martedì 28 dicembre 2010

L'UNIONE EUROPEA E' UNA IDEOLOGIA DI MORTE


Nel giro di poche ore l'Ue si dimentica delle festività critiane e si rifiuta di equiparare le vittime del comunismo a quelle del nazismo. E se ne frega se attaccano le chiese in Nigeria e nelle Filippine
di Marcello Veneziani
Tratto da
Il Giornale del 27 dicembre 2010

Per l’Unione europea il Natale non esi­ste, la Pasqua nemmeno, e se uccidono i cristiani in Nigeria e nelle Filippine, co­me è accaduto nel giorno di Natale, chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. I cri­stiani saranno una setta del posto. Noi europei ci occupiamo di misurare le ba­nane, mica di religioni, superstizioni, stragi e amenità varie. Noi siamo civili, lavoriamo in banca, mica pensiamo alle festività religiose. E poi in questi giorni la Commissione europea non lavora, è in vacanza natalizia, anche se non si sa uffi­cialmente la ragione di queste festività, sarà l’anniversario dell’euro o l’onoma­stico di Babbo Natale...

 Non sto vaneg­giando per overdose di spumanti e pa­nettoni. È stata diffusa in milioni di copie e in migliaia di scuole, in tutta Europa e forse anche nei Paesi islamici, l’agenda ufficia­le dell’Europa, firmata della Commissione europea. Nel diario europeo, che mi è capitato di vedere, c’è traccia delle più estrose festività relative alle più minoritarie religioni, ma non c’è alcun riferimen­to alle festività antiche, canoniche e ufficiali della cristianità europea. Non si sa perché festeggiamo Natale e le altre festività religiose, nulla è ac­cennato sull’agenda che ricordi la Natività, la Resurrezione e tutto il re­sto, nulla che segni in rosso una san­­ta festività.
Ma quale Natale, Pasqua, Epifania, diceva Totò, a cui evidente­mente si ispira l’Unione Europea. L’ha fatto notare, protestando, il mi­nistro degli Esteri Frattini, ma in que­sti giorni l’Unione europea è chiusa per inventario merci (non esistendo il Santo Natale) e dunque la protesta affonda nel vuoto vacanziero di que­sta vuota Europa. A ragion veduta possiamo perciò accusare l’Unione europea di nega­zionismo.

L’Unione europea è un’as­sociazione vigliacca di smemorati banchieri fondata sul negazioni­smo. Nel giro di poche ore, l’Unione eu­ropea ha infatti negato le festività cri­stiane e dunque la sua tradizione principale ancora viva da cui provie­ne e nel cui nome ha un calendario e un sistema di festività. Ed ha pure ne­gato ai Paesi dolorosamente usciti dal comunismo il diritto di conside­rare i loro milioni di vittime sullo stes­so piano delle vittime del nazismo.

Come sapete, la Commissione eu­ropea ha nega­to che si possano equi­parare gli stermini comunisti a quelli nazisti e possa dunque scattare an­che per loro il reato di negazionismo. Pur avendo commesso «atti orren­di», i regimi del gulag, secondo la Commissione europea, «non hanno preso di mira minoranze etniche». E che vuol dire, sterminare i borghesi o i contadini è meglio che sterminare gli appartenenti a una razza? Uccide­re chi non la pensa come te è un cri­mine meno efferato che uccidere chi è di un’altra razza? Tra le fosse di Ka­tyn, le foibe e le camere a gas di Da­chau, qual è la differenza etica, giuri­dica ed umana?
Tra chi nega gli ster­mini di popolazioni civili di Paesi in­vasi dal comunismo e chi nega gli stermini etnici, qual è la differenza? È ideologica, signori, puramente ide­ologica. Come ideologica è la nega­zione delle tradizioni cristiane più popolari.
Non parliamo infatti del dogma trinitario o di altri quesiti teo­logici, qui parliamo di Natale e Pa­squa, avete presente? Alla base del­l’Europa c’è un negazionismo vi­gliacco e bugiardo, che non è solo quello di negare alcuni colossali orro­ri per riconoscere e perseguirne de­gli altri; ma negare l’Europa stessa, la sua vita, il calendario che scandisce i suoi giorni, la sua realtà e la sua veri­tà, la sua tradizione e la sua storia. Il negazionismo dell’Unione euro­p­ea è ancora più grave del negazioni­smo elevato a reato: perché non ne­ga solo alcuni orrori, ma nega anche in positivo la storia, la provenienza, la vita europea. Del suo passato l’Unione resetta tutto, difende solo la memoria della Shoah, e poi cancella millenni di civiltà cristiana, millenni di natali e pasque, orrori del comuni­smo e di altre tirannidi. Che schifo.

Io non ho ancora capito a che serve l’Unione europea fuori dall’ambito economico. Non è un soggetto politi­co che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal con­senso del popolo europeo, la sua stes­sa unione non fu voluta o almeno rati­ficata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un sogget­to cul­turale e civile perché non fa nul­la per affermare, difendere o valoriz­zare l’identità europea, anzi fa di tut­to per negarla. Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue ge­neralità storiche, le sue affinità idea­li, i suoi principi, le sue provenienze civili e religiose. Non ha una sua poli­tica es­tera unitaria o una strategia in­ternazionale, e non si occupa di stra­gi dei cristiani, semmai si agita solo se c’è una donna condannata a mor­te per aver ucciso il marito in Iran. Insomma, l’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esi­ste solo un sistema monetario unico, un sistema di dazi e di regole, di ban­che e di finanziamenti. È un ente eco­nomico, un istituto per il commer­cio.
Per questo l’Unione europea non esiste, abbiamo ancora la Cee, la Comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la parola comunità per un consorzio economico, tornia­mo al Mec, Mercato europeo comu­ne. L’Europa è un morto che cammi­na.

IL PRESIDENTE MONARCHICO

Il presidente della repubblica ha ricevuto una delegazione degli studenti in sciopero, i quali costituiscono il 5% della popolazione studentesca. Ma non ha ricevuto neanche uno degli studenti pacifici i quali costituiscono il 95% della stessa popolazione.
Come mai la maggioranza è stata esclusa dai colloqui con Napolitano?
È la democrazia secondo il Quirinale?


L’antigoverno

di Davide Giacalone
Se lo avesse fatto Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, il parlamentare (comunista, scusate, non è colpa mia) Giorgio Napolitano gli avrebbe dato del golpista.
Se dal Quirinale si fossero permessi di interloquire con la piazza, nel mentre il Parlamento è impegnato a votare quel che i manifestanti avversano, si sarebbe sollevato un coro prepotente di critiche feroci, ma in epoche in cui la politica aveva ancora una qualche sostanza e i costituzionalisti non s’erano ridotti ad aver lingua solo per lappare.
Invece è capitato che, al momento del voto definitivo del Senato, in materia di riforma universitaria, dal colle più alto è giunta la sollecitazione ai manifestanti affinché portino al Presidente le loro proposte, di modo che la legge possa essere modificata dopo essere stata approvata.

Ed è capitato che anziché far alzare il sopracciglio a chiunque abbia letto, magari di fretta, la Costituzione, una simile condotta è stata considerata “coraggiosa”. E su questo concordo, perché ci vuole coraggio sia ad allontanarsi così vistosamente dal dettato costituzionale, sia a prostrarsi così acriticamente e, direi, monarchicamente.
I manifestanti avevano tutto il diritto di protestare. Prendo atto, con tristezza, che ancora una volta hanno evitato di puntare il dito verso lo scandalo delle parentopoli cattedratiche (il professor Luigi Frati, preside di medicina e rettore di Roma La Sapienza, abbia orrore di quel che dice: ha messo in cattedra il figlio e sostiene che il concorso è di due anni fa, e per sua moglie? c’è gente che di magnifico ha più del titolo).

La voglia di dar la colpa alla politica sovrasta anche il dovere di raccontare la verità. Peccato, comunque era un loro diritto. Ciò non significa affatto che quei signori rappresentino né i giovani né gli studenti. Sono giovani, sono studenti (non solo, c’erano anche ricercatori, ovvero personale con contratti a tempo indeterminato e varia altra umanità), ma non rappresentano affatto l’universo. Lo ripeto perché l’equivoco alberga solo nella testa di chi non sa cosa sia la democrazia, e immagina coincida con il proprio diritto di dire qualsiasi castroneria e farla valere.

Anzi, l’inquilino del Quirinale avrebbe dovuto ricordarsi che esiste una legge che regola gli organi rappresentativi degli studenti, eletti in modo regolare, sicché lo scavalcarli del tutto, l’ignorarli totalmente, a tutto somiglia tranne che al severo monito in favore del diritto e della legalità. Posto ciò, la delegazione ricevuta da Napolitano non era a sua volta espressione di alcuna sede assembleare. L’omogeneità e la rappresentatività era garantita, più che altro, dall’abbigliamento.
Il punto critico arriva adesso: sono usciti dal Quirinale è, dopo le foto di rito e la legittima soddisfazione per la visibilità conquistata, hanno eletto Napolitano a loro unico interlocutore. Non so che corsi frequentino, quei ragazzi, ma dovrebbero far la cortesia d’indicare il quale parte della Costituzione hanno trovato un riferimento utile a dar valore non sovversivo a tale scelta. Dove, sia chiaro, i sovversivi non sono loro, perché se la presidenza della Repubblica promette di entrare nel merito dei decreti attuativi, come ha fatto, o prende in giro gli interlocutori o prende per carta inutile quella costituzionale.

La realtà è che Napolitano, ancora una volta, ha occupato uno spazio lasciato libero da un governo e una maggioranza non attrezzati a saper far politica. Era evidente che la questione non poteva essere risolta solo con i voti parlamentari, ed era evidente che prima o dopo qualcuno si sarebbe eretto a interlocutore dei manifestanti.
Siccome non c’è persona sensata che non riconosca i meriti della riforma, così come non c’è persona ragionevole che non ne veda il difetto d’essere piena di deleghe, valeva la pena accettare il confronto aperto, mettendo nel conto le contestazioni e facendo valere le buone ragioni. Invece non sono stati capaci di farle uscire dal perimetro istituzionale. E questa è una debolezza. Il Presidente della Repubblica, interpretando con passione politica le sue funzioni, non se l’è fatta sfuggire.

Molti scienziati italiani sono impegnati, al Cern di Ginevra, nel cercare di materializzare l’antimateria. Cimento affascinante e assai promettente. Segnalo ai cultori di altre materie, ove non siano troppo affaccendati ad arruffianarsi il rettore che tiene (vasta) famiglia, che nell’acceleratore costituzionale del Quirinale ha preso corpo, l’antigoverno. Un capovolgimento della carica elettorale, per cui chi meno voti prende più potere acquista. Al momento mancano prove sperimentali, ma tutto lascia supporre che se materia e antimateria s’incontrano il risultato sarà l’annichilimento d’entrambe. Siccome governo e antigoverno si sfiorano, talora si sovrappongono in continuazione, con Napolitano che interviene sui calendari parlamentari, sui lavori d’aula e, ora, anche sulla correzione postuma delle leggi, suggerisco qualche cautela o, almeno, di prenotare una poltrona in prima fila: se si perde il controllo di questo gioco al massacro costituzionale sai che botti e che lampi. Auguri.

Il Presidente del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU)
ha scritto a Napolitano chiedendo di essere ricevuto:
sono Mattia Sogaro, Presidente del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, che, come Lei sa, è il massimo organo di rappresentanza studentesca universitaria a livello nazionale, democraticamente eletto e composto da 30 membri, espressione sia delle diverse parti politiche sia di realtà di base presenti nelle nostre università, che non hanno alcuna veste partitica.

Il Presidente ha risposto : (...) sarò ben lieto di fissare un incontro al più presto, così come ho l'abitudine di fare con le più diverse rappresentanze che desiderano essere ricevute e ascoltate».
Avremo modo di chiarire con lei e con gli altri rappresentanti del Cnsu tutti gli aspetti di una situazione complessa come quella che vivono, in modi diversi, le varie componenti del mondo universitario...


GLI ERRORI DEI PADRI


di GIULIANO CAZZOLA

PAUL Nizan, uno scrittore francese del secolo scorso, commentava così la condizione giovanile: «Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Essere giovani non è facile, soprattutto oggi che sono venuti a mancare quei riferimenti — nella famiglia, nella società, persino nella politica dopo l’eclissi delle grandi ideologie del XX secolo — che rappresentano i punti cardinali di una personalità in formazione. Ma che cosa c’entra il disagio giovanile con la riforma Gelmini ? Il maggior danno che gli adulti possono arrecare ai giovani è quello di assecondarli nei loro errori, senza avvertirli che corrono il rischio di difendere le loro catene. In altre parole, di battersi per conservare degli ordinamenti economici e sociali da cui hanno tratto e traggono vantaggio le generazioni precedenti, mentre loro non potranno mai avvalersene.

La vicenda della riforma dell’università è un esempio esplicito di tale contraddizione.
Per la prima volta un governo, come ha fatto per la scuola in generale, tenta di “guardare l’erba dalla perte delle radici”, di affrontare le problematiche degli Atenei dall’angolo di visuale dell’interesse degli studenti (e non da quello dei docenti, come è sempre accaduto) e si trova nel bel mezzo di una contestazione spesso violenta a causa –è questo il motore di tutto- della rivendicazione di essere stabilizzati che proviene da qualche migliaio di ricercatori.

Pesa sui giovani la “mistica” del precariato: la denuncia ossessiva e sterile di una condizione di lavoro e di vita ritenuta priva di sbocchi e di gratificazioni, che ha finito per deresponsabilizzare i giovani e per trasformarli, contemporaneamente, in vittime e carnefici di se stessi.

E gli adulti hanno creduto di potersi sottrarre alle loro responsabilità di genitori opportunisti non facendo mancare nulla ai figli nell’ambito del privato ed accusando il sistema di non garantire più la “stabilità del posto fisso”. Ma davvero quei giovani che manifestano e occupano le stazioni e le strade, che invadono gli edifici pubblici, costituiscono la generazione più sventurata nella storia del paese? E come commentare allora la vicenda di milioni di italiani che hanno attraversato gli oceani disperdendosi in ogni angolo sperduto del pianeta? O dei giovani che all’inizio del boom economico hanno risalito la penisola per andare a lavorare nelle fabbriche  del triangolo industriale, sottostando a situazioni assai peggiori di quelle a cui sono sottoposti gli immigrati di oggi? O ancora, che osa dire delle generazioni a cui è toccato combattere sui fronti della seconda guerra mondiale (sono i nonni dei ragazzi di oggi) e poi ricostruire un paese devastato? Hanno mai patito la fame i giovani d’oggi? Quanti hanno detto loro dei no?

Purtroppo- qui sta la nostra responsabilità- è passata l’idea che gli standard di lavoro e di vita, le istituzioni e i diritti che la società italiana si è data negli anni 70 fossero un traguardo di benessere irrinunciabile. Invece in quegli anni sciagurati abbiamo usurpato modelli al di sopra delle reali possibilità. E per farlo abbiamo gonfiato a dismisura il debito pubblico.

Ma non di questo ci rimproverano i giovani. Non ci criticano per l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che è la principale causa della loro precarietà. Non ci rimproverano per aver difeso regimi pensionistici insostenibili ed aver scaricato in loro tutti i costi del risanamento. In fondo sono i migliori custodi dei nostri privilegi.

Resto del Carlino 23 dicembre 2010

venerdì 24 dicembre 2010

MESSAGGIO NATALIZIO DEL NUOVO VESCOVO DI CESENA


Accogliamo Cristo
di Douglas Regattieri*

Lo scandalo del cristianesimo è costituito dalla confessione che l’uomo- Gesù, un individuo giustiziato verso il 30 in Palestina, sia il ‘Cristo’ (l’unto, l’eletto) di Dio, anzi addirittura il Figlio di Dio, quindi centro focale, il fulcro determinante dell’intera storia umana… E’ davvero lecito aggrapparci al fragile stelo di un singolo evento storico?

Possiamo correre il rischio di affidare l’intera nostra esistenza, anzi, l’intera storia, a questo filo di paglia d’un qualsiasi avvenimento, galleggiante nello sconfinato oceano della vicenda umana?” (cardinale Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Brescia, 1969,).

Tutto è appeso a un esile evento storico, durato poco più di 30 anni, in un paesino del Medio Oriente di 2000 anni fa. Possiamo agganciare la nostra vita a quell’’evento, a quel Bambino che nasce a Betlemme e su di esso giocare tutta la nostra vita, disposti persino a dare la vita per lui?

La risposta del cristiano è sì! Ne vale la pena. E’ necessario. E’ fonte di gioia. Consegnarci nella fede Cristo che nasce come uomo piccolo e indifeso è la risposta a un anelito, a un desiderio, a un’ansia che l’uomo di sempre si porta dentro. E Cristo porta a pienezza tale attesa.

Questo, fratelli carissimi, è il senso autentico del Natale, di questo Natale 2010 che la Provvidenza mi concede di celebrare assieme a voi, per la prima volta. E questo è anche l’augurio che rivolgo indistintamente a tutti, credenti e non credenti: che il Signore Gesù sia per tutti “il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle sue aspirazioni” (Concilio Vaticano II, GS, 45).

Ricordare la sua nascita terrena significa fare i conti con Gesù, per accettarlo o rifiutarlo. Non è una semplice rievocazione storica, ma un appello a una decisione. Per lui o contro di lui. Chi già lo ha scelto come ideale di vita, veda di rinnovare, ringiovanendola, tale scelta. A chi lo ha invece espressamente rifiutato, auspico che possa rivedere la sua posizione davanti a Cristo. Che non sia quest’anno un’occasione buona per rimettersi in gioco accogliendolo?

Sicuramente c’è anche chi lo ignora e non lo considera e per lui il Natale è solo la festa di Babbo Natale o dei regali o degli auguri. A questi fratelli vorrei dire che non c’è peggior scelta di quella di non scegliere, di far finta di niente, di vivere come se Dio non esistesse. Sarebbe rifiutare l’evidenza condannandosi a una pesante tristezza del vivere.

A tutti un Buon Natale così: che Cristo sia rimesso al suo giusto posto nella vita di ciascuno. E sarà vera pace e serenità nel cuore.
*Vescovo di Cesena-Sarsina

giovedì 23 dicembre 2010

LA CULTURA E' UN'ESPERIENZA

La cultura è un’esperienza.



La cultura non è qualcosa che “si fa”, non è innanzitutto un prodotto.

La cultura è un’esperienza, è un gusto per le cose, una passione per la bellezza.

Si genera dall’esperienza delle persone che desiderano, guardano, giudicano, si cimentano con le difficoltà e i problemi, costruiscono, investendo la realtà della loro passione ideale.

 La cultura c’è se si genera dall’esperienza della gente, dalla curiosità.

La cultura non si fabbrica con i progetti né con i “tavoli”, che al massimo potranno servire a dare visibilità a ciò che già esiste, rendendolo utile e fruibile per tutti. Come ha scritto don Giussani: “La nostra problematica culturale non si risolve aggiungendo all’esperienza qualcosa che sembra mancarle, ma imparando ciò che l’esperienza già è”.

Intervento di Emilia Guarnieri, Presidente Meeting Rimini
tratto dal blog
http://labellezzaeunaferita.wordpress.com/

LA QUESTIONE MORALE E LA POLITICA ITALIANA


Intervista rilasciata da Mons Pennisi, Vescovo di Piazza Armerina su:
La Questione Morale nella scena politica italiana

1.     La questione morale irrompe di nuovo nella scena politica italiana. Dobbiamo esser contenti, o insospettirci?
Che la questione morale venga messa al centro dell'attenzione della politica italiana astrattamente è un bene in quanto mette in discussione la pregiudiziale separazione tra etica e politica. Sostenuta da chi teorizza che tutte le esperienze della vita umana (politica, scienza, economia, diritto...) sono autonome dalla morale. Nella comprensione cristiana della vita il bene e il giusto sono dimensioni irrinunciabili dell'agire per cui la vita è sottoposta a criteri di ordine morale. La moralità degli uomini politici è un fatto essenziale per restituire valore ideale all'impegno politico e trasformarlo in vera e propria “carità politica”.
In concreto bisogna pero chiedersi , se la “questione morale” sollevata da improvvisati Catoni non sia usata come una clava per distruggere o delegittimare i propri avversari politici e se dietro campagne moralistiche non ci nascondano ipocritamente interessi economici e strumentalizzazioni elettorali di basso profilo. L'ipocrisia – come ricordava Chesterton è l'omaggio che il vizio rende alla virtù.


2. Negli anni di Tangentopoli l'unico precetto morale sembrava essere: non rubare e fai ciò che vuoi. Oggi i riflettori sono puntati solo sul decoro pubblico, su alcuni palazzi della politica ridotti a una suburra. Ma la morale può essere lottizzata?

La morale non si può lottizzare. I dieci comandamenti o stanno assieme o cadono assieme a partire dal primo che mette Dio al primo posto. Durante tangentopoli si insisteva solo sul settimo comandamento, oggi dopo aver predicato la libertà sessuale come segno di emancipazione si riscoprono non so con quanta convinzione il sesto e il nono. Il fariseismo moralistico può reggersi sulla lottizzazione dei principi morali in base alla quale si dichiara bene solo ciò che uno mostra di poter osservare e male ciò che fanno gli altri filtrando i moscerini e ingoiando i cammelli come dice Gesù nel Vangelo. Il teologo evangelico tedesco Dietrich Bonoeffer afferma che il fanatismo etico “perde di vista la totalità del male e si precipita come il toro contro il drappo rosso anziché contro colui che lo agita” mancando il vero bersaglio.


3. Che effetto le fa vedere i sostenitori a oltranza del capriccio individuale, diventare difensori del buoncostume?

Mi chiedo da che pulpito viene la predica quando coloro che esaltano il libertinaggio morale del singolo individuo e sostengono campagne di legittimazione della soppressione di esseri umani innocenti o in favore della selezione eugenetica degli esseri umani in stato embrionale o dell'eutanasia come progetto di estensione del suicidio assistito, si ergono a difensori della morale altrui. I casi sono due : o sono diventati di botto bacchettoni o sono rimasti farisei.


4. La morale è una coerenza?
La moralità non consiste in uno sforzo improbo di coerenza con principi astratti, ma è desiderio e tensione continua verso il bene che non si scandalizza della propria e altrui fragilità perché scaturisce dalla riconoscenza per l’esperienza di un amore gratuito. A partire dalla presenza di Gesù Cristo nella propria esistenza si deve tendere alla coerenza fra fede e vita, ricordando che il santo non è colui che non cade mai ma colui che dopo essere caduto si rialza perché Qualcuno gli tende misericordiosamente la mano.
Il moralismo è invece osservare delle regole astratte per sé stesse e può degenerare nel fariseismo nella misura in cui è la persona a stabilire il criterio del bene e del male con il quale generalmente assolve sé stessa e condanna gli altri,dimenticando il monito evangelico di togliere prima la trave dei propri occhi prima di pretendere di togliere la pagliuzza da quelli altrui. E’ l’atteggiamento di chi pensa di avere le mani pulite, ma non si accorge di avere il cuore sporco.


5. Qual'è la risposta della Chiesa all'emergenza della questione morale
Oggi, in un'epoca dominata dal relativismo nichilistico, l'emergenza sta nella difficoltà ad una educazione a valori morali assoluti , che possono conservarsi solo a partire dall'esperienza della compagnia di Gesù che ci accoglie e ci perdona.
La missione della Chiesa non è quella di una agenzia umanitaria che distribuisce patenti di moralità, ma quella di denunciare profeticamente il male ma anche di essere evangelicamente misericordiosa con i peccatori ai quali chiedere continuamente la conversione del cuore e dei comportamenti. A questo proposito mi sembra emblematico l'atteggiamento di Gesù che ai farisei che gli avevano condotta una donna adultera dice”chi è senza peccato scagli la prima pietra” e alla donna dice “va e d'ora in poi non peccare più”.


6. Cosa chiede la Chiesa a un politico?
La Chiesa chiede alle persone impegnate in politica che il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune, superando il dualismo fra fede e vita . Si tratta di vivere in conformità della propria coscienza illuminata dalla fede che porta a concepire l'impegno politico come un atto di amore gratuito a servizio della comunità. Bisogna ricordare quanto Benedetto XVI disse nel settembre 2008 a Cagliari sulla necessità di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile per evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia e della politica.


7. Quali sono le principali virtù di un politico secondo don Luigi Sturzo?
Don Luigi Sturzo afferma che la politica è un arte che riescono ad esercitare solo poco artisti , mentre altri si accontentano di esserne artigiani e molti si riducono ad essere mestieranti della politica. Egli che fu impegnato in prima persona in campo politico non mancò di dare anche dei suggerimenti di natura pratica a chi vuole apprenderne l'arte ed evitarne il mestiere. Egli sostenne che il perseguimento del bene pubblico non può che essere separato dalle virtù individuali.
Tra le virtù dei politici egli cita la franchezza, la sincerità, la fermezza nel sapere dire anche i no, l'umiltà da cui scaturisce il senso del limite, il non attaccamento al denaro e alla fama, la competenza, la progettualità politica .
La moralizzazione della vita pubblica è legata per Sturzo soprattutto ad una concezione religiosa della vita da cui deriva il senso della responsabilità morale e della solidarietà sociale.

LA COSCIENZA E' OBBEDIENZA ALLA VERITA'

Quest'anno, Benedetto XVI ha messo al centro della sua riflessione la questione della verità: perché "solo la verità salva" la Chiesa e il mondo. Anche gli abusi sessuali del clero su dei bambini sono il prodotto di un accecamento della coscienza, incapace di distinguere il bene e il male.

E sul significato della coscienza – non come puro arbitrio soggettivo, ma come obbedienza alla verità – il papa ha ripreso la lezione del cardinale John Henry Newman, da lui beatificato durante il suo viaggio nel Regno Unito.

BENEDETTO XVI: UDIENZA ALLA CURIA ROMANA IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI, Roma 20.12.2010

(,,,)
Infine, vorrei ancora ricordare la beatificazione del Cardinale John Henry Newman. Perché è stato beatificato? Che cosa ha da dirci? A queste domande si possono dare molte risposte, che nel contesto della beatificazione sono state sviluppate. Vorrei rilevare soltanto due aspetti che vanno insieme e, in fin dei conti, esprimono la stessa cosa. Il primo è che dobbiamo imparare dalle tre conversioni di Newman, perché sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti. Vorrei qui mettere in risalto solo la prima conversione: quella alla fede nel Dio vivente.

Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. È questa la "realtà" secondo cui ci si orienta. Il "reale" è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili. Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta.

La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione era in Newman la coscienza. Ma che cosa si intende con ciò? Nel pensiero moderno, la parola "coscienza" significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. Il mondo viene diviso negli ambiti dell’oggettivo e del soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono considerate come ambito del soggettivo. Qui non esisterebbero, in ultima analisi, dei criteri oggettivi.

L’ultima istanza che qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la parola "coscienza" si esprime, appunto, questo: in questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con le sue intuizioni ed esperienze. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta.

Per lui "coscienza" significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza – religione e morale – una verità, la verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto.

Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza – un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che passo passo si apriva a lui. La sua terza conversione, quella al Cattolicesimo, esigeva da lui di abbandonare quasi tutto ciò che gli era caro e prezioso: i suoi averi e la sua professione, il suo grado accademico, i legami familiari e molti amici. La rinuncia che l’obbedienza verso la verità, la sua coscienza, gli chiedeva, andava ancora oltre. Newman era sempre stato consapevole di avere una missione per l’Inghilterra. Ma nella teologia cattolica del suo tempo, la sua voce a stento poteva essere udita. Era troppo aliena rispetto alla forma dominante del pensiero teologico e anche della pietà. Nel gennaio del 1863 scrisse nel suo diario queste frasi sconvolgenti: "Come protestante, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita è misera, non però la mia religione". Non era ancora arrivata l’ora della sua efficacia. Nell’umiltà e nel buio dell’obbedienza, egli dovette aspettare fino a che il suo messaggio fosse utilizzato e compreso.

Per poter asserire l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e la moderna comprensione soggettiva della coscienza, si ama far riferimento alla sua parola secondo cui egli – nel caso avesse dovuto fare un brindisi – avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione, "coscienza" non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità.

IL PROGETTO DI UNA SOCIETA' ATEA


di Ida Magli
Tratto da Il Giornale del 21 dicembre 2010

La Commissione europea ha stampato più di tre milioni di copie di un «diario» in ognuna delle lingue dei paesi dell’Unione, da distribuire nelle scuole secondarie come un gradito regalo agli alunni, accompagnato da numerose pagine dedicate a far conoscere e apprezzare le meravigliose virtù dell’Europa unita.

Inutile aggiungere che si tratta di un costosissimo regalo, fabbricato a spese di tutti noi, poveri contribuenti, che sicuramente avremmo trovato assurda e incompatibile con la dignità dei cittadini, se fosse stato uno dei governi nazionali a deciderla, un’iniziativa pubblicitaria che ricorda da vicino lo spirito di regalia festiva degli antichi regnanti borbonici alla ricerca di consenso.

Se passiamo oltre a questo primo sgradevolissimo aspetto, però, ci troviamo di fronte a un abuso che è già stato molto criticato all’arrivo nelle scuole inglesi delle prime trecentomila copie del diario. Manca, infatti, nel giorno del 25 dicembre, la festività del Natale. Il foglio bianco è riempito da una banalissima frase sull’affetto degli amici, tanto che non si riesce a capire come mai si tratti di un giorno di vacanza. Dunque la festa cristiana della nascita di Gesù è stata cancellata. Le feste delle altre religioni di minoranza in Europa però ci sono: ebraiche, musulmane, sikh, hindu. A chi ha chiesto spiegazioni, naturalmente è stato detto che non si voleva offendere la sensibilità di nessuno e che, anzi, la prossima volta le feste religiose saranno cancellate del tutto così da non suscitare critiche.

Prescindiamo dal «diario» in sé: quello che dobbiamo guardare in faccia è la volontà dei governanti dell’Europa di «educare» i nostri figli, e di educarli in base ai precisi precetti della mondializzazione, di cui l’Unione europea è il più pregiato anticipo. Le religioni devono entrare a far parte, ammesso che le si voglia far sopravvivere, nella dimensione della vita privata; una vita privata che è ridotta, in pratica, alla sfera del singolo individuo dato che i legami della famiglia, della comunità, della nazione, si scioglieranno nell’indistinta fratellanza universale. Il messaggio che giunge chiaramente dall’abolizione del Natale è senza equivoci in quanto è proprio il Natale la festa che racchiude e rappresenta da oltre due millenni, oltre alla nascita di colui che per i cristiani è il Salvatore, la dolcezza e la speranza dell’amore familiare, il rispetto e la tenerezza per chi nasce, la gioia e la ricchezza della maternità anche nel buio, nel freddo, nella povertà che accompagna sempre, anche quando è ricco, la vita dell'uomo.

Non facciamoci illusioni: è la dottrina della massoneria mondialista che governa a Bruxelles quella che viene imposta ormai sfacciatamente. L’Unione europea è stata fatta; il trattato di Lisbona è stato firmato, con la sua programmatica esclusione delle radici religiose della civiltà europea. Non hanno più nulla da temere.

Non c’è che da preparare i giovani europei all’aridità affettiva, alla separazione e alla dimenticanza della storia passata. Storia che deve essere prima di tutto e soprattutto depurata dalla devozione cattolica di cui è piena: quella religiosa, ma anche quella artistica in tutti i campi: Dante e Petrarca tanto quanto Palestrina, Monteverdi, Della Robbia, Mantegna, Raffaello... Nell’arte ci avevano già provato con il lancio dell’astrattismo, della a-figuratività. Non ci erano riusciti. Adesso, però, i loro strumenti sono fortissimi perchè non hanno più bisogno di nascondersi nelle «mode» stilistiche: possiedono il Potere, quello vero, quello di governo. Non conosciamo i nomi di coloro che hanno preparato il diario, ma sappiamo con sicurezza una cosa: che se ne siamo venuti a conoscenza soltanto oggi, in cui non è più possibile fermarlo, è perché c’è stata la connivenza di tutti i parlamentari europei, di tutte le Commissioni, incluse quelle di bilancio che hanno stanziato il denaro occorrente, di tutti gli Osservatori in Europa delle Chiese Cristiane e di quella Cattolica in particolare. L’Unione europea lavora alla distruzione dei popoli. Sradicarli dalla religione è il mezzo più efficace.


Quel prosciutto contro il dialogo
di Andrea TornielliTratto da La Bussola Quotidiana il 20 dicembre 2010
La notizia può sembrare surreale, e in effetti un po’ lo è. Una famiglia musulmana residente nella città spagnola La Línea de la Concepción ha denunciato un professore dell’istituto Menédez Tolosa perché durante la lezione di geografia ha magnificato il prosciutto e non si è fermato quando un alunno di fede islamica lo ha invitato a farlo, in nome del rispetto della sua religione.
Così lo stimato professore, che vanta una lunga carriera scolastica e che è già stato ascoltato dalla polizia giudiziaria, risulta inquisito con l’ipotesi di reato di abuso nell’esercizio della professione dovuto a motivazioni razziste e xenofobe. La vicenda è stata raccontata in dettaglio dal quotidiano Diario de Cadiz. Il docente, durante una lezione di geografia in una prima media, stava parlando dei diversi tipi di clima e aveva usato come esempio di clima freddo e secco quella della località spagnola di Trevélez. A mo’ di aneddoto, il docente aveva raccontato che questo tipo di clima favoriva la stagionatura dei prosciutti. Il prosciutto, jamon, è uno dei più apprezzati prodotti tipici della regione.
L’alunno musulmano ha chiesto al professore di non parlare di questo argomento perché si sentiva offeso a motivo della sua fede islamica. Il professore avrebbe risposto che si trattava solo di un esempio e che lui non prendeva in considerazione la religione praticata dai suoi alunni. Secondo la famiglia dello studente, invece, l’insegnante avrebbe risposto al ragazzo che se non gli garbava il prosciutto, poteva tornarsene nel suo Paese. Ma lo studente musulmano è nato in Spagna.
Spetterà agli investigatori accertare la verità sull’accaduto. Comunque sia andata, e senza voler caricare l’episodio di significati che non ha, ci sembra di poter dire che la Spagna di Zapatero appare a dir poco schizofrenica: i lettori de La Bussola nei giorni scorsi hanno infatti potuto leggere che cosa è accaduto con i manifesti affissi in Andalusia dai giovani socialisti in occasione della giornata contro l’Aids. Sotto la scritta «Bendito condón que quitas el SIDA del mundo», ovvero «Benedetto il preservativo che toglie l’AIDS del mondo», si vedevano due mani che scimmiottavano il gesto con cui nella Messa, dopo la consacrazione, il sacerdote eleva l’ostia. Solo che al posto della particola, c’era un preservativo.
Dunque, si può irridere con messaggi blasfemi ciò che c’è di più sacro nella fede cattolica, mentre nello stesso Paese un professore di geografia non può parlare del prosciutto (non del Corano o del Ramadan) in una scuola spagnola perché rischia una denuncia per razzismo e xenofobia.


domenica 19 dicembre 2010

DOMENICO GHIRLANDAIO NATIVITA'



La Natività pienamente rinascimentale fu dipinta da Domenico Ghirlandaio in Santa Trinita a Firenze.
La pala, elogiata dal Vasari come capolavoro supremo del pittore e tale da "far meravigliare ogni persona intelligente", occupa il posto d'onore nella cappella affrescata dallo stesso artista con storie di san Francesco.
Siamo nel 1485. Due anni prima era arrivato a Firenze, portatovi dal banchiere Tommaso Portinari, il trittico di Hugo Van der Goes oggi agli Uffizi. Il naturalismo fiammingo che in quell'opera si esprime al livello più alto, suggestionò profondamente l'ambiente artistico fiorentino.


Il primo a esserne colpito fu il Ghirlandaio, che in questo dipinto mostra di aver tratto notevole profitto dallo studio del suo collega del Nord Europa. E infatti il fiore di iris nella destra è una citazione diretta del Trittico Portinari. Allo stesso modo si ispirano alla "pittura della realtà" di Hugo Van der Goes, le fisionomie minuziosamente vere dei pastori, l'ombra del cardellino sulla pietra, la natura morta di umili oggetti sulla sinistra, il gioco sottile dell'ombra e della luce sul vello degli animali, sulla pelle e sulle vesti degli astanti. Ciononostante il Ghirlandaio resta un grande pittore italiano, anzi fiorentino, nel dominio della prospettiva, nel controllo dello spazio misurabile.

La sua Natività è ambientata in un nitido paesaggio di colline toscane. La valle che si vede sullo sfondo è quella dell'Arno, fitta di città e di torri, cesellata come un prezioso gioiello. Il classicismo rinascimentale si esprime nella scelta dell'ambiente. L'evangelica povertà del presepio si colloca in uno scenario di ruderi romani, fra sarcofagi sontuosamente iscritti e scolpiti, colonne scanalate, capitelli corinzi e archi trionfali attraversati dalla cavalcata dei Magi. Tale iperbolica scenografia antico romana non vuole essere soltanto un generico omaggio al mondo classico. Essa ha un preciso significato simbolico. I ruderi archeologici sono emblema del mondo antico che la nascita di Cristo rinnova.

Ghirlandaio, certo consigliato da teologi e umanisti, sviluppa il concetto e lo mette in figura con straordinaria efficacia. Perché il sarcofago romano che funge da culla per il piccolo Gesù porta iscritta la profezia dell'augure Fulvio vissuto al tempo di Pompeo e morto a Gerusalemme.

Dalla sua tomba sarebbe nato un dio; così aveva profetizzato il sacerdote pagano. In tale prefigurazione, il riferimento a Cristo vittorioso del mondo antico è evidente. Con la nascita del Salvatore si conclude il tempo dell'Attesa. L'evento annunciato a Cesare Augusto dalla Sibilla Tiburtina, secondo la celebre egloga iv di Virgilio, si è finalmente realizzato. Nella grotta di Betlemme il mondo gira sul suo asse. Con la nascita di Cristo si è aperta una nuova epoca nella storia degli uomini. Questo è il messaggio che, dopo cinque secoli, ci arriva dalla Natività del Ghirlandaio. (Antonio Paolucci da L'Osservatore Romano)

venerdì 17 dicembre 2010

COSA VUOL DIRE UN ATTEGGIAMENTO MORALE IN POLITICA?


"I comportamenti negativi di “morale privata” non devono mai essere proposti come esempi da seguire. Ma bisogna sempre guardarsi dal “moralismo”. Spesso, oggi, a lanciare giudizi morali sono personaggi politici che vorrebbero distribuire la pillola abortiva alle minorenni, liberalizzare l’uso della droga o parificare le coppie omosessuali alla famiglia... Restringere il concetto di morale pubblica solo ad alcuni ambiti, come per esempio la corruzione, sottraendone altri, come per esempio la morale familiare o la violenza sull’embrione è un chiaro esempio di relativismo morale."

«I politici cattolici pensino a ciò che conta»
Intervista a Mons. Giampaolo Crepaldi di Riccardo Cascioli
13-12-2010




Monsignor Crepaldi, nella grande confusione politica attuale, quali criteri devono guidare i cattolici nel giudicare la situazione?

Per i cattolici la politica non è mai solo politica. Essi vedono nel gioco politico, spesso così confuso e dalla vista corta, la presenza di significati assoluti. Nella politica si giocano anche valori eterni. Per questo essa è una cosa tremendamente seria, nonostante i toni da avanspettacolo che talvolta assume. Essa ha a che fare anche con la salvezza, perché l’organizzazione di questo mondo non è indipendente dalla vocazione integrale dell’uomo.
Credo che il criterio primario sia, come ci ripete Benedetto XVI, di aprire nel mondo un posto per Dio o, come disse Giovanni Paolo II il 22 ottobre 1978, di aprire le porte a Cristo, aprire «i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo». Il bene vero dell’uomo, anche di ordine naturale, non può che venire da lì. Da un punto di vista strettamente politico questo comporta difendere e promuovere politicamente i cosiddetti “principi non negoziabili”. Il loro senso è triplice. Prima di tutto essi costituiscono in se stessi una difesa della trascendente dignità della persona; secondariamente essi indicano un vasto programma politico trasversale ai vari problemi sociali; in terzo luogo essi rimandano la politica alla sua fondazione trascendente. Credo che nessun altro criterio, seppure legittimo, dovrebbe essere anteposto a questo. 


Nelle ultime settimane più volte è stato sollevato il problema morale, riferito ai comportamenti di questo o quel politico. Ma dal punto di vista della Dottrina sociale, cosa vuol dire un atteggiamento morale in politica?

Il problema del comportamento morale si pone a due livelli. Prima di tutto c’è il livello strategico della prospettiva culturale in cui l’uomo politico si colloca, del programma e della  storia del suo partito. Il programma del partito prevede la negazione dei principi non negoziabili? E la cultura di riferimento? E la sua storia?
Poi c’è il livello dei comportamenti personali di “morale privata”, come potremmo anche dire. Naturalmente, l’ideale sarebbe che il comportamento fosse moralmente accettabile e coerente sia nel primo che nel secondo senso. Nel caso tale coerenza non ci fosse, va tenuto presente che rimane preferibile che ci sia la moralità nel primo senso. Tra un politico che fa pessime leggi, per esempio contrarie  alla tutela della famiglia e della vita, ma che è sul piano del comportamento individuale integro ed un uomo politico che non lo sia ma che faccia buone leggi rimane preferibile il secondo.

Vuol dire che l’immoralità privata non ha conseguenze pubbliche?I comportamenti negativi di “morale privata” non devono mai essere proposti come esempi da seguire. Ma bisogna sempre guardarsi dal “moralismo”, atteggiamento che può avere molte varianti: stracciarsi le vesti per un comportamento immorale dell’avversario politico sul piano privato dopo aver seminato per anni una cultura del relativismo morale; approfittare della propria posizione pubblica per esaltare pubblicamente i propri comportamenti immorali; esigere dall’avversario, con rigore inquisitorio, una coerenza piena tra morale privata e morale pubblica, dopo aver teorizzato e promosso il divorzio, l’aborto o le nuove “forme” di famiglia che senz’altro non sono chiari esempi di morale pubblica; restringere il concetto di morale pubblica solo ad alcuni ambiti, come per esempio la corruzione, sottraendone altri, come per esempio la morale familiare o la violenza sull’embrione. Spesso, oggi, a lanciare giudizi morali sono personaggi politici che vorrebbero distribuire la pillola abortiva alle minorenni, liberalizzare l’uso della droga o parificare le coppie omosessuali alla famiglia.   

Riguardo alla presenza cattolica, a un estremo si cerca di espellere il fatto religioso dalla politica, all’altro si ha a volte l’impressione che il fatto religioso sia ridotto all’intervento dei vescovi su questo o quel tema. Qual è invece il corretto rapporto tra fede e politica?

Teniamo innanzitutto presente che è dovere dei vescovi intervenire anche sulle questioni politiche, quando queste abbiano una ripercussione sul bene delle anime, a protezione del creato, della trascendente dignità della persona e dei diritti della religione cristiana. L’intervento dei vescovi “su questo o quel tema” non va inteso come una forma di “gentilonismo”, una contrattazione diretta con il sistema politico per avere, in cambio dell’appoggio, assicurazioni su presunti “interessi cattolici”. Come non è ingerenza, così non è nemmeno trattativa politica. Sono interventi non a difesa di interessi cattolici ma per il bene di tutti. Anche quando i vescovi chiedono il rispetto per il ruolo pubblico della religione non lo fanno per difendere posizioni di rendita o corporative ma perché ritengono che anche la libertà della religione cristiana sia un bene per tutti. Si tratta di ribadire la necessità della luce cristiana per la costruzione della società degli uomini e di “purificare” la politica quando questa si discosti dal vero bene dell’uomo. La religione cristiana non può rinunciare a questa sua “pretesa”. Obbligarla a farlo significherebbe chiederle di rinunciare a se stessa e non sarebbe vera laicità.
     

Vita, famiglia, libertà di educazione: questi sono i princìpi non negoziabili che devono unire tutti i politici che si dichiarano cattolici, presenti in diversi schieramenti. Ma passando al concreto, quali sono le priorità in Italia su cui ci si dovrebbe concentrare?

Sul senso da attribuire ai principi non negoziabili ho già detto qualcosa rispondendo ad una precedente domanda. Per quanto riguarda l’Italia è mia convinzione che una grande rivoluzione sarebbe la creazione di un sistema scolastico veramente paritario, concedendo alle famiglie la reale possibilità di scegliere la scuola per i propri figli e ai soggetti della società civile di esprimere la propria vocazione educativa. Una simile riforma sprigionerebbe energie partecipative ed educative formidabili e romperebbe tutta una serie di corporazioni materiali e ideologiche che tengono ingessato questo Paese.
C’è poi l’agenda politica sulla bioetica. Qui bisogna stare molto attenti perché sono in gioco valori enormi e lo stesso nostro futuro. Bisognerà, credo, che i cattolici siano più chiari: nell’opinione pubblica circola l’idea che la 194 sia una legge cara ai cattolici dato che questi ne chiedono insistentemente la realizzazione piena, come anche molti pensano che la legge 40 sulla fecondazione assistita sia una legge cattolica perché i cattolici hanno sostenuto un referendum per il suo mantenimento. Su questi aspetti bisogna fare chiarezza e far capire che chiedere l’applicazione di una legge nei punti in cui essa può tutelare la vita non significa condividere quella legge né gettare la spugna per una sua radicale revisione. Le battaglie non si fanno mai a metà, non possiamo dare una mano agli altri a sbagliare su punti così importanti e il bene comune non è il minor male comune.
Poi c’è la difesa della famiglia, per la quale sono importantissime le provvidenze di un nuovo regime fiscale, ma ancor prima va mantenuta la difesa giuridica della famiglia e, prima ancora, la sua promozione culturale. Dove viene promossa oggi la famiglia? Non nei media e non nella scuola pubblica.
 
Domani, 14 dicembre, ci sarà un voto importante in Parlamento: lei cosa si augura o cosa si aspetta?

Non è compito di un vescovo entrare in queste faccende di cabotaggio politico. Io mi limiterei a dire solo due cose. La prima è che mi sembra che non siamo davanti a nessun 4 luglio, 14 luglio o 25 luglio, anche se concordo che l’appuntamento è uno snodo politicamente importante, dato che ormai “galleggiamo” da molto tempo. La seconda è che ci troviamo ancora una volta davanti ad una possibile spaccatura dei cattolici in politica. Per questo mi auguro che i deputati e i senatori cattolici si facciano orientare dai principi che ho sopra esposto.

Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e presidente dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan per la Dottrina sociale. Crepaldi,  fino all’ottobre 2009 è stato segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e in questa posizione ha curato la redazione del Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa;  recentemente ha scritto il libro "Il cattolico in politica – Breve manuale per la ripresa (editore Cantagalli)".

IL TERZO POLO E' UN NUOVO PASTICCIO

AVVENIRE: Il direttore risponde
Caro direttore,
pur riconoscendo l’importanza della vittoria ottenuta martedì da Berlusconi, è palese che siamo in una situazione di "scacco al re". Il re è in piedi, sopravvissuto, ma ferito. I moderati... che brutto termine! Diciamo meglio: coloro che si riconoscono nell’area di centro, che ragionano, che non si fanno incantare dalle sirene di liberismo e comunismo, che sanno attuare politiche di sostegno sociale e di perequazione mentre applicano i principi della sussidiarietà... i cattolici insomma! Sono loro che in questo momento hanno in mano il pallino della situazione. Devono però saperselo giocare. Due le prospettive: appoggiare Berlusconi per una nuova stagione politica riformatrice, o lanciarsi nell’iniziativa del "terzo polo". Non sono un politico, non so decidere qual è la scelta migliore. Mi permetto di analizzare alcuni aspetti delle due scelte. 1) appoggiare ancora Berlusconi per me è pericoloso. È vero che un leader va scelto per le leggi che fa e non per i comportamenti che ha, ed è innegabile che in campo bioetico il governo Berlusconi se la sia cavata "benino"... sicuramente molto meglio di quanto avrebbe fatto il Pd! Tuttavia Berlusconi ha calpestato pubblicamente la morale cattolica, creando obiettivamente un "grosso scandalo". È inoltre vero che le sue politiche economiche hanno creato una sperequazione sociale e stanno lacerando il tessuto dell’Italia. 2) Il "terzo polo" è debole, manca di personalità politiche autorevoli, è costretto per sopravvivere a comprendere Fini che non appartiene alla cultura politica "di centro" e che calpesta i "principi non negoziabili" dell’agire politico del cattolico. È anche vero però che una formazione "terza" potrebbe raccogliere i consensi dei delusi del Pd. L’importante, secondo me, è muoversi. I cattolici in politica devono battere un colpo, dimostrare di esserci, rendersi indipendenti tanto dal berlusconismo quanto dalla neosocialismo pragmatista del Pd, ripensare l’Italia, avere finalmente un raccordo con la base viva del cattolicesimo impegnato (penso al mondo delle associazioni e dei movimenti come Cl). A questo punto potranno anche decidere di allearsi con Berlusconi, se lo riterranno utile... con l’obiettivo tuttavia di chiudere la stagione berlusconiana, ora che "il re è nudo", e "rifondare" l’Italia.
Q. Giorgio D’Alessandris, Roma
 


La sua lettera è puntuale e stimolante, caro signor D’Alessandris. Anche perché trovo ben comprensibile la sua ansia di una presenza significativa nell’agone politico di coloro che dichiarano apertamente di ispirarsi alla Dottrina sociale della Chiesa.
 Dico spesso, e scrivo ogni tanto, che la cosiddetta Seconda Repubblica continua a scontare, legislatura dopo legislatura, il peccato originale di essersi presto basata sulla competizione di due poli-pasticcio tenuti insieme più da risentimenti, avversioni personali e qualche vecchia e nuova pretesa ideologica che da visioni convergenti e da programmi in grado di interpretare positivamente le reali esigenze di una società come quella italiana.
Non c’è stato, e non c’è, soltanto questo nel centrodestra e nel centrosinistra, è ovvio, ma questo c’è stato e c’è sin troppo. Tant’è che nessun Governo e nessun Parlamento – tantomeno gli attuali – sono rimasti indenni da crisi formali (e informali), da fibrillazioni anche smodate. La facilità con cui – purtroppo a proprio tutti i livelli, anche di "alta leadership" – si passa dal confronto all’insulto, dall’accenno di dialogo alla sfida sfottente è forse il sintomo più appariscente di un male più profondo.Anche se non sottoscrivo alla virgola tutti i punti della sua riflessione, caro e acuto amico, vede che condivido molto.
 E soprattutto trovo importante (e vorrei fosse contagiosa) quella consapevolezza che lei esprime bene: occorre che chi è in politica da cattolico si "muova" e dimostri di avere idee, capacità d’interlocuzione, punti di riferimento e obiettivi chiari. Dopo la stagione dei due pasticci, non c’è – insomma – bisogno di un terzo pasticcio, ma di un «di più», di un’azione convincente che indichi una volontà e una prospettiva diverse. Verrebbe da dire c’è necessità di una scelta «gratuita» di servizio agli interessi primari del Paese. L’Udc di Pier Ferdinando Casini ha agito spesso in questa legislatura da «opposizione responsabile», ieri questa impostazione è diventata – a parole e in qualche gesto – l’atteggiamento programmatico di un coordinamento parlamentare che riguarda un centinaio di deputati e senatori di Udc, Api, Mpa e Fli.

Alle radici di questo "soggetto" ci sono i seri grumi di sospetto che anche lei ricorda (la storia politica di Gianfranco Fini e le posizioni assunte su importanti questioni valoriali da lui e da vari dei suoi), ma gli alberi – come sempre – si riconoscono dai frutti che danno.E questi contano.

16 dicembre 2010

I SOLITI COMPAGNI CHE SBAGLIANO


La canaglia squadrista è figlia delle ridicole parodie resistenziali

Tratto da Il Foglio del 16 dicembre 2010

Undici in libertà e uno agli arresti domiciliari. Questo un primo bilancio dei processi per direttissima nei confronti dei ventitre fermati dopo gli scontri avvenuti martedì nel centro storico di Roma. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno: "Sono costretto a protestare a nome della città di Roma contro le decisioni assunte dal Tribunale di Roma. C'è una profonda sensazione di ingiustizia di fronte a queste decisioni per i danni provocati alla città e per la gravità degli scontri".

"Ma chi è l’uomo con giubbotto beige, sempre accanto agli agenti, che poi si scaglia contro i blindati della polizia?". Il sito di Repubblica, in perfetto accordo con Anna Finocchiaro – ieri, severa, la senatrice chiedeva al governo, a nome del Pd, chi ha pagato gli “infiltrati” tra i manifestanti di Roma – monta la tesi della degenerazione pilotata (dalla Guardia di Finanza o dal ministro dell’Interno in persona? Vai a sapere) delle democratiche manifestazioni di dissenso antigovernativo che martedì pomeriggio hanno allietato il centro della capitale.

Lasciamo ad altri le esegesi sul fatto che “l’uomo dal giubbotto beige” sia stato fermato e infine identificato dalla questura come estremista di sinistra. Chi cerca prove dei complotti del regime le troverà comunque. Non gli servirà nemmeno leggersi il manifesto, talmente entusiasta del ritorno delle belle piazze di una volta da chiamare alla lotta i riluttanti a fianco dei elogiati casinisti. La mattina di martedì, da una delle “dirette” online rilanciate da un grande quotidiano, avevamo appreso che un’anziana signora “memore di altri tempi, passeggiando in via del Corso” aveva esclamato di fronte ai blindati: “Mi sembra l’occupazione nazista”. Mentre, informava un altro sito, gli alunni di una scuola elementare, incitati dalle maestre (sono tempi di infanzia maltrattata), si affacciavano alle finestre delle aule per applaudire il corteo degli studenti.

E’ chiaro che gli infiltrati sono superflui. A spiegare la canaglia squadrista di martedì basta e avanza la parodia resistenziale alla quale molti trovano così irresistibile indulgere. Cercateli lì, i mandanti dell’“uomo dal giubbotto beige”.