentali che si annidano nel suo cuore. La mentalità comune, e purtroppo anche quella di molti cristiani, suppone che tra ragione e fede esista una contrapposizione insanabile. Invece – e qui sta un altro paradosso – Il senso religioso sottolinea il fatto che parlare seriamente di Dio significa esaltare e difendere la ragione e scoprirne il valore e il metodo corretto per usarla. Non una ragione intesa come misura prestabilita della realtà, ma una ragione aperta alla realtà nella totalità dei suoi fattori e che parte dall’esperienza, che parte da questo fondamento ontologico che suscita l’inquietudine del cuore. Non si può sollevare il problema di Dio a cuore quieto, tranquillamente, perché si tratterebbe di una risposta senza domanda.
La ragione che riflette sull’esperienza è una ragione che ha come criterio di giudizio il mettere tutto a confronto con il cuore, ma con il cuore nel senso biblico, cioè come quell’insieme di esigenze originali che ogni uomo possiede: il bisogno di amore, di felicità, di verità e di giustizia. Il cuore è il nocciolo del trascendente interno, dove hanno le loro radici la verità, la bellezza, la bontà, l’unità che dà armonia a tutto l’essere. In questo senso definiamo la ragione umana; non il razionalismo, quel razionalismo da laboratorio, l’idealismo o il nominalismo (quest’ultimo così di moda), che tutto possono, che pretendono di possedere la realtà possedendo il numero, l’idea o la razionalizzazione delle cose. O, se vogliamo andare ancora più in là, pretendono di possedere la realtà dominando in maniera assoluta una tecnica che ci supera nel momento stesso in cui la usiamo, venendo così a cadere in quella civiltà che Guardini amava chiamare «la seconda forma di incultura».
Noi, invece, parliamo di una ragione che non è ridotta né si esaurisce nel metodo matematico, scientifico o filosofico. Ogni metodo, infatti, è adeguato al suo proprio ambito di applicazione e al suo oggetto specifico.

Certezza esistenziale

Riguardo alle relazioni personali, l’unico metodo adeguato per arrivare a una vera conoscenza è vivere, e vivere insieme una compagnia vivace che, attraverso molteplici esperienze e segni, permette di arrivare a quella che Giussani chiama «certezza morale» o, ancor meglio, «certezza esistenziale» (3). Questo è il solo metodo adeguato, perché la certezza non sta nella testa, ma nell’armonia di tutte le facoltà dell’uomo e possiede tutte le condizioni per essere una certezza al contempo reale e razionale.
A sua volta la fede è, precisamente, un’applicazione particolare del metodo della certezza morale o esistenziale, un caso particolare di fiducia nell’altro, nei segni, negli indizi, nelle convergenze, nella testimonianza di altri. Nonostante ciò, la fede non è contraria alla ragione. Come tutti gli atti tipicamente umani, la fede è ragionevole, cosa che non implica che possa ridursi a un mero raziocinio. È ragionevole – forziamo l’espressione –, ma non raziocinante.
Perché esiste il dolore, perché esiste la morte, il male? Perché vale la pena di vivere? Qual è il significato ultimo della realtà, dell’esistenza? Che senso ha lavorare, amare, impegnarsi nel mondo? Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado? Questi sono i grandi ed elementari interrogativi che si pone un giovane, e anche un uomo adulto; e non solo i credenti, ma qualsiasi uomo, per ateo o agnostico che sia. Presto o tardi, specialmente nelle situazioni-limite dell’esistenza, di fronte a un grande dolore o a un grande amore, nell’esperienza dell’educare i figli o nell’esercizio di un lavoro in apparenza senza senso, tali interrogativi vengono inevitabilmente a galla. Sono domande che non possono essere estirpate. Ho detto che sono interrogativi che si pone anche un agnostico. Voglio menzionare qui, rendendogli omaggio, un grande poeta di Buenos Aires, un agnostico, Horacio Armani. Chi legge le sue poesie trova una saggia esposizione di domande aperte a una risposta.

Risposta totale

L’uomo non può accontentarsi di risposte ridotte o parziali che lo obbligano a censurare o a dimenticare qualche aspetto della realtà. Di fatto, tuttavia, lo facciamo: e questo è solo un fuggire da se stessi. L’uomo ha bisogno di una risposta totale che comprenda e salvi tutto l’orizzonte del suo “io” e della sua esistenza. Dentro di sé egli possiede un anelito di infinito, una tristezza infinita, una nostalgia – il nostos algos di Ulisse – che si appaga solo con una risposta ugualmente infinita. Il cuore dell’uomo mostra di essere segno di un Mistero, cioè di qualcosa o di qualcuno che è una risposta infinita. Al di fuori del Mistero le esigenze di felicità, di amore, di giustizia non incontrano mai una risposta che soddisfi fino al fondo il cuore dell’uomo. Se questa risposta non esistesse, la vita sarebbe un desiderio assurdo.
Non solo il cuore dell’uomo, ma anche l’intera realtà si presenta come segno. Il segno è qualcosa di concreto, indica una direzione, qualcosa che si può vedere, che rivela un significato, di cui si può fare esperienza, ma che rimanda a un’altra realtà che non si vede. In caso contrario il segno non avrebbe significato.
D’altra parte, per interrogarsi di fronte ai segni è necessaria una capacità profondamente umana, la prima che abbiamo come uomini e donne: lo stupore, la capacità di stupirsi, come la chiama Giussani, in ultima istanza un cuore di bambini. Il principio di ogni filosofia è lo stupore, e solo lo stupore porta alla conoscenza. Notate che la degradazione morale e culturale inizia a sorgere quando questa capacità di stupore si indebolisce, si annulla o muore. L’oppio culturale tende ad annullare, indebolire o uccidere tale capacità di stupore. Papa Luciani una volta disse che il dramma del cristianesimo contemporaneo risiede nel mettere categorie e norme al posto dello stupore. Lo stupore viene prima di tutte le categorie, è ciò che mi porta a cercare, ad aprirmi; è ciò che rende possibile la risposta, che non è né una risposta verbale, né concettuale. Perché se lo stupore mi apre come domanda, l’unica risposta è l’incontro: e solo nell’incontro si placa la mia sete, in niente di più.


NOTE
(1) Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et ratio, 14 settembre 1998, 1.
(2) Cfr. R. Niebuhr, Il destino e la storia. Antologia degli scritti, BUR Milano 1999, p. 66.
(3) L. Giussani, Il senso religioso, BUR, Milano 2023, pp. 28-29.

giovedì 4 maggio 2023

PAPA FRANCESCO: VIAGGIO IN UNGHERIA

 

LE RADICI E I PONTI

La Chiesa di Mattia - quartiere Castello

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tre giorni fa sono rientrato dal viaggio in Ungheria. Oggi vorrei parlarvi di questa visita attraverso due immagini: le radici e i ponti.

Le radici. Mi sono recato pellegrino presso un popolo la cui storia – come disse San Giovanni Paolo II – è stata segnata da «molti santi ed eroi, attorniati da schiere di gente umile e laboriosa» (Discorso in occasione della cerimonia di benvenuto, Budapest, 6 settembre 1996). È proprio vero: ho visto tanta gente semplice e laboriosa custodire con fierezza il legame con le proprie radici. E tra queste radici, come hanno evidenziato le testimonianze durante gli incontri con la Chiesa locale e con i giovani, ci sono anzitutto i santi: santi che hanno dato la vita per il popolo, santi che hanno testimoniato il Vangelo dell’amore e che sono stati luci nei momenti di buio; tanti santi del passato che oggi esortano a superare il rischio del disfattismo e la paura del domani, ricordando che Cristo è il nostro futuro. I santi ci ricordano questo: Cristo è il nostro futuro.

Le solide radici cristiane del popolo ungherese sono state però messe alla prova. La loro fede è stata provata al fuoco. Durante la persecuzione ateista del ‘900, infatti, i cristiani sono stati colpiti violentemente, con Vescovi, preti, religiosi e laici uccisi o privati della libertà. E mentre si tentava di tagliare l’albero della fede, le radici sono rimaste intatte: è restata una Chiesa nascosta, ma viva, forte, con la forza del Vangelo. E in Ungheria questa ultima persecuzione, oppressione comunista era stata preceduta da quella nazista, con la tragica deportazione di tanta popolazione ebraica. (…)

Ma anche oggi, come emerso negli incontri con i giovani e con il mondo della cultura, la libertà è minacciata. Come? Soprattutto con i guanti bianchi, da un consumismo che anestetizza, per cui ci si accontenta di un po’ di benessere materiale e, dimentichi del passato, si “galleggia” in un presente fatto a misura d’individuo. Questa è la persecuzione pericolosa della mondanità, portata avanti dal consumismo. Ma quando l’unica cosa che conta è pensare a sé e fare quel che pare e piace, le radici soffocano. È un problema che riguarda l’Europa intera, dove il dedicarsi agli altri, il sentirsi comunità, sentire la bellezza di sognare insieme e di creare famiglie numerose sono in crisi. L’Europa intera è in crisi. Riflettiamo allora sull’importanza di custodire le radici, perché solo andando in profondità i rami cresceranno verso l’alto e produrranno frutti. Ognuno di noi può chiedersi, anche come popolo, ognuno di noi: quali sono le radici più importanti della mia vita? Dove sono radicato? Ne faccio memoria, me ne prendo cura?

Il Ponte della Catene

Dopo le radici ecco la seconda immagine: i ponti. Budapest, nata 150 anni fa dall’unione di tre città, è celebre per i ponti che la attraversano e ne uniscono le parti. Ciò ha richiamato, specialmente negli incontri con le Autorità, l’importanza di costruire ponti di pace tra popoli diversi. È, in particolare, la vocazione dell’Europa, chiamata, quale “pontiere di pace”, a includere le differenze e ad accogliere chi bussa alle sue porte. Bello, in questo senso, il ponte umanitario creato per tanti rifugiati dalla vicina Ucraina, che ho potuto incontrare, ammirando anche la grande rete di carità della Chiesa ungherese.

Il Paese è poi molto impegnato nel costruire “ponti per il domani”: è grande la sua attenzione per la cura ecologica – e questa è una cosa molto, molto bella dell’Ungheria – la cura ecologica e per un futuro sostenibile, e si lavora per edificare ponti tra le generazioni, tra gli anziani e i giovani, sfida oggi irrinunciabile per tutti. Ci sono inoltre ponti che la Chiesa, come emerso nell’apposito incontro, è chiamata a tendere verso l’uomo d’oggi, perché l’annuncio di Cristo non può consistere solo nella ripetizione del passato, ma ha sempre bisogno di essere aggiornato, così da aiutare le donne e gli uomini del nostro tempo a riscoprire Gesù. E, infine, ricordando con gratitudine i bei momenti liturgici, la preghiera con la comunità greco-cattolica e la solenne Celebrazione eucaristica tanto partecipata, penso alla bellezza di creare ponti tra i credenti: domenica a Messa erano presenti cristiani di vari riti e Paesi, e di diverse confessioni, che in Ungheria lavorano bene insieme. Costruire ponti, ponti di armonia e ponti di unità.

Mi ha colpito, in questa visita, l’importanza della musica, che è un tratto caratteristico della cultura ungherese.

Mi piace infine ricordare, all’inizio del mese di maggio, che gli Ungheresi sono molto devoti alla Santa Madre di Dio. Consacrati a lei dal primo re, santo Stefano, per rispetto erano soliti rivolgersi a lei senza pronunciarne il nome, chiamandola solo con i titoli della regina. Alla Regina d’Ungheria affidiamo dunque quel caro Paese, alla Regina della pace affidiamo la costruzione di ponti nel mondo, alla Regina del cielo, che acclamiamo in questo tempo pasquale, affidiamo i nostri cuori perché siano radicati nell’amore di Dio.

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UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 3 maggio 2023